Touchdown

Federico Francucci

Quarantadue anni, davvero troppi, ci sono voluti perché il secondo romanzo di Don DeLillo End Zone, uscito nel 1972, venisse tradotto in italiano; un lasso di tempo più che sufficiente a far sì che questo virtuosistico e splendidamente calibrato libro, angoscioso fino al comico e viceversa, bruciante e raggelante nelle sue millimetriche simmetrie formali e nei suoi oscuri grumi emozionali, arrivi da noi come un oggetto di un’altra epoca (sorte analoga è toccata a La stella di Ratner, l’altro capolavoro – sì, capolavoro – di DeLillo risalente agli anni Settanta, in Italia uscito solo nel 2011).

Perimetriamo dunque sommariamente questo romanzo proveniente dal cuore del postmoderno, apparso quattro anni dopo Il gioco di Henry di Robert Coover (per citare un titolo decisivo che unisce – anche se in modo tanto diverso da come fa DeLillo – scrittura, fiction e sport) e un anno prima dell’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (spaventoso sole nero che ha rappresentato un punto di svolta per il romanzo di fine Novecento).

È chiaro che la End Zone del titolo non è solo la zona del campo da football dove la squadra che attacca deve portare la palla per realizzare il touchdown, ma che tutti gli spazi del libro, e le esperienze di molti dei personaggi che lo popolano, possono a buon diritto definirsi zone terminali, fini o limiti. Lo è il conflitto nucleare che Gary Harkness, il narratore, studia sui libri con morbosa passione, discutendone tattiche e conseguenze col suo insegnante, il maggiore Staley; lo è il Logos College, confinante col deserto, «nella periferia della periferia del nulla»; lo è, per più ragioni, lo stesso Gary, buon giocatore di football che al Logos College trova la sua ultima possibilità, dopo una serie di fallimenti fra il tragico e il lievemente improbabile (dal saltare gli allenamenti per starsene con una ragazza a leggere un manuale di economia al provocare la morte di un giocatore in uno scontro di gioco).

Molto meno chiaro invece è il rapporto che corre tra i vari piani, o giochi linguistici, ai quali la formula si applica sensatamente; anche perché da una parte è impossibile capire davvero l’intentio del narratore, sempre velato da un’ironia a profondità variabile («parli sul serio?», «mi stai prendendo in giro?» sono le domande che più spesso gli rivolgono gli interlocutori; e lui stesso potrà dire, in una delle ultime scene, «mi prendo per il culo da solo»), e dall’altra un importante intervento autoriale – all’inizio della seconda parte interamente occupata dalla «telecronaca minuto per minuto» della partita clou della stagione – nega il parallelismo football-guerra su cui pure l’intero libro sembra poggiare.

Altre due tendenze rendono arduo decidere quale sia il «pensiero» del libro, che rimane enigmaticamente sospeso. Innanzi tutto la continua insistenza sulla perdita di senso del linguaggio, a favore del puro suono della frase che sembra generarsi da sé per una sorte di ineluttabile legge di bipartizione e simmetria («It is only a game, but it’s the only game», dice ad esempio il demiurgico coach Emmett Creed), oppure del blocco compatto di cliché in cui ci si muove a occhi e testa chiusi.

Poi, in modo del tutto coerente, la costante disposizione binaria e speculare di personaggi ed eventi, per la quale ogni cosa ha un suo doppio rovesciato e le coppie sembrano equilibrarsi e immobilizzarsi: ad esempio la partita descritta al centro del libro, usando il gergo tecnico del gioco e rendendolo pressoché incomprensibile, è bilanciata da un’altra partita, spontanea, nella neve, dove i giocatori pattuiscono un progressivo restringimento delle regole che finisce per trasformare l’incontro in una mischia dove si può solo correre in avanti e colpirsi con tutte le forze; oppure la coppia di opposti formata dai due running back, Gary, il bianco svagato meditativo che si tira indietro, e Taft Robinson, la freccia nera che corre irraggiungibile e inarrestabile. Lo stesso romanzo giunge a rispecchiarsi grottescamente en abyme nell’opera di uno scrittore di fantascienza filosofico-matematica mongolo, Tudev Nemkhu, e nella sua creatura, «Monadanom» (unione della monade e del suo riflesso speculare), definibile univocamente non con le parole ma solo in termini matematici.

End Zone è un romanzo sulla vita e sulla morte, sulla guerra e sul gioco, sull’ascesi e sulla violenza, sulla gioventù e sulla follia, sul rapporto tra i corpi e le parole, sulla necessità di credere ma anche di staccarsi dalle credenze, sull’immaginazione come fiction linguistica che si denuncia per tale, approdando a una forma di autocoscienza geometrica, ma resta unica via d’accesso sia all’interazione tra uomini, sia al nucleo indicibile, mistico oppure no, dell’esperienza. Alla fine del libro apprendiamo che Taft studia Wittgenstein, in special modo «quello che non è scritto» della sua opera. Lo fa anche DeLillo. Ma, diversamente da Taft, lo fa scrivendo.

Don DeLillo
End Zone
traduzione di Federica Aceto
Einaudi, 2014, 243 pp., € 19,50

Don DeLillo sarà presente a Capri, nell’ambito del festival «Le conversazioni», la sera del 5 luglio: intervistato da Antonio Monda, al tramonto, nella rotonda di Tragara. Tra gli altri partecipanti all’edizione di quest’anno Daniel Libeskind, Hanif Kureishi e – a conclusione, la sera del 6 – Rachel Kushner.

