Europa Nazione

Franco Berardi Bifo

L’Unione europea fu concepita come progetto post-nazionale. Solo una piccola minoranza dell’opinione europea (una minoranza fascista) parlò nei decenni passati di Europa come nazione. Quel che è accaduto negli ultimi dieci anni ha progressivamente cancellato e depotenziato la vocazione post-nazionale, e ha portato a emergenza l’identità d’Europa come Nazione Bianca.

Le elezioni italiane segnano un nuovo passaggio – forse decisivo – nella disintegrazione di quella che fu l’Unione europea, e la trasformazione di quel progetto post-nazionale in un processo di fondazione della Nazione europea come entità di guerra razziale permanente.

Da Maastricht in poi l’Unione europea ha funzionato come dispositivo neoliberista finalizzato allo spostamento di risorse dalla società verso il sistema finanziario. Venticinque anni di politiche monetariste rivolte allo smantellamento dello stato sociale e alla precarizzazione del lavoro hanno prodotto l’effetto che potevamo attenderci e ci attendevamo: un’ondata di rigetto sempre più vasto del progetto europeo, un’ondata di nazionalismo legato alla rabbia impotente di coloro che hanno subito l’impoverimento sociale.

La popolazione della grande maggioranza dei paesi europei si è espressa contro le politiche globalizzanti e neoliberiste, e particolarmente contro il Fiscal compact, cioè l’imposizione di un debito che dissangua la vita sociale e sposta capitale verso il sistema bancario.

Dapprima, tra il 2011 e il 2015, questo rifiuto si è configurato come opposizione sociale: l’acampada spagnola, il movimento Occupy e infine il referendum greco contro l’imposizione del memorandum da parte della troika hanno segnato il tentativo di fermare il prelievo finanziario e lo smantellamento delle strutture sociali. Ma l’opposizione sociale è stata sconfitta, perché non disponeva degli strumenti concettuali e materiali per opporsi alla governance finanziaria, forma post-nazionale e astratta di dominio, contro cui nulla poteva un movimento territorializzato su base nazionale. L’impotenza è il tratto decisivo della vita sociale dopo la crisi del 2008: impotenza a resistere all’assalto predatorio della finanza, a impedire lo smantellamento delle strutture pubbliche come la scuola e la sanità, a mantenere un livello di vita paragonabile a quello delle generazioni passate. L’impotenza si è presto trasformata in risentimento, volontà di vendetta, e nostalgia reazionaria per la sovranità nazionale.

A questo punto si è presentata la nuova minaccia: la grande migrazione, effetto di processi di lunghissima durata (depredazione coloniale delle risorse umane e fisiche, degradazione dell’ambiente) e di processi più recenti, come la guerra scatenata dal clan Bush in Medio Oriente, cui i paesi dell’Unione europea si sono accodati, e le guerre francesi contro la Libia e contro la Siria, che hanno messo in moto il pandemonio.

La crisi dell’Unione europea, di cui le elezioni italiane rappresentano a mio parere il passaggio finale, è dunque nata dalla reazione contro due processi convergenti di deterritorializzazione: l’impoverimento generato dalla governance post-nazionale, che ha provocato una rivendicazione sovranista, e la grande migrazione, percepita come invasione del territorio bianco da parte delle vittime delle invasioni bianche del passato.

Questi due filoni della rabbia impotente si sono fusi in un unico potente movimento di riterritorializzazione reazionaria.

Incapace di concettualizzare quel che sta accadendo, l’opinione democratica e neo-liberale ha tentato di esorcizzare la duplice reazione con un’unica parola: populismo. Ma si tratta di un’espressione che non spiega niente e confonde due fenomeni del tutto differenti (il rifiuto sociale dell’impoverimento e il razzismo riemergente nell’inconscio europeo).

L’opinione democratica e neo-liberale difende un feticcio (la democrazia, cui non corrisponde più niente nella realtà politica post-nazionale) e difende un’ossessione (la crescita economica, la competizione, insomma la concentrazione di potere economico da parte della macchina astratta della finanza). Ma per difendere questo feticcio e questa ossessione identifica l’onda reazionaria montante con una definizione che potenzia l’onda reazionaria: populismo è tutto ciò che non si piega alle tendenze deterritorializzanti dello sfruttamento finanziario e della mobilità migrante.

