Ekrem Imamoğlu: l’opposizione vince anche a Istanbul

Fabio Salomoni

Il sole sorgerà ancora sulla città dei sette colli… sta arrivando Imamoğlu!”: queste parole sparate a tutto volume dagli altoparlanti hanno accolto mercoledì sera l’insediamento di Ekrem Imamoğlu nel comune di Istanbul. Poco prima il neo sindaco aveva ricevuto dalla commissione elettorale provinciale il documento che sanciva ufficialmente la sua nomina. Dopo diciassette giorni segnati da un’estenuante guerra psicologica punteggiata da una valanga di ricorsi presentati dal partito del presidente Erdoğan e che hanno portato a un nuovo spoglio in diverse circoscrizioni della città, Ekrem Imamoğlu ha mantenuto il suo esiguo vantaggio di poco più di tredicimila voti sullo sfidante Binali Yıldırım. Ufficialmente il partito di Erdoğan non ha rinunciato a contestare l’esito elettorale del 31 marzo. Lunedì i suoi rappresentanti hanno presentato un ricorso straordinario chiedendo l’annullamento delle elezioni. A motivarlo la denuncia di irregolarità nella formazione delle liste degli scrutatori e degli elettori. Irregolarità che secondo i responsabili dell’AKP inficerebbero la validità di almeno trecentomila voti. Sebbene sul piano giuridico il ricorso appaia privo di solidi argomenti, la sfiducia nei confronti dell’imparzialità della commissione elettorale, mercoledì sera accanto alla gioia faceva serpeggiare una certa preoccupazione tra i sostenitori di Imamoğlu. Tuttavia l’indomani, i volti e le dichiarazioni dei rappresentanti dell’AKP hanno dato la sensazione che nemmeno loro credano veramente in un esito favorevole del ricorso. Un giornalista di un quotidiano molto vicino al presidente ha riportato le parole di Yıldırım “Abbiamo perso, il destino ha voluto così”. Anche il presidente Erdoğan dopo due settimane in cui ha mantenuto un profilo molto defilato regalando al paese un’inattesa tregua nella sua quotidiana occupazione degli schermi televisivi, in un incontro pubblico nella capitale dichiarato che le elezioni amministrative “hanno rafforzato la democrazia del paese”. Segnali che rafforzano negli osservatori la sensazione che “Erdoğan ha rinunciato a Istanbul” e che la decisione della commissione elettorale centrale non riserverà spiacevoli sorprese. Sorprese che invece non sono mancate in altre città del paese. La commissione ha riconosciuto infatti solo dopo qualche resistenza la vittoria di alcuni candidati simbolo dell’opposizione, come il primo sindaco comunista nella storia della Turchia, Maçoğlu a Tunceli, oppure una figura storica del movimento curdo come l’anziano Ahmet Türk a Mardin, che hanno ricevuto con qualche ritardo la consacrazione ufficiale della loro elezione. In altri casi invece la commissione ha negato la nomina ad alcuni sindaci eletti nelle file del partito pro-curdo HDP. La motivazione è che questi candidati, essendo stati esclusi negli anni scorsi dalla funzione pubblica a seguito di un’inchiesta sulle attività terroristiche del PKK, sarebbero ineleggibili, assegnando la vittoria al secondo classificato, in tutti i casi un rappresentante dell’AKP. Una decisione che viola diritti costituzionali fondamentali secondo molti commentatori, una trappola secondo gli esponenti dell’HDP che a ragione rilevano come nessun ostacolo alla eleggibilità dei suoi candidati fosse stato posto dalla stessa commissione al momento della presentazione della candidature.

Mazbata è il nome del certificato rilasciato dalla commissione elettorale centrale al vincitore delle elezioni. Una misteriosa parola di origine araba, appartenente allo sconfinato lessico della burocrazia turca, fino al 31 marzo ignota alla maggioranza della popolazione, ma che nelle ultime due settimane ha conosciuto un’inattesa popolarità occupando stabilmente le conversazioni quotidiane degli abitanti di Istanbul e i cori dei tifosi negli stadi della città. “Dategli la mazbata!” hanno cantato i tifosi del Besiktas e del Fenerbahce accogliendo l’arrivo di Imamoğlu sulle tribune degli stadi cittadini.

E l’agognata mazbata alla fine è arrivata. Con il prezioso documento in tasca mercoledì sera Imamoğlu ha fatto il suo ingresso nella sede del Comune Metropolitano di Istanbul. Dopo venticinque anni il grigio edificio che fronteggia il maestoso acquedotto di Valente nella penisola storica della città ha di nuovo accolto un sindaco di area socialdemocratica. Il suo predecessore nel 1994 era stato scalzato dalla sua poltrona da un giovane Tayyip Erdoğan all’inizio della sua ascesa politica.