Le altre Gladio

Maddalena Carli

Gladio al plurale, dal momento che la struttura armata di cui ha rivelato l’esistenza Giulio Andreotti nella ormai nota relazione inviata alla Commissione parlamentare sulle stragi nell’ottobre del 1990 (Il cosiddetto Sid parallelo-Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale) non è stata che una delle forme assunte dalla lotta anti-comunista nell’Italia repubblicana.

La forma meno compromettente e abilmente sacrificata per custodire il segreto delle altre: è questa la cornice interpretativa che fa da sfondo all’analisi di Giacomo Pacini, l’input del viaggio nei meandri del doppio Stato italiano alla ricerca di radici, protagonisti, funzioni delle organizzazioni clandestine operanti fin dai tempi del secondo conflitto mondiale e del tutto assenti dal documento andreottiano, volto a circoscrivere l’attività di tipo stay behind al programma avviato nel 1956 e a presentarlo come il domicilio effettivo, ed esclusivo, degli apparati e dei servizi deviati.

Nella sua ricostruzione, l’autore prende le mosse dall’autunno del 1943; più precisamente, dalla Sezione Calderini – il reparto offensivo dei servizi segreti ricostruito in seno all’Ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’esercito del Regno del Sud – e dalle complesse vicende che hanno caratterizzato gli ultimi due anni di guerra nel Friuli-Venezia Giulia, regione di frontiera ove il rischio di invasione titina esacerbò il conflitto tra i partigiani delle brigate Garibaldi e quelli di orientamento cattolico e liberale delle brigate Osoppo incoraggiando, nel periodo postbellico, la migrazione di uomini e mezzi da queste ultime ai primi nuclei paramilitari anti-comunisti.

Con misura e con dovizia di particolari, Pacini ci restituisce il clima in cui, conclusasi la campagna contro il nazi-fascismo, alcune formazioni protagoniste della lotta di liberazione vennero trasformate in strutture segrete per la «difesa dell’italianità», finanziate da Roma – come l’Ufficio per le zone di confine, dipendente dalla Presidenza del Consiglio e ufficialmente impegnato nel sostegno dei profughi istriani – e ben oltre le zone carsiche del Nordest estremo e i circoli di quartiere del nazionalismo triestino.

È sufficiente scorrere il capitolo dedicato al Movimento avanguardista cattolico italiano – il dispositivo di sicurezza creato in Lombardia con il compito di monitorare e tenere sotto controllo le attività del Partito comunista – per mettere a fuoco come le dimensioni del sistema parallelo furono molto più ampie di quanto lascerebbero supporre la lista dei circa 600 affiliati di Gladio, l’individuazione delle sue sedi sarde e l’ammissione della sua missione anti-sovietica; un sistema occulto che coinvolse l’intero arco settentrionale della penisola e la cui manifestazione maggiormente incisiva furono i Nuclei per la difesa dello stato, l’organizzazione armata in cui transitarono alti comandi militari, personale nato di stanza in Veneto, neofascisti, ordinovisti e che agì «con la consapevolezza del vertice Sid» nell’ideazione e nell’attuazione, stragista in primis, della strategia della tensione.

Lo stile distaccato della narrazione non viene meno neppure nell’ultima parte del volume, quando alla storia delle molte Gladio italiane si intreccia quella dei depistaggi, delle minacce e della disinformazione messi in atto fin dagli anni Settanta per confondere i differenti livelli delle attività clandestine e mantenere la riservatezza su quelli più profondi: finte confessioni, messaggi in codice, pressioni, arresti mirati, distruzione di prove documentali, dichiarazioni ad hoc sulla stampa e sui media nazionali, mentre l’eversione nera proseguiva il proprio corso destabilizzante e le azioni terroristiche innalzavano il tasso di violenza della lotta politica.

Sono pagine intense, vertiginose, nelle quali il tono di Pacini mi sembra trasmettere tutta la difficoltà di un lavoro di ricerca costantemente confrontato con i vincoli e la vischiosità dei segreti di stato, come l’urgenza di continuare a indagare sui lati occulti del nostro passato per evitare di avallarne le interpretazioni colluse e falsamente coinvolte nel processo di democratizzazione del paese.

Giacomo Pacini
Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991
Einaudi, 2014, 329 pp., € 31,00

Il caso Wilson

Giancarlo Alfano

Nel 1930, durante un periodo di degenza a Berlino, Freud riceve la visita di un ambasciatore e uomo politico americano, William C. Bullit, che gli rivela di avere in animo di scrivere un libro sui protagonisti degli accordi di Versailles, con cui si risolse la Prima guerra mondiale (nel contempo, in verità, gettando le basi per la Seconda). Tra questi c’era il Presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, universalmente noto per essere stato colui che concepì e sostenne – al punto da perdere di vista l’effettivo equilibrio politico complessivo che gli accordi avrebbero dovuto garantire – il progetto della Società delle Nazioni.

A questa notizia Freud si riprese improvvisamente dall’abbattimento che lo affliggeva in quei giorni (temeva infatti di avere solo poco tempo da vivere) e propose all’amico americano di scrivere insieme a lui un libro dedicato al Presidente. Quasi dieci anni dopo – una pausa dovuta forse a un disaccordo dovuto alle rispettive posizioni religiose – il padre della psicoanalisi avrebbe sottoscritto la versione definitiva dello scritto, pubblicato poi soltanto dopo la morte della seconda moglie di Wilson.

