Alfadomenica #3 – giugno 2017

Solo pochissime parole per introdurre il sommario di un numero particolarmente ricco del nostro Alfadomenica e per ricordare ai lettori che il modo migliore per seguire dall'interno il lavoro quotidiano della rivista è entrare a far parte del Cantiere, lo spazio online e dal vivo riservato ai soci dell'Associazione Alfabeta. (In questi giorni, come avevamo preannunciato, è stato avviato il gruppo di lettura sul libro Il selfie del mondo di Marco d'Eramo, sul quale proporremo la prossima settimana un'analisi di Marco Dotti).

Oggi su Alfadomenica:

  • Nunzia Palmieri, Brian Friel, fallire al meglio:  Un cappello da mago, un quadrato di panno nero, quattro fogli di cartone, una maschera, un dentone, un pacchetto di palloncini gonfiabili sparsi in un prato nella notte silenziosa. Un bambino di dieci anni raccoglie ogni cosa e cerca di rimetterla al suo posto. Poi stringe fra le mani un coniglio malconcio e lo deposita con cura nella scatola legata alla bicicletta. M. L’Estrange, l’illusionista, è disteso per terra, senza forze, ubriaco fradicio ma capace ancora di tenersi aggrappato alle parole con un guizzo: «A quanto pare, amico, il mio destriero e io abbiamo preso strade diverse». - Leggi:>
  • Gigi Roggero, A/traverso, quando il cielo cade all'inferno: “Scrivere questo libro ha significato soprattutto rimettere insieme i pezzi di un oggetto rotto, riassemblare i frammenti di un’unità ormai perduta”. Così si conclude l’acuto volume di Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. E così inizia la sua ricerca, concepita come tesi di laurea dell’autore e successivamente rivista. L’“oggetto rotto” in questione, l’“unità ormai perduta”, è la rivista A/traverso, di cui Chiurchiù ricostruisce storia e sostanza. Una storia legata, innanzitutto, al movimento del doppio Sette, anno concretamente simbolico assurto a paradigma di un ventennio di lotta di classe.  - Leggi:>
  • Rossella Catanese, Santasangre, incisioni e cavalieri: L’ultimo spettacolo dei Santasangre, intitolato Gravure - Le Chevalier, è il secondo quadro di un ampio progetto che il gruppo di teatro porta avanti da diversi mesi. Santasangre nasce nel 2001, all’insegna della sperimentazione tecnologica visiva e sonora in grado di rendere indiscernibili spazi reali e virtuali. Vincitore nel 2009 del Premio Ubu (Premio Speciale), il gruppo ha partecipato in questi anni alle principali manifestazioni internazionali del settore.  - Leggi:>
  • Elena Malara, Venezia, la Biennale del corpo nomade: Christine Macel l'ha dedicata agli artisti, gli artisti ne hanno fatto la Biennale del corpo nomade. Un corpo, entità fisica, filosofica, concettuale e politica, che è la massa dell'umanità tutta e allo stesso tempo la singola presenza di ognuno di noi; nomade, poichè costretto nella sua dimensione collettiva e individuale a spostamenti, mutamenti, metamorfosi nel tentativo di riadattarsi e resistere con uno sguardo lucido agli smottamenti della geopolitica contemporanea. - Leggi:>
  • Stefano Jossa, Georg Baselitz, amaro e osceno è morire per la patriaGli Eroi di Georg Baselitz è una mostra che disturba. Trenta grandi tele, realizzate tra il 1965 e il 1966, tra Firenze e Berlino, rappresentano il male del mondo: corpi smembrati, lacerati e scomposti, cadaveri in forma di feti abortiti e alberi mutili che piangono sangue disegnano un paesaggio di macerie storiche, affettive ed esistenziali che dà voce all’orrore della guerra, quell’orrore che non è generica ripulsa, ma arriva fino alla persona, ferisce la carne, strazia il corpo, annienta la vista e annulla i sentimenti. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Suocera e nuora: Talora, sfogliando un ricettario, l’attenzione cade su un nome curioso o incomprensibile e si legge tutta la ricetta cercando di capir meglio. Dove ho pescato i tramezzini ruba-suocere? Non sul web, dove sono presentissimi, ma in Quando cucinano gli angeli di Suor Germana (1983). L’approccio didattico è quello familiare, gestione della casa, spesa, cucina, sempre calcolando chi c’è e chi non c’è. Questo metodo ha fatto la fortuna dell’autrice, una suora che a un tempo non ha famiglia e insegna in corsi prematrimoniali, e con un libro aiuta tutti, coniugati e non. Leggi:>
  • Una poesia 32 / Simona Menicocci: Della piega o del gerundio - Vai al video:>
  • Semaforo: Città - News - Parcheggi - Leggi:>

Venezia, la Biennale del corpo nomade

Elena Malara

Shirin Neshat, The home of my eyes

Christine Macel l'ha dedicata agli artisti, gli artisti ne hanno fatto la Biennale del corpo nomade. Un corpo, entità fisica, filosofica, concettuale e politica, che è la massa dell'umanità tutta e allo stesso tempo la singola presenza di ognuno di noi; nomade, poichè costretto nella sua dimensione collettiva e individuale a spostamenti, mutamenti, metamorfosi nel tentativo di riadattarsi e resistere con uno sguardo lucido agli smottamenti della geopolitica contemporanea.

