Partiti di quale nazione?

Cartelloni_Roma-1200x545_cG. B. Zorzoli

Il montare della rivolta contro gli happy few è l’unico dato unificante l’eterogeneità dei percorsi scelti dal dissenso, ormai maggioritario negli Stati Uniti, mentre in altre nazioni è poco al di sotto del 50% del corpo elettorale. Un’ulteriore conferma che da società liquide – come le ha definite Zygmunt Bauman – siamo passati a società frantumate.

I risultati delle primarie USA hanno reso possibile l’ipotesi di un presidente che mescoli rigurgiti nazisti con la demagogia di certi dittatori sudamericani d’antan, ma nel contempo hanno rivelato l’imprevisto consenso per un candidato, Bernie Sanders, che si dichiara apertamente socialista, vocabolo a lungo considerato impronunciabile da chiunque intendesse fare politica oltreoceano. In Spagna il movimento degli indignati non si è esaurito per sfinimento, come prevedevano non pochi osservatori, ma ha dato vita a Podemos. Nel Regno Unito, la scelta di Jeremy Corbyn alla guida del Labour Party rappresenta una svolta rispetto al blairismo prima imperante. In Austria una straordinaria affluenza alle urne ha sconfitto, se pur al photofinish, il candidato dell’estrema destra xenofoba, eleggendo alla presidenza della repubblica il candidato dei Verdi, Alexander van der Bellen. Una reazione analoga si era verificata precedentemente nelle regionali francesi. In entrambi i casi si tratta però di reazioni meramente difensive.

In Italia, la prima tornata delle elezioni comunali mette in luce una situazione ancora una volta diversa da quelle fin qui descritte. Un primo dato incontrovertibile è l’esiguità dei suffragi raccolti da tutte le liste che si sono contrapposte al PD da sinistra. È il riflesso elettorale di uno stato di cose che ha visto la reazione sindacale al jobs act limitata a otto ore di sciopero, convocato a fatica da due soli sindacati. In materia un abisso separa l’Italia da quanto sta accadendo in Francia contro la loi Khomri.

I voti della rivolta sono così andati in maggioranza al M5S e in misura più ridotta alla Lega (il risultato della Meloni è fenomeno esclusivamente romano). Inoltre, dove un candidato del PD partecipa al ballottaggio, una parte almeno dei voti andati ai candidati esclusi sembra convergere in prevalenza sul candidato che gli si oppone; tendenza che in larga misura sembra prescindere da indicazioni più o meno esplicite dei partiti fuori gioco e non ha certo le giustificazioni dei casi francese e austriaco. Supponiamo che il meccanismo elettorale americano sia concepito in modo da contrapporre nel ballottaggio Hillary Clinton e Bernie Sanders: sarebbe impensabile che lo sconfitto Trump chiedesse ai suoi elettori di appoggiare Sanders. Invece Salvini, per sconfiggere Renzi, si è pronunciato a favore del M5S (l’hanno fatto anche alcuni esponenti di Forza Italia).

Questi atteggiamenti, come la soddisfazione, diffusa a sinistra, per la possibile sconfitta di Renzi, non mi scandalizzano; semmai stupiscono per la loro cecità. La legittima ostilità alla politica renziana, tesa a costruire il partito della nazione, li porta però a rafforzare un movimento che si propone di realizzare un altro, forse ancora più trasversale, partito della nazione, anche se formalmente rifiuterà questa denominazione. Naturalmente il M5S agisce sulla base di obiettivi politici e programmatici diversi da quelli del PD, come ad esempio il reddito di cittadinanza e le proposte concrete per la promozione di uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, proprio l’obiettivo di entrare direttamente in sintonia con fasce crescenti della popolazione ha già suggerito di attenuare su alcuni temi la radicalità iniziale. Così è stato sull’immigrazione e, proprio in questi giorni, sui giochi olimpici a Roma.

Quantunque attenuata per esigenze di consenso, la diversità del «partito della nazione» targato M5S rispetto a quello targato PD è destinata a rimanere rilevante. Non a caso la conflittualità tra M5S e PD è massima, e spesso arriva al parossismo. Sulla base di programmi in larga misura alternativi, puntano entrambi alla stessa tipologia di radicamento sociale, per cui l’altro è l’avversario da sconfiggere a ogni costo, e qualunque mezzo è buono.