Quel libro, Il caso Wilson, appare adesso in Italia per le cure di Davide Tarizzo, che non esita a definirlo «una gemma»: sia «della letteratura psicoanalitica», sia «della storiografia novecentesca». Personalmente non saprei dire se la seconda affermazione è del tutto condivisibile ma certo si tratta di un libro molto interessante, che sollecita nel lettore una serie di riflessioni sull’incidenza culturale e politica della psicoanalisi. Come spiega il curatore nella sua elegante introduzione, il libro a doppia firma è stato infatti a lungo oggetto di imbarazzo, se non proprio di un’esplicita avversione: per la pochezza dei risultati o per lo stesso atteggiamento di Freud (apertamente ostile a Wilson). Tarizzo preferisce parlare a questo proposito di una «resistenza» dei lettori, che individua nell’incertezza con cui si è portato avanti il compito, indicato più volte dallo stesso Freud (soprattutto nella seconda parte della sua produzione), di applicare la psicoanalisi alle questioni più generali della vita umana.

L’idea del curatore è chiarita sin dall’epigrafe, tratta dal grande libro di Keynes sulle Conseguenze economiche della pace (1919), in cui l’economista osserva che il rapporto del Presidente con l’elaborazione del Trattato di Pace «tocca[va] sul vivo un complesso freudiano». Ed è proprio per la dimensione politica che è oggi importante leggere questo libro: così strano per chi conosce la scrittura freudiana, così analitico, a volte pedissequo, a tratti pedante. In esso infatti, al di là delle intenzioni del suo collaboratore, Sigmund Freud volle proseguire la riflessione avviata nel 1921 con Psicologia della masse e analisi dell’io, passando a un caso concreto – e anzi della massima rilevanza – di leadership contemporeanea. Un caso che non assomigliava per niente all’immagine del padre primordiale disegnata nell’oramai lontano Totem e tabù (1912-13), e che anzi si segnalava per un’evidente debolezza di carattere del protagonista, pur mostrando – e con grande evidenza – che bastano pochi elementi per influenzare e trascinare le masse: pochi elementi che possono anche essere l’espressione stessa di quella debolezza.

È il frutto più impressionante dello studio freudiano, privo di ogni empatia per il personaggio di cui si occupa, in cui riconosce – nelle parole del curatore – «il mago indiscutibile dell’autoinganno». Gli ultimi capitoli del libro, almeno a partire dal XXXIII, seguono «il progressivo avvicinamento di Wilson al collasso fisico e mentale», dalla firma del Trattato di Versailles, 28 giugno 1919, al crollo del 26 settembre dello stesso anno. È il racconto spietato del conflitto, nell’inconscio del Presidente, tra «la passività e l’attività aggressiva nei confronti del padre»; il conflitto tra la spinta narcisistica a proporsi come il Dio Figlio che porta, in ossequio al mandato di Dio Padre, la Pace tra gli uomini (cosa che, peraltro, gli uomini gli riconobbero con deliranti dimostrazioni di affetto) e la deriva depressiva di chi si vede tradito e reso incapace di agire.

Il caso Wilson si presenta allora davvero come l’altra faccia della Psicologia delle masse: se nel 1921 Freud aveva individuato lo spirito gregario delle masse e il legame ipnotico con il leader, dieci anni dopo egli lavorò sui processi psicologici di un leader effettivo, mostrando in che modo quei processi producessero leadership, tenendo insieme forza e debolezza, carisma e pochezza di carattere. Quello politico, evidentemente, è una degli aspetti della ricerca di Freud che dobbiamo ancora imparare a capire.

Sigmund Freud-William C. Bullit
Il caso Wilson
a cura di Davide Tarizzo, traduzione di Sarah Manocchio
Cronopio, 2014, 286 pp.
€ 19,00

Sigmund Freud
Psicologia della masse e analisi dell’io
a cura di Davide Tarizzo, traduzione di Enrico Ganni
Einaudi, 2013, LI-86 pp.
€ 16,00

L’italiano nascosto

Francesco Montuori *

Gli studiosi di storia della lingua italiana da molti anni discutono su una serie di testi di età moderna (tra Cinquecento e fine Ottocento) che a una prima occhiata ricordano un elaborato scritto da uno studente svogliato e incolto.

Sono diari, lettere, confessioni, deposizioni, la cui lingua sembra un campionario di trascuratezza: la concordanza tra le parti variabili del discorso è irrazionale; le forme dei verbi sono spesso create in base alla morfologia del dialetto; l’egocentrismo della scrittura induce a ripetere anche ciò che non è necessario e a omettere ciò che è presente alla coscienza dello scrivente ma non a quella del lettore; le frasi sono brevi, legate in modo elementare e generico o solo giustapposte, in sequenze talvolta disordinate; il lessico è formato da tessere di diversa provenienza, per cui ai latinismi si affiancano parole di origine fiorentina o di diffusione solo locale.

Per gli autori di questi «casi clinici» è stata creata la denominazione di «semicolti»: è gente non abituata a scrivere e che è costretta a farlo, che conosce un po’ di italiano ma ha il dialetto come lingua materna, che sa come si compone il tipo di testo che sta scrivendo ma non riesce ad adattarsi a tutti gli interlocutori né adeguarsi a tutti gli argomenti, e che insomma, non avendo compiuto un idoneo apprendistato grammaticale e retorico, scrive un po’ come parla.