Questa vena sottopelle scorre in un percorso diramato tra la mostra principale, le mostre nazionali e gli eventi collaterali: gli artisti selezionati sembrano aver lavorato come antenne immerse in una comune atmosfera altamente conduttiva, assemblando i segnali ricevuti in una - involontaria? - mappa dei solchi residuali di altrettante esperienze umane.

Il corpo nomade collettivo e assieme individuale emerge dai lavori concentrati su identità culturale, libertà di movimento, diritto all'autodeterminazione, nazionalismo e cittadinanza; la presenza di alcuni lavori è tutt'uno con lo sforzo di sbarazzarsi delle ingessature che la storia e la politica dei secoli scorsi hanno imposto ai cittadini nomadi di oggi.

Questo corpo, allo stesso tempo ente fisico e linguaggio, soggetto e strumento di esplorazione, espressione e azione, lo incontriamo per primo nella mostra centrale; il tema “Viva Arte Viva” sviluppato in sotto sezioni dai titoli evocativi, si lega al corpo nomade nella costellazione di lavori disseminati negli spazi dell'Arsenale e dei Giardini.

In Arselane, Maria Lai e Anna Halprin avviano questo sotterraneo tracciato nel “padiglione dello spazio comune”: i loro lavori “Legarsi alla montagna” e “Planetary Dance”, ambientati rispettivamente in Sardegna e San Francisco, orchestrano corpi in azioni di gruppo per focalizzare l'attenzione su identità culturale, comunità, potere politico della dimensione collettiva. Nello stesso padiglione, Marcos Ávila Forero amplifica con “Atrato” le percussioni sull'acqua e le istanze identitarie degli afro-colombiani dell'Amazzonia Colombiana.

Il “padiglione degli sciamani” apre al rapporto tra uomo e ambiente attraverso il corpo performatore in “Third Lung” di Naufus Ramìrez-Figueroa, ma anche alla riflessione sullo sradicamento dei corpi nella deportazione delle popolazioni africane in “O sacudimento da casa da Torre” e “O sacudimento da Maison des Esclaves em Gorée” di Ayrson Heráclito.

Koki Tanaka fa del suo corpo metro di misura e strumento di osservazione e trasmissione dei danni già perpetrati dalla presenza delle centrali nucleari sul territorio giapponese in “Of walking in unknown”, parte del “padiglione della terra” come i disegni di Kananginak Pootoogook, al cui centro presenzia un corpo rappresentato nella sua spietata funzione di schermo identitario nelle transizioni sociali e culturali delle tribù Inuit, sotto il controllo della politica canadese.

Nel “padiglione degli artisti e dei libri” ai Giardini non possiamo evitare di entrare in relazione coi corpi presenti di Dawn Kasper e dei migranti ospiti per il progetto di Olafur Eliasson: in “The Sun, the Moon ad the Stars” invadiamo lo studio e le azioni quotidiane della performer americana, che rivendica così l'indispensabile condizione nomade dell'individuo contemporaneo e la necessità di spazi adatti ad accoglierlo; con “Green light – an artistic workshop” incontriamo invece i rifugiati e i migranti che vivono a Venezia o in Veneto, in azione assieme al pubblico per costruire lampade con componenti disegnati dall'artista danese, in un momento da lui concepito come un “atto di benvenuto”.

Accoglienza, identità culturale, fisicità politica sono temi che sconfinano dal percorso della mostra principale, innestandosi in modo pervasivo nelle ricerche presentate da alcuni padiglioni nazionali: la Tunisia con “The absence of paths” presenta la Freesa, documento per la libera determinazione dei singoli e passaporto simbolico per il mondo, in contrapposizione ai meccanismi vigenti che regolano l'ingresso e l'uscita dagli Stati e la circolazione dei corpi secondo parametri di genere, appartenenza politica, appartenenza religiosa, identità culturale e nazionale. L'identità nazionale e culturale è la trincea che con “Love Story” l'artista Candice Breitz cerca di scavalcare, portando nel padiglione del Sud Africa una immediata riflessione sulla percezione dei corpi e il valore di conseguenza attribuito alle vite, e alle storie, delle persone costrette ad immigrare o in cerca di una vita diversa in paesi stranieri.

Il corpo in movimento come condizione inevitabile del presente diviene nuovamente strumento di azione e riflessione politica nei padiglioni Spagna e Olanda: se nel primo, Jordi Colomer con “¡Unete! Join Us!” documenta azioni di cittadinanza nomade in opposizione al degrado degli agglomerati urbani e della precarietà causata dall'incertezza economica, nel secondo l'artista Wendelien Van Oldenborgh rappresenta in “Cinema Olanda” l'identità inter-nazionale nata dai flussi migratori verso il suo stato d'origine, e i conseguenti movimenti intestini di intolleranza e conflitto identitario che ne animano la società contemporanea.

