Una poesia 30 / Elisa Alicudi

l’uomo che fugge è solo
sulla spiaggia sembra salma
o manichino
nella corsa oltre le rocce
senza dove

l’acqua lambisce
la bocca alla gola l’acqua
disseta
il sole affoga

l’uomo sulla spiaggia
corre senza sosta:
erano le sette
il cuscino gonfiabile l’alga
tutta ripiegata

prova a ricordare:
qualcuno c’era, accanto e dietro,
poi come cispa
da un unico occhio
è precipitato
su colonie di molluschi,
grandinato in mare.

Si specchia nella pietra,
lucida e salmastra, si guarda attorno,
a pochi metri una casa vicina,
un abbaglio cancella la lingua,
e il crimine passa inosservato
sulla spiaggia del naufragio.

Il non compleanno

Salto il fosso di un lungo sonno, mi sveglio
il giorno del mio non compleanno.
Gli anni passati festeggiavo
ritagliandomi un’immagine a occhio,
questa volta farò uso dello specchio.
Salto il fosso dell’oracolo, nella quiete
la cura al mal di testa è dentro l’urna,
non muovo un muscolo.
Spolvero un’immagine spoglia
dicano pure che il cartone è un lago.
Salto il fosso delle stagioni, mi perdo
in reticoli che non riconosco,
è lontano il paesaggio riflesso
ma le alghe sostengono, potrei galleggiare
potrei farlo poi esco.

Elisa Alicudi collabora alle attività del gruppo sparjurij e alle sue propaggini editoriali, come la rivista letteraria "Atti Impuri" (sia cartacea che online www.attimpuri.it ). Ha partecipato a Slam e letture in giro per l'Italia. Suoi testi sono apparsi su alcuni blog letterari, nell'antologia Paesaggio 013, a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri Mobili, Bari, 2012) e sulla rivista "Smerilliana" n. 17. Si è occupata di poesia russa del Novecento. Vive a Torino.

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Alfadomenica # 1 – giugno 2017

fibraottica2Breve aggiornamento domenicale: sono ora visibili online alcuni stralci del seminario Verità alternative: filosofia / immagini / media / politica che Alfabeta2 ha organizzato a Roma il 25 giugno scorso. Per seguire invece gli interventi dei partecipanti (Mario De Caro, Ida Dominijanni, Andrea Grignolio, Vincenzo Piscitelli e Fabrizio Tonello) nel loro complesso è necessario invece accedere dal Cantiere, il forum riservato agli iscritti all'Associazione Alfabeta. E ancora a proposito del Cantiere, in questi giorni stiamo avviando per i soci una nuova iniziativa: un gruppo di lettura - sempre via internet - a partire dal recente libro di Marco d'Eramo Il selfie del mondo. Vi aspettiamo!

Quanto al nostro settimanale Alfadomenica, ecco cosa trovate oggi:

  • Paolo Carradori, Un estremista del suono. Riflessioni sul vol. 7 della Giacinto Scelsi Collection: È singolare, quanto costante dato significativo, che per ogni uscita discografica della Giacinto Scelsi Collection – per Stradivarius con la collaborazione della Fondazione Isabella Scelsi - l’emozione, la riflessione sia in fondo sempre la stessa: questa è la migliore, la più bella. Non fa eccezione la settima uscita che raccoglie lavori per pianoforte e violino. E molte altre meraviglie ci aspettano ancora. L’ultimo volume di questa imperdibile collezione monografica arricchisce, amplifica un periodo dove l’interesse verso Giacinto Scelsi (1905-1988) è in sicura ascesa anche nel nostro paese - Leggi>
  • Cecilia Guida, Territori di confine, il romanzo come variazione dell'opera d'arte: Si fatica a definire Artisti di carta di Roberto Pinto semplicemente come saggio poiché il libro si colloca nelle gradazioni cromatiche dei “territori di confine” tra arte e letteratura. Non si parla qui di universi paralleli ma di sconfinamenti tra l'ambito testuale e quello visivo giungendo a un punto di contatto estremo tra due discipline, tra realtà e invenzione, tra rappresentazioni visuali e verbali. L'argomento del libro non sono i pittori che scrivono o gli scrittori che dipingono ma sono gli artisti e le opere d'arte “inventati” dagli scrittori contemporanei.  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Tonnato, stonato, intonato, tonné: Piatto estivo, un tempo servito il giorno seguente alla sua preparazione, elegante e controverso. Cotta e tagliata a fette la carne – un chilo di polpa di vitello – Pellegrino Artusi (1891) la ricopriva con la seguente salsa : “Pestate grammi 100 di tonno sott’olio e due acciughe..."  - Leggi:>
  • Una poesia 30 / Elisa Alicudi: l’uomo che fugge è solo / sulla spiaggia sembra salma / o manichino / nella corsa oltre le rocce / senza dove  - Leggi:>
  • Semaforo: Falsi - Fitness - Robot - Leggi:>

Il siluro coi baffi

Nina Sadur

Tra qualche giorno i bambini saranno cresciuti,
inizieranno a picchiarmi, ad angosciarmi.”
A. Denisenko

«Сhe diamine!» si offese bonariamente lei.
Uno-due!
Batteva con fermezza il manico del coltello. Gli usciva un suono d’ossa dalla testa.
«Perché non dormi?» lo rimproverava, abbassava verso di lui la fronte sporgente, spargeva aria fresca come i dottori. Con un camice bianco indosso non somigliava ad una venditrice. Piuttosto a un’infermiera.
Lei, giovane, si era involontariamente diretta verso di lui, pure giovane, erano state le sue mani a sceglierlo, a sfiorarlo. Per simpatia verso i coetanei, per una segreta unione di gioventù che non sopporta la vecchiaia, neanche il contatto sostiene, celandosi nella frescura del camice frusciante.
Il pesce siluro si dimenava sulla bilancia. Capiva che queste mani dalle dita spinose lo accarezzavano, lo lisciavano, cercavano di calmarlo. Ma dentro sentiva male, nel sangue pallido non nostro, in quel posto dove le creature con i baffi non hanno anima, in particolare quelle acquatiche, lì, sopra lo stomaco, tra le cartilagini, faceva male: intuiva che sarebbe stato spedito da qualche parte solo soletto, il siluro con i baffi se ne sarebbe andato non per volontà sua. Mentre l’amica del momento se la sarebbe svignata, lo avrebbe tradito dopo tutte quelle carezze di conforto, avrebbe gridato forte, come un rapace, e l’avrebbe trafitto. E subito tutti si sarebbero curvati su di lui, allo stesso modo in cui si erano piegati sul lago dall’alto, apparsi come sagome di volti da una luce livida, violenta, mentre lui aveva ricambiato sguardi di creatura abissaledalla melma, da un’oscurità sonnolenta e piacevole. Erano stati alla pari, loro e lui, tutti vivi, e con curiosità si erano studiati a vicenda. Poi era successo qualcosa e ora si dibatteva e sussultava, poiché nella noia mortale aveva capito che loro vivevano a gran velocità, e a quel ritmo lui, grasso e pensoso, sarebbe morto, senza riuscire a star loro dietro. Per questo doveva dibattersi con tutte le forze, allora forse sarebbe potuto sprofondare nella fresca oscurità del suo mondo subacqueo, lontano dalla loro luce rozza.