Nel suo libro, di fattura scientifica ma divulgativo per l’affabilità dei toni espositivi, Enrico Testa offre un’antologia di piacevolissima lettura e ben commentata di questi testi, e nell’introduzione, prendendo spunto da una pagina di Landolfi, definisce pidocchiale la lingua in cui sono scritti; inoltre pone al loro fianco diversi testi di intellettuali che si rivolgono ai semicolti (lettere, prediche, documenti di natura giuridica e politica, alcuni dei quali redatti fuori d’Italia) ed enfatizza le analogie che ci sono in questo italiano dei colti e in quello usato dalle persone appena alfabetizzate.

L’esame comparato di tutti questi testi permette all’autore di inquadrarli in un profilo originale della diffusione della lingua nel tempo: la tesi sostenuta è che tali scritture documentino fin dal Cinquecento l’uso di una lingua italiana «comune» diversa da quella di matrice letteraria, fondata sulle strutture del parlato e adoperata per iscritto da persone di diversa cultura, per scopi che si possono definire genericamente pratici.

Questi testi, presi globalmente, sono i segni che anche prima del XX secolo gli italiani riuscivano a corrispondere tra di loro senza ricorrere «alle formule della compostezza letteraria o ai parametri di un togato autocontrollo espressivo»: ciò consente di immaginare che «anche in passato – in certe circostanze e occasioni – si svolgessero scambi orali in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi che abbiamo provato a descrivere». Proprio questo è il primo pregio del libro: aver tessuto su questa fitta trama di testi la prova di quanto sia stata profonda cronologicamente, diffusa regionalmente e ampia socialmente l’esigenza di ricorrere all’italiano come lingua della comunicazione. Cosa che contribuisce a sfatare la leggenda che l’italiano sia stato imposto dall’alto, dalle autorità scolastiche, a un popolo che desiderava solo continuare a parlare il proprio dialetto.

Testa designa questo nuovo italiano con due attributi: lo chiama nascosto perché, illuminato in così fatto modo, esso viene sottratto alla penombra che lo velava; e, prima di tutto, lo denomina comune, perché costituisce in una lunga continuità temporale il terreno d’incontro tra le classi sociali: viene usato dal fattore, che si allontana dai campi per scrivere al padrone quali provvedimenti debbano essere presi per un buon raccolto; e viene adoperato dal padrone, che depone la penna dallo scrittoio lirico e risponde a tono, con lo stesso stile e nella stessa lingua.

Tuttavia, c’è un prezzo che Testa ha dovuto pagare, in termini di persuasività, per aver voluto identificare e denominare un nuovo «tipo» di italiano: per far ciò ha esaltato gli elementi omogenei a tutti i testi, dando valore diagnostico ai tratti sintattici e pragmatici, e ha marginalizzato i tratti differenzianti, sottraendo importanza alle manifestazioni di interferenza tra italiano e dialetto, e, ancora, ha sminuito la rilevanza di alcuni elementi linguistici parassitari, denotanti la marginalità culturale degli scriventi non colti. Insomma, confrontando i registri non letterari dei colti e le scritture diversamente influenzate dai dialetti dei semicolti, Testa vede i riflessi di un’immagine sola, di un italiano «comune», con la sua storia, la sua comunità di scriventi e, sullo sfondo, di parlanti.

Eppure è la sua stessa antologia a dimostrare che non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. Non un «tipo» di italiano, quindi, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue, dove alcuni sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, mentre altri riuscivano con fatica a comunicare per iscritto in un singolo genere testuale avvalendosi dell’elementare alfabetizzazione cui erano riusciti ad accedere.

* La giuria tecnica della XL edizione del premio Mondello, composta da Giancarlo Alfano, Salvatore Ferlita e Filippo La Porta, ha annunciato ieri nella conferenza stampa, tenuta a Milano alla Libreria Hoepli, che L’italiano nascosto di Enrico Testa ha vinto il premio per la sezione «Critica letteraria».

Enrico Testa
L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Einaudi (2014), pp. VII-321
€ 20.00

La gemella H

Alessandra Sarchi

La gemella H è la storia di una famiglia, Hans e Maria Hinner, née Zemmgrund, più le due figlie gemelle Helga e Hilde, venute al mondo nel 1933. Sono tedeschi e vivono in una cittadina a poca distanza da Monaco, sono gli zelanti e risentiti piccolo borghesi sui quali il Terzo Reich fa leva per diventare ideologia dominante. La malattia ai polmoni di Maria fa trasferire la famiglia a Merano e la sua morte li porta prima a Milano, poi sulla riviera romagnola, dove Hans sbiancata la memoria della sua militanza nazista ripulisce anche il denaro che il regime gli ha garantito. A Milano marittima apre un albergo dove italiani e tedeschi indistintamente partecipano al grande rito collettivo dell’oblio edonistico, del turismo di massa negli anni del boom economico postbellico.

Come ogni storia di famiglia, intrecciata a eventi storici traumatici, sarebbe stata materia di introspezione dei rapporti e di indagine sociologica; l’una e l’altra sono invece completamente trasfigurate dalla potenza di un flusso narrativo che parte dall’interno dello sguardo e dalla mente delle due gemelle, di Hilde in particolare, che fin dalla nascita – ma si direbbe quasi da prima – registra con meticolosa attenzione fatti, azioni, cause, nomi, gesti, atmosfere, come una telecamera implacabilmente accesa sulla realtà visibile. La soggettività del suo racconto è, tuttavia, neutralizzata dalla dichiarazione iniziale: «Hilde Hinner non sono solo io, sebbene parta da una posizione di privilegio: conosco la mia fine». La presa di Hilde sullo svolgersi della realtà è dunque postuma, interna ed esterna, ma con una scelta molto efficace l’autore ha deciso di farla vivere in un unico tempo narrativo, un presente continuo, spezzato solo dall’incipit fiabesco – «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima» – e da alcune pagine di diario, sulle quali ritorneremo.