Il riverbero del corpo nomade si propaga anche negli eventi collaterali presenti nel resto della città, in calendario a fianco dell'esposizione principale.

Presso il palazzo delle prigioni, la mostra “Doing Time” sintetizza la ricerca dell'artista cinese Tehching Hsieh in due performance di un anno e una serie di documentazioni fotografiche e video di azioni in cui il corpo, il suo corpo, è stato oggetto assoluto di disciplina e resistenza in pratiche con tempi e modi spesso estremi; l'ambientazione è quella urbana, la rivendicazione è quella di una singolarità migrante clandestina che ha riflettuto sulla sua esperienza e ha toccato con mano soggezione, precarietà e lotta per la sopravvivenza.

Su un simile filone narrativo si posiziona la mostra di Shirin Neshat presso il Museo Correr, “The home of my eyes”, dove le serie di ritratti si pongono forse come una rappresentazione allegorica di alcune nazioni, sicuramente come una fotografia di umani sopravvissuti a un trauma collettivo; l'emotività e lo stato psicologico dei soggetti da lei investigati, migranti in fuga o rifugiati politici, si intrecciano alla sua storia e percezione personale, alla sua dimensione di corpo destinato al movimento continuo, interiore ed esteriore.

Questi corpi nomadi, così clandestinamente presenti a intessere una narrativa di più stringente attualità rispetto al tema fortemente poetico di “Viva Arte Viva”, sono lì per coinvolgerci, per farci immedesimare e farci partecipi delle loro vite; in ultimo, per richiamarci a una presa di responsabilità.

***

Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Speciale Biennale Architettura 2016

Full Fill Home, Anupama Kundoo

L'architettura che fa la differenza. Il discorso di Aravena

Lucia Tozzi

Reporting from the Front è una Biennale insolitamente densa e interessante, ma non è fatta per piacere agli architetti. Alejandro Aravena, che l’ha curata, è diventato famoso grazie a una poco comune capacità di diffondere il discorso che gli sta a cuore: l’importanza e l’efficacia di un’architettura utile a risolvere i problemi dell’uomo. Potrebbe sembrare una semplificazione eccessiva del suo pensiero, ma è proprio così che Aravena ragiona, senza porsi limiti e senza farsi troppe domande di metodo. La sua biennale è lo specchio di questo atteggiamento anti-intellettualistico, che a quanto pare risulta molto offensivo per gli architetti. Gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini offrono una sequenza molto bilanciata di 88 progetti, ben distribuiti, scelti in base a un unico principio. Ognuno di essi rappresenta – secondo l’interpretazione del curatore – la risposta a uno o più problemi elencati in questa bizzarra lista: diseguaglianza, sostenibilità, traffico, spazzatura, criminalità, inquinamento, comunità, migrazioni, segregazione, disastri naturali, città informale, periferie, housing, qualità della vita.

Anche se in effetti questi «temi» – formulati e assemblati in modo così scolastico – possono ricordare le piaghe d’Egitto, in realtà non c’è traccia di negatività nelle sale della mostra: nessun dato allarmante, analisi critica, presa di posizione politica trapela dalle scarne didascalie. Chi si aspettasse di trovare un atteggiamento vittimario è destinato a rimanere schiacciato dall’ottimismo e dal pragmatismo assoluti di Alejandro Aravena. Quelle che ha deciso di esporre sono soluzioni, grandi e piccole, di lungo termine e immediate. Sono l’eccellenza del riuso e del riciclo, come il lavoro pluridecennale dei Rural Studio negli USA, l’uso geniale di moduli prefabbricati in ferrocemento nella Full Fill Home di Anupama Kundoo, la trasformazione di bui depositi dell’acqua a Medellin in parchi pubblici diffusi, l’alleggerimento strutturale praticato in modo diverso da Werner Sobek e da Ochsendorf, Block e Dejong, ma ugualmente finalizzato a risparmiare energia e materiali.

Nessuno spazio per il concettuale, e assai poco riservato alla ricerca pura, a parte forse la grande sala di Forensic Architecture di Weizman – che mette a punto una metodologia utile a produrre prove concretissime nei processi internazionali per le guerre e i genocidi. Anche l’indagine condotta da Rahul Mehrotra sul Kumbh Mela, la grande festa religiosa che si tiene ogni dodici anni nell’Uttar Pradesh producendo una città effimera di sette milioni di abitanti che al termine dei cinquanta giorni rituali viene spazzata via dal monsone, è finalizzata in Biennale all’elaborazione di nuovi sistemi logistici per le situazioni emergenziali o festivaliere, i grandi assembramenti.