Il siluro si dimenava con forza. Scivolando dalla bilancia, faceva impazzire l’ago, non voleva essere pesato. La fila era perplessa, è cibo questo?
Il siluro era maschio. La venditrice era una donna. Con le mani a conca, in modo delicato ma risoluto, lo stringeva per i fianchi, venne pervaso da un caldo insolito, piuttosto piacevole, per un attimo si fermò in ascolto e lei piegò verso di lui il viso indistinto, luminoso, bisbigliava affinché non si agitasse e si lasciasse pesare. Lei pensava, Se sarò gentile, si lascerà incantare e sottomettere. Le dita gelide e curate scivolavano, premevano il fianco. “Dai, ecco ora!” Giovane, agile, non così bianco sul ventre come gli altri siluri, sdraiati, pronti a morire, le era simpatico perché lottava, si ribellava, combatteva per sé.
E quando, avendolo sopraffatto, lo avvolse nella carta, si sentì delusa, smise di parlargli, era pronto per essere cucinato.
La fila si era ricomposta, voleva al più presto dimenticare l’animale inquieto.
Ma d’un tratto un giovane camionista dall’ossatura robusta cominciò a innervosirsi. Devo portare un grosso carico oltre gli Urali. Mi toccheranno due notti in bianco nella spietata oscurità della solitudine. “Tieni duro, autista, fatti coraggio, sei fratello del vento e del sole”, il camion si guasta, mi metto ad aspettare l’aiuto del collega: ci incliniamo in due sotto il muso caldo del motore, a cercare il guasto….Ma ora che fiuta la mia disgrazia, ora che si fa vivo per quella strada deserta. Posso anche urlare. Solo la radio mormora, mentre ti accendi un fuocherello. Te la cavi da solo, riparti, corri per catena degli Urali. Ma gli Urali, gente, sono la cosa più tremenda che esiste, lì fuoriescono fluidi speciali dalla terra, dalle faglie per farti dannare, patire e precipitare, sfinito, col muso dritto sulla roccia ruvida degli Urali. Io lì spremo fino ai duecento. Dalle ruote escono scintille. Comunque arrivo, in lacrime.
«Se lo tengo in cabina morirà?»
«Macché, il siluro striscia, quando lo stagno si secca. Resiste quasi dieci ore fuori dall’acqua, si immobilizza nella sua pelle, si chiude in sé. Penserà alla sua acqua.»

«Devo attraversare gli Urali. Ce la farà, lo metterò in cabina. Mi terrà compagnia durante il viaggio, nel buio. Saltano fuori certi pensieri, neanche credi che è la tua testa a farli. Respiri profondo, tutt’intorno c’è una notte alta, è come se non ci fosse mai stata anima viva, solo la radio mormora che c’è; non ci credo, guido con il petto al volante, il vento contrario vuole spazzarci via, vuole affondarci nell’oscurità, ma non ci arrendiamo: io e il volante, trivelliamo veloci il buio denso; affogare… in questa cosa più densa dell’acqua, non possiamo nell’acqua, respiriamo aria; il mio amico, amico caro, Siluro Ivanovič, il mio compagno, cugino e nipote, lo porto in viaggio per fargli vedere Mosca. Si chiude nel suo guscio e dice “Paša, vecchio mio, torniamocene a casa, oltre gli Urali! Mi iscriverò all’istituto tecnico, metterò la testa a posto dopo il militare, tra dieci minuti qui sarò già morto, non si respira! Questa terra nera di Mosca ti fa cacciare solo lacrime”. Inizia a stare proprio male, respira a stento, bisogna fare in tempo. Speriamo che non si guasta per strada…»
È quel che andava dicendo il siberiano, mentre scrutava timidamente i siluri in cerca di quello che, incontrato il suo guardo, avrebbe fatto un cenno furtivo a voler dire Andiamo, portami con te in cabina. Oltre gli Urali.

Un ragazzo gironzolava tra la fila giusto per curiosare. Il bancone del pesce lo attirava per i suoi alimenti vivi, mentre quelli dei restanti banconi non si muovevano. Passava il tempo a osservare, senza comprare nulla, storcendo la bocca rossa con ironia. Avrebbe tenuto ancora d’occhio il giovane camionista, il siberiano rozzo dagli zigomi sporgenti, se non che una giovane donna con la pelliccia nuova stava portando via il siluro (quello avvolto nella carta). Il ragazzo moriva dalla voglia di sapere che ne sarebbe stato del pesce e uscì di corsa dal negozio, non senza ghignare in faccia alla gente in coda.
Si avvicinò da un lato scricchiolando e con un respiro cremisi bruciò la guancia della sconosciuta. Quella non se ne accorse, così lui si fece avanti:
«Ha qualcosa che si muove nella borsa!»
La donna si rallegrò dell’interessamento e gli raccontò tutto, carezzando il viso stretto del ragazzo coi suoi occhi setosi.
«È un pesce; si addormenterà prima che arrivi a casa. Lo cuocerò al forno.»
Il ragazzo, affrettando un poco il passo, disse che si chiamava Arkadij, che il pesce non si sarebbe addormentato e che l’avrebbe aiutata a ucciderlo. La donna, da parte sua, gli rispose che si chiamava Svetlana e che accettava l’aiuto di un aguzzino. Gli chiese se avesse altre cose da fare, lui disse che sì, le aveva, ma le avrebbe rimandate.

Allora lei fu presa dall’agitazione. Fece un lungo respiro, lo pregò di non accompagnarla, e da ultimo pose un secco rifiuto. Il ragazzo invece le strappò la borsa di mano sostenendo che fosse una faccenda personale, che una promessa è una promessa, non si rimangia la parola data. Per timore che il siluro si addormentasse la scosse lungo tutto il percorso. All’interno non si percepiva alcun movimento.
Un’unica volta si fermarono su una panchina a riposare, Arkadij mise intenzionalmente la borsa fra loro. Osservavano lo scompiglio dei rami: l’acqua nera e baluginante dello stagno li rendeva inquieti. All’interno qualcuno si nascondeva, fiutando l’odore acre dell’acqua ferma…
se si scordassero della borsa ora, se si perdessero in chiacchiere, corteggiandosi, ridendo impacciati, scherzando. Se fuggissero per sempre. In un caffè.

La borsa era aperta e il siluro avrebbe potuto divincolarsi dalla carta, mettere fuori il muso rincagnato, agitare i baffi tremanti e lasciarsi cadere da un lato, rovesciandola con tutto il peso del corpo. Avrebbe strisciato, graffiando il ventre bianco sul vetro e sui rifiuti dei viottoli in pendenza, fino a oltrepassare il bordo. Si sarebbe inabissato, giù nel fondo, ferendosi sull’orlo arrugginito della latta che spuntava dalla melma, lui stesso si sarebbe sepolto nel fango. Prima di tutto bisognava riposare bene, muovendo i baffi sotto il flusso di rapide folate, e dimenticare per sempre il terrore mortale dell’aria-luce. Insostenibile.
Non sedettero a lungo. Arrivarono al secondo piano di un palazzo scuro. Nel cortile umido e maleodorante il cuore del ragazzo batteva forte da far male. Poi Svetlana Jurevna aprì la porta ed entrò in cucina, dove la luce era già accesa. La finestra era spalancata e l’odore familiare di acqua nera penetrava all’interno, benché lo stagno fosse alquanto lontano. Quell’odore innervosì il ragazzo, che non osava però dire che chiudessero la finestra.

Dalle viscere dell’appartamento emerse un uomo con la testa oleosa e il viso bianco, quasi mostrasse i sintomi di un’idropisia. Indossava pantaloni larghi sportivi e un maglione pallido con i bottoni. Strizzò gli occhi, come accecato dalla luce.
Il ragazzo si chiuse a riccio, cominciò a parlare di filosofia animatamente, che all’Università di Mosca non si sarebbe iscritto per principio, per non guastare il suo modo di pensare. L’uomo si sentì disorientato, era un semplice capo cantiere. Accarezzava timidamente la schiena della moglie, come si accarezzano i lividi, e rivolgeva sorrisi tremanti al giovane. Lui invece notò che la moglie graziosa dell’annegato era un poco strabica e per questo aveva uno sguardo sfuggente e setoso. Il ragazzo torceva il viso sottile in una beffa indistinta, fissava un punto sopra le loro teste e il suo mento quasi non si muoveva. Mentre il siluro, tolto dalla carta, sballottava sul tavolo. Dalla finestra soffiava fino a lui l’odore dell’acqua.