Ma queste due tendenze sono distinte, anche se ovviamente interagenti. I due movimenti reattivi vanno considerati distintamente: una cosa è la difesa della vita sociale contro il profitto finanziario, un’altra cosa è la paura della grande migrazione.

Confondendo i due movimenti si ottiene l’effetto che abbiamo sotto gli occhi: il montare incontenibile di un’onda che ha un solo nome: nazional-socialismo.

Il nazismo è la tendenza emergente in larga parte del continente europeo, anche se questa parola è impronunciabile.

La dinamica che si manifestò in Germania dopo il Congresso di Versailles si è ripresentata su scala continentale per effetto della scomparsa di una sinistra capace di opporsi all’offensiva finanziaria, e per effetto dell’incapacità della politica europea di fare i conti con l’eredità del colonialismo.

Non so come potrà evolvere la situazione italiana nei prossimi mesi, ma mi pare evidente che l’unico elemento che accomuna tutte le forze politiche, in Italia come in tutti gli altri paesi europei, è il respingimento dell’onda migratoria inarrestabile. Sul respingimento razzista e sullo sterminio convergono perfettamente i vincitori delle elezioni, la Lega e i Cinque stelle, e i perdenti delle elezioni, il Partito democratico che con Marco Minniti ha espresso pienamente il razzismo costitutivo dell’Unione europea.

Su questo punto, il respingimento e lo sterminio, il fronte europeo si ricompone compatto.

Sul razzismo della popolazione europea (non dei governi nazionali, che su questo punto riflettono la volontà della maggioranza) si fonda la nuova identità della nazione europea (Nazione, perché fondata su un’identità razziale, e perché portatrice di sterminio e di guerra).

Il razzismo e il nazionalismo sono la conseguenza e il rovescio dell’impotenza sociale accumulate nell’ultimo decennio.

Le elezioni italiane hanno portato a compimento il processo di nazificazione dell’unione europea, anche se questa realtà è innominabile. Lo sterminio razzista – che si manifesta oggi nella costruzione di un campo di concentramento gigantesco nel quale milioni di non-bianchi sono detenuti, torturati, schiavizzati, eliminati, e alla fine annegati se tentano di fuggire – è il futuro già scritto di quella che, con sublime disprezzo dell’evidenza, continua a chiamarsi unione europea.

Vincitori a metà, donne comprese

Letizia Paolozzi

Nella discussione sul 4 marzo, post-voto, governo tecnico o politico, vale la pena di interrogarsi su un soggetto, quello femminile, per il quale si sprecano frasi del tipo: “È arrivata l’onda rosa”, “Ecco lo tsunami delle donne”.

Lega e Movimento 5 Stelle sono i (mezzi) vincitori delle elezioni nonché i possibili attori di una nuova formula di governo o di una prossima alternanza competitiva (l’Italia per le formule possiede una fantasia illimitata): quella del bipolarismo populista.

Quanto alle donne, nella coalizione di centro-destra, Giorgia Meloni ha conquistato la leadership di Fratelli d’Italia mentre le parlamentari della Lega (annotazione di Flavia Perina) sono passate da 5 a 65. Forza Italia, anzi, Berlusconi, che rischiava di venire detronizzato in una coalizione che pure ha raccolto il 37 %, si è rasserenato grazie all’elezione della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e di seguito, delle due capigruppo: Annamaria Bernini e Maria Stella Gelmini.

Secondo voi, si tratta del riconoscimento (maschile) di un discorso pubblico-politico che attribuisce alle donne particolare valore?

