Mi immergo nel mondo: Eva Marisaldi, Luca Pancrazzi, Emanuele Coccia

Pancrazzi, Scontrino, 2014 cm 6x37

Francesca Pasini

C’è un legame tra natura e arte? Difficile rispondere, sono così affascinanti i cieli, i paesaggi, i colori, le luci dell’una e dell’altra che, spesso, è istintivo “credere” che l’arte sia una rappresentazione “naturale” del mondo.

Su alfabeta del 16 dicembre scorso, parlavo di un chicco vivente che integrava la mia idea di soggetto vivente nell’opera. Provo a continuare su quella traccia.

Questa definizione l’ho presa da Luisa Muraro che, a proposito di Simone Weil, ha parlato di “un chicco divino”: l’idea di eternità che abbiniamo all’arte e la fluidità con cui si ripresenta mi hanno fatto venire in mente un chicco che continua a germogliare. Anche quando non sappiamo il nome di chi crea, si instaura un rapporto col “soggetto” messo al mondo dall’arte, ad esempio nell’era antica, di cui parla Marija Gimbutas, figure della dea madre le hanno permesso di delineare una società pre-patriarcale nella quale la presenza delle donne garantiva una soluzione orizzontale dei conflitti.

Nel momento in cui “entriamo” nell’opera, questa fluidità tra passato e presente, provoca un’immersione nel suo mondo e nel nostro.

Emanuele Coccia, in La vita delle piante, (il Mulino, 2018), parla dell’essere nel mondo come di un’immersione e di un respiro alimentato dalle piante. “L’origine del mondo non risiede in un avvenimento infinitamente distante nel tempo e nello spazio, non è qualcosa di stabile, un dio, un titano. L’origine del nostro mondo sono le foglie: fragili, vulnerabili, eppure capaci di ritornare e rivivere dopo aver attraversato la cattiva stagione. (p.40). I primi a colonizzare e rendere abitabile la terra ferma sono stati gli organismi capaci di fotosintesi: i primi viventi integralmente terrestri sono i più grandi trasformatori dell’atmosfera. Per converso, la fotosintesi è un grande laboratorio atmosferico di trasformazione dell’energia solare in materia vivente”(p.52).

Perché trovo una coincidenza col chicco vivente che l’arte coltiva? Perché la fluidità che avviene tra la figura messa al mondo, la sua origine, la sua fisionomia, non si risolve nella constatazione oggettiva, provoca un’immersione nelle mie conoscenze e in quelle che la figura propone.

La relazione più originaria è la proiezione reciproca: il vivente cede al mondo ciò che il suo stesso corpo dovrebbe invece compiere e, al contrario, il mondo affida al vivente la realizzazione di un movimento che gli dovrebbe restare esterno.” (Coccia, p. 47) L’opera d’arte, quando è vista come un soggetto, trattiene questa reciprocità originaria e ci spinge ad allontanarci dall’idea di “un mondo fisso, stabile, solido, che sta di fronte a un soggetto fisso e di conseguenza a un oggetto (Coccia p.45)”.

Allora se si tratta di “immersione”, in che modo l’opera mi collega alla fluidità della natura? in che modo è una mediazione con la materia vivente della natura?

Non sono sicura che si possano trasferire le suggestioni di Emanuele Coccia alla lettura diretta dell’opera penso, invece, che siano importanti per un punto di vista non solo cosmico (che secondo lui è sempre anche “un punto di vita”), ma anche terrestre. Dalle grotte paleolitiche il disegno dell’arte è un chicco vivente che nutre il racconto della terra.

Voglio portare due esempi in cui ho riconosciuto l’immersione di cui parla Coccia: Eva Marisaldi e Luca Pancrazzi.