L’aderenza alla cose, fissate al presente di un’immanenza fuori dalla storia che mai si concede un’interpretazione, se non giustappositiva, è infatti la lingua di Hilde: «Più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno». Opaco è aggettivo pregnante a più livelli, perché se tutto è raccontato da Hilde per come appare, nulla sembra passibile di responsabilità etica, e d’altronde gli Hinner non sono responsabili di soprusi eclatanti – Hans compra a niente la villetta dei vicini ebrei perseguitati, Helga accusa ingiustamente di furto la cuoca romagnola mettendole tre mele nella borsa con l’obiettivo di fare assumere il fidanzato – ma proprio da questa sfasatura fra sguardo che radarizza, elenca, mette in fila e il sottrarsi della coscienza scaturisce la percezione claustrofobobica del male quotidiano, banale e indispensabile al Moloch che ha devastato il secolo scorso arrivando fino a noi.

Non si tratta dell’unica sfasatura presente nel romanzo; anzi fin dalla copertina – una fotografia di Sabrina Ragucci voluta dall’autore e quindi parte integrante della sua poetica – ci troviamo davanti a un silenzioso contrasto con il titolo: raffigura tre mele, la prima di dimensioni maggiori, allineate e appoggiate su una superficie riflettente che le sdoppia in altrettanti multipli dal contorno più sfocato. Perché tre mele, se le gemelle sono due? E perché una sola gemella H, a dare il titolo, e non le due, Hilde e Helga, protagoniste del romanzo? La struttura profonda del testo, che procede per accumulo e non per intreccio, sembra appoggiare proprio sul gioco continuo di queste simmetrie imperfette e ingannevoli del doppio: i due paesi Italia e Germania, fallacemente accomunati dalla guerra, le gemelle che sono emanazione del padre e con questi costituiscono una triade (le tre mele), la doppia coscienza che Hilde sviluppa in un distacco rispetto all’ubbidienza supina di Helga che rimane circoscritto, però, alla velleità, alla dinamica del loro rapporto competitivo. Hilde vede, sa e ricorda, non per questo cambiano le sue azioni, tranne che nel suicidio, anticipato a circa metà libro, perché poi la narrazione riprenda con quel tempo continuo, dentro la presuntuosa illusione di sconfiggere la morte (come diceva Hitler a Eva Braun nel Moloch di Sokurov). Ed è quindi, per forza, un eterno presente.

Dicevamo dell’incipit incantatorio. L’altro luogo in cui l’imperfetto squarcia la narrazione si trova in alcune pagine di diario in cui Hilde indaga la natura arrivista e mediocre del futuro marito di Helga. Non è una scelta casuale: nel passato, e nel verbo imperfetto che lo tramanda, sta la verità; perché, come dice Hans Hinner, «le storie diventano importanti quando s’inizia a parlare davvero del passato». Cosa che gli Hinner evitano accuratamente di fare, congelando le proprie esistenze e le proprie perdite (di un paese, di una lingua, di una madre, della memoria e della responsabilità) nella stagionalità turistica dell’albergo. In quell’andare avanti che per Hilde si traduce in un atto estremo, sul fondo di un lago, e per Helga nel più «banale» respiro: meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca durante le inalazioni in una stazione termale, ed evocazione sconvolgente delle camere a gas.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi Stile Libero (2014), pp. 355
€ 18,50

Nuovi disagi nella civiltà

Paolo B. Vernaglione

Che il “discorso del capitalista” sia parlato in sottotraccia da TV, rete e grandi giornali è evidente, soprattutto nella continua denegazione della crisi della finanza neoliberale. Che i tratti specie-specifici della natura umana (senza virgolette) risaltino nella prassi del presente è cosa meno evidente nel colpevole oblìo della critica.

Dunque l’attribuzione di valore alla natura umana e il discorso del capitalista costituiscono due polarità nel cui campo di tensione è possibile un’ontologia non complice dell’attualità. È quanto ottimamente è squadernato in Nuovi disagi nella civiltà, testo a 4 voci, a partire dalla densa introduzione e la puntuale guida al dialogo di Francesca Borrelli, e la cui terza parte è lo specchio in cui si riflettono i nuclei problematici di questa modernità: il sapere come “tra”, relazione transindividuale in cui si genera l’individuo; e la corporeità, in cui ha luogo quel cosiddetto “mutamento antropologico”, difficile per la teoria psicoanalitica quanto facile da osservare nella quotidianità.

Ciò che infatti fa problema, nel confronto tra il capitale testo di Freud del 1929 e una nuova sintomatologia di cui si stenta a ricostruire la genealogia (anoressìa, bulimìa, dipendenze, soggetto panicato…) nell’attuale civiltà digitale e del debito, è l’interpretazione dell’insieme delle molteplici realtà del disagio in un totalizzante “discorso del capitalista”, la cui asserzione consiste nel criminalizzare il godimento di merci (di oggetti, di esseri umani) latore di una pulsione di morte urlata nell’imperativo mercantile: “godi!”. In questa lettura della dinamica sociale il godimento verrebbe imposto a soggetti “senza inconscio”, o comunque lontani da un desiderio di norma procrastinato dalla legge del padre, la cui evaporazione avrebbe causato niente di meno che il crollo dell’intero orizzonte simbolico singolare.