Ma soprattutto quello che colpisce è l’assenza di citazioni e riferimenti. Il discorso di Aravena decontestualizza – e non certo per ignoranza – progetti e ricerche, li descrive esclusivamente nella loro dimensione presente, come se non avessero una storia, come se non esistessero precedenti culturali. In spregio all’uso dominante nel mondo dell’architettura contemporanea, che infarcisce i testi e la comunicazione di richiami per lo più casuali a saperi lontanissimi, di retoriche strappalacrime o deliri di onnipotenza, di un lessico ambiguo e contorto, Aravena si esprime con un linguaggio chiaro fino alla piattezza: «L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato, né più semplice di così. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza o della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. […] Reporting from the Front riguarda la condivisione con un pubblico più ampio dell’opera delle persone che scrutano l’orizzonte alla ricerca di nuovi campi di azione, integrando il pragmatico con l’esistenziale, la pertinenza con l’audacia, la creatività con il buon senso: storie di successo e casi esemplari in cui l’architettura ha fatto, e fa, la differenza».

Certo la mancanza di sfumature può risultare, alla lunga, fastidiosa, soprattutto se la pretesa di essere limpidi si sposa a una rimozione totale del «nemico»; se l’oggetto polemico viene cioè ridotto ai generici fantasmi degli interessi, dell’indifferenza o della casualità. Un’enorme omissione pesa su questa Biennale: perché questi casi e queste storie sono parentesi minoritarie, perché restano ai margini della disciplina? Si può costruire un’egemonia diversa, operare un cambio di paradigma culturale, utilizzando solo energie positive depurate dal livore della battaglia, o è una pia illusione?

Le reazioni degli architetti di fronte al display araveniano fanno propendere per la seconda ipotesi: cavillosi come uno stuolo di avvocati, hanno messo in rilievo ogni minima incongruenza del «Fronte», hanno stigmatizzato le presenze impure (inevitabili in un evento come la biennale), hanno largamente attinto al repertorio del politically incorrect (fortissimo nel campo dell’architettura), hanno criticato contemporaneamente l’eccessiva estetizzazione e la troppa attenzione al sociale (perché esiste una legge non scritta per la quale il sociale deve apparire sporco e sciatto). L’attaccamento al postmoderno alligna ancora massiccio, e nello spiazzamento generale il sentimento prevalente è la nostalgia per l’allegria perduta con cui i teorici degli anni Ottanta si liberarono delle famose Buone Intenzioni del modernismo. Solo che adesso gli è rimasto molto poco da ridere. E quindi, viva Aravena.

Reporting from the Front. Biennale Architettura 2016

a cura di Alejandro Aravena

Venezia, Giardini e Arsenale, dal 28 maggio al 27 novembre 2016

Casa – Comunità – Coordinazione. I padiglioni nazionali

Elena Malara

«Forma e concetto architettonico incontrano la politica». È un possibile sunto che mi viene in mente attraversando questa Biennale Architettura 2016. Non esauriente, fraintendibile, ma a tratti decisamente calzante. Quest’anno l’esplorazione dei cosa, come e perché della prima arte si concede una pausa dalla ricerca concettuale pura, d’altronde due anni fa intensamente investigata da Fundamentals di Rem Koolhaas. La chiamata di Alejandro Aravena infatti è chiara: disegno ed estetica sì, ma di concerto con funzionalità e impatto sociale.

Per un non-architetto questa associazione di idee risulta più che necessaria: io come molti vivo lo spazio costruito affidandomi ai miei bisogni e ad alquanto personali e volubili scale di valutazione riguardanti bellezza, vivibilità, comfort, dimensione sociale. Colpisce quindi la specifica da parte del curatore, un vero e proprio statement che precisa: «vorremmo ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba fornire delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già appartengono al nostro ambito, quelle sociali, politiche, economiche e ambientali».

Lo sprone a superare l’approccio narcisistico deve aver risuonato come un monito a reimpostare la narrazione su architettura e spazio costruito, partendo innanzitutto dall’attualità. Nella mostra principale Reporting From The Front affiorano dalle storie esposte, e dalle didascalie appese, termini chiave legati alla coesistenza sociale come condivisione, adattamento, resilienza, comunità, collettivo, partecipazione, e termini legati al quotidiano attuale di molti fra noi: crisi economica, precariato, disoccupazione, resistenza, conflitto. I padiglioni nazionali, per tutta risposta, esplorano tali narrative strizzando l’occhio a definizioni archetipiche di junghiana memoria, adattate a primo contenitore di percorsi differenti e concentrici, a scatole cinesi.