Stupisce che le altre forze politiche e il supporto mediatico di cui godono, non si rendano conto che la sconfitta di Renzi non risolverebbe il problema; semplicemente ne cambierebbe l’identità anagrafica.

Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole. Per alcuni decenni un ruolo analogo è stato ricoperto dalla DC. L’illusione di essersene liberati è durata poco, perché nel medesimo ruolo è subentrato Berlusconi che, in parte per incapacità propria, in parte a causa del diverso contesto internazionale, non è però riuscito nell’intento. Con il 40% conquistato nelle elezioni europee, Renzi aveva dato l’impressione di farcela. Adesso che sembra in difficoltà, forte anche dell’aiuto o della neutralità di tutti gli altri, il M5S è pronto a rimpiazzarlo. Può darsi che ci riesca e si dimostri capace di governare, ma lo farebbe comunque con obiettivi e programmi diversi da quelli di una sinistra oggi sconfitta, e ciò nonostante pronta a brindare nel caso di sconfitta di Renzi, dimenticando la lezione che ci impartiscono oggi le piazze festose nel 2011, quando l’ultimo governo Berlusconi fu mandato a casa.

La scena a Roma

Augusto Illuminati

L'happening teatrale che si è svolto itinerante fra il teatro Capranica e Montecitorio offre validi spunti di interesse, malgrado la prolissità dello svolgimento (ben tre giorni e non è finita) e la prestazione mediocre della maggior parte degli attori. Ottime invece le calcolate interferenze del pubblico e l'ingerenza degli operatori mediatici. Il carattere gratuito della manifestazione va a onore degli impresari, malgrado il susseguirsi dei colpi di scena e la crescente tensione, eccedente l'interesse della trama, potesse invogliare a biglietti e abbonamenti settimanali.

Deplorevole, invece, l'uso degli animali nei momenti più evocanti il mondo del circo. Lo smacchiamento del giaguaro ha causato un senso diffuso di pena, soprattutto per il suo esito parziale, disastroso sul piano estetico e forse doloroso per l'insofferente felino. Braccare e azzoppare il lupo marsicano significa accanirsi contro una specie protetta. Non ci soffermiamo sulla confezione della mortadella, cui concorrono, presumibilmente, quadrupedi di dubbia origine etnica e spesso provenienti da branchi dopati. La vendita della pelle dell'orso è stata pratica ricorrente e un po’ truffaldina di tutti i maneggi articolati nei tre giorni.

L’intero zoo sovrastato dal catoblepa di Fabrizio Barca, l'animale mitico i cui occhi non possono essere guardati, sotto pena di morte istantanea. L’happening ha avuto un tema fisso e tre scenari variabili. Il tema fisso era giocare a non vincere, sprecare le carte, puntare sulle occasioni sbagliate, bluffare a perdere. In altre parole evitare accuratamente di conseguire, sin dalla prima votazione per il Quirinale, una larga maggioranza a favore di un candidato quale Stefano Rodotà, che avrebbe, per di più, garantito l’incarico di Premier a Bersani o altro esponente del Pd con il concorso dei voti del M5S. Sarebbe stato perfino un Presidente largamente popolare e la stessa destra avrebbe avuto difficoltà a fare scandalo. Non digiuno di politica, un tempo perfino presidente del Pds. Tutti eccellenti motivi per scartare la soluzione, che rischiava di far vincere il Pd e magari anche di trarre l’Italia fuori dal marasma politico. Dio ne scampi.

Primo scenario: Bersani, dopo aver condotto la campagna elettorale promettendo un’alleanza a tutti i costi con Monti, visti i risultati proclama che lui con Berlusconi non si metterà mai, piuttosto va a pescare nel campo di Grillo. La battuta di pesca è trasmessa in streaming e va a puttane. Il governo (monocolore, minoritario e antiberlusconiano) di cambiamento regge virtualmente fino a mercoledì mattina. «Combatterò, procomberò sol io... Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi. E di carri e di voci e di timballi», intesi forse come tortelli.

