La ripresa di Fachinelli tra Kierkegaard e Heidegger

Gioele P. Cima

Nel terzo atto de Il paradosso della ripetizione (1973), saggio che attacca duramente l’istituzione psicoanalitica e le sue pratiche affiliative e di potere, Elvio Fachinelli espone la sua teoria della ripetizione. Per lo psicoanalista trentino, Freud si sarebbe limitato a concepire solo il “lato cattivo” della ripetizione, presentandola come un meccanismo coatto che ritaglia la realtà secondo specifiche regole pregresse e da cui scaturirebbe uno schema deterministico unilaterale e immodificabile.

Per Freud […] il passato diventa presente: è il transfert, l’agire […]. Ma in questo modo il presente quasi non esiste di per sé, non incide; e poiché l’esperienza passata risulta essere, in buona parte, ‘al di là del principio di piacere’, la sua ripetizione tende ad essere ripetizione del negativo.”

Una visione del presente così irriducibilmente inchiodata al passato non è problematica solamente per il modo in cui semplifica la reale complessità dell’esperienza umana, ma anche per il suo risvolto politico: dire che l’uomo è giocato dalla ripetizione, che il suo avvenire non sarà altro che una copia del passato, vuole dire concepire l’inconscio come lo ‘straniero’ nella macchina che manipola l’arbitrio del soggetto e lo priva della possibilità etica di scegliere. Più nello specifico, dire che la ripetizione freudiana deresponsabilizza il soggetto dal proprio sintomo significa dire che la psicoanalisi non è una disciplina demistificatoria, ma essenzialmente reazionaria (e dunque ideologica).

Per Fachinelli invece è necessario portare la ripetizione al di là della sua concezione deterministica e automatica (ovvero di causa) e intenderla piuttosto come un principio. Una simile differenza consente non solo di mettere in crisi la logica meccanicistica e non dialettica che ha dominato il pensiero post-freudiano (definito da Fachinelli un “adjustment socioaffettivo”), ma anche di fare della ripetizione tout court un fenomeno in “due fasi o momenti” distinti. Insomma, la tesi di Fachinelli è che essendo la realtà prima di tutto una “realtà storico-sociale”, dunque qualcosa di diacronico e complesso, non si dà coincidenza possibile tra passato e presente. Piuttosto, si tratta di cogliere, al di là della flessibilità individuale, lo “specifico tipo di ripetizione” entro le sue tre varianti:

  • La replica, “una riedizione pressoché puntuale del già dato” che trasfigura il passato nel presente.

  • La riduzione, cioè una ripetizione impoverita, “più schematica” e degradata.

  • La ripresa, quella ripetizione che, ri-presentando il passato, rimette in atto la vita, aprendola alla conferma o alla modificazione.

Questa distinzione sottolinea “come la ripetizione sia solo un termine generale”, che indica “varie possibilità” e “modalità distinte”. Poche pagine dopo, Fachinelli dichiara che il termine da lui scelto per denotare il suo tipo di ripetizione ‘positiva’, la ripresa, deriva dalla traduzione del saggio Gjentagelsen di Kierkegaard curata da Laura Zucconi nell’edizione Comunità del 1973. In un passaggio molto significativo del suo testo, Kierkegaard scrive:

La dialettica della ripresa è facile, quello che si può riprendere è già stato, altrimenti non si potrebbe riprendere, ma proprio in questo essere già stato consiste la novità della ripresa.”

A differenza della ripetizione dunque, in cui il presente è incatenato al ritorno di un passato inemendabile, la ripresa permette di rendere di nuovo presente il passato, ma aprendolo alla possibilità del cambiamento. Per dirla alla Kierkegaard, la ripetizione (negativa) avviene (e fallisce) sul piano estetico: il giovane Constantius, che torna a Berlino per provare un piacere già esperito, cura ogni dettaglio che possa contribuire a riprodurre l’esperienza passata, ma il suo tentativo non riesce. Poiché la realtà è asimmetrica, complessa (barrata, direbbe Lacan), il passato è irreversibile. Ma Kierkegaard specifica anche che la Gjentagelsen è possibile solo sul piano religioso, attraverso un atto di pura trascendenza. Di conseguenza, deduce Fachinelli, “fuori di questo ‘movimento religioso’, la conclusione di Kierkegaard sembra corrispondere a quella di Freud. […] Entrambi finiscono per ritrovare, sembrerebbe, la ripetizione del negativo.”

Una volta privata della sua apertura religiosa, anche la ripresa kierkegaardiana retrocede a “contenitore passivo” del passato. Questo dettaglio rende il riferimento di Fachinelli altamente problematico: perché prendere a prestito un termine che denota, anch’esso, un tipo di ripetizione ‘triste’, che non farebbe che ribadire la difficoltà di uscire da una concezione meccanicistica di ripetizione? Inoltre, se Fachinelli adotta solo terminologicamente la soluzione proposta da Zucconi, per poi rigettarne il significato letterale, è possibile identificare una controparte concettuale della ripresa? Detto altrimenti: esiste una concezione di ripresa ‘pura’, ‘ideale’ cui Fachinelli si ispira nella sua lettura di Kierkegaard?

Ritengo che Fachinelli, diversamente da quanto si crede, abbia tratto la sua nozione ideale di ripresa da Martin Heidegger, prima che da Kierkegaard. Benché questo accostamento possa sembrare stridente, la nozione di ripetizione (Wiederholung) che il filosofo tedesco espone nel suo Essere e tempo è quanto di più vicino e soddisfacente vi sia rispetto alla ripresa per come viene pensata da Fachinelli. Questo inedito avvicinamento tra i due autori sarebbe avvenuto in uno scritto ‘giovanile’ del Fachinelli psichiatra (e non ancora psicoanalista), Nuovo significato del disegno e recupero magico del passato nell’opera di un’artista psicotica (1963). Questa evidenza ci dimostra come già allora Fachinelli fosse impegnato nella ricerca di una nozione ‘propulsiva’ di ripetizione, non vincolata ad un’ingenua nozione di eterno ritorno dell’uguale e alla coazione a ripetere (Wiederholungszwang) descritta da Freud. Da questo punto di vista allora, non è un caso che alla fine dello scritto del ’73 Fachinelli finisca per annoverare la ripresa kierkegaardiana tra le ripetizioni “tristi”: la Gjentagelsen non sarebbe meno insufficiente, pessimistica e negativa di quella freudiana. Ma soprattutto, la Gjentagelsen non è la Wiederholung di Heidegger.