Poi quando l’eccitazione dell’incontro terminò e tutti gli si avvicinarono, tremò così forte che il piattino cadde e si ruppe.
Non sapevano cosa fare. Vacillavano a una certa distanza dal tavolo. Il siluro durava, non voleva morire. Tentavano di penetrarlo, il coltello scivolava, i muscoli si torcevano convulsi, respingevano la lama. Allora il ragazzo chiese un ferro da maglia per infilzarlo nel centro nervoso (tempo addietro aveva fatto l’inserviente in ospedale). Pensò all’odore dell’acqua, che rianimava la creatura, ma di nuovo non osò chiedere che venisse chiusa la finestra.
Il ferro scivolava. A quel punto lo compresse contro il petto. Gli riuscì: l’ago di metallo, affilato alle due estremità, penetrò. Lo scopo era cacciarlo nella carne. Gli riuscì. L’ago affondò nel petto e nel siluro. Nel siluro per sempre, mentre a me non per molto. Il pesce mandò un grido, espirò e si fece flaccido, io invece rimasi zitto.
Lo sventrarono, lo pulirono, mi allontanai di soppiatto, come per andare in bagno, e d’un tratto mi ci trovai di fronte. Lì allo specchio (senza toccare i bei flaconi impolverati) alzai il maglione e passai la saliva sulla ferita.

Il siluro era buono nel suo sugo. Era buono l’unto nella leccarda, la carne grassa si scioglieva come un impasto. Mangiammo a sazietà. Il siluro si ciba di carogne e vive trecento anni.
«Mia madre era pazza» se ne uscì lui, satollo, le labbra rosse che gli luccicavano.
«Mi diceva che le persone superano in lunghezza la loro vita. Non dopo la morte, ma ora, quando uno è vivo, è più lungo della sua stessa vita. Come ad esempio il vento in una steppa remota supera il tempo, che rattrappito ticchetta nella scatola metallica dell’orologio marca “Slava”. Diceva di ricordarsi di me bambino, con i calzoncini di flanella, e della sua gioventù spensierata passata sui libri delle biblioteche. Col tempo ci siamo divisi. “Mi sono imbruttita, ingrassata, non ho tutte le rotelle a posto, si frantumavano le stoviglie, adoro le aringhe, la marmellata, a te che sei giovane, insaziato, ti faccio schifo. Ti vergogni, mi nascondi dietro la porta quando arrivano i tuoi amici” ».

«Non volevo che mi toccasse. Ero triste che non facevo più l’inserviente in ospedale. Mangiavamo uno schifo. Avevamo la pensione d’invalidità, accantonavo e consegnavo i vuoti delle bottiglie. Poi si è dimenticata che ero figlio suo, borbottava, guardava fisso davanti a lei, gli occhi pallidi brillavano, parlando sempre con quello. È morta in ospedale, l’ho lasciata all’obitorio, non avevo soldi per seppellirla.»
Il ragazzo si fece scuro in volto. Calò la sera. Marito e moglie si strinsero l’uno all’altro.
La carcassa del siluro luccicava nella leccarda unta. Fuori una donna canticchiava. I tre la ascoltarono sorpresi. La neve aldilà delle finestre respingeva le tenebre, brillava a tratti di un color lillà. La coppia rivolgeva sguardi interrogativi al ragazzo. Il marito tossì e chiese falsamente: «Sveta cara, non è forse ora che vai a letto?»

Lei non si azzardò a rispondere. Ma lui non se ne andava, accumulava rabbia dentro. La ferita nel petto non si era rimarginata, si appiccicava al maglione. Finalmente si decise, si alzò in silenzio e s’avviò senza voltarsi. Nessuno volle accompagnarlo. Uscendo, non chiuse la porta, perché gli spifferi che venivano da questa si scontrassero col vento della finestra in cucina, rimasta ancora aperta.
In strada si voltò, alzò la testa per ghignare con le sue labbra rosse ai loro vetri ciechi.
Un vento fresco e piacevole mitigava il calore delle sue guance.

Nina Sadur nasce nel 1950 a Novosibirsk, in Siberia. Si trasferisce a Mosca per conseguire gli studi e nel 1983 si diploma in arte drammatica. Le sue pièce non vengono subito accolte e per un periodo Sadur si guadagna da vivere facendo le pulizie in teatro. Il successo arriva con l’opera Una donna strana (Čudnaja baba, 1981) che la consacra come una delle drammaturghe più importanti del nuovo teatro russo. Tra i suoi lavori teatrali principali l’adattamento del racconto gogoliano Vij. Parallelamente alla scrittura teatrale Sadur si dedica alla prosa e al racconto breve, pubblicando sette libri, tra cui una raccolta di racconti erotici, che consolidano il suo percorso creativo. Molto apprezzata all’estero è stata tradotta in Germania, Svezia, Giappone e Gran Bretagna. In Italia Il siluro con i baffi è uscito in “Atti Impuri”, vol. 2, come parte del dossier dedicato alla letteratura russa contemporanea.

 A cura di Elisa Alicudi

Monologo monumentale 3 – Marina Cvetaeva

Elisa Alicudi

Non importa che mi abbiano eretto solo ora, il tempo ha raggiunto il suo scopo. La Storia ha figliato corpi morti di un passato che attecchisce come l’erica ed è tornata solida. Se sono un poeta senza storia, come ho chiamato Lermontov, non potrei dirlo. Ma ho attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. È sbagliato immaginarmi con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. O se vi piace, potete immaginarmi come una macchia luminosa, un asterisco, un punto a croce. Se mi avessero chiesto consiglio, avrei esposto il mio punto di vista, invece hanno fatto da loro, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il mio corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che rotola su di me come il macigno di Sisifo. Quando incontrerete il mio monumento, il monumento del poeta Marina Cvetaeva, fate un lungo respiro e immaginate che tutta quella gravità si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e piroette di un valzer. Il colore della rosa o delle margherite si incolli agli occhi e il vento solletichi i timpani con instancabile vezzo.

Mi hanno eretto sul vicolo Boris e Gleb, di fronte all’unica casa che abbia sentito mia. Qui è trascorsa la giovinezza. Qui ho amato Sereža, ho amato l’odore infantile dei vicoli moscoviti, qui ho cullato due figlie con l’animo in gola, le ho educate alla parola, atteggiandomi a Pizia o Sibilla. Non vivevamo altro che di lettura. Gli spigoli ci annoiavano, i soprammobili prendevano polvere, le scorte erano sempre donate.

Siamo destinati – e questo lo sappiamo –
a donare non a mettere da parte.

Dice Anna Achmatova, a ragione. Non perché siamo generosi, nobili, inesauribili. In verità no, semplicemente, non ne possiamo fare meno. Per incapacità. Ecco tutto. Incapacità di calcolare somme e sottrazioni. Incapaci di tagliare la legna, di procacciarci i viveri. E con quanta evidenza si è scoperto il mio disagio negli anni in cui sola mendicavo un pezzo di pane. Il 1917. L’anno dell’esplosione. Era spuntata una parola che accomunava nobili, intellettuali e contadini. Rivoluzione, direte voi. Potere rosso, potere bianco. No, la parola era fame. A Mosca, nelle città, come durante l’assedio di Leningrado, bruciavamo i mobili, chiedevamo in prestito tessere alimentari, mangiavamo miglio e patate. O non mangiavamo giorni e giorni, disaffezionate al corpo, io e le mie bambine. Non vivevamo altro che di lettura. Eppure non sempre ce la facevamo. Irina è stata risucchiata dal suo stomaco, dall’assenza; l’eco belligerante nelle strade non l’ha tenuta sveglia. L’avevo spedita fuori città, mi dicevano lì starà bene, c’è sempre cibo lì e i bambini crescono sani e tenaci. Lei che aveva fame di bimbo, che una volta, inosservata, aveva mangiato tutte le scorte e io, che non riuscivo a seguirla tutto il giorno, avevo preso l’abitudine di legarla alla sedia. E Sereža lontano, non potevamo salvarci tutte.

