Benvenuta «Filmcritica» che si proietta sulla rete

Bruno Roberti

Ora ha una versione digitale on line (nonché un dinamico e stimolante nuovo sito), grazie alla collaborazione della casa editrice barese Caratteri mobili, una storica rivista come «Filmcritica»: infaticabilmente fabbricata ogni mese da Edoardo Bruno, il quale continua a dirigerla a più di sessanta anni dalla sua fondazione, che avvenne con nomi imprescindibili per la storia del cinema e della cultura come Rossellini, Barbaro, Della Volpe e Turroni; su cui si sono formate intere generazioni di critici (compreso chi scrive) e di lettori cinofili; e su cui hanno scritto filosofi e studiosi (da De Martino a Garroni, da Nancy a Matte Blanco a Rancière…) e cineasti (da Pasolini a Bellocchio a Martone, da Godard a Vecchiali a de Oliveira…).

Questa «proiezione» in rete (che accompagna la regolare uscita mensile in cartaceo) è il segno di una capacità vitale della rivista di non mummificarsi in una sopravvivenza «di posizione» ma di perseguire un movimento dentro il presente mantenendo il suo carattere militante: che azzera gli incasellamenti di comodo, spazza via le barriere (il grande cinema di Cameron o di Soderbergh, di Zemeckis o di Eastwood, di Raimi o di Carpenter, per i filmcritici ha la medesima valenza di quello «resistente» e apparentemente «arduo» di Straub-Huillet o Gitai, di Erice o Gianikian-Ricci Lucchi, di Bressane o Naderi…), mette in campo con «la festa di avere un’idea» (per dirla con Deleuze) i concetti, i pensieri, i crismi filosofici, le urgenze poetico-politiche; instaura un continuo dialogo con i cineasti attraverso conversazioni sempre stimolanti e mai appiattite sul giornalistico; marca una sua presenza nei festival e sui film «di tendenza»; apre strade teoriche senza cristallizzarle in schemi…

Si può avere la misura di tutto ciò con la novità della possibilità di un acquisto on line dei numeri digitalizzati sia scaricabile in pdf che leggibile in streaming (come fosse un libro da sfogliare online), all’indirizzo: http://www.flows.tv/filmcritica?channel=108.

Oltre ai nuovi numeri diventa disponibile un archivio di quelli passati, che progressivamente andrà a coprire tutti gli anni di attività della rivista. Un patrimonio che diventa così accessibile non solo ai lettori, ma anche agli studenti di cinema, agli studiosi, oltre che a tutti gli amanti del cinema: i quali avranno così la possibilità di attingere non solo a una memoria culturale preziosissima ma anche alla dinamica «attuale» delle riflessioni, dei discorsi, delle interpretazioni che continuano a «pensare le immagini» e a «immaginare il pensiero». E ciò avviene anche in un fluido e immaginifico blog che mette in relazione il cinema con la filosofia, l’inconscio, la lingua, la polis, la scrittura.

In tal senso vale la pena visitare il sito ridisegnato recentemente, entro cui si aprono finestre che sono altrettante sorprese: Mnemosyne, che warburghianamente offre percorsi di immagini filmiche secondo figure suggestive (come la fantasmaticità di «castelli in aria», «light sleeper», «corpi riportati in vita», «visibile e invisibile»); Come eravamo, che ripesca pezzi ancora attualissimi da numeri d’antan di «Filmcritica» (come, dagli anni Settanta, uno scritto di Pasolini sullo statuto dell’ambiguità, o un pezzo ereticamente marxiano di Edoardo Bruno); Film di tendenza (film imprescindibili attualmente nelle sale come The Canyons di Paul Schrader e The Act of Killing di Joshua Oppenheimer o capolavori recenti ma da noi ancora «invisibili» come Educaçao Sentimental di Julio Bressane.

Navigando anche on line verso i suoi settant’anni (…e verso il centenario e oltre) «Filmcritica» dimostra la sua vitalità, grazie anche al gruppo di critici e studiosi che affiancano Edoardo Bruno rilanciando continuamente il «pensiero che muove» e il «senso in più» del cinema.La rivista «Filmcritica» è stata fondata da Edoardo Bruno nel 1950. Da allora è sempre rivista di tendenza, in cerca dell’anomalia e dello scarto rivoluzionario indifferente alle parrocchie ideologiche. «Filmcritica» è rivista di cinema, filosofia, inconscio, lingua, polis, scrittura.