La vittoria è prima di tutto un successo personale di Imamoğlu. Mercoledì sera, dopo essere uscito dal comune ha salutato una folla di migliaia di persone che tra canti, balli e qualche lacrima si era radunata davanti al municipio alla notizia della sua nomina. Nel suo lungo discorso vi erano concentrate le ragioni della sua vittoria e della sua popolarità. Il rifiuto di riproporre logore e mefitiche contrapposizioni tra laici e religiosi. L’ecumenismo del suo saluto a tutte le componenti etniche e religiose della popolazione con il saluto “ ai turchi, ai curdi, ai cristiani della città”. La sua attenzione alle donne con la promessa che Istanbul sarà “una città amica delle donne”. Dopo una campagna elettorale violenta in un paese stretto da un clima politico soffocante e incalzato da un’economia ormai in recessione, la promessa di essere “un portatore di pace” ha scatenato un’ovazione tra la folla. Il giovane avvocato, originario di Trebisonda, nella regione del Mar Nero, come una parte consistente della popolazione di Istanbul, e anche della famiglia del presidente Erdoğan, è un volto nuovo del panorama politico turco. Rappresenta una nuova generazione di militanti del partito CHP impegnati nel tentativo di rinnovare un partito ancora abbarbicato all’illusione di essere l’esclusivo custode della repubblica, quasi ferocemente ostile alle classi popolari che si riconoscono nell’universo simbolico conservator-religioso e allergico alle rivendicazioni della popolazione curda. La vittoria di Imamoğlu è anche una rivincita del segretario del partito, Kılıçdaroğlu, screditato da sedici anni di sconfitte, ma che ha avuto il merito, riconosciuto anche dai suoi più accaniti oppositori, di puntare su un outsider che si è rivelato vincente. Le immagini di centinaia di militanti del partito che per due settimane hanno vegliato i sacchi contenenti le schede elettorale durante le operazioni di riconteggio dei voti hanno riscattato l’organizzazione del partito dal disastro delle elezioni presidenziali dello scorso giugno. A vincere con Imamoğlu è stata anche la coalizione con il neonato Buon Partito - IYI Parti - ma anche l’elettorato del partito pro-curdo HDP. Ieri Imamoğlu ha reso omaggio al suo presidente Demirtaş, in carcere dal 2016, che aveva invitato i suoi sostenitori a votare per Imamoğlu “Ho sempre apprezzato la linea politica di Demirtaş”.

I risultati delle amministrative del 31 marzo non costituiscono solamente il segnale di un’opposizione che mostra inattesi segni di vitalità. Con la vittoria di Imamoğlu questa ennesima tornata elettorale, la settima negli ultimi cinque anni, rappresenta soprattutto la fine di un’era nella storia personale del presidente Erdoğan e e dell’Islam politico in generale. L’AKP ha perso cinque delle sei principali metropoli del paese. E soprattutto ha perso Istanbul. La città natale di Erdoğan, il luogo da cui è cominciata a brillare la sua stella politica, la megalopoli di sedici milioni di abitanti, come hanno ripetuto fino alla nausea tutti i candidati, che ospita un quinto della popolazione del paese ed è il centro dove si produce la gran parte della ricchezza materiale e simbolica della Turchia. Una megalopoli gestita da una tentacolare macchina amministrativa che conta più di settantamila dipendenti e una galassia di società partecipate le cui attività spaziano dai trasporti all’organizzazione di eventi, dal produzione di pane alla ristorazione. Solamente l’amministrazione comunale nel 2018 per funzionare ha avuto bisogno di un bilancio di venti miliardi di lire turche (al cambio attuale tre miliardi e mezzo di euro) ma sempre nello stesso anno ha prodotto un eguale ammontare di debiti. Il sistema Istanbul quindi è prima di tutto il principale luogo in cui Erdoğan e il suo partito generarono risorse, costruiscono reti clientelari, favoriscono l’ascesa di specifici gruppi sociali che a loro volta sostengono il sistema Erdoğan. Imamoğlu, ovviamente, ha promesso di mettere fine a questo sistema garantendo una città e un’amministrazione “ trasparente, giusta e a misura d’uomo”. Come primo atto del suo mandato, venerdì ha chiesto di poter esaminare i documenti bancari e amministrativi delle società partecipate del comune.

Le elezioni del 31 marzo sono state molto di più di semplici elezioni amministrative. La campagna elettorale condotta da Erdoğan che ha offuscato i candidati locali ha trasformato l’appuntamento nell’ennesimo referendum sulla sua persona. La sconfitta a Istanbul è quindi la sconfitta personale del presidente ed il primo granello di sabbia che interrompe un ingranaggio che ha alimentato la lunga marcia trionafale cominciata nel 2002. Molti, anche tra gli amici ed ex-amici del presidente, in queste ore invocano l’apertura di una fase di normalizzazione che riporti la vita politica e sociale del paese a standard di legalità democratica e che si occupi dell’emergenza economica. Per il momento Erdoğan si è limitato a una dichiarazione criptica “è il momento di far raffreddare il ferro arroventato” che scatenerà la creatività interpretativa degli erdoğanologi. Imamoğlu, dal canto suo, ha annunciato un grande comizio nel fine settimana per festeggiare la vittoria, invitando, di nuovo con slancio ecumenico, i suoi sostenitori a partecipare accompagnati a braccetto dai loro vicini di casa che hanno votano per il suo avversario.