Sentivamo le campane dal vicolo Boris e Gleb, nella vecchia Mosca, tra le cupole d’oro; i rintocchi scandivano il frenetico ricambio di passi nelle sale del potere. Ma noi vedevamo altro, sentivamo i pioppi frusciare o la neve scricchiolare sui tetti, nella mansarda ogni raggio di luce traghettava pensieri iridescenti, eravamo già oltre le nuvole e da lì governare il mondo era facile. C’era un viavai di amici, di infinite conversazioni e di notti insonni, mai un sollievo che non fosse l’inizio di un limare ininterrotto le lettere, le etimologie, le pagine a rotta di collo, Dickens o Dostoevskij. Dite pure quello che volete, che la mia poesia sia un’arte del ricamo, un capriccio per signorine, che è il tentativo malriuscito di liberarsi del lezioso cinguettio. Mio caro Mandel’štam, che mi hai conosciuto e hai seguito i miei passi per Mosca, io che te l’ho mostrata negli angoli più veri, nel legno delle ville e delle staccionate, nei conventi che soffiano quiete improvvisa e nei cimiteri alberati. A Mosca non ci si perde, è sufficiente seguire l’istinto per avventurarsi nell’anatomia del suo corpo, dentro le ombre caudate dei cortili, il percorso è iscritto nelle vene. Dall’arteria principale ecco d’improvviso una sottile scorciatoia, un mondo odoroso di lievito e carbone. Segui i sentieri battuti tra un edificio e l’altro, e in un soffio hai raggiunto un altro angolo di città, la via Prečistenka o il lungo fiume. Anche se ti è venuta a noia la mia poesia, caro Mandel’štam, hai amato Mosca, la mia culla orientale, la barbara armonia che appartiene a ogni russo.

Non vivevamo che di scrittura, allora e dopo, quando ho conosciuto l’Europa da est a ovest ma, tornando in patria, non mi hanno offerto neanche un posto da lavapiatti all’Unione degli Scrittori.

Potevano chiedermi di stringere i denti, li ho stretti per tutta la vita, di abbassare il capo, di farmi da parte, l’ho fatto, di odiare e l’ho fatto, potevano portarmi via i figli, ma non potevano sopportare quell’amore che a falcate da giganti scuote la terra. Quell’amore che disprezza le carte anaerobiche del potere.

Ora mi guardo intorno, spio i rari passanti che attraversano il vicolo. Studenti che vengono a leggermi le loro poesie, le rime traballanti, la voce spezzata e un armamentario di nuova Russia nella quale annaspo. Altri si fermano in faccia al monumento per lasciare una rosa o un tulipano. Hanno cappotti lisi e buste di tela. Riconosco l’indecisione nella mano che si avvicina al piedistallo e lascia cadere il fiore. Riconosco gli occhi, vuoti e rigonfi. Con sguardo impenetrabile e inespressivo si rivolgono anche loro a me, come a chiedermi qualcosa, si avvicinano a prendersi una parte, ma non ho tempo, non ho mai avuto tempo, non ho vissuto che di scrittura.

Elisa Alicudi (1980) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Partecipa a letture in giro per l’Italia. Sue poesie sono apparse nei blog letterari Absolutepoetry, Poetarum Silva e altri. È traduttrice dal russo. Progetto in corso: traduzione di poeti russi contemporanei.

Monologo monumentale 1 – Pietro il Grande

Elisa Alicudi

Svetto sopra la Cattedrale del Salvatore. Una vista invidiabile, non fosse per la patina di ghiaccio che offusca la retina. Alcuni mi considerano ingombrante e fuori luogo, mi deridono, mi disprezzano, ma io svetto con onore. Mi dicono che sono nato nel 1997. Ho vaghi ricordi dei primi momenti di vita. So solo che un giorno mi hanno picchiato senza pietà, mi hanno deviato il setto nasale, fatto saltare la mandibola e scombinato i connotati. Proprio mentre stavo per raggiungere l’America. Poi, di colpo, mi sono trovato a dominare sette colli nevosi.

Non ho mai amato questa città che chiamano Mosca, Mosca dalle mille cupole, la terza Roma, il pentolone in cui fanno cuocere nuova vita. Mosca madre, gigantessa che dorme, Mosca dei mercati rionali. Diventata ancora più repellente per mano degli architetti sovietici. I grigi prefabbricati che scompaiono tra le nuvole di smog o le chruščëvki, mattoncini a cinque piani con finestre che somigliano ad asole, asole che origliano, orecchie che spuntano dai tubi dei termosifoni. Mosca era a un passo dal baratro e ora, ostensorio del capitalismo, è un circo di luci al neon e uffici di vetro. C’è chi scova aliti di meraviglia in alcuni quartieri del centro. Nella zona Oltre-Moscova, lungo il cerchio dei viali alberati o nei cortili interni dei palazzi. Ma quelle vie incrinate, oscure, quei grovigli senza nome hanno sempre suscitato in me irrequietezza e malessere. È lì che cova l’erba malsana. Viste dall’alto sono involute trame e vicoli cospiratori, maglie che intrigano contro un’autocrazia lucida e rettilinea, maglie che nascondono manigoldi tra un sottoscala e una latrina in comune.

Invece tu, passante infimo e miserabile, che costeggi la Moscova o ti avventuri per il Corso d’Ottobre, sei schiacciato dal trambusto delle macchine, sei proiettato piccolo e inutile nel mezzo di otto interminabili corsie. Sei come devi essere: disorientato. E a quel punto ti volti a me con riconoscenza e timore, capisci che non puoi trovare rifugio e ti accartocci obbediente sul ciglio del marciapiede. Così deve essere una città: corsi ampi e sorvegliati. Mi sono commosso solo alla vista delle Sette Sorelle, i grattacieli staliniani che pizzicano il cielo come la guglia dell’Ammiragliato. Ah, Pietroburgo, messere in panciotto, lindo reticolo. Mosso dal disprezzo per Mosca io ti ho fondato. E gli ingrati, postumi di sbronze mal digerite, mi hanno arenato qui, nella città odiata. Io non sono uno qualunque, un bigattino pescato dal cappello di Gogol’, sono il simbolo del potere. Sono Pietro. All’occasione trasformato in un monumento di novantotto metri e non me ne lamento, ma perché qui, boia d’un cane, incagliato tra la Moscova e un piccolo canale? Tutto il giorno mi chiedo: ma non lo sapevate che ho fondato una nuova capitale per sfuggire al marciume di Mosca?

Svettare sopra la Cattedrale del Salvatore mi dà indubbiamente un tono, una certa magnificenza, mi lusinga. Da qui controllo la città e i suoi irresponsabili movimenti. Quel gruppo di soldati, ad esempio, posteggiati mattina e sera a guardia della Piazza Palustre dal giorno delle manifestazioni. Sbarbatelli, incapaci di reggere un fucile in spalla, piccoli uomini di provincia. Si avvicinano ai turisti per elemosinare dollari, ma vengono scacciati come blatte. Allora li pietrifico col mio sguardo gelido, li fulmino, li educo alla disciplina. Ogni giorno una salsiccia e un bicchierino di vodka per tenersi su di spirito, giri di perlustrazione fino a pranzo. Nel pomeriggio turni di guardia ai lati dei ponti e una visita al mio monumento, per evitare che qualche livoroso venga a sistemare una bomba tra la poppa e la prua. Poi, a casa, una bella zuppa e via a dormire. E per gli animi più vivaci consiglio quei giochi che usavamo fare con i compagni del “Sobor”, rituali orgiastici che bilanciano il rigore osservato in società. Ma non bisogna esagerare, confondere il giorno con la notte. Da condottiero di popoli posso affermare che non c’è miglior vizio della virtù e miglior virtù del vizio. Il segreto è riuscire a bilanciare con sapienza l’uno e l’altro.