Giacché siamo in tema, bisogna accennare alla questione delle pluricandidature. È un “trucco” che tutti i partiti, tranne i 5 Stelle, hanno usato non solo per aprire un paracadute ai loro dirigenti nei collegi uninominali ma per aggirare le quote di genere (che stabiliscono l’alternanza uomo/donna nei listini e un rapporto 60-40% tra capilista dei due sessi). Scansato (tra le altre) da Boschi, Madia (Pd), Guerra (Leu), Bongiorno (Lega) il discutibilissimo marchingegno, le parlamentari, in questo modo, hanno salvato molti colleghi di partito che erano al secondo posto nei listini.

Come dire che il patriarcato sarà pure sulla via del tramonto, ma la corsa in più collegi a vantaggio degli uomini (unico innocente il Movimento 5 Stelle che può esibire il gruppo parlamentare con più donne elette: 42 su un totale di 112 al Senato e 82 su 122 alla Camera, superando la soglia del 40%) ricorda il solito soccorso ancillare a sostegno del potere maschile. Il quale potere pare abbia perso attrattiva a Hollywood, ma nel Parlamento italiano ancora domina su grande parte dell’emiciclo.

Naturalmente, il numero dei voti ottenuti va sempre accostato alla condizione di salute della democrazia che da questo voto è uscita, sostiene Luciana Castellina (in un’intervista su«L’Espresso»), “con le ossa rotte”.

Eppure, ad ascoltare i discorsi d’insediamento dei due presidenti delle Camere, aggrappati alla ciambella di salvataggio della Carta costituzionale, alle istituzioni, alle regole comuni, sembra che la democrazia sia di forte fibra, in grado di superare le malattie gravi. O di stagione.

Il nuovo presidente dell’assemblea di Montecitorio, Roberto Fico, viene da una scuola dove si insegnava che il Parlamento andava aperto “come una scatola di tonno”. Adesso, di quello stesso luogo – del Parlamento – ha sottolineato la centralità, ricordando la battaglia contro il nazifascismo e l’anniversario delle Fosse Ardeatine.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente di Palazzo Madama, si è riallacciata a una genealogia femminile delle “mai abbastanza ricordate eroine del Risorgimento” e delle “tante ragazze, di ogni estrazione sociale, e di ogni credo religioso, che hanno rappresentato l’anima della lotta di Liberazione e che, mi sia consentito, sono qui oggi magistralmente rappresentate dalla senatrice Liliana Segre”.

A proposito di Casellati, alcune mie amiche hanno salutato festosamente il suo arrivo, in quanto “prima donna alla seconda carica dello Stato”. Dalle sue posizioni risulta che vorrebbe la revisione della 194, la riapertura delle case chiuse. Non amichevole nei confronti delle unioni civili, si è distinta in quanto avvocato matrimonialista ma anche per aver difeso entusiasticamente “l’utilizzatore finale” Berlusconi, nelle vicende giudiziarie del caso Ruby. Alias “la nipote di Mubarak”.

Queste posizioni sicuramente non peseranno sul ruolo della neopresidente del Senato, tuttavia esaltare il dato inoppugnabile che “è una donna”, mettendo una pietra sopra al resto, rischia di essere poco rispettoso proprio per le idee (che a me non piacciono) di Casellati. Gli uomini conoscono, per averla frequentata, la tendenza a misurare l’attività di una persona – e a discriminarla – in base alle sue caratteristiche fisico-biologiche. Si chiama sessismo. Non esisterà, per caso, anche un (capovolto) sessismo femminile?

Quindi, dopo il discorso d’insediamento, staremo a vedere se la presidente sceglierà una versione più neutra e meno legata fideisticamente al capo. Per ora è stato di conforto alle donne la sua rassicurazione che “nessun traguardo è più precluso, la mia elezione è un incoraggiamento per tutte”. La politica, in fondo, è l’arte del possibile.

Sempre nelle prime giornate febbrili dell’inedita (ma già pencolante) alleanza giallo-verde, qualche incongruenza l’abbiamo notata quando Salvini ha assicurato di essersi comportato in modo “lineare” nella mediazione sul nome del presidente del Senato mentre Di Maio ha garantito che “la partita della presidenza della Camera l’abbiamo vinta senza nessun compromesso” con gli “impresentabili”.