MarisaldiI, Progress 2018

Progress, 2018, di Eva Marisaldi (PAC – Milano dal 18.12. al 3.2.2019) è un cinema-pullman. Nove poltrone imbottite, con coprisedile ricamato, disposte su tre file, stanno di fronte a uno schermo su cui è proiettato un video. Il buio e la misura di questo “veicolo” ci fa sentire subito in un pulmino. Inizia il viaggio. Lo schermo è il finestrino frontale. Siamo in Madagascar. La strada davanti a noi si anima di visioni laterali rapide, sono tratte da altri video e ritagliate come clip dei fumetti. La corsa veloce e traballante su una strada che attraversa un paesaggio scarno, ci proietta in quei momenti sospesi quando dal finestrino vediamo particolari che si annidano velocemente nell’immaginazione. Mi verrebbe da dire che assecondano il nostro respiro, mentre ci immergiamo nel tempo scorrevole del viaggio e in quello sedimentato dell’esperienza per cui uno scorcio, improvvisamente, ci porta in luoghi sprofondati nel tempo.

Marisaldi, Progress, generale, 2018

Accanto alla strada appaiono, e scompaiono, paesi africani, gente che va al mercato, pecore che attraversano la strada, uccelli che volano. La stessa strada diventa di terra battuta, poi è una striscia d’acqua luccicante anch’essa in corsa, poi degli alberi la sovrastano senza toccare terra, poi un motociclista corre davanti a noi, poi la strada diventa di asfalto, divisa dalla riga bianca dei due sensi, alla fine due martelli da muratore uno più grande e uno più corto, danzano sospesi sul selciato accanto al finestrino, ricordandoci la vita, il lavoro e il loro fluire nell’atmosfera. E’ un particolare commovente: in un attimo ho riconosciuto senza distinguerli ricordi della mia vita, sì, posso dire ho captato un’immersione che si dilatava in luoghi che non ho la sensazione di aver concretamente vissuto. In questo viaggio che, come in un gioco infantile, avviene su un “pulmino giocattolo”, riconosco una figura tangibile del concetto di immersione e reciprocità atmosferica di cui parla Emanuele Coccia.

Pancrazzi, 2016,olio su carta- china 100x140

Luca Pancrazzi indaga il panorama urbano a volo d’uccello, ma così dall’alto che diventa una linea sottile, quasi invisibile. Eppure è nitida, frontale, attraversa gli occhi esattamente al centro, nel punto in cui la visione è perfetta. Com’è possibile vedere dall’alto e contemporaneamente dal basso, più basso che non si può? Come si può essere contemporaneamente un’aquila e una formica? Le sue linee urbane, tracciate su un rotolo di carta da scontrini, producono questo effetto. I suoi filiformi disegni diventano skyline di città, con grattacieli, case, fabbriche, pennoni della luce, prati, forse mare e laghi, insomma tutti quegli “oggetti” simboli della vita quotidiana sulla terra. Anche lo scontrino di cassa è una linea urbana, quotidiana che sigla la rivoluzione industriale del XX secolo. Simbolo del consumo, del lavoro, del cibo che si compra, dei conti da pagare, dello scorrere del tempo insieme.

Certo per Luca Pancrazzi è una scelta concettuale e una sfida formale: disegnare puntigliosamente su metri e metri di un rotolo di carta così stretto, lasciando andare la mano e l’immaginazione e nello stesso tempo tenere la concentrazione su ogni particolare, è una vera immersione. La ripete spesso negli anni e il titolo è sempre: mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro. Tradizionalmente lo si sarebbe definito un esercizio di bravura. Lo è ma non è quello che resta negli occhi. Negli occhi resta lo sconfinamento quotidiano. E anche una calligrafia non testuale che riporta all’importanza simbolica dei segni, di qualunque linguaggio. Per vedere i suoi paesaggi urbani, bisogna immergersi, abbassarsi, andare molto vicino o accettare di percepire la loro invisibilità.