Tutto il giorno osservo, controllo, impartisco ordini e mi verrebbe da attribuirmi una certa utilità, se solo non li conoscessi! Sono stato svezzato a fiutare i “vostra eccellenza” posticci dal solo sibilo della pronuncia. Conosco le mammelle dell’autorità meglio di quelle della mia levatrice. Lusinghe, salamelecchi, di nuovo smancerie e riverenze; e dire che per poco non mi avevano convinto.

Vogliono farmi credere libero, eterno e potente, ma in verità mi spiano con l’aquila vigile del Cremlino. Mi studiano dal momento in cui sollevo le vele della Pinta e della Santa Maria, io, nettuno del Mare del Nord, onoro la mia flotta con nomi poco russi, è vero, non ricordo da dove l’abbia presi, ma in ciò esprimo il mio amore per l’Occidente. Sono scaltri! Al contrario dei soldati, che sono all’oscuro di tutto. Tutta la città ne è all’oscuro. Mi omaggia con mazzi di fiori, mi fotografa e saluta. Mentre quegli altri mi sorvegliano dalle stelle rosse del Cremlino. Scommetto che perfino le Sette Sorelle nascondono punti di osservazione. Ora che i manifestanti protestano a Piazza Palustre penseranno che li abbia sobillati io. Vi pare che sia mio costume guidare un esercito di donnicciole? Per di più senza armi?

Sono spacciato, sono un gigante inerme. Come se non bastasse, arrivano frotte di turisti a rovinarmi il sangue. Bisogna diffidare degli occhi stranieri in patria. E le loro guide, persone meschine e scialbe, farfugliano per interi minuti note sul mio conto. Ho imparato a decifrare alcune delle lingue usate dagli infedeli e ho scoperto un’ingiuria che si diffonde d’orecchio in orecchio, sebbene mi sia impegnato a smentirla dandomi un tono ancor più grave e feroce. Pare che quel genio incompreso del mio costruttore, tale Cereteli, mi abbia creato sotto altre spoglie. Che io sia stato Cristoforo Colombo, che volessero donarmi agli Stati Uniti ma, forse per le dimensioni, forse per il colore, mi abbiano rifiutato. Così Cereteli, per intercessione del suo grande amico, l’ex-sindaco di Mosca, mi ha riciclato in me, qui presente.

Screditarmi a tal punto! Un destino che merita vendetta e la colpa è dei cospiratori del Cremlino, pronti a infangare qualsiasi rivale al trono. Ah, prendere il largo. Insegnerò ai soldati a salpare le mie caravelle, così che io possa, di notte, una notte di nebbia e freddo, fuggire lungo la Moscova, risalire la foce della Neva e lasciandomi alle spalle il Golfo di Finlandia falciare il mare aperto, svettare a vele spiegate e farmi mozzare il fiato dal Mar dei Sargassi.

Elisa Alicudi (1980) collabora alle attività del gruppo sparajurij e alle sue propaggini editoriali, come la rivista letteraria “Atti impuri” (sia off che on www.attimpuri.it). Partecipa a letture in giro per l’Italia. Sue poesie sono apparse nei blog letterari Absolutepoetry, Poetarum Silva e altri. È traduttrice dal russo. Progetto in corso: traduzione di poeti russi contemporanei.

 

Antologia della poesia italiana ultima

La Russia di Charms al metro Barrikadnaja
Elisa Alicudi

Nessuno riconosce più la vecchia Elisaveta Bam, è un’attrice caduta nelle acque del disgelo,
è il giornale impilato a ogni angolo con le foto della Reuters,
lei lo monta, si accovaccia, poi riparte.
La vita al metro Barrikadnaja è la stessa. La vecchia Elizaveta Bam la attraversa,
sfiora il marmo rosso, scorrono i suoi passi a manovella, il mantello storto, le rughe di gesso.
E inferma, dentro un’ombra identica ogni ora in ogni punto,
sente odore di altre scarpe calpestare la sua testa e la saliva pulsare sul cemento della capitale.
Aveva aspirazioni Elisaveta Bam, aveva forse talento?
Annuiscono le amiche, ma è mancato l’impresario a strapparla dal vagone sempre uguale.
Avesse un giorno provato a vivere su altre scale. Ma la vita, Elizaveta, è la stessa.
Lo sguardo punta al tacco, alla scala che trascina lì dove la bava è ingiallita, s’è seccata.
E le suole consumano i colori, ripassano i binari, niente più di questo.
Era lì, non è successo. La vecchia Elisaveta sa che vivere non è una parola transitiva.
Lo sa che sarà liquidata a proprie spese, su due piedi, coi viveri in dispensa.

Elisa Alicudi vive a Torino, dove collabora alle attività di sparajurij e alle sue propaggini editoriali, tra le quali la rivista Atti Impuri. Suoi testi sono usciti su Absolutepoetry, Alfafabeta2, Poetarum Silva e nell’antologia Paesaggio 013 a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri mobili, Bari, 2012).

Nel bosco degli Apus Apus
Mariasole Ariot

Apus Apus: "una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca "senza piedi". Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo." Quindi dorme in piedi.

Il corpo urta sugli spigoli non per eccesso di ossa ma per un compendio di niente. Mi accorgo della grande solitudine del cielo, di questo filo tirato tra un muro e l’altro per appendere gli impiccati.

Ce ne stiamo lì a guardare, ogni mattina, come fossimo un pubblico in fila al concerto o alle poste, ci spintoniamo per guardare il massacro.

Io vivo, lui non vive, io non vivo. Lui si ritrae nella cantina. Io mi affaccio. Lui vede il bulbo, io vedo il fiore. Lui mi pettina i capelli con il rastrello, io preparo la camomilla.

Quanto manca al primordiale? Amare ha un nome proprio. Io ho perduto il mio.

***

All’ora dei sei pasti ci scambiavamo di posto. Ero nella cricca delle ribelli, mi piaceva fare la parte contraria delle sante: assistevo ai baci delle donne, le loro lingue nei bagni, i giochini all’uncinetto, le mani tra le gambe sotto i tavoli imbanditi e i carrelli del pane e delle flebo, poi scendevo al piano inferiore dell’inferno, ché lì c’era posto per gli invisibili - e io mi sedevo sulle gambe degli internati, avevano tutti le facce incarnite.

Quello spavento non era rassicurante, ma tra i tre mondi a disposizione, quello era l’unico più vicino al sonno. I sensi si scambiavano riconoscenza, Claire mi chiedeva: posso mostrarti un suono? Posso cantarti tutta? Sono il tuo mare?

No, Claire, tu non sei il mio mare.

Eravamo tutti condannati alla verità.

***

Sono le otto del mattino e un pianeta come un sole sopra un sole è comparso alla finestra. L’occhio che si estende mi incolla al vetro, lecco la cornea per vederci meglio, mi avvicino per capire se è la storia della terra che ci siamo raccontati per millenni.