Secondo scenario, andato in scena al Capranica mercoledì notte. Tutto il rovescio del primo. Presentare una rosa di candidati decotti e impopolari e scegliere nel mazzo, presentandolo quale “sorpresa”, il più sbiadito di tutti, un superstite della Prima Repubblica, dall’eloquio improbabile e di totale verginità internazionale. E che, vogliamo fare concessioni alla globalizzazione? Avrebbe dovuto fare da ponte con Berlusconi, l’unico ad appoggiarlo fuori dal Pd (ma anche dentro il Pd, visti i risultati), per propiziare un governo delle larghe intese che avrebbe distrutto il Pd, sfasciato l’alleanza con Sel e impedito qualsiasi rapporto con M5S. Purtroppo lo scenario è stato recitato in modo maldestro la mattina dopo, quando dentro il bel recinto berniniano Marini non ha raccolto neppure tutti i voti del Pd, tanto meno quelli di Sel. Bersani, nel frattempo, si esibisce in un abbraccio ad Alfano. Fra lo sgomento generale.

Crisi di coscienza dopo i fischi degli spettatori e avvio di uno scenario di nuovo rovesciato: stavolta l’unità già compromessa di partito si fa su Prodi, acclamato all’unanimità, sperando che qualche soccorso arrivi dal M5S, che invece sempre più baldanzoso conferma Rodotà. Berlusconi è furioso e grida al tradimento, Bersani aveva già firmato l’accordo e ora se lo rimangia (temiamo che stavolta il menzognero Cav. abbia ragione). L’inciucio sembra sepolto, anche con il rischio di elezioni a luglio. Dalemiani e teodem remano contro e venerdì pomeriggio, alla fatidica quarta votazione a maggioranza assoluta, Prodi va sotto di 100 voti. È lo scrutinio segreto, ragazzi, vatti a fidare. L’happening ricomincia al Capranica venerdì notte, la notte dei lunghi coltelli. Sta a vedere che tornano in campo Amato e D’Alema, intanto le dimissioni a catena sono già cominciate...

Il dilemma post-elettorale

Carlo Formenti

Per leggere il voto occorre partire da tre dati di fatto: 1) centrodestra e centrosinistra hanno perso, complessivamente, più di dieci milioni di voti; 2) come ha scritto Bifo, se sommiamo astensioni, voti per Berlusconi e voti per Grillo, vediamo che i tre quarti degli italiani hanno detto di no alle politiche di austerità imposte dalla Comunità Europea; 3) l’elettorato ha preso a ceffoni sia Vendola, per avere rinunciato a fare una opposizione coerente al neoliberismo; sia gli altri cespugli della sinistra radicale, per essersi accodati alla triade Di Pietro, De Magistris, Ingroia. Per spiegare perché è andata così, credo di debbano sfatare tre luoghi comuni: 1) che il Movimento5Stelle non ha un programma politico; 2) che ha vinto perché in Italia non esistono movimenti come Occupy Wall Street; 3) che la sinistra non poteva fare di meglio perché la crisi le impone di condurre battaglie difensive, attestandosi sulla trincea della legalità e dei diritti fondamentali.

Primo punto. Il Movimento5Stelle non solo ha un programma, ma molti punti di tale programma dovrebbero suonare graditi alle orecchie di una sinistra degna di chiamarsi tale: salario di cittadinanza, no alla Tav, ripristino dei fondi tagliati a scuola e sanità, abolizione della legge Biagi, riduzione dell’orario di lavoro; nazionalizzazione delle banche; riduzione delle spese militari e dei finanziamenti ai partiti; abolizione del fiscal compact. Dunque il programma c’è, e rispecchia la composizione di classe - sia tecnica che politica – del movimento. Vedi le valanghe di voti che i cittadini della Val Susa e la classe operaia di Taranto – due punti “alti” del conflitto di classe oggi in Italia – hanno rovesciato su Grillo. Vedi l’esito delle indagini sulla composizione della folla che ha partecipato al comizio conclusivo a San Giovanni: quasi la metà aveva votato a sinistra e quasi il 30% si era astenuto nelle precedenti elezioni.