Pancrazzi, Rotolo-1-2000

In ogni immagine succede questa sincronia tra visibile e invisibile. Quando possiamo dire che ricordiamo tutti i particolari? O essere sicuri che quello che ci fa riconoscere un quadro, un disegno, un film si ripeterà sempre uguale? Mai. Ogni volta l’attenzione è diversa, dipende da cosa abbiamo letto, visto, vissuto. Anche nelle persone scopriamo pieghe della bocca, movimenti degli occhi che normalmente sfuggono. L’attenzione non è mai sempre uguale. Pancrazzi la mette in scena con caparbia ostinazione, con linee precise e sempre diverse, dove i tratti di riconoscibilità scorrono. Un chicco vivente che nella sua minuscola dimensione ha dentro l’ampiezza del mondo, di cui le città sono una delle figure visibili sulla terra insieme a uomini, donne, bambini, animali. La visione area, atmosferica c’è anche quando non la disegniamo e costruiamo. La ritrovo in un quadro di Pancrazzi, metà nero compatto e metà grigio, diviso da una strana linea di luce, sembra il contatto del sole un attimo prima di sorgere che schiarisce un cielo nuvoloso, grigio. Da vicino il chiarore diventa nitido e appare una delle sue linee urbane: costruire, abitare la terra ed essere consapevoli di un universo più grande e possibile? Forse. Seguo il suo suggerimento, mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro. Mi aiuta a “vedere” anche quando leggo le parole di Emanuele Coccia.

Emanuele Coccia, metafisica vegetale

Emanuele Dattilo

Fotografia di Maria Teresa Carbone

Gli uomini hanno sempre pensato che la chiave per comprendere se stessi andasse cercata in ciò che essi hanno di più specifico e di più particolare rispetto agli altri esseri viventi. Il linguaggio, la storia, il pensiero, i manufatti tecnici, le opere di poesia, le istituzioni giuridiche: a tutto ciò ci rivolgiamo nel tentativo di formarci una antropologia generale, in cui ci si possa finalmente rispecchiare e ricavare di noi un’immagine coerente e completa. Ma se invece l’immagine più esatta del nostro mondo e di ciò che siamo non ci fosse data (soltanto) da tali istituzioni storiche, bensì soprattutto da ciò che più in comune abbiamo con il resto dei viventi, ad esempio dal puro fatto di respirare, di immettere e emettere aria con la nostra cassa toracica? E se la stessa ontologia non andasse modellata sul Dasein, o sul linguaggio, sulla soggettività produttiva o sulla comunità giusta, come hanno pensato le filosofie moderne, bensì su ciò che di più comune lega indifferentemente uomini e animali, piante e pietre, ad esempio l’essere immersi nell’atmosfera?

Queste sono alcune tra le questioni più importanti poste dall’ultimo libro di Emanuele Coccia, La vita delle piante, pubblicato ora in italiano dal Mulino. In un libro precedente, La trasparenza delle immagini (Bruno Mondadori 2005), Coccia ci aveva mostrato come il pensiero non sia, in verità, una faccenda umana, e come la razionalità dell’uomo si possa comprendere solo attraverso le esperienze dell’infanzia, dalle afasie e dagli strappi e dai buchi con cui tutti intermittentemente pensiamo e siamo felici. Ma qui Coccia si spinge oltre la noetica averroistica: La vita delle piante non è soltanto un’opera che con straordinaria intelligenza ed erudizione si interroga sulla forma di vita delle mute figure vegetali a cui tutti quotidianamente passiamo accanto, per lo più ignorandone i nomi e le forme; questo libro è anche il tentativo di ripensare integralmente la metafisica e l’ontologia occidentali, rimettendo in questione alcuni dei modelli che definiscono le nostre concezioni sul mondo. Questa messa in discussione, così originale e decisa, non è però operata attraverso l’ennesima critica moralistica di alcuni particolari istituti. Coccia sceglie un’altra strada – e gliene siamo grati – mostrando più semplicemente, e in maniera molto più efficace, come immaginare adeguatamente il mondo e la forma di vita delle piante ci obblighi a ripensare del tutto le nostre categorie filosofiche e culturali, e innanzitutto la stessa divisione dei saperi.