No inciuci, mediazioni o compromessi. Noi del Movimento 5 Stelle non sigliamo intese. Ma in Parlamento, per combinare qualcosa, bisogna tessere mediazioni, firmare patti (magari subito stracciati da piccoli e grandi tradimenti). Non si capisce cosa mai ci sia di dannoso a discutere da sponde diverse un provvedimento, una legge, e persino delle nomine (dei segretari d’aula, dei questori dei quali non c’è stato nessun eletto per il Pd). Comunque, Salvini non si staccherà facilmente da Forza Italia e dal “pregiudicato” Berlusconi, pena la subalternità ai 5 Stelle che hanno il doppio dei suoi voti.

Certo, uno dei problemi in sospeso (molti altri incalzano i due partiti che hanno raccolto più voti) riguarda la legittimazione di Berlusconi. Con il Movimento 5 Stelle nel ruolo di “partito della fermezza” che poco sopporta il nome di Casellati. Paola Taverna aveva promesso: “Con lui mai” per aggiungere subito dopo “ma lui in Parlamento non c’è più”.

E le deputate, le senatrici sono consapevoli della differenza, infedeli ai loro capi e autonome dal “mercanteggiamento maschile” (Mariangela Mianiti sul«Manifesto » del 7 marzo)? Difficile rispondere laddove pesano – hanno sempre pesato – le dinamiche interne ai partiti e la situazione attuale vieppiù ingarbugliata: Salvini che deve restare attaccato al 37 % del partito unico del centrodestra; Di Maio convinto che spetti a lui diventare premier.

Si vedrà il seguito il 4 aprile quando inizieranno le consultazioni per il governo. Soprattutto, spetterà al presidente della Repubblica cercare di districare le contraddizioni. Verificare gli elementi in comune dei vincitori: una domanda d’ordine che si mescola alle pulsioni antistranieri; la spinta anticasta, l’avversione nei confronti dell’Europa, la simpatia nei confronti della Russia di Putin.

Intanto, bisogna andare avanti. Lo pretende lo spirito di cambiamento che soffia sull’Italia. È accaduto da altre parti e sta accadendo da noi: centro-destra e centro-sinistra vacillano. Incespicano le aree moderate e riformiste e i modelli di partito tradizionali.

Il contratto sociale non tiene più. Media, web, social, televisione offrono modelli completamente diversi dal passato. I progressisti sono fuori per propria scelta o relegati in un angolo (non solo in Italia). Il Pd d’altronde, sembra avere il destino segnato da chi suppone che verrà dissanguato (come Forza Italia) rispettivamente dai grillini e dalla Lega alle prossime elezioni. Qualcuno auspica un raggruppamento liberale macroniano (con il centrodestra). Nel frattempo, il partito del reggente Martina si dibatte al proprio interno tra chi vuol trattare con i 5 Stelle e chi (il segretario uscente) respinge ogni discorso di apertura. E però, muoversi dall’opposizione significa innanzitutto ascoltare la realtà, i problemi della gente.

Questo voto ci consegna una bottiglia mezza piena e mezza vuota. Mezza vuota perché il 4 marzo è stato segnato dalla solitudine, insicurezza, paura dei dimenticati: operai, Sud, giovani. Mica semplice per la politica della Lega e del Movimento 5 Stelle porvi rimedio con il sovranismo, con il neo-assistenzialismo, il superamento della Fornero, la costruzione di una supposta comunità etnica che garantisca dal pericolo “percepito” delle migrazioni (però i clandestini esistono e sono un decimo dei regolari: 500 mila).

D’altronde, se nel nostro Paese le buone pratiche non mancano, non riescono a realizzare una rete contro la povertà. Per la convivenza, contro il degrado giacché, assieme agli immigrati (innocenti), è arrivato l’abbandono (colpevole) di intere zone del Paese.

Se invece proviamo a leggere nella bottiglia mezza piena, compare allora una spinta alla partecipazione dal basso, forse una fiammella di speranza che arrivi un mutamento. In meglio. Magari a rispondere – sempre che non distruggano l’Italia – sarà – sempre che nasca – questo governo di mezzi vincitori. Donne comprese.