La voce dice: hai sbagliato: ripeti: hai sbagliato. Puoi fare le magie con gli occhi, spostare gli oggetti, farti mangiare dai morti, catturare l’immagine del cielo. Ma c’è un punto intoccabile che continua ad urlare, che cade come resina sugli occhi. La mia nudità è su quel sole che posso vedere solo io e solo sono io, un riflesso di un pianeta che non può cadere e continua a cadere ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni piccolo frammento di tempo.

Madre, la mia pancia è vuota. I miei pianeti sono vuoti. La lampada che mi hai regalato non ha mai emesso luce.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) Ha pubblicato La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012), Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm, Metromorfosi Infocritica. Finalista alla XVI edizione del premio Poesia di Strada (Macerata, 2013), ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. A settembre 2014 entra a far parte della redazione di Nazione indiana. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.

12:27
Gabriele Belletti

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pavimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, ombra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, Verona, Cierre Grafica, 2010

Gabriele Belletti è originario di Santarcangelo di Romagna, dal 2011 vive a Nantes. Dopo la laurea in Filosofia (Estetica) presso l’Università di Bologna, ha studiato Epistemologia a Firenze e, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della Filosofia e della Storia, ha esercitato la professione nei licei italiani. Ha pubblicato articoli su rivista (Chroniques italiennes, Il lettore di provincia, Poetiche, Rivista di studi italiani) concernenti la poesia italiana del Novecento e l’estetica anceschiana. Dopo aver partecipato all’edizione del 2008 di RicercaBo, ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Collana Opera Prima, Verona, Cierre Grafica, 2010) e Beaujoire (in AA.VV., Paesaggio_013, Bari, Caratteri Mobili, 2013). È attualmente iscritto al Dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana presso l’Université de Nantes (in cotutela con l’Università di Firenze).

divided by zero, ultima
Daniele Bellomi

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

(2014)

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza e lavora a Milano. Nell’A.A. 2012-2013 si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non narrative su «GAMMM») e La testa (poesie, autoprodotto) per plan de clivage. Ha anche curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi online su Poesia da fare, Niederngasse, GAMMM, Nazione Indiana, lettere grosse, Poetarum Silva, Rebstein, Critica Impura e Carte nel vento; in rivista su il verri (n°50, 2012), Trivio (n°1, 2013) e, prossimamente, su L’Ulisse. Ha partecipato alle edizioni 2013 e 2014 del convegno EX.IT. _ materiali fuori contesto, dedicato alla scrittura di ricerca e tenutosi presso la biblioteca di Albinea: suoi testi sono inclusi nel volume antologico della manifestazione, edito dalla tipografia La Colornese. Finalista per la sezione Raccolta Inedita al Premio Lorenzo Montano 2012 e vincitore del Premio Opera Prima 2013, grazie al quale pubblica la sua prima raccolta di poesie, Ripartizione della volta (2009-2012), co-edita da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Il suo prossimo libro dove mente il fiume (poesie 2012-2014) è in uscita a gennaio 2015 per le Edizioni Prufrock Spa.

Discendenza
Carlo Carabba

Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quello che non rimane sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e dall'oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non immagino
l'infanzia quando non l'ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti -
risplensero davvero bianchi i soli
sopra i miei cari estinti.
Da un letto di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l'ho fatta a dirle
"tutto va bene, nonna, guarirai".)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell'azoto. Ma quanto avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto - e io su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
ai loro frutti e ancor
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto vivo.

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Laureato in storia della filosofia, ha pubblicato i suoi versi su numerose riviste, in alcune antologie (tra cui La generazione entrante, Ladolfi 2011) e nelle raccolte Gli anni della pioggia (peQuod 2008, premio Mondello per l'opera prima) e Canti dell'abbandono (Mondadori 2011, premio Carducci e premio Palmi). Caporedattore di Nuovi Argomenti dal 2009 all'inizio del 2014, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Riformista e Il Venerdì di Repubblica. Attualmente lavora nell'editoria.

Alessandra Cava

se uno prende a un certo punto la luce che c’è
e poi la fa come quella che sta di là nell’altra
città se il marciapiede del grande viale è come
la bassa marea e il ritaglio dei tetti fa uguale
rilievo a passarci lo sguardo allora svolta nel
vicolo e sta adesso dove prima ha figurato
il fondalino è azzurro molto brillante
il sale qualche varietà di vento tutto si sposta
a seconda del tempo ad esempio i villeggianti
con le stagioni le sedie a sdraio se è notte
il treno quando è l’ora ma adesso si sta fermi
si rilasciano le corde si prende il sole è uno
il momento nella punta delle V affilate
le cabine di legno in fila sul mare
il ripiano dove si mettono gli oggettini le
bomboniere gli angeli trasparenti tutto è
soprammobile (dovrebbe muoversi e invece proprio
non fa neanche un suono) tutto è così evidente è
rilevato col giallo fluorescente
quello è come questo dicono e anche esattamente

Alessandra Cava (1984) ha vissuto a Grottammare, Siena, Bologna, Parigi. È dottoranda in Studi Teatrali alla Sorbonne Nouvelle. La sua prima raccolta, rsvp (2011) è pubblicata nella collana ex[t]ratione di Polìmata. Ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series 2014).

Sara Davidovics

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora.
Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa.
Le nostre teste arrivano fin qui.
Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo.
Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe.
Attardati.
Sarai l’ultimo a salire.

C’è un cane con il pelo giallo e un buco al centro, c’è del vetro e uno zoo di latta. Tric-trac tracollo.
C’è un granchio sul letto, due dita di latte, una fetta di torta un confetto blu ti metto un adesivo sulla bocca diventi una Z
e il corpo non si compie mai del tutto. L’acqua è fredda e tu sei il Nord.
Hai costruito un recinto, uno scalpello. Ora tocchi le mie fratture. Avrai due istrici nel cappello e tre civette sul comò.

Tu sei la Z con lo 0 dentro. Tu sei il Nord.
Mi guardi.

Non v’è del tempo che la sua ora che la sua miriade d’altri luoghi quando si scompose nella miriade di tempi. Immobile. Toccami con quelle tue dita asciutte, attendimi sulla soglia, io che continuo a crescere

(Quando giungerà per questo nostro corpo il moto e il corpo tornerà nella sua forma

Il lupo ha la bocca grande e due occhi gialli. Io dormo nella sua pancia come una mollica. Sono l’osso di pane sepolto sotto la zolla. Un astro che cammina, cammina quando larga è la strada e stretta è la via.
Io mangio una mela ogni giorno e il giorno a Nord non dura che un morso, io che mastico, io che ho la bocca piena.

Tu che tocchi le unghie, te le peli, io tutte le vertebre stese in una mano, io in fila, io ritta sulle due zampe.
Tu che guardi la notte, io che la notte non posso guardarti. Tu che tocchi le mie fratture, io ritta sulle tue zampe.

Io che la notte non cresco, io che sparisco

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da OZ - Viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale. La sua ricerca ruota attorno al concetto di scrittura come sovrapposizione cognitiva tra immaginazione, memoria e dati di realtà. Il luogo indagato è sempre quello della soglia, dell’interstizio e della relazione tra i segni. La sua pratica artistica è legata al concetto della disseminazione. Utilizza materiali poveri, spesso “recuperati” (sassi, frammenti di ceramica, biglie, indumenti) o intervenendo direttamente nell’ambiente con installazioni ed happening. È autrice di scritture lineari e visuali, video-poesie, partiture per voce, libri-oggetto. Tra le sue principali pubblicazioni: Corrente (Zona, 2006); D’Acque (Galleria E. Mazzoli, 2007); Corticale (Onyx, 2010).