Se, infatti, è senz’altro un errore non sapere riconoscere nell’uomo – come d’altronde facevano gli antichi – la gloria inappariscente della vita vegetale, che scorre continuamente nelle nostre vene e ci permette di nutrirci e di crescere, altrettanto miope sarebbe guardare alla vita delle piante come a un fenomeno totalmente spoglio della dimensione noetica e spirituale. Pensano, le piante? Che cos’è un seme e in che maniera possiede ciò che un giorno svilupperà? E poi: come dobbiamo comprendere il nostro rapporto al mondo quando abbiamo la prova della sua liquida sostanza originaria? E che cosa sono per la nostra esperienza gli astri, il cielo, il sole attorno a cui ruotiamo e verso cui ci volgiamo? La metafisica vegetale, che qui Coccia inaugura sotto gli auspici felici della Alma Venus, è allora un ripensamento dell’intera esistenza cosmica nei termini preziosi della mixis, della mescolanza, per cui tutto è in tutto, e ogni cosa sente, respira, contempla, divora, pensa, ama, desidera e si trasforma in ogni altra cosa. Vi era una parola, nella filosofia antica, che designava con precisione la comunicazione e la continuità tra le diverse dimensioni del vivente, una parola che definirà nel medioevo tanto la sfera poetica e teologica, quanto quella medica e fisiologica: pneuma, spirito. E si può dire che sia una pneumatologia quella che Emanuele Coccia vuole rifondare, la scienza di cui i suoi libri ci mostrano i rudimenti.

Non si tratta di rivendicare la vita vegetativa contro la vita noetica e tecnica, o piuttosto la verde natura illibata contro la cultura e la società urbana (Coccia è autore, tra l’altro, di un libro sulla merce e la pubblicità – Il bene nelle cose, il Mulino 2014 – il cui inizio è proprio una riflessione sugli spazi urbani); si tratta invece di intendere le forme e i modi in cui queste cose comunicano e partecipano tra di loro e con noi. È stata questa, d’altronde, una delle funzioni principali della filosofia fino all’idealismo tedesco, prima che lo spirito diventasse solo Storia e Cultura, e perdesse completamente il suo originario statuto fisiologico, che ad esempio in Cavalcanti era fonte insieme dell’ossessione erotica e del dettato poetico. Finché non sapremo vedere nella foglia o nel seme una complessa forma del pensiero e della cultura, e finché non sapremo riconoscere nella Metafisica di Aristotele o nella Recherche di Proust il pulsare insistente della vita vegetativa, ci costringeremo soltanto agli sterili e narcisistici specialismi universitari.

La vita delle piante è dunque un grande libro filosofico, e come tale è mosso da alcune potenti immaginazioni: la radice, il fiore, il seme, gli astri, il cielo, sono innanzitutto il modo di comprendere alcune idee, specchio in cui possiamo distintamente riconoscere la nostra forma. Rifacendosi ad alcune importanti e misconosciute opere della filosofia della natura rinascimentale, come il Tractatus de natura substantia energetica del medico inglese Francis Glisson, Emanuele Coccia sembra muoversi in una zona che è al di là di ogni divisione tra materia e mente: la vita della materia, la percezione naturale, è già immediatamente ricca di immagini e di vita spirituale e noetica. L’utero e il seme sono sempre anche cervello, e viceversa il cervello ha la stessa virtus concipiendi del seme. Il fiore è anche immaginazione e pensiero.