Il trionfo del populismo

Lelio Demichelis

L’Italia come laboratorio politico e come incessante – e instancabile - fucina del populismo? Si potrebbe risalire a Guglielmo Giannini e al suo Fronte dell’Uomo Qualunque, una delle prime forme di antipolitica e il cui motto era: non ci rompete le scatole, tanto simile al vaffa di Beppe Grillo. Il settimanale l'Uomo Qualunque arrivò a una tiratura di 800.000 copie, davvero non male non esistendo ancora la rete e i blog. Ma veniamo a tempi a noi più vicini, ricordando che il populismo non è di oggi ma nasce nell’ottocento e attraversa tutto il novecento e oggi rinasce dall’Europa dell’austerità e del neoliberalismo; per non parlare di Trump.

È nel 1994 che Berlusconi scende in campo nel nome del populismo massmediatico televisivo, frutto della semina antipolitica compiuta negli anni ottanta dalle sue tv commerciali che producono quel nuovo uomo qualunque che vive di Vanna Marchi, di Drive in, di edonismo più o meno reaganiano, di telenovelas e di Sentieri/Dallas. Figlio tuttavia di un neoliberalismo che aveva iniziato a porsi come obiettivo deliberato e pianificato la dissoluzione della società (la società non esiste, esistono solo gli individui, predicava la populista Margaret Thatcher) in nome di un individuo mitizzato (divide) per farlo integrare sempre meglio e in modo sempre più convinto e attivo (et impera) nel sistema capitalistico dei consumi e poi della rete. Un populismo che si era alleato ovviamente con il populismo di terra e sangue e soprattutto di pancia della Lega di Bossi, che sognava la Padania dell’uomo qualunque che lavora e produce e non vuole sentire parlare di regole e di tasse e che si chiude nella sua comunità di uguali (il comunitarismo immunizzante del padroni a casa nostra). B & B erano gli eredi diretti della Dc e del Psi, cioè l’antipolitica di allora era il prodotto/effetto della degenerazione della politica (o la sua continuazione con altri mezzi). O altrimenti, come ha scritto Marco Revelli in Populismo 2.0, è la malattia senile di una democrazia non curata, di una crisi di rappresentanza, dell’impoverimento dei ceti medi, della sconfitta del lavoro come diritto.

Da allora, è un susseguirsi di populismi, in Italia e fuori, in una sorta di consumismo compulsivo di populismo che prende e cattura gli italiani (e gli europei) facendoli correre da uno scaffale politico all’altro del supermercato/Amazon, alla ricerca del prodotto-populista con il packaging migliore. E quindi, Beppe Grillo, ovvero il populismo dell’attore solo sulla scena che recita il monologo autocratico dell’individuo autoreferenziale e libero di dire ciò che la sua pancia gli dice, facendo sognare ciascuno (la socializzazione del populista) di poter essere anch’egli e allo stesso modo sulla scena pubblica. Replicandosi in forme apparentemente nuove quella che è in realtà l’essenza del populismo: la produzione di identificazione di ciascun uomo qualunque nel leader carismatico-populista che si fa uomo qualunque, apparentemente uguale agli altri. E ancora Berlusconi, che risorge negli anni duemila. E sempre più, Grillo – che grazie alla rete e ai blog estende e potenzia il potere del populismo massmediatico televisivo di ieri nel nuovo populismo massmediatico dei social di oggi. E infine, Matteo Salvini, che insegue il lepenismo francese, sposta ancora più a destra la Lega facendola partito nazionale, populista del noi (non solo padani) contro gli altri e contro l’Europa. In mezzo, il populismo (anch’esso di destra nelle forme verticali e autocratiche di espressione/comunicazione e soprattutto nei contenuti politici che esprime) di Matteo Renzi: che ha ucciso il Partito democratico personalizzandolo (ancora populismo) e svuotandolo di partecipazione politica fisica dal basso (il vecchio da rottamare, a prescindere), illudendosi di sostituirla con una partecipazione politica virtuale, via rete, bypassando i gufi e i vecchi e insopportabili (come per ogni populista) corpi intermedi della cittadinanza e della cultura/conoscenza.