Il Viaggio è il punto di partenza per i padiglioni Turchia e Serbia. Due esperienze spaziali più vicine all’installazione artistica che al percorso espositivo, con al centro la rivoluzione della fisicità del vascello. Con Heroic: Free Shipping il padiglione serbo arrischia un’associazione d’idee tra la natura avventurosa del mezzo e l’urgenza di esplorare l’ignoto in architettura, innalzando l’atteggiamento eroico ad attitudine ambivalente (epica e drammatica) per parlare in termini simbolici della crisi della professione e del suo mercato di riferimento, invitando il pubblico a riflettere su tali tematiche in uno spazio plasmato per la restituzione sensoriale della pancia di una nave. La scala si amplia nel padiglione turco: in un periodo di tensioni politiche e inasprimento delle differenze culturali, la Turchia tende la mano all’Italia (all’Europa?) ricordando le comuni radici mediterranee. In Darzanà: Two Arsenals, One Vessel il pretesto è offerto dall’espressione araba dara’s-sina, «luogo dell’industria», dalla quale vengono la parola turca «tersane» e l’italiana «arsenale», così narrando la parentela nella tradizione cantieristica navale tra Venezia e Istanbul, che portò le due città a guardare al mare come luogo di incontro e scambio. Quello stesso Mare nostrum oggi teatro di tragedie umane, al quale la ricostruzione installativa di un vascello alle Sale d’Armi sostituisce l’immaginario di una più poetica fratellanza di scopi e di visione, a superamento delle frontiere, fisiche e diplomatiche.

La Casa offre uno scheletro di base alle ricerche dei padiglioni Gran Bretagna, Germania, Austria e Finlandia. I britannici in Home Economics mettono in scena una riflessione sulla crisi abitativa in patria, adoperando attraverso il ripensamento del contenitore domestico, e la conseguente realizzazione di cinque moduli abitativi ottimizzati secondo il tempo d’uso, un esorcismo verso le iniquità economiche e sociali vissute nella nazione: l’architettura pare offrire un rifugio simbolico, opponendo metrature e funzionalità misurabili ai poco prevedibili smottamenti del tessuto sociale britannico. La Germania con Making Heimat: Germany, Arrival Country opera un approccio diametralmente opposto, rendendo il padiglione l’incarnazione di un atteggiamento propositivo verso la crisi migratoria e la chiara intenzione di porsi come nazione leader nelle politiche europee: le porte di ingresso sono totalmente asportate, i mattoni risultanti usati per creare sedute e punti di appoggio, con un angolo wi-fi gratuito. Il padiglione è teatro di confronto e dibattito sul concetto di heimat, termine della lingua tedesca che riassume ed evoca molto più di quanto possano fare parole nostre come casa, guscio, ambiente, famiglia, comunità, patria. La Casa è l’ambiente urbano, la cittadina, la comunità territoriale pensate e gestite come organismo in toto, come testimoniano le arrival cities tedesche documentate all’interno del padiglione, portate a esempio delle politiche di integrazione sociale e strutturale promosse dalla Germania. Quasi a voler smentire la deriva nazional-fascista affacciatasi con prepotenza alle ultime elezioni, l’Austria dedica tutto il suo padiglione all’impegno della nazione nell’agire per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti: Places for People espone una progettualità concreta, pensata per rispondere alle necessità di sistemazione dignitosa dei richiedenti asilo, in attesa che i loro documenti vengano processati. Esposti sono i progetti di tre studi di architettura e design – Caramel Architects, EOOS e the next ENTERprise –: soluzioni concrete, in parte già attuate, per trasformare palazzi per uffici e altre strutture in disuso in ambienti idonei all’abitare, riconoscendo infine la migrazione come dato di fatto dell’identità europea del prossimo futuro. Un percorso analogo, seppur scevro da retroscena politici e dispensato per ora da applicazioni pratiche, è presentato dalla Finlandia in From Border to Home: Housing Solutions for Asylum Seekers, che con pulizia e linearità tipicamente nordiche allestisce un’esposizione dei retroscena storici, delle riflessioni di settore e delle conseguenti progettualità attivate per rispondere alla gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo, presentando al pubblico internazionale le idee emerse in occasione del concorso From Border to Home indetto dal governo finlandese a fine 2015.

Quello della Comunità è l’immaginario di tendenza scelto dai padiglioni Italia, Francia, Ungheria, Messico, Cipro, Croazia, Sudafrica, Venezuela, Portogallo e Grecia come lente per raccontare il proprio presente, di volta in volta declinato in azione collettiva, condivisione, sistemi sociali alternativi. In un’ottica europeista, i padiglioni Francia, Grecia e Italia usano il tema come cornice per riflessioni o rivendicazioni anche patriottistiche. I francesi attraverso New Riches ci ricordano come, nonostante le insoddisfacenti politiche pubbliche da parte dello Stato, la loro vera ricchezza consista nell’essere un popolo capace di coesione e costruzione del cambiamento dal basso: fenomeno a cui l’architettura non si sottrae, diventandone baluardo. La Grecia in #This Is a Co-op dimostra lucidità e coerenza nel prendere al balzo il contesto della mostra di architettura per operare una più ampia e necessaria riflessione sull’architettura del corpo sociale, offrendo al pubblico uno spazio fisico di discussione e ponendo la sua storia recente come monito ma anche punto di partenza per una ritrovata partecipazione politica al dibattito sulla «fortezza-Europa» e la crisi globale. Il padiglione Italia con Taking care: Designing for the Common Good sceglie di mostrare al pubblico della Biennale un progetto stratificato scandito nelle sezioni «Pensare!», «Incontrare!», «Agire!», ispirate dalle iniziative di progettazione partecipata, autocostruzione e azione collettiva per il bene comune che animano da più di dieci anni la penisola (una selezione è in mostra), proponendosi anche come macchina produttiva di buone pratiche da continuare a sviluppare dopo la fine della rassegna. Tralasciando la sensazione di un puntuale ritardo nel registrare le tendenze che animano i movimenti culturali in patria, sorge spontanea la domanda sul perché proprio l’Italia, vista la situazione delle sue coste e isole, non abbia aggiunto la sua voce al coro delle riflessioni su emigrazione e Unione Europea dei suoi vicini di casa del nord Europa.