Si comprende allora che il libro si concluda con una totale ridefinizione dell’attività filosofica: se tutto è in tutto, se ogni cosa è percorsa da un flusso ininterrotto di vita intellettiva, si tratterà di ridefinire il pensiero filosofico a partire da questa sotterranea capacità che ogni ente naturale possiede, un’immaginazione biologica ben diversa dall’intermittente e separato intelletto averroistico. Non è il pensiero a definirci, ma il sentire; e il sentire è già integralmente pensiero, ogni sensazione contiene un discorso contratto e silenzioso. La filosofia deve partire da qui, dal tentativo di ascoltare e svolgere quel discorso che si trova ovunque. Se l’intelletto è qualcosa che permea intimamente ogni attività della natura, non avrà più senso pensare la filosofia come un sapere estrinseco o come una dottrina da apprendere su alcuni temi particolari. Il suo esercizio non sarà vincolato allo studio di alcuni autori, né al confezionamento di alcune posizioni sul mondo o sulla società. Il rapporto con l’intelletto consiste innanzitutto, in noi come nelle piante, nella capacità di darci una forma e di comunicarla sensibilmente, di lasciarci pervadere dall’aria e dall’atmosfera per restituirle qualcosa di noi. Tommaso Campanella chiamava questa conoscenza sapere, in quanto è capace di qualcosa di più che intendere, ossia di assaporare le cose (perceptionis rei saporem), e non a caso assimilava questa conoscenza sensibile a quella dei mistici. Di questo sapere, capace di spezzare tutte le divisioni disciplinari per assaporare le cose stesse, i libri di Emanuele Coccia sono al momento il più prezioso esempio.

Emanuele Coccia

La vita delle piante. Metafisica della mescolanza

il Mulino, 2018, 160 pp., € 14

Emanuele Coccia, il respiro vegetale

pianteLisa Ginzburg

Non è comune imbattersi in un saggio filosofico che possieda l’ampiezza di struttura, il nitore formale e l’andamento catturante di una narrazione. La lettura de La vie des plantes di Emanuele Coccia, filosofo italiano di meritata notorietà internazionale, colpisce per questo motivo in primo luogo. Come limpidi si amalgamano stile e impianto, e quanto fluido è il ragionare. In polemica con una concezione settoriale del pensiero (“la filosofia è ciò che il sapere umano diventa, una volta riconosciuto che non esiste nessuna disciplina possibile, né morale né epistemologica”), progressivamente, per volute argomentative via via più ampie, ariose, convincenti, Coccia orienta la riflessione sul mondo vegetale verso una più generale – e rivoluzionaria – ipotesi di lettura del mondo. Mondo inteso come “atmosfera” (“la filosofia è atmosferica, poiché la verità esiste sempre sotto forma di atmosfera”). Mondo pensato come rete di relazioni tra gli esseri, secondo un interagire dove esce di scena il sopruso – quel rapporto di forza pensato dalla specie umana altrettanto che da quella animale come solo fronteggiamento possibile. Ed ecco una diversa cosmogonia articolarsi: un universo di viventi nel quale reciproca violenza, agonismo, paura del contatto, tutto si vanifica. Per lasciar posto a una dimensione al cui centro invece, modello paradigmatico di forme di esistenza più vitali, salutari, in accordo con la natura, ci sono le piante.

Le piante, sì. Foglie, fusti, radici, fiori. Le piante che inspirano ed espirano l’aria attorno, intanto rendendosene parte. Che “fanno mondo” immergendosi nel flusso del reale – e proprio in quell’immersione, Coccia argomenta, si trova la forma di mutuo rapporto più legittima, appropriata, consona alla realtà. Perché come le piante, noi anche siamo, esistiamo, respirando. Come loro, è respirando che ci rispettiamo l’un l’altro: mescolandoci, secondo sussulti di una continua osmosi che nondimeno preserva ciascuno lasciandogli margine di rimanere se stesso. Di questa solidarietà originaria, partecipazione a qualcosa di totalmente collettivo quanto assolutamente individuale, di questo principio (metafisico prima che esistenziale) mai davvero preso in considerazione dal pensiero occidentale, il libro racconta.