Tommaso Di Dio

Di mattina, raddrizzano i tavoli
al bar del parco. Poi, i piccioni a terra
vanno per le briciole e gli scarsi resti
delle colazioni fra le panche e le bianche
pietre della ghiaia. L'oscuro
tra loro e noi, l'ombra
che divide i gesti e fraziona
le sagome e le specie, nel fogliame
sbregato da primavera. E ora dopo marzo
aprile giugno; e ora nell'estate
che ci smagrisce col suo calore e cancella
ogni segno, ogni differenza. Cosa schianta
questa gioia di tetti e moltitudini, albero
paracarro cane volto città; cosa sono
le lacrime
di queste bestie che non piangono.

da Tua e di tutti, Lietocolle-Pordenonelegge, 2014

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 alcune sue poesie sono state pubblicate in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.

11
Roberta Durante

ero ferma immobile
quasi crocifissa
l'unico movimento dentro
il mondo che scorreva dal collo al piede
senza forza di gravità

28

quel posto predisponeva tutti all'attesa:
il gatto si leccava
io giocherellavo coi capelli
le margherite a centrotavola si strappavano i petali
da Club dei visionari

Roberta Durante nasce a Treviso nel 1989. Pubblica la raccolta Girini (Edifizioni d’If) in seguito alla vittoria del premio Mazzacurati-Russo, Club dei visionari (DiFelice Edizioni) segnalato al premio Anna Osti, Balena (Prufrock SPA). Sue poesie sono udibili sul sito del poeta Gabriele Frasca .

Avvento
Gabriele Gabbia

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza di ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia, e ivi vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e/o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani, premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Sergio Garau

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Sergio Garau (Sardegna, 1982) dal 2001 prende parte a poetry slam, festival di poesia e videopoesia in una ventina di paesi tra Europa e America. Dal 2010 scrive ed esegue lo spettacolo collettivo IO game over con musicisti, videoartisti e programmatori. Anima laboratori di poesia e performance. Lavora per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) e per la rivista Atti Impuri (www.attimpuri.it). È uno sparajurij.

Franca Mancinelli

Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

inedito

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con Poesia e con altre riviste e periodici letterari.

Simona Menicocci

in questa porzione di mare
tutte le parti del corpo
fanno parte dell’acqua
fanno acqua
da tutte le parti del corpo
ora l’acqua è un materiale pesante
non ci sono corpi che sanno
non ci sono corpi che sono
nuotare sani
come un pesce
(in fondo)
la differenza
è che ci sono delle somiglianze
i corpi non vengono / restano
a galla
la lingua non dice / si contiene
in bocca / nella gola
(in fondo)
ogni parola nella sua ritenzione
se non c’è possibilità di uscire
non bisogna parlare
della possibilità di uscire
la lingua è un pezzo di corpo
ogni corpo è un pezzo di un altro corpo
nessun corpo può essere isolato
nel mare non esistono isole
ora parlano
perché si sono sciolti
(in fondo)
non tutti pensano
i pesci non hanno mai paura
che la terra manchi
sotto i piedi
il corpo pensa / parla
i pesci non parlano
questo comporta un aumento
del peso corporeo e una distanza
a seconda della quantità
ogni suono corrisponde ha
un fenomeno corrispondente
per esempio nel mare non si sente nulla
ma il silenzio non esiste l’assenza
di suono è un’incapacità
o una mancanza
di esercizio
ora il mare è pieno di pe
restano non perché sono
ma perché fanno
in fondo
quando un corpo
liquido in un corpo liquido
come dargli torto

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013). Collabora al collettivo eexxiitt.blogspot.com. Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui L’Ulisse, Nazione Indiana, alfabeta2. Ha partecipato a Poesia totale - In voce (Roma, dicembre 2010), alla quinta edizione di RicercaBo - laboratorio di nuove scritture (Bologna, novembre 2012), alla prima edizione di Ex.it - Materiali fuori Contesto (Albinea, aprile 2013), nel cui volume antologico sono presenti alcuni testi dal progetto Saturazioni. È tra i curatori della seconda edizione di Ex-it – Materiali fuori Contesto (Albinea, ottobre 2014). Per la serie i Fogli Benway è appena uscito il suo testo: Il mare è pieno di pesci (2014).

MAS MACHT FREI
Manuel Micaletto

natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
va osservato che sei un campione
in una disciplina che è proprio la disciplina
sei il mio eroe quando spazzi via
gli aperitivi dalla faccia del pianeta
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia
ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà
natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale
natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)
natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose

Manuel Micaletto è una vera forza. Eccelle nelle discipline: mario kart, pokémon, advance wars. Ritiene che la FIAT MULTIPLA sia l'unica astronave mai prodotta (ed immessa negli umani commerci, peraltro). Cofondatore del blog/progetto plan de clivage (poesia, prosa non-narrativa, asemic writing), fa parte dell'ensemble di eexxiitt. Nel 2012, Il piombo a specchio. Nello stesso anno: Lorenzo Montano per la prosa. E: ha partecipato a RicercaBo. Sue cose sono comparse su il verri, Nuovi Argomenti, nell'antologia di scritture sperimentali EX.IT 2013 e in rete su Gammm, Nazione Indiana, letteregrosse, Blanc de ta nuque. Moltissime altre sono scomparse.

Fabio Orecchini

a svellere trame di rami con crani
frane tènere come cancrene d'uomo
muti incauti s’addentrano i cani
scavando in dentro, il cedimento
mani su mani, rimami, rimani
questo infinito tenère

testo inedito tratto da TerraeMotus

Fabio Orecchini Suoi testi, opere visive e note critiche alle sue opere sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha presentato le sue opere in tutti i migliori Festival italiani di poesia e in teatri come il Teatro Valle Occupato e il Teatro India di Roma e il Teatro Basaglia di Trieste. Nel 2010 ha pubblicato Dismissione (Polimata, collana diretta da I.Schiavone, post-fazione di A.Inglese), recentemente ripubblicato da Luca Sossella editore (libro+cd), con una post-fazione di G. Frasca e un concept album omonimo realizzato dal quintetto di teatro-canzone d'avanguardia Pane. Èstato promotore del movimento culturale Calpestare l'oblio, curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale. Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte e documentazione dedicato ai poeti contemporanei (E.Pagliarani e G.Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato Estemporanea, festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste.

Angelo Petrelli

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è l’oggetto
[ l’affezione il tormento:
nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso
[ l’arcipelago neonato
e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ]
che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba
sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire
piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica
categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio
del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;
oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –
colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!
O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –
come vollero in effetti salendo al tuo ingegno
le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare
sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel
[ in tenui cipressi romani
di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi il busto
il collo la mela macerata la meta invernale distrazione
coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:
O. che sei morte a maggior ragione per te ho inventato
quest’atlante senza coscienza – voglio dire – ritrova
la Tua tristezza dettane il passo così come sembra:
questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto
da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:
su questo intendo soffermarmi, sul tempo
con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,
e che di certo non regge tutte le masse gettate
nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone
il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

da Molokh, peQuod, 2008

Angelo A. Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive e lavora a Lecce. Il suo esordio letterario risale al 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice). Nel settembre dello stesso anno ha fondato L’Alter Ego, periodico indipendente d’estetica e cultura letteraria, promosso in totale autonomia sul territorio salentino sino all’ottobre del 2007. Ha pubblicato, nel marzo 2008, il poema Molokh (PeQuod). È autore di una monografia, al momento inedita, su Emil M. Cioran e di uno scritto polemico sulla figura di Antonio Leonardo Verri pubblicato in Krill (quadrimestrale - maggio 2010). Ha collaborato altresì con la pagina cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia; altri interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

Rive strane
Jonida Prifti

Sono una falena schiacciata al muro
dietro un salto, senza tono.
Il trillo indaga il sole,
la roccia come un colpo sordo
cade,
salvo il mare.
...e si fschiano in onde prolungate
destinate al risucchio
come una bianca rosa.
Partono due pensieri in fla
l'altro aspetta di lato, con fretta sculaccia l'asino.
Avanti urbano schianto,
giù le rampe, arriviamo.
Logorroico canto
lascia gli sterpi dove c'è palo,
le travi son foglie di marzo quanto il cazzo di maggio.
Miraggi di lune capovolte, o di miopie visioni?
… ma dormi, nessuno d'amore viola,
le nubi o il vento, forse fermano le voci, il mare no.
Spaccato il cielo colpisce la schiena:
parei al vento
prati di lamiera
senza il flo non conduce.
Aspettami sui letti di sabbia,
offuscherò gli occhi.
Le diane alle dita trascinano colori verso deserti.