Applicando uno sguardo panoramico alla rassegna, emerge con chiarezza come ogni nazione presente sia consapevole di dover presentare al pubblico una posizione, una voce sulle emergenze umanitarie, sociali e culturali che pervadono i rispettivi territori, o i territori in cui si decide di intervenire. Un esempio è l’Olanda, che con Blue – Design for Legacy riflette sull’eredità positiva degli accampamenti ONU, con il case study di Camp Castor a Gao, nel Mali (terra dei Tuareg o «uomini blu», in relazione coi «caschi blu» delle Nazioni Unite), base pensata come catalizzatrice dello sviluppo locale secondo il «3D comprehensive approach-diplomacy, defense and development» (laddove finora le basi ONU paiono aver badato solo all’elemento «difesa»).

La volontà di portare il know how degli architetti al servizio delle esigenze di comunità e territori dimostra d’altronde di superare facilmente identità e confini nazionali, riunendo potenzialmente la categoria in una forza lavoro e massa critica su scala globale che, se organizzata, potrebbe davvero innescare una pianificazione e realizzazione di interventi su scala locale, ma con risonanza globale. È quello che suggeriscono progetti come Time for Impact e Civic Wise: reti virtuali per la coordinazione di gruppi locali di architetti, urbanisti e non solo, e la produzione di interventi architettonici in risposta alle esigenze espresse dai territori. Forse non a caso, progetti nati in Europa.

Utilità e bellezza. Turner Prize 2015

assembleElena Malara

Quanto tempo doveva ancora passare prima che ammettessimo questo imbarazzante dilemma? Che la discussione sia in corso da tempo, in ambito accademico e nei salotti di settore, è cosa nota. Che il tutto ottenesse riconoscimento e legittimazione istituzionali, anche dallo stesso sistema dell’arte, risultava decisamente meno scontato. Lo scorso 7 dicembre, la consegna del Turner Prize – riconoscimento riservato ad artisti under 50, indetto ogni anno dalla Tate Gallery, nel cui albo d’oro figurano personaggi quali Gilbert & George, Anish Kapoor, Damien Hirst e Steve McQueen – al collettivo multidisciplinare di urban regenerators Assemble ha spazzato via le ultime esitazioni e sdoganato nel mondo dell’arte riflessioni che, negli ambienti dell’urbanistica e dell’architettura, sono ormai temi quasi classici: come affrontare il singolare corto circuito per il quale – al radicarsi di gallerie d’arte e poli culturali, e al concretizzarsi di stimolanti pratiche artistiche in una data area urbana, lo scoccare delle speculazioni immobiliari e la ripulitura etnica e sociale risulti in pratica inevitabile.

Non stiamo parlando, in fondo, di nulla di nuovo: dalla SoHo Newyorkese degli anni Settanta alla Londra del «Tate system», fino alle nuove capitali internazionali della cultura globalizzata (penso a Istanbul, Shanghai, Johannesburg...) abbiamo letto e discusso fino alla noia di artist-led gentrification e di assalto della creative class, con il conseguente trend della rigenerazione urbana e l’effetto collaterale della segregazione sociale. Siamo arrivati al punto di insofferenza del leitmotiv, della news reiterata, anche un poco stantìa. Invece, il Turner prize 2015 ci prende in controtempo. Ci dice che la nostra sensazione di noia era sbagliata; riporta in campo un sano senso di imbarazzo e ci sprona all’attenzione.

L’altra domanda a cui, in modo più sottile, questa nomina risponde è: ha veramente senso parlare di arte «utile»? Evidentemente sì. Questa nomina è un assist all’affermazione dell’artista Fernando-Garcia Dory, secondo il quale «gli artisti che creano solo bellezza ma non utilità appartengono a un genere minore» (dall’intervista da me raccolta in occasione della mostra Grow it Yourself curata da Marco Scotini al PAV di Torino).

