Usa, lobby davvero trasparenti?

usaG. B. Zorzoli

Quasi tutti i media italiani hanno scelto di descrivere le primarie Usa per scegliere i candidati democratico e repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, privilegiandone gli aspetti più folkloristici. In questo aiutati da un candidato, come Donald Trump, che si presta egregiamente alla bisogna. Anche quando si è cercato di offrire una descrizione più puntuale delle diverse posizioni finora emerse, l’analisi è rimasta confinata al palcoscenico, senza informazione alcuna su quanto sta avvenendo nel backstage. Dove si svolge uno spettacolo non proprio edificante.

A farci sapere qualcosa di più è un’indagine del «New York Times», secondo cui appena 158 soggetti, in proprio o tramite le società che controllano, ciascuno con almeno 250.000 dollari, hanno contribuito a finanziare la prima fase delle primarie USA, per un totale di 176 milioni di dollari. Sono quasi tutti bianchi, ricchi, anziani e maschi, che risiedono in un arcipelago di quartieri ricchi ed esclusivi, del tutto separati dal resto di un’America dove gli aventi diritto al voto sono prevalentemente più giovani, donne, neri o «brown». Se aggiungiamo al mazzo i duecento «poveretti» che hanno contribuito con appena poco più di 100.000 dollari, si supera di parecchio la metà dei finanziamenti raccolti dai candidati alle primarie USA. Bisogna risalire a prima dello scandalo Watergate, cioè a fine anni Sessanta, per trovare un numero così ristretto di persone disposte a finanziare così tanto e così in anticipo le primarie, rileva il «New York Times».

La composizione degli odierni Paperoni è però radicalmente diversa da quella di allora. Quasi il dieci per cento sono immigrati: da Cuba come dal Pakistan, dalla vecchia URSS, dall’India, da Israele. Pochi operano all’interno delle tradizionali corporation americane o hanno ereditato la loro ricchezza (119 self made men contro 37 ereditieri). Infatti 67, includendo anche le assicurazioni, lavorano nel settore finanziario (spesso hanno creato hedge fund). 17 nel settore delle materie prime (soprattutto petrolio). 15 nell’edilizia. 12 nei media e nello spettacolo, fra cui Steven Spielberg, e altrettanti nel settore cosmetico-sanitario. Solo 10 nell’high tech, 6 nell’industria manifatturiera, 5 in quella alimentare.

Questa classe di neoricchi finanzia in prevalenza i candidati alle primarie repubblicane, che promettono di ridurre le tasse sui redditi, sui capital gain, sulle eredità, compensando le minori entrate fiscali con tagli all’assistenza sociale: si comportano così in 138, contro 20 che finanziano candidati democratici. E in diversi casi sostengono i candidati repubblicani più estremisti. Ad esempio Robert Mercer attraverso il suo hedge fund, Toby Neugebauer, un investitore in private equity, e gli Wilks, che hanno accumulato miliardi di dollari fornendo attrezzature e camion a chi estrae shale gas o shale oil, hanno sostenuto il senatore texano Ted Cruz, aderente al Tea Party. Anche una buona parte di chi contribuisce alle spese per le primarie dei candidati democratici appartiene al mondo della finanza, a partire da un nome noto come Soros; se la loro percentuale è inferiore a quella esistente sul versante dei repubblicani, lo si deve alla tradizionale presenza di contributori di Hollywood e dintorni.

E siamo solo all’antipasto. A quanti miliardi di dollari arriveremo, visto che le primarie si concluderanno solo a 2016 inoltrato, poi ci saranno le convenzioni nazionali dei due partiti per la nomina dei due candidati alla presidenza, infine le elezioni presidenziali vere e proprie? Miliardi, di cui presumibilmente la metà sarà arrivata da un pugno di neoricchi, inevitabilmente condizionando elezioni dove donne e uomini, in buona parte appartenenti alle tante minoranze che ormai fanno la maggioranza, vorrebbero poter scegliere qualcuno attento alle loro esigenze di un lavoro dignitoso, di welfare, di scuole in grado di fornire una formazione adeguata ai propri figli.

Non stupisce quindi se agli ostacoli oggettivi, che in USA favoriscono un basso livello di partecipazione al voto degli strati sociali etnicamente e socialmente più sfavoriti, si aggiunge in misura crescente la sfiducia verso candidati distinguibili perché sostengono programmi almeno in parte diversi, ma non sotto il profilo degli interessi di chi ne ha finanziato le campagne elettorali. Naturalmente gli stessi media italiani che tacciono sui finanziamenti USA, sono pronti a strillare contro l’ingordigia della politica, quando qualcuno osa riproporre il finanziamento pubblico dei partiti.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Domenica 15 novembre alle 22.10, Creare, con Achille Bonito Oliva, Carolyn Christov-Bakargiev, Marco d'Eramo.