Ancor più importante, questa retrodatazione ci permette di inferire che, nel 1963, l’argomento della ripresa non si sia posto a Fachinelli in termini psicoanalitici: più che al testo freudiano, esso rimanderebbe alla questione della temporalità, la vera e unica ossessione dello psicoanalista trentino. Sebbene avesse già intrapreso l’analisi didattica con Musatti, Fachinelli concede qui un solo riferimento a Freud, che non riguarda neanche la coazione a ripetere, ma la regressione, prendendone drasticamente le distanze e definendola troppo semplicistica per cogliere la complessità dell’esperienza umana. In questo studio, Fachinelli mira ad articolare i rapporti tra il vissuto umano e la temporalità attraverso l’analisi di alcuni disegni di una paziente psicotica di 59 anni, Laura G. e, a tal proposito, evoca la celebre distinzione che Heidegger, in Essere e tempo, articola tra l’angoscia (Angst) e la paura (Furcht). Anticipando la sua analisi della ripetizione freudiana, Fachinelli identifica in queste due condizioni due modi per, rispettivamente, entrare in relazione con il proprio passato oppure assoggettarvisi in modo coatto. Se nell’irretimento della paura il soggetto precipita nell’oblio di sé, nell’angoscia, una specie di “brusca rivelazione”, si produce un’apertura che sfocia nell’“autentico avvenire”. Se nell’oblio il soggetto fugge dinnanzi a sé, smarrendosi nell’intramondano, nell’angoscia, con il ritorno del passato, si compie la ripresa, e cioè la ripetizione (Wiederholung) del proprio essere fattuale, della propria insanabile contingenza. Di conseguenza, il Fachinelli del ’63 avrebbe trovato già nella Wiederholung heideggeriana una ripetizione trasformativa e non imprigionante come la regressione freudiana. Ma l’aspetto forse più sorprendente della vicenda è che nella traduzione italiana di Essere e tempo (citata da Fachinelli), Pietro Chiodi renda Wiederholung proprio con “ripresa”. È probabile che anche Zucconi, pensando la Gjentagelsen come altra cosa dalla piatta “ripetizione”, abbia adottato il termine “ripresa” da Chiodi proprio in virtù del suo potenziale modificativo (per quanto vincolato alla clausola della trascendenza).

In conclusione, il concetto di ripresa esposto in Il paradosso della ripetizione sarebbe concettualmente indebitato ad Heidegger, tra i pochi (assieme a Deleuze e Lacan) ad aver offerto una possibilità pura e non trascendente di ripetizione non negativa. In secondo luogo, è chiaro come l’esigenza di Fachinelli di postulare una ripetizione etica e trasformativa sia stata inizialmente formulata all’esterno della psicoanalisi, che avrebbe riassorbito il concetto solo secondariamente. Questa immagine sarà imprescindibile per formulare, nel resto degli anni Settanta e oltre Kierkegaard, un modello di psicoanalisi autenticamente rivoluzionaria (o quanto meno emancipativa). Infatti, come Fachinelli sosterrà quello stesso anno in una polemica con Giovanni Jervis avvenuta durante il convegno Psicologia, ruolo dello psicologo e istituzioni (1973), non sarà la ripetizione reazionaria dei meccanismi affiliativi di potere (analisi didattica) a salvare la psicoanalisi dal declino, ma la sua ripresa: in un mondo in continua trasformazione, non sarà resistendo alla mutazione politica e sociale che la psicoanalisi troverà la sua ragion d’essere, ma ponendosi nella prospettiva di chi saprà porre le giuste domande. Come Socrate “non può entrare a far parte dell’aeropago, pena un radicale stravolgimento del suo insegnamento”, così la psicoanalisi non può soggiacere alla cieca ripetizione del suo modello istituzionale, pena il proprio decadimento a disciplina reazionaria o, per dirla alla Fachinelli, a istituzione della ripetizione.

Un dialogo mancato. Fachinelli e Pasolini nel 1974

efDario Borso

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L’11 gennaio 1974 lo psicanalista Elvio Fachinelli scrive una lettera a Pier Paolo Pasolini dopo aver letto sull’«Espresso» il resoconto di una polemica innescata da Edoardo Sanguineti in reazione alla pasoliniana Sfida ai dirigenti della Rai apparsa un mese prima sul «Corriere della Sera». Di questa l’articolista dell’«Espresso» riportava in avvio i passi salienti: «Il Fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta [...] Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata [...] Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica, voluta dal nuovo Potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana [...] Fino a pochi anni fa, i sottoproletari rispettavano la cultura, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà, ora cominciano a vergognarsi della loro ignoranza». Poi passava a citare la replica sanguinetiana apparsa su «Paese Sera» del 27 dicembre: «Sono proprio dei cafoni, i sottoproletari dei nostri tempi! Perduta la splendida “rozzezza” di un tempo, non hanno più soggezione per il latinorum del signor curato… Felici gli analfabeti d’una volta che erano analfabeti veri, interi, tutti come si deve, tutti con il “mistero”, zitti, ordinati e contenti… Marx però era stato assai poco sensibile alla “irripetibile bellezza contadina”, la quale aveva anzi sbugiardato». Infine riportava un’esternazione di Pasolini: «Cosa ne sa Sanguineti, vissuto tra il salotto e la scuola, della vita popolare? Lo sapevamo gente come me, Penna, Comisso, esplosi fuori dal bozzolo borghese, esclusi, reietti, costretti a non vivere se non confusi dentro il popolo, nascosti dentro la sua oscura, anonima protezione. Sì, la vita popolare d’allora era più felice, perché così appartata che neppure il fascismo riusciva del tutto a contaminarla».

Fachinelli dal canto suo esordisce: «Non leggendo “Paese Sera”, non conosco il pezzo di Sanguineti, ma dalla citazione mi pare un modesto esercizio ortodosso marxista di un professore tranquillamente incattedrato e tranquillamente picì, di cui forse potranno piacere la malignità e la bravura letteraria, ma che rimane del tutto estraneo alle ragioni che motivano la passione e l’urgenza dei suoi interventi di questo periodo. Lei ha le antenne per accorgersi dei mutamenti in corso, Sanguineti no». E aggiunge: «È un po’ quello che è successo nel ’68: la rabbia che gli studenti provocavano in lei era chiarissima partecipazione, mentre le fredde e molto ortodosse osservazioni di Sanguineti erano già allora coerenti con il suo attuale presente» (il riferimento è rispettivamente all’arcinoto Il PCI agli studenti! e al coevo Rivolta e rivoluzione, dove Sanguineti su «Quindici» definiva gli studenti «anime belle» contrapponendo loro la linea Marx-Lenin-Mao).

Qui Fachinelli cambia registro, per riferirsi a un’intervista sul «Giorno» del 29 dicembre (non ripresa nei Meridiani Mondadori), dove Pasolini affermava: «Dall’età dell’innocenza siamo passati all’età della corruzione []. È stata la civiltà dei consumi, un fatto senza precedenti nella storia dell’uomo. Tutto è cominciato verso la metà degli anni Sessanta, la contestazione del ’68 oggi appare come l’ultimo sprazzo di vitalità, un movimento collettivo millenaristico. Si è chiusa l’epoca di quel mondo antico e barbarico che amavo [] sarei contento, disposto a rinunciare a qualunque cosa per il reimbarbarimento del mondo: un mondo in cui valga la pena di lottare». Fachinelli nella lettera commenta: «mi chiedo se l’isolamento in cui si viene a trovare non si leghi a quella dicotomia che lei stabilisce tra “innocenza” e “corruzione”, con nostalgia della prima e rifiuto della seconda. Non le sembra che, parlando di innocenza, Lei metta in atto una idealizzazione, e che questa le sia possibile solo staccandosi, considerandosi staccato da quella “barbarie” e dalle sue vicissitudini? Ora, il movimento che ha portato il ragazzo di borgata al centro della città è lo stesso che ha portato lei all’uso del cinema, della tv, della provocazione culturale… Si potrebbe quindi vedere, nel suo rifiuto della “corruzione”, come un implicito giudizio negativo, in nome di quelle esigenze profonde riposte nella “innocenza”, di tutta una serie di attività, sue e di altri, connesse alla “civiltà dei consumi”. Scoprire in sé, per così dire, una zona di futilità distruttiva».