E poi un’altra provocazione: ha davvero senso parlare ancora di arte, architettura, design, urbanistica, come discipline separate? Dall’arte pubblica degli anni Novanta e dall’estetica relazionale di Bourriaudiana memoria, fino alle odierne pratiche ibride di collettivi multidisciplinari attivi in tutto il mondo e al nuovo concetto di relational design, l’astio concettuale verso la funzionalità dell’arte è stato scavalcato in corsa dalla concretezza del fare di progetti che tali domande non se le pongono proprio: preferiscono l’azione. L’agire quindi si fa strada, le teste e le mani si trovano a cooperare per produrre interventi ibridi, in cui il saper fare – disegnare, organizzare, costruire – è tanto fondamentale quanto la lungimiranza e finezza della visione. Disassare lo sguardo, reinventare, progettare di conseguenza.

Il senso di avere con questa nomina centrato il punto, rispetto all’aria che tira, è quindi consistente. Il punto, direi, è proprio questo: il riconoscimento di una strada contemporanea aggiornata, rispetto alle responsabilità che anche una pratica apparentemente lontana dai concetti di impatto urbano e sociale, come l’arte, presenta. Un coming out, nel mondo dell’arte, dal savoir faire tipicamente britannico. Compiuto da una delle sue istituzioni più autorevoli per comunicare, con un sorriso educato, che determinate tematiche non si possono più ignorare. Anzi, valgono un premio.

Tutti i futuri possibili? (Parte II)

Uno speciale sulla Biennale di Venezia con testi di: E. Vannini, P. Caffoni, G. Zapperi, E. Malara. Seconda Parte *

MARX NELLE STRADE, NON ALLA BIENNALE!
Elvira Vannini

Scriveva Toni Negri nel 1988: “credo che in nessun caso più che in quello dell’arte, della sua produzione e del suo mercato, la forma di organizzazione sociale che Marx chiama sussunzione reale sia oggi realizzata”. Ma non è solo la sottomissione reale del lavoro al capitale che trova nell’arte un’applicazione esemplare. Il suo mercato infatti, tra le economie più potenti, non ha registrato gli effetti recessivi della crisi finanziaria globale.
LEGGI >

CINQUE ANNOTAZIONI SULLA BIENNALE
Giovanna Zapperi

Ibrahim Mahama è un artista ghanese che si interessa al rapporto tra capitale e lavoro. La sua installazione è una sorta di corridoio interamente ricoperto di sacchi di iuta che costeggia i muri esterni degli spazi espositivi dell’arsenale. I sacchi di iuta sono prodotti nel sud-est asiatico e poi importati in Africa occidentale dove vengono utilizzati per il trasporto delle merci – in particolare del cacao – a loro volta immesse nel mercato globale.
LEGGI >

IL TRAFFICO DELLE BALENE
Paolo Caffoni

Non ho potuto fare a meno di ricordare il film di Alexander Kluge “Gli artisti sotto la tenda del circo: perplessi” visitando la 56. Esposizione internazionale d’arte a Venezia. Non solo perché con questo film nel 68’ Kluge vinse il Leone d’oro alla mostra del cinema, ed è oggi in mostra con una versione filmica del Capitale di Marx, o meglio, sull’aspirazione del registra Eisentein di filmare Il Capitale, ma anche perché la prima sequenza del film “Lavoro funebre: la giornata dell’arte tedesca, 1939” è un riferimento diretto alla carriera del curatore della biennale e direttore dell’Hause der Kunst di Monaco Okwui Enwezor.
LEGGI >

IL MEDIORENTE CONFLITTUALE
Elena Malara

Ripartire dalla bellezza: dev'esser stata questa la linea guida per le mostre dei paesi mediorientali alla Biennale di Venezia. Le curatele per il padiglione Iran e il padiglione Iraq hanno voluto declinare questo aspetto con misura: Marco Meneguzzo e Mazdak Faiznia hanno preso pieno vantaggio degli ampi e spartani spazi a disposizione, mentre Philippe Van Cauteren ha contestualizzato le opere nelle raccolte stanze di palazzo Dandolo. Attraverso differenti esiti scenografici, le due esposizioni colgono l'approccio di Okwui Enwezor, nella volontà di rileggere lo stato delle cose attuale attraverso la produzione degli artisti attivi negli ultimi quarant'anni.
LEGGI >

Il medioriente conflittuale

Elena Malara

Ripartire dalla bellezza: dev'esser stata questa la linea guida per le mostre dei paesi mediorientali alla Biennale di Venezia. Le curatele per il padiglione Iran e il padiglione Iraq hanno voluto declinare questo aspetto con misura: Marco Meneguzzo e Mazdak Faiznia hanno preso pieno vantaggio degli ampi e spartani spazi a disposizione, mentre Philippe Van Cauteren ha contestualizzato le opere nelle raccolte stanze di palazzo Dandolo. Attraverso differenti esiti scenografici, le due esposizioni colgono l'approccio di Okwui Enwezor, nella volontà di rileggere lo stato delle cose attuale attraverso la produzione degli artisti attivi negli ultimi quarant'anni.