Come invece ricorda Francesco Napolitano a partire dalla metapsicologia di Freud, la psicoanalisi, come scienza naturale, si incarica di ricostituire la naturale innaturalezza dell’animale umano, il cui tratto peculiare è quell’inestricabile intreccio di eventualità storica e invariante concettuale, anzitutto riscontrabile nella facoltà di linguaggio, oggi ampiamente sfruttata. Ciò significa che l’attribuzione delle parti di sfruttato e sfruttatore, padrone e servo, soggetto e assoggettato, come anche di un possibile discorso del rifiuto e di un discorso del capitalista, questa attribuzione non può essere univoca, laddove, ancora con Napolitano, “una buona dose di infelicità è intrinseca alla natura umana” – il godimento totale non essendo possibile.

Si tratta allora da un lato di indagare la finitudine umana in rapporto a qualsiasi legge e in relazione alla sua nostalgica reinvenzione; dall’altro constatare come l’eventuale restauro di un nome del padre, seppure a lettere minuscole, non farebbe altro che riprodurre un dispositivo simbolico di assoggettamento che si aggiungerebbe ai dispositivi di cattura neoliberali, in atto da tempo.

Ciò che dunque vale la pena chiedersi nel realizzare una cartografia delle nuove soggettivazioni è quanto l’interpenetrazione (De Carolis) dell’esteriorità sociale e della psiche individuale abbia effetto sulla legge del desiderio, l’Edipo, il rapporto tra istinto e pulsione e quello tra godimento e desiderio. Altrimenti il lacaniano discorso del capitalista diviene l’ombrello significante sotto il quale riparano senza eccezione tutte le dinamiche psico-sociali al tramonto della modernità. Forse invece è utile distinguere la clinica, da cui si evince la micidiale operatività del “discorso”, dalla filosofia, per la quale è più sensato recuperare l’inseparabilità di verità materiale e verità storica del soggetto “sotto” il capitale, poiché in quel punto rileva l’emergere dell’inconscio come dato ontologico e quindi etico.

Una teoria della clinica e una filosofia del disagio nella civiltà potrebbero invece insieme prendere sul serio, cioè alla lettera, l’ “orda primordiale” e “l’origine egizia di Mosè”, perché in quella lettera c’è forse qualcosa di cui ci parla oggi l’inconscio: l’intreccio di storia e metastoria, “già da sempre” e “proprio ora”, invariante biologica e variazione storica.

Perché o crediamo all’inconscio strutturato come un linguaggio (Lacan), cioè alla facoltà di linguaggio come dato naturale in una evolutiva invarianza, e in tal caso il compito sarebbe osservare in quali rapporti entrano in una certa epoca desiderio e godimento; oppure si crede che esista un orizzonte simbolico (il soggetto barrato, il Significante) le cui catene producono sia l’intero soggetto che l’intera realtà, entrambi assoggettati ad un significante-padrone di cui il godimento è unica legge, imposta in nome e per conto di un desiderio assente.

Mentre però il discorso del capitalista risolve la molteplicità delle forme di soggettivazione ad un dato quantitativo in un giuoco a somma 0 (tutto godimento, niente desiderio e niente legge), la cui economia andrebbe ristabilita nel nome di un padre oggi impronunciabile - come Dio per gli ebrei ortodossi - un’analitica del presente ci indica che le molte forme in cui il godimento si ottiene rimandano ad un’eterogeneità di rapporti al desiderio, di cui è quantomeno ardua la riduzione ad uno.

Gli è che, come De Carolis osserva, il presente invece di compiere il nichilismo lo fa troppo poco. Con Nietzsche, via Benjamin, bisogna volere il tramonto affinché la finitezza umana divenga accettazione della morte (senza cui non c’è eredità), ed esprima così la massima potenza di vita. Così il godimento, pulsione di morte, ha la chance di divenire la forma più radicale di rifiuto di qualsiasi “discorso” voglia ripristinare una legge che priva il soggetto di libertà, cioè di autonomia e di autorganizzazione.

Borrelli, De Carolis, Napolitano, Recalcati
Nuovi disagi nella civiltà. Un dialogo a quattro voci
Einaudi (2013) pp. XLVI - 202
€. 19,00

Antonio Delfini, l’attacchino metafisico

Andrea Cortellessa

Senz’altro ci sono, nel Novecento italiano, autori di lui più «importanti» (Gadda, per esempio) e, altrettanto certamente, scrittori più «bravi» (Landolfi, ovvio). Ma non ci sono scrittori più necessari di Antonio Delfini. Perché Delfini non è semplicemente un «sottovalutato» (lo è moltissimo, lo è in misura scandalosa), ma uno scrittore costitutivamente irrealizzato – per molti versi, anzi, irreale. E dunque, ogni volta tocca inventarselo.

Quando qualche anno fa – dopo un quarto di secolo d’ingiustificato intervallo – finalmente Einaudi riprese a proporre i suoi scritti, in una silloge che assai umoralmente – il che non poteva sorprendere, occupandosene Gianni Celati – smembrava uno dei due unici libri in qualche modo riusciti a far capolino nel canone (i racconti del Ricordo della Basca), il bellissimo titolo fu preso da una delle falotiche affiches autopubblicitarie colle quali, materialmente attaccandole sui muri della sua Modena, di frequente si baloccava Delfini: Autore ignoto presenta.