Una specie di affabile «Conosci e stesso», che ventilava però una messa in mora delle dicotomie pasoliniane – con tanto di bibliografia, se Fachinelli conclude annunciando l’invio del suo Bambino dalle uova d’oro: «troverà dentro questo libro, e di questo sono sicuro, in particolare nelle note, qualcosa della sua insoddisfazione e delle sue tragiche domande di questo periodo». Le note erano sei per una dozzina di pagine in tutto: chissà se Pasolini lesse almeno quelle.

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Il secondo atto del dialogo mancato (o atto mancato del dialogo) è a inizio estate, quando a proposito degli Italiani non sono più quelli, articolo apparso sul «Corriere» nel quale Pasolini dall’«omologazione culturale», denunciata sei mesi prima, deduceva non esserci più «differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista», Fachinelli interviene sull’«Espresso» del 23 giugno proponendo un soggetto cinematografico dal titolo «volutamente provocatorio» Le masse amavano il fascismo?: «Mettiamo un giovane intellettuale sulla trentina, un professore, di sinistra. Scorre gli articoli di Pasolini, che lo indignano, di solito. Intensa partecipazione a comitati antifascisti []. La notte, cominciano incubi, sempre con i fascisti che occupano le sedi dei comitati e dei partiti, arrestano, fucilano. In questo periodo, nel gruppo dei compagni arriva un nuovo. Intellettuale come lui, storia abbastanza simile, partecipazione a gruppi. Ma con un leggero scarto, ora. Partecipa con indifferenza alla lotta antifascista, dice che non è questo il pericolo principale; parla di psicanalisi, di antipsicanalisi, di gioco, di magia. Il professore è dapprima infastidito, incuriosito; poi [] casca in uno strano torpore. La lotta fascismo-antifascismo non gli interessa più. Cominciano fantasie, in cui compare il nuovo arrivato, stanno insieme, fanno cose interessanti, discutono fra loro. Infine un’onda di sogni, in cui con terrore e piacere compaiono immagini erotiche, esplicite e no, lui e il nuovo arrivato, insieme. [] I personaggi di queste fantasie e di questi sogni sono, in alcuni particolari fondamentali, gli stessi degli incubi e delle angosce centrate sul fascismo. I persecutori di ieri ricordano da vicino l’amato di oggi».

Sul quotidiano «Il Tempo» di Roma del 26 giugno l’intervento di Fachinelli viene definito un «pasticcio psicanalitico» finalizzato a «velare una pesante accusa personale (quasi un ricatto), e a sottintendere che forse Pasolini è un filofascista inconscio, per motivi ambigui»; il pasticciere/pasticcione, venutone a conoscenza dieci giorni dopo, comunica a Pasolini di avere inviato una smentita al quotidiano per dire che «l’articolista, partito evidentemente dal presupposto ideologico che io fossi tra i suoi “censori”, ha posto un’equivalenza assurda tra il prof. spregiatore di Pasolini ecc. – e Pasolini stesso, e di qui ha ricavato le sue ricattatorie conclusioni».

La smentita in effetti esce nei termini prospettati, con l’avvertenza: «avevo cercato di rendere la complessità di sentimenti e di passioni che sottostanno alla distinzione fascista-antifascista. Così facendo, mi era parso di essere più vicino alla posizione “estremista” di Pasolini che a quella dei suoi oppositori». Di nuovo dunque Fachinelli insiste sulla complessità, sulle contaminazioni; e di nuovo Pasolini rifiuta di rispondere, se non per interposta persona, in un’intervista sul «Mondo» dell’11 luglio: «l’intervento di Fachinelli mi è oscuro. L’oracolo è stato un po’ troppo “a chiave”».

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Il terzo atto si dipana per tutta la seconda metà del 1974, a partire da una lettera di Fachinelli del 30 luglio: «Con alcuni collaboratori sto cercando di mettere insieme – per settembre – un libretto diciamo così di “pronto intervento” su Cefis e il potere (Cefis e/o il nuovo potere), in cui l’accento cade sul secondo termine. Abbiamo pubblicato già due anni fa nella rivista “L’erba voglio” un discorso di Cefis, con un commento politico. La cosa incuriosì molto, ma soltanto ora possiamo capirne l’importanza. Disponiamo ora di un altro discorso, che si connette probabilmente a manovre finanziarie in corso, a cui hanno accennato i giornali. Le scrivo per proporle di fare, su questi discorsi, un’analisi testuale o una recensione».

Il primo dei due discorsi acclusi era stato tenuto dal presidente della Montedison il 23 febbraio 1972 all'Accademia militare di Modena e pubblicato sull’«Erba voglio» di luglio-agosto 1972 «a cura di Giorgio Radice», presumibile nom de plume del redattore dell’«Espresso» Giuseppe Turani (citato a fine numero tra i collaboratori), che lo presenta come originariamente «fatto pubblicare da Cefis sul mensile “Successo” a mo’ di manifesto ideologico», rimarcandovi la «totale riduzione a un unico “valore”: la crescita, lo sviluppo, il moltiplicarsi delle multinazionali», e il «ruolo tecnocratico-dominante all’ombra delle grandi aziende» auspicato per le forza armate. Il secondo discorso, destinato l’11 marzo 1973 alla vicentina Scuola di cultura cattolica, rifà la storia della Montedison per fissarsi sugli obiettivi: concentrazione degli impianti, mobilità del lavoro, superamento del meridionalismo, sostegno mediatico dell’azienda.

Pasolini non risponde ma, parlando il 7 settembre alla Festa provinciale dell’«Unità» di Milano, chiede: «Perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta subdolamente dalle classi dominanti? Ma perché la classe dominante ha scisso nettamente progresso e sviluppo. Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti. [] Se volete capirlo meglio, leggete il discorso di Cefis agli allievi di Modena, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale – o transnazionale come dicono i sociologhi – fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio Paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale; ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa».

Quella sera tra gli stand s’incontrarono, e Pasolini deve aver promesso un contributo al «libretto», se Fachinelli il 20 settembre gli invia un pacco specificando: «le faccio avere una conferenza di Cefis e una fotocopia del libro su di lui, ritirato».