Mi pare evidente che la maggioranza del popolo grillino appartiene alle classi subordinate, con una forte componente giovanile e femminile, un “blocco sociale” cui si sono aggregati - grazie alle promesse di sostegno alla piccola impresa – artigiani, bottegai e altri membri della piccola - media borghesia. Il collante ideologico è dato dal disprezzo per la “casta” politica e dal rifiuto della democrazia rappresentativa, associati alla rivendicazione di forme di democrazia diretta e partecipativa. Quanto ai quadri che svolgono, all’ombra del leader carismatico, il compito di esercitare l’egemonia politica, sono perlopiù membri della “classe creativa”, come conferma l’entusiasmo per la Rete come strumento di mobilitazione, dibattito interno e organizzazione

Secondo punto. Basta con le lagne sul fatto che qui non c’è Occupy. L’epopea nata a Zuccotti Park e stata gonfiata a dismisura, ma una recente ricerca di tre sociologhe americane sfata molti miti. Il movimento è fatto in maggioranza da giovani intorno ai trent’anni, bianchi, maschi, provenienti da famiglie benestanti, laureati e/o dottorati. Una composizione elitaria parzialmente bilanciata dalla presenza di precari, freelance in cattive acque e neolaureati carichi di debiti. Quasi tutti lavorano in settori come l’industria culturale, l’educazione e campi analoghi, per cui è chiaro che ci troviamo di fronte allo strato inferiore dei knowledge workers, cioè a quelli che, invece di venire cooptati nelle stanze del potere, sono stati massacrati dalla crisi. Uno strato che ha tuttavia fallito l’obiettivo di egemonizzare altri gruppi subalterni, rivelandosi sotto questo aspetto più debole di 5Stelle. Certo non hanno sfornato leader carismatici alla Grillo, ma l’esasperato “orizzontalismo” di modelli e prassi organizzative ha generato effetti contro intuitivi, favorendo le idee dei più “bravi” (bianchi, maschi, super istruiti, ecc.) a scapito di quelle di donne, neri e altre minoranze. In conclusione: non sono poi tanto meglio dei grillini.

Terzo punto. Perché la sinistra dovrebbe rassegnarsi ad assumere un atteggiamento difensivo? Perché accettare le malinconiche considerazioni di Gianni Vattimo, che, in una recente intervista, ha detto che “non esiste un’alternativa rivoluzionaria al riformismo”; che possiamo solo lottare “per ottenere un capitalismo meno feroce e sanguinario”; che bisogna costruire “una sinistra di legalità e diritti” (i diritti sociali ce li hanno già tolti, e la legalità, quando reprime i militanti che si difendono dalla repressione, da Genova alla Val di Susa, non merita applausi). Chi ragiona così è alla coda dei milioni di italiani che hanno votato contro la governabilità, il fiscal compact e la No Tav, che non si accontentano più di scegliere dei politici che “li governino bene”, ma vogliono autogovernarsi. E visto che viviamo in un sistema post democratico, il vero dilemma è dove ci condurrà la rabbia popolare contro il finanzcapitalismo: totalitarismo di destra, o civiltà post capitalista? Per raccogliere la sfida servono coraggio e idee, perché oggi l’assenza di coraggio e idee si chiamano viltà e idiozia.

Elezioni a 5 stelle

G.B. Zorzoli

Il film andato in onda il 24 e il 25 febbraio ha riproposto in parte un copione già visto. Come nel 2006 il centro-sinistra ha visto il largo margine di vantaggio iniziale logorarsi progressivamente nel corso della campagna elettorale, e alla fine è riuscito a spuntarla per un pelo al fotofinish (oltre tutto, solo alla Camera).
Questa volta la rincorsa del centro-destra si è però realizzata adottando il passo del gambero. Più che i cali percentuali, sono significativi i voti persi complessivamente dai due schieramenti: circa 11 milioni rispetto al 2008 (quando si parla di “successo” di Berlusconi, vanno messi nel conto i 6 milioni di voti su 11 di spettanza del PdL). In parte minore dovuta ai cali di votanti, questa vera e propria frana è stata soprattutto provocata dalla parte completamente nuova che nel film ha recitato il Movimento 5 Stelle, non a caso al centro di gran parte delle pensose valutazioni dei media e dei politologi di passaggio.

Valutazioni che per lo più mi hanno lasciato perplesso. Per una circostanza affatto occasionale, ho trascorso un’intera serata a discutere di alternative energetiche con una trentina di candidati del M5S. Di conseguenza, mi riesce difficile rinserrare le opinioni che ho tratto da questa esperienza entro gli schemi interpretativi, anche i più articolati, che ho letto a valle dei risultati elettorali.