CARTOLINE_Pagina_2 (611x640)«Ignoto» anche ai suoi cultori più appassionati (diceva giustamente Cesare Garboli, introducendo nel 1982 ai suoi Diari, che Delfini più che un individuo fu una costellazione: «i pezzi di cui era fatto, psicologici, intellettuali, emotivi, erano unici, rari, e non solo introvabili, ma programmati ciascuno per suo conto»; è vero dunque che il suo capolavoro resta il suo libro più disorganico, il libro-non libro appunto dei Diari; peccato che lo stesso Garboli, come spesso gli capitava, ne abbia lasciata un’edizione in cui l’umoralità passa il segno del condivisibile): perché «ignoto», in fondo, restò a se stesso per primo.

Cosicché, come capita al nostro piccolo mondo letterario – che ogni tanto si risveglia, si stiracchia, a mezza bocca mormora ah già, ci sarebbe pure Delfini, poi subito ripiomba nel torpore –, tutti i suoi numerati lettori, ogni volta che lo rileggono, scoprono uno scrittore diverso: lui che in effetti ogni volta si reinventava, sorprendendo tutti e lui per primo (davvero era, come ha sintetizzato una volta Alfredo Giuliani, «uno scrittore marginale a se stesso»).

CARTOLINE_Pagina_9 (636x640)Così avvenne, fra il 1958 e il ’59, in conseguenza dell’ultima, della più atroce delle mille delusioni che hanno innervato l’esistenza di questo eterno adolescente, di questo bipolare da manuale, di questo virtuoso del desengaño: la breve storia d’amore con una «Luisa B.», giovane e superficiale figlia di ricchi industriali di Parma conosciuta a dicembre, che per l’ultima volta lo fa illudere circa una vita possibile, effettiva, reale («è da oggi che ho moglie», scrive sul diario il 7 gennaio; il 4 marzo annota: «Ricevuto lettera dalla cialtrona Luisa B. in cui si dichiara che ella mi pianta»).

Tale microscopico aneddoto sentimentale è il big bang che sprigiona una corrente di atrabile esistenziale, di mauvais sang, di aggressività retorica che non conosce pari, almeno fra quelli testimoniati dalla nostra letteratura: l’odio per la borghese di Parma («il simbolo della frode, del tradimento e del peccato») dà vita al personaggio di Misa Bovetti («Misa» e «Nisa» sono due suoi ricorrenti senhals), epitome di ogni malagrazia e infingardaggine del capitalismo italiano, in Misa Bovetti e altre cronache (Scheiwiller 1960); e scatena la fantasmagoria geografico-erudita di Modena 1831. Città della Chartreuse (ivi 1962: in cui l’ubbia, coltivata da tempo, per cui Modena appunto, anziché Parma, fosse la città narrata da Stendhal, è rinfocolata dalla metonimica avversione per la città della cialtrona).

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Gianluigi Toccafondo, Antonio Delfini - Foro Boario

In forma di invettiva diretta, invece, sono le poesie che Delfini prende a tambureggiare sul «Caffè» di Giambattista Vicari, e che Giorgio Bassani lo convince a raccogliere in volume (presso Feltrinelli, nel ’61): sicché le Poesie della fine del mondo diventano l’altro titolo cui per lo più si lega la memoria del suo nome (e dunque al demone di Luisa B. si ricollegano, in un modo o nell’altro, i tre libri pubblicati negli ultimi tre anni di vita da Delfini: che muore il 23 febbraio 1963).

Ed è una vera e propria scoperta, da parte di Delfini, quella della «mala poesia». Naturalmente si connette a un genere carsico, quello della satira e dell’invettiva, che da sempre scorre in parallelo a quello della poesia lirica (tanto è vero che di lì a poco, nel ’64, Cesare Vivaldi potrà curare da Guanda un’ampia antologia di Poesia satirica nell’Italia di oggi, che allinea Delfini a, fra gli altri, Giuliani, Pagliarani, Balestrini e Sanguineti); ma in Delfini da un lato si riscontra una precisa, polemica intenzione letteraria (in un componimento disperso definisce il suo «l’anticanzoniere» di un «Francesco Antipetrarca»), dall’altro il suo cattivo umore trascende a colorare di sé non un singolo, aneddotico oggetto d’avversione ma, appunto, un intero mondo.

CARTOLINE_Pagina_4 (447x640)È davvero un’apocalisse quella che si disegna in questi versi («una fine del mondo che non si quando avverrà o quando avvenne», scrive Delfini nella Premessa al libro), che travolge nella sua interezza un tempo odiato («Erano, sono e resteranno / i tempi più tristi della storia») nel quale Delfini si getta a corpo morto (a Porta San Paolo il 6 luglio del ’60 – alla vigilia della strage di Reggio Emilia – protestando contro Tambroni viene ferito di striscio dalla scudisciata d’un carabiniere a cavallo: «È la seconda rivolta comunarda / È la prima italiana / È il secondo Settanta / È il secondo Diciassette / È l’industriale fatto a fette», aveva appena cantato a Genova «in rivolta»), trascinando con se tutto e tutti (un’invettiva contro l’allora segretario dell’odiatissima DC, cautamente censurata da Vicari come O Goro, suonava in realtà: «Tu Moro moristi come un cane / eri un cane tra i lenoni / come un cane eri un servo fedele / avevi l’affetto più vero e sincero / per loro, i padroni»).