La conferenza, tenuta al Centro alti studi militari di Roma il 14 giugno 1974 e passata a Fachinelli ancora da Turani (che un mese dopo la nominerà di sfuggita, assieme agli altri due discorsi, nel fortunatissimo libro Razza padrona), affronta il tema della crisi petrolifera proponendo un nuovo modello di sviluppo imperniato sulla chimica come motore dei settori agricolo, farmaceutico e dei servizi. Pasolini, evitando per la terza volta di rispondere all’invio, la utilizza sul settimanale milanese «Tempo» del 18 ottobre, definendola «una specie di prudente e gesuitico mea culpa»: «Cefis delinea un precipitoso ritorno all’agricoltura, lasciata nell’ultimo decennio in un criminale abbandono, e [] un piano di ridimensionamento delle industrie anti-economiche e anti-sociali e soprattutto delle “attività terziarie”, cioè la produzione megalomane di beni superflui». Di più, ricorda la «passata arroganza» del discorso di Cefis «pubblicato su “Successo”, dove si delineava la “fine della nazione” e la nascita di un potere neocapitalistico “multinazionale”, con la susseguente trasformazione dell’esercito in un esercito tecnologico e poliziesco al servizio, appunto, di questo nuovo potere. [] Era la fine della destra classica italiana. Era ed è. Perché la crisi economica e l’eventuale recessione non impediranno che questa, delineata da Cefis nel ’72, non sia la reale ipotesi del potere capitalistico per il proprio futuro».

Il libro è Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, uscito a fine 1972 sotto pseudonimo, mentre le fotocopie potevano provenire da Turani come da Fachinelli stesso, in quanto più copie erano e sono presenti in biblioteche pubbliche milanesi. Come noto, esso era stato incettato da Cefis che lo riteneva deleterio alla sua immagine; in effetti si tratta di un libello di bassa manovalanza, poverissimo tra l’altro di scoop. Rimasto perciò inutilizzato da Turani, non si sa quale effetto abbia fatto su Pasolini, che tra le carte di Petrolio, suo ultimo romanzo progettato, infila comunque un appunto datato «16 ottobre 1974»: «inserire i discorsi di Cefis, i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito». La perfetta contemporaneità tra l’appunto e la stesura dell’articolo su «Tempo» chiarisce che i discorsi sono i due lì citati, mentre la chiusa dell’articolo motiva la centralità che nel suo romanzo Pasolini intendeva dare a Cefis come fautore di un nuovo fascismo – in una parola, come golpista.

Tutto ciò confluisce nel celeberrimo Che cos’è questo golpe?, uscito sul «Corriere» del 14 novembre: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che [] rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. [] Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. [] Un intellettuale potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. [] Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi».

Col che siamo tornati al punto di partenza, a quello iato tra «corruzione» e «innocenza» su cui Fachinelli nella sua prima lettera civilmente obiettava, socchiudendo una porta che tenne aperta fino a novembre, quando sul n. 17 dell’«Erba voglio» annunciava l’avvio di una collana di «libretti». Finché il primo dicembre 1974 scrive a Pasolini: «mi sono stancato di continuare a telefonarle e sentirmi rispondere che la nota su Cefis era rimandata. Ne ho dedotto che per qualche ragione la cosa non le andava», chiudendo definitivamente con: «Le sarei molto grato se potesse farmi avere il materiale fotocopiato che le ho spedito».

Il materiale, come le lettere, giace tuttora nel Fondo Pasolini all’Archivio Viesseux.

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Il dialogo mancato ebbe un epilogo tre mesi dopo la morte di Pasolini, quando sull’«Espresso» del 15 febbraio 1976 Fachinelli commentò l’appena uscito Salò o le 120 giornate di Sodoma trasformando l’accenno iniziale alla «futilità distruttiva» in una diagnosi: «si tratta ancora di sadismo? O non piuttosto di qualcosa che, nell’apparente omogeneità dei comportamenti, se ne differenzia radicalmente e procede verso qualcosa d’altro, molto più rozzo e immediatamente distruttivo? La chiave della risposta è contenuta nello stesso film di Pasolini: ciò che manca è la rapina del godimento; e questa manca perché la legge a cui si raffronta è semplicemente un’ombra caricaturale e smorta di quella che fu; come un registro di notai o ragionieri si differenzia dal tesoro degli editti. Allora ciò che ancora si chiama, per inerzia, sadismo, è semplicemente sregolazione burocratica, impiegatizia, della morte. Non si uccidono più anime, cerimonialmente, per sottrarle all’immortalità dell’inferno; si manovrano e si aprono confusamente corpi come pacchi postali».

Elvio Fachinelli, Al cuore delle cose

Elvio Fachinelli, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989), a cura di Dario Borso

Quelli raccolti in Al cuore delle cose sono la quasi totalità dei testi di tenore variamente politico consegnati dallo psicanalista Elvio Fachinelli (1928-1989) alla carta stampata (quotidiani, settimanali, riviste): di questi sessanta testi (dall’articolo al saggio, dal diario alla conferenza) cinquanta erano praticamente introvabili, mentre i restanti dieci sono comparsi in antologie ormai non più in commercio. Rivolta studentesca, lotte operaie, speranze e accelerazioni negli anni Sessanta; terrorismo, derive autoritarie, progetti di autonomia, delusioni e tracolli nei Settanta; riflusso edonistico, innovazioni tecnologiche e nuove forme di sopravvivenza negli Ottanta: questi fondamentalmente i temi trattati, con un approccio per chiavi e spie assolutamente inedite, per brevi rilievi sismografici che segnalano una realtà in continuo movimento. Non quindi storia, e men che meno enciclopedia – piuttosto un mosaico formato dallo sguardo obliquo di uno straordinario psicanalista. Che della psicanalisi e di Sigmund Freud ha adottato la capacità di cogliere i particolari illuminanti, gli imprestiti delle esperienze altrui, le persistenze di uno stile nell’alternarsi dei periodi. Tre decenni, appunto, che nella sua attività «giornalistica», col senno di poi ma la curiosità del momento, sezionò e ricompose, in una versione lieta e spietata del carpe diem.

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Elvio Fachinelli, il dissidente

fachinelliEsce in questi giorni da DeriveApprodi un libro molto atteso, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989) di Elvio Fachinelli (255 pp., € 18), che ci restituisce la parte sinora oscurata di un’opera che per il resto è giustamente celebrata, a livello editoriale, da marchi come Adelphi e Feltrinelli. L’infaticabile Dario Borso ha rintracciato sessantuno testi dispersi, per lo più brevi o brevissimi, che Fachinelli andò pubblicando in quegli anni sulle sedi più diverse: dalle riviste di politica e cultura alle quali collaborò (Quaderni piacentini, Quindici, anche la prima alfabeta: con la relazione al convegno milanese ispirato nel 1984 al libro omonimo di George Orwell, Le vivenze, uscita sul numero di dicembre dello stesso anno) oltre ovviamente quella che fondò (L’erba voglio, uscita dal 1971 al ’77: quando venne chiusa, dopo la pubblicazione del numero 29-30 – e una perquisizione di polizia), ai settimanali e ai quotidiani: L’Espresso, la Repubblica, il Corriere della Sera (sembra un altro secolo, e in effetti lo era; era, però, appena trent’anni fa).