Temo che l’età media degli osservatori esterni renda alquanto ostico cogliere l’universo grillino in tutto il suo spessore e nella sua, non solo ostentata, diversità. Onestamente, anch’io non penso di essere andato oltre qualche intuizione. Contro questo limite rischia di infrangersi anche la peraltro generica apertura manifestata dal PD (già parlare di scouting è stato un errore madornale). Generazionalmente parlando, in teoria potrebbe riuscirci uno come Renzi, ma la sua eventuale leadership trasformerebbe il PD nella versione XXI secolo del Labour di Blair, difficilmente accettabile dal M5S, al cui interno non mancano difformità di opinioni, ma comune a tutti è l’istintiva capacità di annusare la riverniciatura fatta frettolosamente per rifilarti come nuova la merce usata.

D’altronde, se la situazione parlamentare sembra a rischio paralisi, nel paese la partita è stata raramente così aperta e in movimento. Anche se nessuno, nemmeno il M5S, dispone di una bussola affidabile. Le novità che esso ha portato in un sistema politico sclerotizzato, sono infatti ambivalenti. La molteplicità delle esperienze e delle opinioni che circolano al suo interno, proprio perché prive di una sufficientemente lunga storia in comune, corrono il rischio di tradursi in un caos progettuale e organizzativo; da qui la tentazione, forse la necessità, di accentuare il controllo da parte del vertice. Riproponendo l’infelice uscita di un leader del ’68, una stretta bolscevica per salvare il movimento, col risultato, probabilmente, di strangolarlo nella culla.

D’altra parte l’assenza di interlocutori esterni, credibili perché in grado di leggere senza lenti deformanti la realtà sottesa al M5S (che non è non interpretabile con strumenti analitici tradizionali), aumenta la sua tendenza all’autoreferenzialità e all’autocompiacimento, già amplificati dal successo elettorale. E delle vertigini del successo (famigerata metafora staliniana) sono lastricati i peggiori disastri dei movimenti di sinistra (o sedicenti tali) nel corso del XX secolo.

A scanso di equivoci, il M5S non è classificabile di sinistra (e nemmeno di destra), ma questa non appartenenza alle classificazioni tradizionali non riduce affatto il pericolo che ripercorra gli stessi errori di troppi movimenti radicalmente innovatori. Ipotesi nel caso specifico particolarmente catastrofica, perché per la seconda volta in meno di cinquant’anni sarebbe la generazione dei giovani a pagarne lo scotto e a patirne le delusioni.

La pelle del giaguaro

Augusto Illuminati

È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.

Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni. Il flusso disordinato e contraddittorio di exit polls, proiezioni e dati reali è stato nel pomeriggio di ieri un preannuncio e magari un’allegoria del clima di rissa e ingovernabilità che ci attende nelle prossime settimane, e che la speculazione finanziaria non mancherà di sottolineare in modo drammatico tale da toccarci nella vita quotidiana, sulla nostra pelle. I due grandi poli di centro-sinistra e di centro-destra hanno cercato di domare l’ingombrante minaccia di un terzo polo centrista e sono riusciti a contenerlo, malgrado il fatto imbarazzante di averlo sostenuto per un anno nella persona del suo leader salvifico (ma non carismatico) Monti, e non si sono accorti che a loro spese spuntava un quarto polo, in pratica loro quasi equivalente per peso, che ha sparigliato tutti i calcoli e la distribuzione dei seggi.

Il bipolarismo è morto per eccesso di bipolarismo e per l’ottusa fedeltà a un’unica agenda euro-commissariata, da cui Berlusconi, con impareggiabile opportunismo, è riuscito a districarsi prima di Bersani, convinto di non aver nulla da perdere con mirabolanti promesse che dovevano servire soltanto a mantenerlo in gioco. Solo che il gioco non sarebbe stato fra i tre protagonisti della passata e magari futura grande coalizione pseudo-tecnica e pseudo-europea, ma con l’enigmatica ditta Grillo-Casaleggio. Il Commendatore, «mi invitaste, or sono venuto», è arrivato a cena e ha stretto con dita gelide la mano dei gaglioffi che prima lo irridevano. Speriamo che li trascini all’inferno, come nel finale di Mozart-Da Ponte.