20150512_122818 (500x300)
Mitra Tabrizian, “Untitled” (2009), Nazgol Ansarinia, “Article 49/51, Pillars” (2014).

L’esperienza personale e la storia collettiva si fondono nelle produzioni di artisti autoctoni o stranieri, pensate per la kermesse internazionale e accostate nello spazio per costruire un dialogo. Le opere ci raccontano di tali nazioni senza gridare la distruzione e la sofferenza della cronaca dei telegiornali, ma invitandoci ad adottare sguardi più intimi e dandoci l'accesso a sottili e stratificate interpretazioni legate al concetto di temporalità circolare proprio della filosofia orientale, che vede possibile la rinascita e lo scaturire di un ribilanciamento dal caos delle macerie e dei resti. Allo stesso modo, in entrambi i padiglioni, la narrazione proposta al pubblico si concede a tratti all’enfasi drammatica della cronaca internazionale. È il caso del progetto Traces of Survival in collaborazione con Ai WeiWei nel padiglione Iraq, e nell'affresco del Grande Gioco per la supremazia in Asia inscenato nel padiglione Iran attraverso il conflittuale confronto tra le produzione di artisti da Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Repubbliche centro-asiatiche e regioni curde.

20150512_140848 (500x300)
Latif Al Ani - dettaglio

La Biennale d'arte 2015 si conferma una puntuale fotografia del presente socio-culturale e politico internazionale anche rispetto ai lati meno graditi degli equilibri tra occidente e oriente. I padiglioni Turchia ed Emirati Arabi Uniti, rispettivamente curati da Defne Ayas e Sheikha Hoor Al Qasimi, sono specchio di tale ambiguo scenario: qui vige l'attenzione per una bellezza in questo caso rassicurante e innocua, sulla falsariga della cautela dimostrata storicamente da questi stati verso Europa e America. Nei rispettivi padiglioni i due paesi neutralizzano in modo programmatico il potenziale provocatorio del tema principale, riducendo l’approccio politico ad un esercizio di diplomazia internazionale. L'esempio più evidente è l’esposizione proposta dal padiglione Emirati Arabi Uniti, in cui si opera una promozione quasi turistica della nazione attraverso una convenzionale e poco incisiva mostra sulla produzione emiratina degli ultimi quarant'anni.

D'altra parte, negli spazi adiacenti, il padiglione Turchia propone il lavoro di Sarkis, che pur essendo artista dalla nota pratica anticonformista e spesso in contrapposizione coi poteri forti della nazione natìa, viene qui spogliato del suo delicato mordente per risolversi in una figura super-partes testimone delle vicende umane. Il richiamo a suoi lavori maggiori del passato è forte nelle azioni performative e negli elementi allestiti nello spazio, quanto lo è purtroppo un certo senso di connivenza con le necessità di rappresentanza istituzionale, che disinnesca i seppur energici richiami ai conflitti interni degli ultimi due anni; una neutralità che lascia l'amaro sapore di un'occasione mancata.

20150512_141108 (500x300)
Akan Shex Hady, “Untitled” (2014-2015)

Il cerchio si chiude con la triade Israele, Repubblica Arabo-Siriana ed Egitto, in cui gli approcci e gli esiti si diversificano per qualità e resa formale. Il comune interesse nel parlare di pace e convivenza si scheggia nelle declinazioni delle rispettive rappresentanze: il lavoro di Tsibi Geva per il padiglione Israeliano, così come la linea curatoriale di Duccio Trombadori per la Repubblica Arabo-Siriana, palesano il disincanto verso tali concetti, dove la riflessione sull'auto isolamento e l'ansioso innalzamento di blocchi e recinzioni del primo fa da contrappunto alla rassegnazione del secondo verso la deflagrazione dell'ISIS e l'impotenza di un popolo smarrito, dove i tentativi di prospettare ideali altri di società e democrazia risultano in un esito olistico e non del tutto convincente.

20150512_170331 (500x300)
Helidon Xhixha

Il padiglione Egitto presenta infine una certa ingenuità nell'approcciare tali spinose tematiche: nell'opera Can you see? la parola “pace” diventa il soggetto per una applicazione dal forte carattere ludico e dall'impreciso effetto pedagogico, in cui la possibilità di scegliere se influenzare l'installazione nel “bene” o nel “male” risulta in un piacevole intrattenimento, in cui la bellezza diventa superficie, distrazione, e pregiudica l'incisività dell'opera.

In ogni caso, i padiglioni dei paesi mediorientali hanno evidenziato un comune interesse nella restituzione dei rispettivi contesti socio-politici, sfruttando la naturale lentezza della contemplazione estetica per trasmetterci informazioni di cui abbiamo solo percepito l'eco nel nostro indaffarato quotidiano, regalandoci spazio e tempo per maturare visioni e cogliere aspetti della contemporaneità di tali paesi a noi fin'ora nascosti, eppur parte anche del nostro presente.