Si compone attraverso questi tasselli una specie di mosaico dunque, più che un affresco, della realtà psichica italiana (e non solo). Come scrive Borso nella sua prefazione, «il paziente suo più complicato fu l’Italia, e il trattamento più lungo fu della realtà italiana»: un trattamento che procedeva «per chiavi e spie assolutamente inedite, per brevi rilievi sismografici che segnalano pur senza spiegarla (senza risposta cioè) una realtà in continuo movimento, ossia un sommovimento».

Sono raccolti nel volume anche testi di grande momento teorico, nuclei di libri a venire, come Estasi metropolitane? (relazione a un convegno milanese sulla velocità, nel 1988, che l’anno seguente darà vita a La mente estatica, ultimo suo libro licenziato e secondo a venire pubblicato da Adelphi, dopo Claustrofilia nell’83); ma proprio per la natura frammentaria cui si accennava, di questo lavoro di Fachinelli, si preferisce presentare il volume – ringraziando l’editore per l’autorizzazione – riproducendo due interviste fattegli dai principali settimanali generalisti della nostra stampa, e che danno conto del suo atteggiamento su due momenti climaterici di quel «sommovimento». Quella sul Sessantotto (uscita su «Panorama» il 31 gennaio 1988, poi ripresa nel volume Intorno al ’68, pubblicato a cura di Marco Conci e Francesco Marchioro, Massari 1998) è a posteriori; quella sui controversi fatti consumatisi al festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano, invece, a caldo (uscita su «L’Espresso» l’11 luglio 1976).

Si nota come mentre Fachinelli eviti di accodarsi alle liquidazioni revisionistiche (e, più insidiosamente, auto-revisionistiche) del tempo di dopo, quando queste cominciavano a farsi senso comune (e anzi ci tenga a rivendicare un concetto, quello di «desiderio dissidente», che lui stesso aveva introdotto col saggio omonimo – a sua volta raccolto in questo volume – pubblicato su «Quaderni piacentini» nel febbraio del ’68, poi incluso nel suo Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974 e Adelphi 2010), invece nel tempo dell’adesso, quando non era certo esercizio comune (e in ogni caso non conveniva), non mancava d’indicare alcune delle contraddizioni, e delle aporie, che al «sommovimento» non consentiranno di farsi «rivoluzione». Se non «fallita», come sintetizza lui stesso nell’88. Ovvero, come aggiunge (ma l’intervistatore non raccoglie), «premessa a quella futura».

A.C.

Il Sessantotto

Quali sono stati gli elementi che hanno convinto uno psicanalista freudiano a lasciare il suo studio per immergersi nel ’68?

I primi segnali risalgono a prima del fatidico ’68. Già da qualche anno seguivo i mutamenti dei giovani americani e cominciavo a intravedere qualcosa. Poi, nel ’67, un libro illuminante, Lettera a una professoressa di don Milani: vi ho trovato un richiamo all’uguaglianza delle condizioni e una prima denuncia delle deficienze dell’istituzione scolastica. Alla fine di quello stesso anno mi sono trovato con amici alla manifestazione di Palazzo Campana, all’Università di Torino. Sono rimasto colpito dall’acutezza della contestazione e dalla risposta dei professori: alcuni (pochi) riuscivano almeno ad ascoltare, gli altri (i più) sembravano statue di sale. Contemporaneamente leggevo i primissimi documenti della Cattolica e della Statale di Milano. Era la fase del puro antiautoritarismo, un fenomeno affascinante per uno psicanalista.

Ne ha tentato subito un’analisi?

Sì, partendo dal cartello di protesta più diffuso: «Lotta alla repressione». Dal momento che era un giovane o un adolescente a portare quel cartello, la repressione rimandava immediatamente al problema dell’autorità paterna e la tentazione era quella di cominciare a disquisire sul complesso di Edipo.

E invece?

L’esperienza ci stava rivelando che il conflitto con la figura paterna nei soggetti in analisi era spesso in secondo piano, mentre il problema dell’autorità e del potere si poneva in modo più perentorio e angoscioso.

Vuol dire che da un punto di vista psicologico i bersagli dell’appello contro la repressione erano altri?

Sì, e a prima vista potrebbero sembrare tutti quei personaggi che cominciavano a mostrare la loro vuota essenza autoritaria: uomini che si dicevano di ferro perché erano fatti di cartone, uomini che parlavano più forte degli altri con una voce che non era la loro, uomini che dal vuoto atterrito dei loro palazzi senza finestre minacciavano la morte nucleare. Ma la protesta andava ancora più in là.

Verso che cosa?

Verso un fantasma di società che, per quei giovani, mentre prometteva una sempre più completa liberazione dal bisogno, nello stesso tempo minacciava una perdita dell’identità personale. Abbinava un’offerta di sicurezza immediata a una prospettiva inaccettabile: la perdita di sé come progetto e desiderio. Da qui è partita la dialettica del «desiderio dissidente», come l’ho chiamato nel ’68.

Come veniva messa in pratica dai gruppi del ’68?

In modo dapprima irriflesso, poi sempre più consapevole, realizzavano che ogni meta doveva essere superata nel momento stesso che veniva raggiunta, che l’essenziale non era l’oggetto del desiderio, ma lo stato del desiderio. L’appagamento del desiderio era sentito come la morte del gruppo.

Quindi a una società che offriva la soddisfazione del bisogno opponevano un deciso «non basta»…

Esatto. I gruppi diventavano così una cerniera di passaggio: trasformavano quelli che entravano a farne parte e li restituivano all’esterno come germi vitalmente pericolosi. E la loro stessa esistenza diventava fonte di contagio: pareva dimostrare che la tensione utopica così organizzata fosse la sola possibilità di negare il presente.

La psicanalisi si è accorta subito di tutto ciò?

Io scrivevo queste cose già allora, ma la frattura fra il movimento e la psicanalisi ufficiale era profonda. Bisognava percorrere nuove strade.

Sono state trovate?

Ci abbiamo provato. Nell’inverno ’67-68 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, alcuni studenti avevano organizzato un controcorso intitolato Psicoanalisi e società repressiva che intendeva utilizzare la psicanalisi come strumento per una «alternativa e verifica di ipotesi, tesi, strumenti di contestazione al sistema».

Quando fui chiamato a Trento, proposi ai partecipanti di costituirsi in «gruppo d’analisi» per sperimentare, nel gruppo stesso, le modalità di repressione e di autoritarismo che fino ad allora erano state considerate e criticate in modo ideologizzato ed esteriore.

Accettarono?

Sì, ma ci trovammo subito di fronte a un problema decisivo. L’analisi di gruppo si restringe perlopiù a sei-sette persone: è un gruppo chiuso. Ma ciò appariva contrario all’antiautoritarismo e a molti sembrava più idonea la tesi di un gruppo aperto: veniva chi voleva e quando voleva. La discussione che ne seguì fu estenuante.