Il più beffato è stato Bersani, mentre Berlusconi è rimasto a galla dopo aver temuto di annegare; quanto a Monti, Monti chi, il padrone del cucciolo Empy? Nel campo Pd-Sel Grillo ha raccolto a piene mani (Sicilia, Marche, nella Puglia vendoliana), molto più in proporzione che fra i leghisti in Veneto e al Pdl in Friuli. Il dimesso immaginario del riformismo, colonia del neoliberismo, è rimasto strozzato fra quello televisivo del pagliaccio di Arcore e quello web 2.0 del comico genovese.

Perché è finita così? Come ha fatto Bersani, vincitore sicuro se si fosse votato nel novembre 2011 invece di sospendere la democrazia, su impulso di Napolitano, vincitore con largo margine ancora alle prime avvisaglie di collasso dell’innaturale maggioranza che sosteneva il governo tecnico, come ha fatto a incappare in un declino così rovinoso e a lasciare lo spazio della protesta contro l’austerità a Berlusconi e a Grillo? Domanda retorica, che già contiene le risposte. Nell’ordine: la paura di vincere, l’illusione che i voti piovano su chi si sposta al centro e taglia le ali, la subordinazione al pensiero unico finanz-liberista e alla sua gestione ordoliberale tedesca (ah, quella visita a Schäuble!), la chiusura ostinata ai movimenti e la diffidenza verso la Fiom, da ultimo la sottovalutazione del Movimento 5 stelle e la cocciuta difesa delle più impopolari misure fiscali di Monti, senza neppure abbozzare un timido e forse tardivo keynesismo.

Campo libero è stato così lasciato a ogni demagogia – beninteso, non a posizioni di sinistra, che anzi l’ondata grillina rischia di sommergere anche lo spazio dei movimenti, fra cui la sindrome di Stoccolma già fa strage. Non è detto che M5S acquisisca la fisionomia e la stabilità di un partito, seppure di tipo nuovo, ma il suo successo porta a termine la storia di quell’accrocco mezzo socialdemocratico e mezzo cattolico-sociale che è il Pd, che stavolta non se la caverà con un ennesimo cambiamento di nome e albero di riferimento. E questo mettiamolo all’attivo di Grillo, anche se non all’attivo dell’Italia, perché fa un vuoto sacrosanto ma non costruisce nulla in quell’apertura.

Come se ne uscirà? Sia la grande coalizione da Bersani a Berlusconi sia nuove elezioni con il Porcellum non farebbero altro che evitare a Grillo scelte politiche e aumentare l’indignazione e quindi regalare altri voti a M5S. Da questa crisi – che comporterà gravi ingerenze europee e rischi per la tenuta dell’euro – non si evade con manovre parlamentari. Si delineano scenari inediti, che i partiti attuali e anche il duo Grillo-Casaleggio non sembrano in grado di controllare. Ma non diamoci troppo presto alle profezie.

Vogliamo spendere una frase finale per Rivoluzione civile? Si è detto, forse con timbro troppo sommesso, che era assurdo configurare una sinistra radicale, estranea al patto scellerato con Monti e Merkel, una Syriza italiana con la riesumazione di relitti storici già logorati dalle precedenti sconfitte e invasivamente presenti nelle persone dei loro segretari. Che altrettanto assurdo era mettere alla sua testa un magistrato, non esente da tratti giustizialisti e latore di strane proposte in materia di diritto penale. Non se n’è tenuto conto e adesso i coinvolti facciano una tardiva autocritica. Della salvezza della loro anima, però, molto non ci cale, per riusare un’espressione congruamente giurassica.

Il problema della noia

Giorgio Mascitelli

A detta di alcuni esperti di sondaggi, osservatori professionali di campagne elettorali, spin doctor e affini, la prossima campagna elettorale sarà una delle più noiose degli ultimi anni, viceversa secondo altri esperti (attualmente in netta minoranza ma destinati a diventare maggioritari negli ultimi giorni prima del voto) sarà una delle più avvincenti ed emozionanti. Non sono naturalmente in grado di dire quale delle due opinioni sia la più veritiera, ma forse vale la pena di riflettere su perché questo tipo di giudizio, apparentemente più adatto ad altri tipi di evento, venga ormai dibattuto pubblicamente e in maniera ormai sistematica in occasione di qualsiasi campagna elettorale, nazionale o estera.