Delfini Via scarpellini a Roma 1956 (640x427)
Gianluigi Toccafondo, In via Scarpellini, Roma, 1956

Ed è davvero un «Antipetrarca» chi capovolge diametralmente, simmetricamente, l’ossessione per il passato (un passato d’invenzione o «eventuale», come lo ha definito Ginevra Bompiani) dei racconti del Ricordo della Basca (e di quel pezzo formidabile che è la loro introduzione, Il ricordo del ricordo) in un futuro da tregenda, fosco come un redde rationem («… un dì sarai presa d’angoscia», «Finirà il mondo quando le tue ossa in polvere / recheranno la peste alla gente spermatizzata […] / Ti guarderò senza farmi le pugnette»), che si scaglia in primo luogo appunto contro il passato e il suo culto: «Mercanti d’Italia voi siete alle corte! […] non siete che polvere di rotti bicchieri, / di cui faremo carta vetrata per sfregiare la faccia / dei nostri irricordabili ricordi di ieri!» (del resto l’aveva detto, nei Diari: «Il pensiero è profezia e ricordo. La vita è avvenire e passato. La vita non è mai presente. Il presente non è mai»).

L’edizione approntata da Irene Babboni nella «bianca» riprende il traliccio della precedente curata da Daniele Garbuglia (con introduzione di Giorgio Agamben) da Quodlibet nel 1995, che completava il libro del ’61 con i non pochi componimenti usciti sul «Caffè» rimasti esclusi (per un giudizio non sempre, si ha motivo di pensare, di natura letteraria); aggiunge ulteriori poesie dell’ultimo periodo (fra le quali bellissima l’ultima, del capodanno ’61); ne omette il commento (utilissimo); ha il pregio però di rendere noti, nelle prime sezioni, molti componimenti di tutt’altra stagione (quella anni Trenta testimoniata in parte dall’autoedizione del Quaderno n. 1, 1932), fra i quali molte delle «poesie di fattura molto frettolosa» per ciò omesse da Garboli e da Natalia Ginzburg dal corpo dei Diari in cui figuravano (con ciò non capendone la natura «al di qua di ogni letteratura», dichiarata dall’interessato in un componimento del ’42).

CARTOLINE_Pagina_7 (640x452)E soprattutto dà corpo a un fantasma tra i più suggestivi dell’«anticanzoniere»: quello per cui, dichiarava Delfini a congedo del libro, «moltissimi versi (quasi un terzo dell’opera intera) sono titoletti di notizie di giornali, tolti così a piacere del poeta e immessi nel testo delle poesie». La maniera dei parasurrealisti presqu’automatiques 1940, pubblicati sul «Caffè» nel ’62 e pure qui riportati, davvero arriva sin nel corpo delle Poesie della fine del mondo: se è vero che nel volume Einaudi viene riprodotto fotograficamente l’anello mancante.

Sono, alle pp. 49-57, i collages verbali nel ’39 materialmente ritagliati e incollati da titoli a stampa, cui fanno cenno i Diari («Foglietti talloncini note frasi-scritte per caso in viaggio o per istrada e magari parole isolate immagini e persino ritagli di giornali rimasti chissà perché in tasca o nel portafogli»),quattro dei quali vennero pubblicati su L’Arcitrivella, una strenna modenese del ’62 (davvero un anello mancante, se si pensa che proprio il collage verbale veniva allora praticato da Giuliani, Porta e Balestrini – che ne esposero alcuni, nel novembre del ’64, al secondo convegno del Gruppo 63 a Reggio Emilia – prima che il cut-up restasse operativo nel solo Balestrini, oltre che in Pagliarani).

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Gianluigi Toccafondo, affresco digitale

E che oggi, gigantografati da Gianluigi Toccafondo, decorano la volta della Biblioteca Civica che ad Antonio Delfini è stata intitolata nel 1992: «un gesto», annota Babboni, «al Delfini attacchino, editore e promotore di se stesso sarebbe sicuramente piaciuto moltissimo». E davvero, volgendo gli occhi al cielo, a Delfini si guarda volentieri.

Antonio Delfini
Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo
a cura di Irene Babboni, prefazione di Marcello Fois
Einaudi (2013), pp. XXIX-229
€ 15,50

NOTA

Si riproducono qui quattro collages poetici dai nove complessivamente realizzati nel 1939-40 e pubblicati, in parte in L’Arcitrivella. Strenna modenese per l’anno 1963 (Società d’incoraggiamento per gli artisti della provincia di Modena, 1962), in parte – in seguito – in cataloghi di mostre; per la prima volta sono raccolti alle pp. 49-57 di Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo. Gli originali sono perduti, ma Giovanna Delfini ne conserva fotocopie e riproduzioni fotografiche. Le restanti immagini provengono dall’«affresco digitale» realizzato nel 2009 da Gianluigi Toccafondo e collocato sulla volta della sala conferenze della biblioteca civica Antonio Delfini di Modena; e dal catalogo della mostra Immagini di Antonio Delfini, tenutasi alla Biblioteca Estense della stessa città nel 2007. L’artista ha interpretato le fotografie originali in composizioni fantastiche e “arcidelfiniane” che in seguito sono state ingrandite con procedimento a stampa digitale e plotter su un film in PVC applicato direttamente sul soffitto.

*Per le immagini si ringrazia la casa editrice Einaudi, la Biblioteca Estense Universitaria e la Biblioteca Civica Antonio Delfini di Modena.