La vita è “soffio”, respiro, (quel pneuma che nel pensiero degli Stoici arriva a coincidere con lo spirito); è sincronizzandosi con il ritmo di tale respiro, che il vivere trova (o ritrova) senso, posizione, ragione. Tutto si sfiora e si compenetra, ogni cosa si ingloba reciprocamente, in un incessante inspirare e subito poi tornare a sé, dentro sé, alla propria singolarità, uno spazio intimo nel quale ecco convergere mondi altrui, le “vite degli altri”. Da tale osmosi, che nulla ha di simbiotico ma tutto di comunitario, noi proveniamo. A quella sarebbe saggio (o imperativo, a seconda dei punti di vista) saper fare ritorno. Senza rischio di smarrirsi, poiché tra gli esseri, in mezzo a loro, permane la materia, un magma che mai può dividere davvero nella misura in cui è composto di tutti gli organismi viventi: del loro respirare. Ecco l’evidenza che le piante, con il loro silenzioso, inoffensivo, inesauribile ossigenarsi e ossigenare, intendono trasmetterci. Il valore dell’essere fluidamente tutti connessi al resto dell’atmosfera. Senza perciò temere di venire invasi da niente e nessuno (nessun “prossimo”), poiché anche di quel prossimo siamo composti, nello stesso momento in cui noi pure contribuiamo alla sua composizione.

Mentre d’un fiato (per l’appunto) leggevo questo libro insolito e intenso, ho immaginato interesserebbe al Dalai Lama. Il puntuale percorso teoretico che vi viene intrapreso, spaziando tra capisaldi della filosofia occidentale arriva a conclusioni prossime a concetti chiave del buddismo (quello di “interconnessione” in primis). Riflettevo anche su come, parlando di vegetali, Emanuele Coccia ci dica anche molto sulla nostra contemporaneità di umani. Compulsivamente tesi a comunicare, interagire, affannosamente informarci e “farci un’idea”, là dove si tratterebbe di sentire il nostro essere connessi (in senso vero, altro che virtuale), gli uni agli altri tanto quanto all’atmosfera. Senza più necessità di eccedere, se non nell’invenzione di nuovi paradigmi di accoglienza. Noi, ancorati alla terra, pronti a distrarci con oroscopi e altre predizioni, là dove sarebbe saggio ampliare gli orizzonti della mente, allenarla a una visione metafisica “astrale”, dove la terra è solo astro tra gli astri, poiché tutto non è che cielo. Cielo e respiro.

Di “tesi strabiliante” parlava a ragione Michele Spanò, commentando su questo stesso giornale un altro libro di Emanuele Coccia. Strabiliante sa essere un pensiero quando arriva al nucleo di verità che ci riguardano da vicino. Oggi, in questo mondo farneticante, saturo di comunicazione, ammalato di terrore degli scambi umani, raccontando di piante e di astri, di terra e di cielo, di fluidità e di immersione, Emanuele Coccia arriva con le sue parole a tutti. La sua prosa filosofica è generosa, possiede “anima ed esattezza”, per dirla con Musil. E di più: tra le righe, La vie des plantes sembra suggerire un diverso modo di stare al mondo. Utilizzando criteri vitali più vasti, e decisivi, di quelli del mero abitare la terra.

Rasserena, leggere un libro così. Mitiga almeno per un tempo lo smarrimento solitario di chi quasi mai vede opporre all’entropia montante la scelta morale di coltivare invece l’empatia, la mitezza. Contro la fretta, l’approssimazione, l’intasamento mentale che imperano su questi tempi, avvelenandoli, preferire piuttosto volgere uno sguardo misurato ma fervido al cielo o alla quiete del verde, che entrambi mai sono scomposti, e mai precipitosi.

Emanuele Coccia

La vie des plantes. Une métaphysique du mélange

Payot & Rivages, 2016, pp. 192, € 18