Ma la rete è populista in sé e per sé (e si riveda il Populismo digitale di Alessandro Dal Lago). Per forma e per norma di funzionamento, permettendo un potenziamento infinito e senza freni dell’individualismo e della messa in vetrina di ciascuno, miscelando narcisismo, egocentrismo, egolatria, egocrazia, egoismo ed egotismo come populismo del sé. Ed è sempre populismo di destra perché antipolitico e de-socializzante per modi di esercizio del proprio potere - anche se ama definirsi social (è il populismo del popolo della rete) - oltre che a-democratico per sé, perché la rete è basata appunto sulla verticalizzazione delle relazioni di potere pur vivendo di apparente condivisione e orizzontalità e democrazia.

Se ieri vinceva la coppia Berlusconi e Bossi, oggi vince quella formata dalle due primedonne Grillo/Di Maio e Salvini (o, nel caso si riaprano i giochi, Renzi con Berlusconi). Dove la convergenza sembra impossibile, ma forse è inevitabile - e basterebbero a determinarla le retromarce del M5S sul reddito di cittadinanza, sempre meno di cittadinanza/universale e sempre più finalizzato a trovare un lavoro, in perfetta linea ordoliberale euro-tedesca. Mentre spaventa – ma anche conferma l’essenza populista di destra degli italiani - la possibilità – come anticipato dai sondaggi – che in caso di nuove elezioni cresca ancora il consenso a Lega e 5S.

Su tutto, anche il populismo (virtuale e/o di pancia) non sembra voler uscire davvero da quel neoliberalismo che in trent’anni ha prodotto deliberatamente e scientemente macerie sociali (impoverimento, precarizzazione e mercificazione del lavoro e della vita) e macerie politiche (dalla democrazia alla tecnocrazia e arrivando oggi al populismo).

D’altra parte, questo populismo virtuale e/o di pancia vive offrendo una potentissima illusione di libertà, partecipazione, democrazia, orizzontalità, sovranità, social(ità). E promette cambiamento, trasformazione, innovazione politica. L’imprenditore politico del populismo virtuale e/o di pancia è come l’imprenditore distruttore/creatore di Schumpeter: distrugge la democrazia promettendo di creare il nuovo, sempre rinnovando la promessa. In una realtà biopolitica che vive di induzione incessante – neoliberalismo più Silicon Valley - all’auto-imprenditorialità e all’innovazione tecnologica a prescindere (e anche Steve Jobs e oggi Mark Zuckerberg sono forme del populismo, questa volta tecnologico) è inevitabile che si confonda populismo virtuale con innovazione politica, imprenditore economico con imprenditore politico populista.

Grave è la malattia; difficile e lunga sarà la cura.

Cfr: L. Demichelis, Il digitale populista, in Alfapiù/Alfadomenica del 19 settembre 2017

Individualisti di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli

Dal 1948 al 1979, cioè per 31 anni, i votanti alle elezioni politiche hanno sempre superato il 90% degli aventi diritto. Dal 1983 al 2008 – 25 anni - sono rimasti sopra l’80%. Nel 2013 per la prima volta si è scesi nella decade inferiore (75,2%) e i commentatori hanno salutato con soddisfazione che una settimana fa il calo sia stato contenuto (73,1%), senza riflettere sul dato più eclatante: in 10 anni (2008-2018) l’affluenza alle urne è diminuita di più di dieci punti, circa il doppio dei maggiori cali precedenti in un analogo lasso di tempo.

Chi è andato al seggio, il 4 marzo ha prevalentemente votato contro. Un no che ha portato al ridimensionamento dei due protagonisti della scena politica durante l’ormai defunta seconda repubblica (Forza Italia e PD) e riproduce esiti analoghi nelle ultime elezioni in Spagna, in Francia, in Germania.