E alla fine, chiuso o aperto?

Chiuso. Per un’esigenza di impegno duraturo da parte dei singoli partecipanti, per non correre il pericolo di dover fare e rifare gli stessi discorsi, per consentire la liberazione dalle inibizioni dei singoli senza la possibilità di disturbo, di derisione o di denigrazione di chi avrebbe potuto intervenire in qualità di esterno.

L’estraneo visto come pericolo?

Proprio così. C’era, come del resto nei gruppi politici, la spinta a difendere l’ideale di gruppo che sembrava continuamente minacciato da nemici. Da qui anche le inevitabili espulsioni e frammentazioni in direzione di un processo di settarizzazione.

Non poteva esserci un’alternativa?

Certo, se si fosse innescato il processo inverso, quello di accomunamento. In altre parole, l’«esercito agguerrito esterno che minaccia la setta» avrebbe potuto essere guardato come una «massa sterminata offerta alla propria comunicazione». Ma è rimasto un progetto utopico. Ogni ostacolo incontrato tendeva a far sì che il gruppo fosse tentato di abbandonare l’azione di comunicazione per rifugiarsi nella propria sicurezza interna. La setta, proprio perché setta, soltanto di rado riesce ad aprirsi. Rimane, ed è questo il suo significato, come testimonianza della rivoluzione fallita. O come promessa di quella futura.

Rivoluzione fallita. Perché?

Perché il ’68 era qualcosa di completamente diverso dall’idea vigente di rivoluzione di tipo marxista che consiste in un sommovimento delle masse, prodotto dai loro bisogni, che viene sapientemente canalizzato dal partito in direzione della presa del potere. Il desiderio dissidente era una manifestazione veramente rivoluzionaria, tanto che un anno dopo suscitò l’ondata degli operai. Ma proprio perché era così rivoluzionario finiva per porsi addirittura in un’altra logica.

Che non aveva possibilità di successo?

L’esperienza dei gruppi di Trento ci aveva già fatto intuire di no. Quello che stava succedendo aveva un grande effetto-sorpresa. La logica del desiderio, contrapposta a quella del bisogno, aveva messo improvvisamente in luce una generale mancanza di senso nella società. Scopriva che c’era un grande vuoto. E allora tutti a interrogarsi su questo vuoto, a chiedersi: «Che senso ha?».

Ed è stata trovata una risposta?

La ricerca ha innescato processi molto fecondi, ma anche angoscianti, che hanno spinto a voler chiudere troppo in fretta il vuoto, facendo ricorso a forme organizzative vecchie: i gruppi, i partiti…

la chiusura invece dell’accomunamento, la settarizzazione fino agli orrori e ai terrori degli anni successivi.

Ma il movimento non ha partorito solo questo…

Certo che no. È stata una grande esperienza che ha coinvolto profondamente gli individui, tutti, anche quelli che la rifiutavano. I nemici dei processi rivoluzionari dovrebbero capire che il messaggio, per contagio, entra anche dentro di loro. Il ’68 è stato un grande innamoramento collettivo, non è servito solo per acquistare uno sguardo più consapevole sulla società, per averne, alla fine, una visione lucida e fredda. Anche se non è per caso che ex-sessantottini sono oggi brillanti agenti di Borsa o sagaci manager.

E alla psicanalisi, il ’68 che cosa ha dato?

Ha favorito il formarsi di gruppi di ricercatori più indipendenti, capaci di esplorare tecniche nuove, come le esperienze con le droghe. Ha dato spazio anche a scuole più o meno ortodosse, come la reichiana che predicava la liberazione istintuale dalle catene repressive interne. In pratica, il ’68 ha influito anche sugli studiosi della psiche e del cervello.

Perché un fenomeno così epidemico, che si è esteso da un continente all’altro con velocità fulminea contagiando in diagonale tutti gli strati sociali, è scoppiato proprio nel ’68?

Abbiamo detto che era un momento in cui la società tendeva a soddisfare i bisogni, anche quello di informazione. Stava nascendo la società dei mass media che diffondeva immagini e notizie. I fermenti americani e la rivoluzione culturale cinese, per esempio, erano «notizie» che arrivavano ovunque attraverso i giornali e la televisione. Ecco: il contagio del ’68 è stato trasmesso e moltiplicato dai media.

Dentro il vulcano

Circola voce che lei è stato per quattro giorni di seguito al Parco Lambro.

Naturalmente è un’esagerazione. Ci sono stato però molto più tempo di tanti che, dopo una passeggiatina dopo cena, oppure anche senza esserci stati, hanno rapidamente liquidato tutta la storia, sui giornali, per radio, sì, anche attraverso le radio libere.

Quindi, secondo lei non si è detta la verità?

Si è detto qualcosa di molto parziale e in questo senso si è provocata una distorsione.

Cioè, per lei l’alternativa, l’alternativa di cui parlavano i manifesti, c’è stata?

Ma non è assolutamente questo il problema. Di alternativa non ho visto neanche l’ombra, è come chiedere se un pezzo di periferia urbana, mettiamo Quarto Oggiaro, trasferito al Parco Lambro costituisce un’alternativa. Messo dentro il Parco Lambro, compresso, ristretto, inchiodato, Quarto Oggiaro resta Quarto Oggiaro.

In che senso quindi il festival può interessarla?

Beh, era proprio come stare dentro il magma su cui si costruisce tutta la nostra cultura… o «contro cui» si costruisce. Mi sentivo tirato e scottato in tutte le direzioni. La cosa più sgradevole era l’aspetto kolossal, per esempio i due-trecento nudi che a un certo punto hanno invaso la valletta, dopo la pioggia, e c’era la nebbia; non erano affatto erotici, come volevano essere, erano terribili; mentre giravano in cerchio con le ragazze a cavalcioni mi sono venute in mente le foto dei lager, le illustrazioni di Gustave Doré. E poi ci sono stati anche, sia pure soffocati dal resto, momenti gradevoli, nel senso diciamo così dei «minimali». Certi ritmi, certe percussioni casalinghe, dopo il temporale. La cosa più curiosa che mi è capitata è stato vedere arrivare, durante un pomeriggio di afa spaventosa, nel mezzo del prato dove stavo con altri, una scimmietta. Ci aveva visto succhiare dei ghiaccioli e veniva a chiedere di poter anche lei partecipare. E si è messa a leccare il suo ghiacciolo proprio come un nostro fratello, con una visibile paura che qualcuno glielo portasse via. Una paura non infondata!

Ma della violenza che cosa dice?