In una società come la nostra, nella quale l’informazione è profondamente mescolata con l’intrattenimento e per così dire quasi non esiste senza di esso, perlomeno in dimensioni di massa, ovviamente la noia è un problema ed è un problema centrale per tutti coloro che investono beni materiali e immateriali nella comunicazione pubblica. Logico dunque che gli esperti di elezioni e pubblicità elettorale si pongano la questione di quanto una campagna sia divertente o meno, quello che mi stupisce è che tale riflessione venga estesa all’ampio pubblico dei non addetti ai lavori, di coloro che in definitiva dovrebbero semplicemente annoiarsi o divertirsi alle gesta e alle dichiarazioni dei candidati, invece di tenersi in ambiti più specialistici. In altri termini è interessante capire perché una persona che non fa parte di un comitato elettorale, ma è un semplice cittadino, dovrebbe studiare e apprendere punti forti e deboli della tecnica mediatica di ogni candidato.

La mia impressione è che una siffatta attenzione abbia una valenza pedagogica nei confronti della cittadinanza del tutto analoga a quella del commento tecnico nelle telecronache delle partite e delle gare sportive. I commentatori tecnici seri infatti hanno come compito quello di aiutare il pubblico a cogliere gli aspetti e i gesti più validi tecnicamente in un’ottica sportiva lontana dallo spirito del tifoso; ugualmente questi specialisti ci preparano a seguire le elezioni con un’attenzione rivolta alle modalità formali della comunicazione più che ai contenuti e alle prospettive politiche delle forze in competizione (mi sto riferendo a quelli effettivamente indipendenti e non a coloro che sostengono la campagna elettorale di un candidato attraverso i sondaggi). Vi è però una differenza tra i due ambiti: la finalità dello sport professionistico è quello di offrire una spettacolo divertente, quello delle elezioni dovrebbe essere la scelta del governo di un paese. In questa prospettiva l’attenzione preminente alle tecniche comunicative significa educare alla disattenzione rispetto agli aspetti più propriamente politici del voto.

Qualcuno potrebbe obiettare che non è poi una gran novità, fin dai tempi dei sofisti ci sono tecnici che debbono curare gli aspetti comunicativi della politica. Il che è vero, ma solo parzialmente, perché, quando i sofisti promettevano di rendere forte il discorso debole, infondo dicevano soltanto che chi avesse seguito i loro ammaestramenti retorici avrebbe prevalso nell’agone assembleare, nel nostro caso invece il discorso sulla comunicazione tende a sostituirsi al discorso politico. Insomma anche la politica professionale si depoliticizza in perfetta continuità con il resto della società.

Sempre da questo punto di vista emerge il limite sociologico di tutte le operazioni alla Grillo o, per stare all’estero, tipo il partito dei pirati: si importano dentro il sistema politico delle persone estranee a esso, che però non sono portatrici di una cultura politica e ideologica altra, e quindi finiscono con l’interpretare in una chiave magari più decente lo stesso tipo di logica dominante, che è del resto la traiettoria incarnata da Antonio Di Pietro, perché non possono che agire secondo i modelli dettati dal loro habitus. Non è un caso infatti che forze della casta e nemici di essa abbiano in comune il medesimo problema della noia.

Ancora una volta, la barbarie

Augusto Illuminati

Oddio, ancora gli invocati barbari di Verlaine e Kavafis, di nuovo un elogio benjaminiano della barbarie? Non preoccupatevi, è solo un riflesso involontario, l’impulso a vomitare quando vi ficcate un dito in gola. Il dito o l’intera mano in questione è l’imperversare del termine civico o civile, variamente associato a “lista”, “scelta”, “società” o “rivoluzione”, che ammorba il dibattito pre-elettorale italiano. Non diamone, per carità, la colpa a Hegel o Koselleck. Lo sappiamo che bürgerliche Gesellschaft contiene quell’ambiguità per cui bürgerliche significa allo stesso tempo “civile” e “borghese”, ci rendiamo conto che l’opposizione impolitica liberale all’assolutismo, passando per salotti, giornali, massoneria e opinione pubblica, si è installata al vertice della società politica e a sua volta ha chiuso la porta ad altri strati emergenti.

Mica stiamo a pettinare i concetti o a inseguire sui tetti il tacchino della civiltà. Però quel civico-civile, versione urbanizzata dell’antipolitica urlata a 5 stelle, ci sa di fregatura, mischia giustizialismo ed elitarismo, si colloca oltre destra e sinistra, antepone la criminalità dei mafiosi e degli evasori fiscali al normale e legale sfruttamento di classe, mette in mano l’Italia a un ceto di tecnici o di magistrati, la cui personale correttezza (ma ci sono anche Casini e Fini con parenti al seguito, tanto per non far nomi) non garantisce l’imparzialità sociale, ci accontentiamo di poco.