La sinistra paga un duplice errore. Di fronte alla rivoluzione capitalistica avviata a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, ha perso la sua storica capacità di fornire un’alternativa credibile, perché dotata di una visione di lungo termine, nel contempo coerente con i bisogni e con le aspirazioni delle classi subalterne. Una capacità presente sia in chi declinava la visione in chiave riformista, sia in chi la collocava in una prospettiva rivoluzionaria.

La sinistra è stata quindi presa in contropiede dai partiti conservatori, che della trasformazione in atto hanno viceversa saputo fornire una visione che individuava nella sinergia tra gestione neoliberistica dell’economia e sua globalizzazione la garanzia di una crescita non più minacciata da crisi, anche grazie all’apporto delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. E della conseguente crescita della ricchezza avrebbero beneficiato tutti, grazie al cosiddetto trickle down.

Questo capovolgimento dei ruoli, con la destra che appariva progressista e la sinistra conservatrice, si è tradotto nei successi elettorali della prima, a partire da quelli della Thatcher e di Reagan. Carente di visioni alternative, gran parte della sinistra ha reagito facendo propria la sostanza della politica neoliberista, mascherata con un po’ di maquillage. Prototipo di questo adeguamento, la terza via di Blair per un certo numero di anni è diventata la parola d’ordine della sinistra europea.

Mentre altrove la terza via per un po’ ha retto, in un’Italia anello debole del capitalismo europeo ha mostrato subito la corda. Il centro-sinistra ha vinto le elezioni del 1996 solo perché Forza Italia e Lega si erano presentate con liste contrapposte. Nemmeno i fallimenti dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006 sono riusciti a fare uscire dalle elezioni successive una maggioranza di centro-sinistra autosufficiente. Due anni dopo il centro-destra tornò trionfalmente al potere, trovandosi però a gestire una recessione figlia legittima delle politiche neoliberiste. Malgrado la maggioranza parlamentare di cui disponeva, non solo nel 2011 dovette cedere le redini del governo, ma, come la sinistra trent’anni prima, rimase ferma nella difesa di una linea politica che stava scaricando il suo fallimento sulle spalle di larghi strati sociali.

Così l’euroscetticismo, il sovranismo, la criminalizzazione del fenomeno migratorio hanno acquisito consensi crescenti non solo per l’assenza, nei tradizionali partiti di destra e di sinistra, di adeguate risposte politiche alla crisi, ma anche perché aderirvi non richiede impegnative revisioni della cultura individualistica diffusa dal neoliberismo. Si tratta infatti di individualismo in salsa diversa, operazione facilitata dal ruolo privilegiato nella vita quotidiana assunto dai social media, dove l’individualizzazione dei fruitori è portata all’estremo.

L’unico a trarre, in negativo, insegnamento dal risultato del M5S alle elezioni del 2013, primo segno della crisi che stava colpendo a sinistra come a destra, è stato Salvini, che ha cambiato parzialmente pelle alla Lega, accentuandone le connotazioni eversive, proprio mentre il M5S stava istituzionalizzando il proprio modus operandi. A giudicare dagli esiti elettorali, entrambe le strategie hanno avuto successo.

Alcuni rischi, insiti sia nella mancanza di una maggioranza parlamentare, sia negli interrogativi su come Lega e M5S utilizzeranno il peso politico acquisito, sono però evidenti. In quanto forza politica più forte, il M5S è maggiormente esposto al possibile disincanto, o per non essere riuscito a dare vita a un governo o, in caso contrario, per i vincoli che l’appoggio di altri necessariamente porrà all’attuazione del suo programma, a partire dal reddito di cittadinanza, proposta che più di altre ha trovato riscontro nel voto. Il PD, sollecitato a favorire la formazione di un governo, non avendo un programma politico credibile rischia di perdere ulteriori consensi sia che dica di sì (accusa di inciucio), sia che dica di no (criticato perché politicamente irresponsabile). Con Forza Italia allo sbando, l’unico a trarne vantaggio sarebbe Salvini, in questo facilitato da una linea politica in sintonia con lo spostamento verso un autoritarismo di destra, in chiave sovranista, che sta diffondendosi in Europa.