Certo, c’era. Sia spontanea, legata alle straordinarie delusioni che si sono venute creando, sia premeditata. Proprio come a Quarto Oggiaro. La cosa più notevole è stato vedere i tentativi di unificazione che la massa effettuava continuamente, e perlopiù invano. Voglio dire che i cinquanta-centomila presenti cercavano continuamente di superare lo stato di frammentazione avvilita in cui si trovavano, e l’unica via per arrivarci era la musica, i suoni, il ritmo, e anche, ma sì, le luci del palcoscenico. Era una ricerca straordinariamente intensa, e mi è parso di capire questo stato di infelicità propriamente italiana, in cui ci sono le masse e non c’è più nessuna musica di massa, nessuna musica sentita e comunicata da tutti. Come stare a San Paolo del Brasile senza mai il carnevale. Qui non serve la comunicazione scritta: non servono nemmeno le immagini. E di qui l’importanza di quelle componenti musicali di origine meridionale (i Napoli Centrale, Tony Esposito ecc.), che consentono a molti come di rievocare un ricordo morto e che forse potrebbero essere l’inizio di una cultura e comunicazione unificante, vera, l’unica possibile. Tutti i libri, tutti i film, qui non servono a niente.

alfadomenica #4 febbraio 2016

Elvio Fachinelli + Fabio Orecchini + Semaforo

Elvio Fachinelli, il dissidenteEsce in questi giorni da DeriveApprodi un libro molto atteso, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989) di Elvio Fachinelli (255 pp., € 18), che ci restituisce la parte sinora oscurata di un’opera che per il resto è giustamente celebrata, a livello editoriale, da marchi come Adelphi e Feltrinelli. L’infaticabile Dario Borso ha rintracciato sessantuno testi dispersi, per lo più brevi o brevissimi, che Fachinelli andò pubblicando in quegli anni sulle sedi più diverse. Leggi >

Una poesia 11: Fabio Orecchini - Realizza opere che attraversano diversi ambiti e media artistici (poesia visiva, installazioni, performance, video) rivolgendo la sua attenzione alle dinamiche linguistiche e culturali di incorporazione e controllo dell'immaginario. niente sento niente sento niente / se non te che dentro sei sepolto. Leggi >

Semaforo; Consapevolezza 1 - Consapevolezza 2 - Anche solo sollevare la questione della consapevolezza animale era sufficiente un tempo per rovinare potenzialmente una carriera. Leggi >

 

 

alfadomenica novembre #2

HEATH sulla SOVRADIAGNOSI - MELANDRI su FACHINELLI - COLUCCI e MORELLI su GADDA - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta

SOVRADIAGNOSI: QUANDO LE BUONE INTENZIONI INCONTRANO GLI INTERESSI COSTITUITI
Iona Heath

Sostenuti dalle reti degli imperativi finanziari e dai conflitti di interesse, la sovradiagnosi ed il sovratrattamento hanno pervaso la medicina contemporanea ad un livello preoccupante e sono oggi profondamente radicati nei sistemi sanitari in tutto il mondo. Essi hanno permeato ed inquinato l’industria farmaceutica e quella delle tecnologie mediche, gli organi normativi, la pratica clinica, i sistemi di pagamento, l’elaborazione delle linee guida ed i sistemi sanitari nazionali. Sono la causa di un quantitativo sorprendente di sprechi e di danni.
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L'ATTUALITÀ INATTUALE DI ELVIO FACHINELLI
Lea Melandri

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico.
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GADDA E I MODI ALTRUI
Dalila Colucci

Editi a un anno di distanza, nonché diversi per vocazione strutturale (miscellanea l’una, monografica l’altra), tali volumi possono pensarsi come un dittico, i cui apporti complementari ricostruiscono appunto lo spettro della caleidoscopica autodefinizione di Gadda per immagini e modi altrui, osservata attraverso la specola d’eccezione del Pasticciaccio. A partire da quest’ultimo, le pagine di Un meraviglioso ordegno e della Galleria interiore dell’ingegnere restituiscono un’esperienza estetica molteplice.
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GADDUS, IL GIGANTE
Paolo Morelli

Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Giorgio Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CRISI - PARADISO - SCHIAVITÙ
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LA RICETTA di Alberto Capatti
Il panino: L’autore è Luigi Veronelli cui da fine gennaio 2015 sarà dedicata la mostra Camminare la terra nella Triennale di Milano.
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L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli

Lea Melandri

Pubblichiamo un estratto da L'attualità inattuale di Elvio Fachinelli (ipocpress, 2014). Il libro, a cura di Lea Melandri, riunisce saggi di Ambrogio Cozzi, Fabio Fiorelli, Manuela Fraire, Nicole Janigro, Romano Màdera, Lea Melandri, Antonio Prete, Antonello Sciacchitano.

Una delle ragioni dell’oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell’originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall’inizio “prospettive impensate” alla “tragica necessità del dualismo”. Convinto che l’“insubordinazione”, la “rottura pratica delle regole imposte” fosse “il cuore di ogni politica”, Fachinelli non poteva ignorare gli effetti rovinosi della dialettica che ha spinto gran parte della specie a ricorrere a dicotomie astratte e a mantenerle in vita una volta esaurito il loro valore simbolico. La scoperta dei “nessi” che ci sono sempre stati tra un polo e l’altro – la sostanziale inscindibilità del soggetto umano – delinea, fin dagli anni ’60, quello che sarà il percorso inconfondibile della sua “avventura” teorica e pratica, le “nuove strade” che veniva proponendo contemporaneamente alla psicanalisi e all’agire politico. (…)

Sul rapporto individuo e società, psicanalisi e politica, Fachinelli ritorna più volte negli scritti giornalistici e nelle interviste, che coprono circa un trentennio: un materiale prezioso che non può essere considerato solo un’appendice dei suoi libri. Se con la fine dei movimenti non autoritari degli anni ’70 – la rivista “L’erba voglio”, il movimento giovanile del ’77, le radio libere, ecc. – la ricerca condotta nell’ambito della relazione analitica sembra prendere il sopravvento sull’impegno politico, la lettura che Fachinelli stesso dà di questa “svolta” conferma che l’orientamento iniziale non è cambiato. Compito della psicanalisi resta la domanda “cosa sia l’uomo” – l’attenzione verso ciò che non è noto, l’inatteso, il sorprendente; il suo fallimento storico: “non essere riuscita a intervenire, se non occasionalmente, nei luoghi in cui si forma l’individuo socializzato”. (…)

Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a “passaggi meccanici”, il rimando reciproco non è quello di causa-effetto o del discorso lineare, ma dei “movimenti improvvisi”, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della “ripresa” aperta a nuove, impensate soluzioni. L’esigenza antropologica che porterà Fachinelli negli anni ’80 ad esplorare strati percettivi e cognitivi della mente tenuti ai margini, disconosciuti, perché sentiti come “minacciosi per l’Io ben individualizzato”, non è la rinuncia al suo precedente impegno politico ma la sua estensione.