L’America

Franco Berardi Bifo

Ho seguito la notte elettorale a San Francisco, a casa di amici vicini al movimento Occupy. La vittoria di Obama non ha scatenato grandi entusiasmi, ma un po' di sollievo sì, visto che fino all'ultimo si è continuato a temere il peggio. Per qualche ora c'è stata incertezza, e Romney sembrava avere la maggioranza del voto popolare, poi le cose sono cambiate quando ha cominciato a pesare il voto della costa occidentale, che ha fatto pendere la bilancia decisamente a favore di Obama. In ogni caso il risultato è di sostanziale parità. L'elettorato americano è diviso in maniera assolutamente equilibrata.

Anche se Obama ha vinto largamente il voto elettorale, il voto popolare è invece in equilibrio quasi perfetto. Da questo discende un cambiamento nell'atteggiamento dei repubblicani, come si è capito fin dalle prime ore successive alla dichiarazione ufficiale della conferma del Presidente in carica. L'ostruzionismo degli estremisti repubblicani, che ha paralizzato in larga parte la passata amministrazione sembra aver irritato larga parte degli elettori, e molti segnali fanno pensare che nei prossimi mesi l'atteggiamento dell'opposizione repubblicana cambierà e che diventi possibile un rapporto più collaborativo.

Quali saranno le conseguenze? Ci si poteva attendere che nel secondo mandato un maggiore coraggio sarebbe stato possibile da parte di Obama e dei democratici, soprattutto sulla questione della redistribuzione fiscale del reddito, ma se i repubblicani decidono di collaborare la prima cosa che otterranno sarà proprio un sostanziale immobilismo dei democratici. Boehner ha detto subito che il risultato di queste elezioni implica il fatto che non c'è un mandato per l'aumento delle tasse. Ma sarà possibile affrontare le urgenze che si presentano all'orizzonte senza compiere scelte coraggiose?

La prima urgenza è l'after-Sandy. Le infrastrutture del paese sono in condizioni di deterioramento visibile, per effetto di decenni di politiche restrittive della spesa pubblica. Il primo effetto della super-tempesta è stato proprio quello di rendere evidente la fragilità delle infrastrutture della costa orientale, che sembrano sul punto di decomporsi. Si calcola che gli effetti della devastazione prodotta da Sandy peseranno sull'economia nazionale nella misura di mezzo punto del prodotto lordo. E la prima reazione dei mercati alla vittoria democratica è stata decisamente negativa. La questione del tetto del debito si ripresenterà all'inizio del prossimo anno e solo un aumento delle entrate fiscali potrebbe migliorare una situazione finanziaria che continua a essere sull'orlo dell'abisso.

Insomma la questione della redistribuzione del reddito è urgente, inaggirabile. Obama non ha potuto affrontarla nel primo mandato, e neanche ci ha provato. Nel prossimo futuro potrebbe essere costretto a provarci dalla forza delle cose, ma i repubblicani gli hanno già detto che si può collaborare solo a patto che non si tocchi questo tasto. La questione è aperta. L'abisso è visibile all'orizzonte, il muro dell'avarizia finanziaria è solido quanto lo era in passato, e questo risultato elettorale non ha certo contribuito a scalfirlo. Ma la forza stessa delle cose contribuisce a mantenere aperta la prospettiva di uno scontro decisivo sulla questione fondamentale, la redistribuzione del reddito, la riappropriazione sociale di risorse espropriate dalla classe finanziaria.

Non sarà facile. La cultura politica di Obama non è certo predisposta verso l'egualitarismo, l'attenzione dei repubblicani rimane tutta concentrata su questo punto, e nonostante la sconfitta i repubblicani mantengono la loro capacità di ricatto su questo punto. Ma la forza dei processi oggettivi messi in moto dall'irrisolta crisi finanziaria del 2008 e dalla degradazione delle infrastrutture pubbliche fa pensare che la nuova amministrazione Obama dovrà darsi una mossa. Il senso di oppressione che si prova in Europa è data dalla sensazione di una assenza di alternative possibili, di un blocco inamovibile che la classe finanziaria ha imposto alla politica del continente. La situazione americana appare meno bloccata, più fluida, aperta a evoluzioni meno prevedibili.