Binari in velocità. Transiti di paesaggi.
Far fnta di andare per tornare nello stesso numero diviso.
Quarantacinque minuti senza batter fato. Per chi?
In arrivo il culo scattante. Lecco il lucido labbra al ciliegio.
Di fronte il culo attende a me.
Rimango dove sono, con la valigia compatta al marmo.
Il vento attraversa i capelli assolati, di sabbie la pelle. Dove vai?
Trentaminuti ancora. Son stufa di restare qui ma non voglio alzarmi.

Prospettive di futuri nobili, spartizioni,erosioni.
Corrodi la mia carne,
onda funesta,
sbatti contro quei corpi neri al sole,
impavidi di notte in abbracci spettrali.

Di buche le rocce sotto il mondo colpi affranti.
Lui senza verbo, muto nella sedia sfuma in cerchi maschi, cavalieri, righelli di spade
saltano sulle pupille. Lontananze in transito sulle rive strane.

Jonida Prifti, poetessa, performer e studiosa di letteratura contemporanea, classe 1982 (Berat Albania). Fra le pubblicazioni ricordiamo: Çengel (Ogopogo 2008), l’audiolibro Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l'azione (Onyx 2014). Nel 2012 è stata selezionata per il premio Franco Cavallo, ai fini di una pubblicazione collettiva dei partecipanti al premio dal titolo La Poesia: luogo delle differenze. Ha partecipato a vari festival di poesia tra cui Romapoesia, Bolzano Poesia, Poesiatotale, Ammaro amore, PoEtiche etc. Nel 2012 ha presentato il suo video-poema Ajenk alla rassegna Independent Film Show (Napoli). Ha fatto parte del comitato organizzativo della mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile tenutasi al MLAC della Sapienza dal 10 aprile al 6 maggio 2014. Con il musicista Stefano di Trapani ha formato il duo di poetronica Acchiappashpirt esibendosi in tutta Italia e in Europa. Nel 2012 hanno pubblicato un cd con l'etichetta Ozky e – Sound. Sono stati ospiti all’ultima edizione dei festival Colour Out Of Space e Secret Anarchy Garden negli UK. Con la stessa etichetta ha pubblicato il cd Res, un progetto di poesia sonora insieme al musicista albanese Ilir Lluka. Si è esibita con il regista Khavn De La Cruz e il musicista Mike Cooper, sulle immagini del film "Kalakala" di De la Cruz, in occasione di Across Asia Film Festival negli spazi del MAXXI Museo di Roma (Giugno 2014 ). Dal 2012 è cantante nella band musicale Shesh.

Atlante minore
Ivan Schiavone

randagio sotto il sole della mutazione va l’uomo
intermittenza d’esserci tra continuità di non essere
coscienza perturbante la linearità dell’ottuso
particola divisa vaga d’appartenere all’uno
(osserva il nutrimento, osserva la deiezione
pensa al processo di composizione dell’assimilato,
alla decomposizione dell’espulso in combinazioni nuove) (oppure pensa
alla modificazione universale insita in ogni gesto,
al regesto incalcolabile della causa e dell’effetto,
all’uragano e alla farfalla, all’implicita responsabilità insita nell’atto)
- Williams scrive in Paterson: “il divorzio è
il segno della conoscenza in questo nostro tempo” –
era già inscritta, nell’incisione rupestre,
la tavoletta Dispilio, l’abjad, il cuneiforme e l’alfabeto punico,
la mappa arcaica di Çatal Hüyük e la roccia dei campi a Bedolina,
Varanasi, Alessandria, Atene, Roma, i non luoghi, gli slums, le megalopoli,
il recinto, la cella, l’individuo, lo schermo, il tablet, la schizofrenia? etc. etc. – era già inscritta
la divisione e il divorzio?
se il loro motto è divide et impera
che il nostro dunque sia solve et coagula - quando morì il pappagallo
non facevano che piangere
la figlia piccola allora li apostrofò dicendogli: “se uno è morto
è morto e non si può fare niente e se continuate a piangere
andrò a caccia di un nuovo pappagallo e se avrà un altro colore
lo dipingerò del colore del pappagallo morto e se avrà un altro nome
glielo cambierò con quello del primo – se ogni verità
(ma potremmo anche dire ogni esperienza reale)
è tale unicamente all’interno dell’orizzonte linguistico che l’ha formulata
(il resto è imperialismo culturale) l’asserzione appena enunciata non suonerà
come una contraddizione in termini? – Roma 21/12/2013
al C.I.E di Ponte Galeria otto migranti si cuciono le labbra
con un ago forgiato con la testa metallica di un accendino e il filo di un materasso

Ivan Schiavone (Roma 1983). Ha pubblicato le raccolte poetiche: Enuegz (Onyx, Roma 2010), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha fondato e diretto la collana di poesia ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Cura la rassegna di poesia contemporanea Giardini d’Inverno.

Fabio Teti

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli indici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle:
il fosforo che
brucia

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985. Attualmente, vive e lavora a Roma. È stato redattore di gammm.org e puntocritico.eu. Di eexxiitt.blogspot.com lo è ancora. Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui Semicerchio, Nazione indiana, L’Ulisse, lettere grosse, Allegoria, Sud, alfabeta2, l’immaginazione e, in traduzione inglese, sul Journal of Italian Translation e nell’antologia on line FreeVerse – Contemporary Italian Poetry. Nel 2013 ha pubblicato, nelle pagine di Ex.It 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di Sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), da cui è tratto il testo qui presentato. Lo stesso è stato esposto, nel maggio di quest’anno, al MACRO di Roma, nell’ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio è dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanović e Maria Adele Del Vecchio.

Tutto fa brodo nel mondo del porno
Julian Zhara

Maturato minuscolo, maiuscolo matto,
misura la criniera di un vacuo sospetto
addormento nell’uscio, dominio astratto
dell’ammontare contagioso di un letto
disfatto, l’apparato collettivo,
il sistema abrogato, giusto, anomalo,
assuefatto di aiuti,
mi hai reso l’indulto, occulto
per niente all’ideologia del detto
già prima, prima di entrare.
Aiuto!
Non aiutatelo ma fatelo ammanettare
dai vostri figli patrioti,
idioti ma forzuti.
L’indignazione a te, a me la rabbia,
auriga del modo.
Ma dov’è modo, l’oltremodo è straniero,
accettato se comunque vi gira intorno,
a me conviene non analizzarlo,
tutto fa brodo nel mondo del porno.
Arguti astemi, vecchiume incallito,
maturati in orrenda unifonia,
da medio borghese il medio dito,
più estremo l’atto, più impura la via.

Julian Zhara nato a Durazzo (Albania) il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni. Ha all’attivo una plaquette In apnea (Granviale, 2009). Ha organizzato varie manifestazioni poetiche tra le quali il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno a Venezia con la rivista Blare Out dove cura una rubrica di poesia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video artist Enrico Sambenini per il progetto Dune con cui è arrivato tra i finalisti del Premio Dubito. Le poesie sono state pubblicate nell’antologia L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2014). Attualmente vive, lavora e scrive a Venezia.