“… sono sempre diviso tra l’interesse per ciò che mi passa accanto in un preciso momento e un uso più profondo, più personale e intenso del tempo. Vorrei dire quasi un uso solitario.” (…)

L’ “estatico”, inteso come “la possibilità di uno sguardo dilatato, una visione più ampia e più profonda di noi stessi, un’esperienza a cui partecipa tutto il corpo”, è meno distante di quanto si potrebbe pensare da quella “passione dell’uomo”, da quella “molteplicità di manifestazioni di vita umane” di cui parlava Marx, e che Fachinelli rimprovera alla tradizione marxista di non aver saputo cogliere. La “gioia massima”, che Freud aveva rifiutato sentendola come eccessiva e pericolosa, richiama non a caso la categoria del desiderio che compare negli articoli del ’68-’69, a proposito della “dissidenza giovanile” e del movimento non autoritario. (…)

La critica che Fachinelli aveva fatto alla società dei consumi negli scritti del ’68-69 parte da un presupposto analogo a quello che lo porta ad attaccare con particolare durezza tutte le istituzioni che promettono sicurezza in cambio di subordinazione, obbedienza, passività, “perdita di sé come progetto e desiderio”, non esclusa la Società di psicanalisi, “fortezza burocratica” che forma e seleziona “analisti senz’anima”, “personalità smussate, arrotondate, senza spigoli”. Contro la dipendenza, la passività attendista, che risorge come risposta all’isolamento e al senso di impotenza riattivando necessità elementari – sopravvivenza, nutrizione, calore –, il richiamo è sempre all’individuo, all’assunzione di responsabilità in prima persona, al “viaggio” che porta a ritrovare all’interno di se stessi un “patrimonio comune” di esperienze, di sogni, di risorse vitali insospettate.

Anche in quella singolare “conversazione conoscitiva” che è l’analisi, dove “c’è uno che parla il più liberamente possibile e uno che sta a sentire”, ci sono esperienze personali variamente stratificate che emergono per entrambi gli interlocutori, in modo imprevedibile, sia pure “a tempi spostati”, “per sincopi”, senza un vero dialogo. Psicanalisi e marxismo, assolutizzando l’una l’infanzia e la vita del singolo, l’altro i rapporti di produzione, hanno finito per diventare due ideologie e svuotare di senso l’unico luogo – l’intelligenza personale – da cui far ripartire ogni volta la relazione con se stessi e col mondo. Il rapporto individuo-società, tempo lineare della storia e tempo soggettivo fatto di salti e imprevisti, filo conduttore dell’inesauribile curiosità intellettuale di Fachinelli, ritorna in una trasmissione radiofonica del 1989, l’anno della sua morte. Il riferimento è a Freud e ai fenomeni collettivi, ma vi si può leggere quella che è stata la più profonda convinzione di tutta la sua ricerca. (…)

Ma se sono i libri a scavare il solco di un pensiero che si va sempre più approssimando a un’armonia col corpo e con i limiti mortali di ogni vivente, la produzione ininterrotta di scritti giornalistici e interviste che li accompagnano da prova di una sfida altrettanto sorprendente: portare le estreme regioni dell’Io a sconfinare nei territori del mondo cosiddetto “civile”, interrogare il geroglifico sociale con i “residui notturni” che ormai lo abitano indisturbati. Per uscire dalle astratte contrapposizioni dualistiche, che hanno portato la politica a separarsi sempre più dalla cultura e dalla vita, l’uomo ad accanirsi con sostituti artificiali contro la natura, non bastava far riemergere ciò che è stato escluso, valorizzare ciò che è stato rifiutato o disconosciuto. Era necessario andare all’origine della costruzione dualistica, dire perché e come ha potuto diventare una “tragica necessità”.

Pur senza affrontare direttamente la vicenda dei sessi, il posto che ha occupato storicamente la potenza virile e tutto ciò che è stato costruito in opposizione ad essa, è la polarità maschile-femminile che compare inaspettatamente a far da nesso tra la vita politica e le scoperte della pratica analitica. Sono ancora una volta due scritti che, sia pure diversi per il tema affrontato e lontani nel tempo, a portare allo scoperto la matrice sessuale della dualità: Destra e sinistra: una coppia simbolica esaurita (1981), Conversazioni sull’estasi (1989). I termini politici di “destra” e “sinistra” – ma lo stesso si può dire di tutte le dicotomie simboliche che, pur cambiando di sostanza e figura, hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia – rimandano alle definizioni opposte e complementari del maschile e del femminile, ma soprattutto mostrano chiaramente che uno dei due poli deve la sua marginalità e il suo disconoscimento a quello vincente. La “rivincita”, quando è costruita dall’interno e in analogia col modello dominante – un disvalore trasformato in valore – non può che andare incontro a uno scacco. È una delle ragioni dei tanti errori della sinistra politica, ma anche, mi verrebbe da dire, di quella parte del femminismo che ha pensato di sostituire “l’ordine simbolico della madre” a quello del padre, genealogie di un sesso a quello dell’altro. (…)

All’origine delle scissioni che conosciamo, tra corpo e pensiero, individuo e società, attività e passività, destino dell’uomo e della donna, c’è sempre l’impostazione maschile, la “potenza virile”. La minaccia di un ritorno all’originaria indistinzione col corpo materno si può pensare che abbia reso necessario per l’uomo alzare barriere, fortificare i confini di un Io incerto, fermare lo sguardo sulla sua individualizzazione e soprattutto salvaguardare la sua civiltà da ogni possibile contaminazione con il femminile. Ma quando ciò che è parso “necessario” non è più tale, lacerazioni e contrapposizioni violente possono lasciare il posto a “una visione più profonda di noi stessi”, a una “capacità di gioia” prima sconosciuta, all’intreccio di ciò che prima appariva irrimediabilmente contrapposto. (…)

Con la scoperta dell’“estatico” Fachinelli ha aperto una breccia nella “roccia basilare” di fronte a cui si era arrestato il viaggio del primo “conquistador” dell’inconscio – il rifiuto della femminilità e di tutto ciò che l’immaginario maschile vi ha deposto sopra. Ma ciò che più conta è aver visto in quella “gioia massima” che viene dal rivivere, sia pure in alcuni momenti eccezionali, la fase iniziale della vita, la possibilità che è data a tutti, uomini e donne, di prendere su di sé modi del sentire e del conoscere che sono stati finora considerati “naturalmente” femminili e in quanto tali rifiutati o privati di valore. La recettività, il dono, la cura, l’accoglimento della caducità come sorte del singolo e limite necessario di tutti i viventi, sono l’oggetto delle riflessioni accorate e lucide degli ultimi scritti giornalistici e delle ultime interviste.

Freud, Rilke e la caducità (1989), Il dono dell’imperatore (1989) parlano, indirettamente, della vicenda personale, dell’avvicinamento a una morte annunciata, ma sono non a caso anche gli scritti di massima apertura verso il mondo, la ripresa delle prospettive impensate che erano già emerse nell’ “innamoramento collettivo” del ’68, nelle “nuove istituzioni d’amore” tentate da una generazione “adolescente, indecisa, staccata o renitente rispetto alla realtà produttiva dei paesi d’occidente” (12), protagonista di una rivoluzione destinata, come il desiderio, a ripresentarsi nel futuro. (…) Per due grandi indagatori della felicità, come Freud e Fachinelli, le strade dell’individuo e della collettività, dell’inconscio e della storia, sono evidentemente inseparabili.