Nessun elogio dell’incivile-barbarico, allora, della pancia o delle curve, ma cosa sta alla radice del fastidio per le litanie sulla società civile? Innanzi tutto il disgusto per l’ipocrisia dell’operazione. Invece di cambiare il ceto politico o di mettere in questione la stessa categoria di rappresentanza, di regola l’appello al civico-civile è un modo di parare le critiche della cosiddetta antipolitica, affiancando una lista di eminenti esponenti (cattolici e bancari) della suddetta società civile ai più malfamati arnesi della politica politicante (la Scelta civica di Monti, correntemente soprannominata Scelta cinica, affiancata a Udc e Fli), oppure addizionando ai rappresentanti di un altro e forse miglior settore i più o meno presentabili segretari di piccoli partiti al momento extra-parlamentari o in via di diventarlo, come nel caso di Rivoluzione (che parola grossa) civile, versione benintenzionata e sfigata dell’impettito Centro tecno-senatoriale. Ah, veder sfilare les grands Barbares blancs...

Poi la bizzarria di affidare l’immaginaria complessità compositiva della società civile – plurale, differente, variegata, wow! – a un Capo, un Nome, un Calato dall’Alto (Quirinale o Guatemala che sia, sebbene in notorio contrasto), prendendo sul serio l’indicazione (costituzionalmente nulla) del leader sulle schede. M5S, per non farsi mancare niente, ha addirittura una coppia: l’imam comico sul proscenio, Grillo, e l’imam nascosto dai lunghi capelli, Casaleggio, segreto ma non troppo. C’è quasi da congratularsi con la sobrietà dell’inventore della personalizzazione, Berlusconi, che finge di allontanare dalle labbra il calice amaro della premiership, e di Bersani che si limita a buttar lì un po' di società civile assortita (filosofe e filosofi, commercianti, economisti liberali ecc.) senza troppo mettersi in mostra, secondo la regola del vantaggio.

Anche perché aveva già dato (e preso) nella brillante sceneggiata delle primarie. Il paradosso è duplice: 1) più la rappresentanza è in crisi e il ceto politico sputtanato, più si concentra in una persona, 2) più a comandare sono i mercati finanziari e anonimi organismi sovranazionali, più si enfatizza un inesistente decisionismo individuale, il Capo che però deve obbedire all’Europa o alla Bce o ad altri capi sovraordinati, si chiamino Obama o Merkel. Ahimé, è scesa la notte e i barbari non sono arrivati, peccato erano una qualche soluzione, giatí enúktose k’oi bárbaroi den elthan... oi ánthropoi autoí esan mia kapia lusis.

Andiamo allora alla radice, la società civile. Non perdiamo tempo con le versioni circensi a destra (Samorè, Briatore, Minetti...) ma pure a sinistra (appena uscito l’on. Calearo, arriva niente meno che l’assessore siciliano Zichichi), e contempliamone la componente più seriosa: benefattori, finanzieri, imprenditori, magistrati ecc. Si tratta dell’ultima e degradata versione del popolo sovrano di un tempo, cui viene restituita una pretesa di rappresentanza, proprio nel momento in cui il vero potere sta abbandonando la logica della rappresentanza a favore di un esercizio tecno-elitario. Una copertura simbolica con cui i veri padroni (Marchionne, Passera, perfino l’umbratile Montezemolo) non si sporcano le mani, dove invece si affollano faccendieri di ogni tipo, brave persone che “lavorano nel sociale”, intellettuali assortiti, tanti volenterosi cattolici e operatori intermedi della governance.

Pastori in rappresentanza del gregge, anzi addobbati in pelli di pecora per la gestione molecolare e mediatica della democrazia del pubblico – per usare una definizione che comprende varie sfumature di populismo e de-autorizzazione o espropriazione dei soggetti politici. In conclusione, repulsione e diffidenza per il termine hanno buone ragioni e suggeriscono una presa di distanza, l’avvio di una ricerca costruttiva su quanto si colloca al di là del civico-civile e del popolare, su una democrazia del comune ben differente dalla democrazia del pubblico.