Filmcritica

Direttore
Edoardo Bruno
Comitato di Fondazione
Umberto Barbaro, Galvano Della Volpe, Roberto Rossellini, Giuseppe Turroni
Comitato Direttivo
Edoardo Bruno, Alessandro Cappabianca, Marina Del Vecchio, Daniele Dottorini, Lorenzo Esposito, Enrico Ghezzi, Vittorio Giacci, Grazia Paganelli, Andrea Pastor, Bruno Roberti, Francesco Salina, Daniela Turco
Collaboratori
Luigi Abiusi, Sergio Arecco, Massimo Causo, Amalia Cimenti, Simone Emiliani, Giuseppe Gariazzo, Mario Garriba, Ilaria Gatti, Michele Moccia, Fernanda Moneta, Giona A. Nazzaro, Maria Teresa Oldani, Sebastian Schadhauser, Giovanni Scibilia, Ettore Zocaro
Redazione
Grazia Paganelli
Corrispondenti esteri
Francia: Frédéric Sabouraud
Gran Bretagna: Geoffrey Nowell-Smith
U.S.A.: Peter Brunette

Gravity

Maria Teresa Carbone

Per molto tempo, con alcune notevoli eccezioni che portavano appunto, ben visibile, il marchio di una eccezionale grandeur, la durata media di un film si è tarata intorno ai novanta minuti. Era una misura ragionevole, che consentiva a chiunque di infilarsi in un cinema durante un'ora buca del pomeriggio, o di andare all'ultimo spettacolo tornando a casa in metrò.

Era, anche, l'incarnazione dell'idea che la vita è la vita e il cinema è il cinema (è il cinema). E un'ora e mezza basta e avanza per un oggetto che è, statutariamente, bigger than life. Poi, a un certo punto che potremmo individuare nei fatidici anni Ottanta, i film – parliamo naturalmente dei film Usa, ma presto il contagio si sarebbe diffuso ovunque – hanno avuto bisogno, per dimostrare che c'erano (cioè, in termini economici, che valevano il costo del biglietto) di gonfiarsi, di crescere, di raggiungere e superare le due ore, di passare da uno status di – apparente – interstizio a quello di “divertimento” a parte intera.

Quello che è accaduto in seguito – l'ulteriore dilatazione del tempo cinematografico nella versione home video con l'agglutinarsi dei vari extra, la sua successiva esplosione nella miriade di frammenti di Youtube – è sotto i nostri occhi. A contare qui, per il piccolo discorso che si intende fare, è che Gravity di Alfonso Cuarón dura novanta minuti. È, dunque, già a partire dalla misura, un film antico. Così come è antico, e insieme ineludibilmente contemporaneo, il suo essere girato per intero – a parte l'ultima sequenza – in uno studio cinematografico (due per l'esattezza, Pinewood e Shepperton).

Nulla di quello che vediamo è “vero”: non l'immensa terra vista dallo spazio, che spesso riempie, ferma e mutevolissima, l'intero schermo, non le immagini che si riflettono sui caschi degli astronauti Sandra Bullock e George Clooney, non i detriti che colpiscono come proiettili micidiali la navicella, non la danzante apesanteur all'interno del veicolo spaziale. E non solo tutto questo non è “vero”, perché è stato realizzato grazie a un uso sapiente delle tecnologie digitali, ma anche – soprattutto – perché Cuarón e i suoi collaboratori erano perfettamente consapevoli di, e determinati a, girare un film, quell'altro reale di cui ha scritto Edoardo Bruno in un libro del 1978, che meriterebbe di essere riportato oggi all'attenzione dei lettori.

Accantonate quindi rapidamente le critiche pedestri degli scienziati veri e presunti che hanno rimproverato a Gravity le sue, sicuramente innumerevoli, “inesattezze”, possiamo vedere nel film di Cuarón un oggetto cinematografico che, come lo Hugo di Scorsese (non a caso girato negli stessi studios britannici), si proietta nel futuro, non dimenticando neanche per un attimo la sua storia, a partire dal grande padre Méliès e dal suo Voyage dans la Lune.

Il viaggio in una dimensione sincrona, dove la corsa solo apparente della freccia del tempo abbraccia i segnali dei satelliti spaziali e il latrato primordiale dei cani da slitta è (anche) il viaggio del cinematografo, un viaggio che – proprio come quello dell'eroina del film – impone la fatica di una continua rinascita, così come faticosi e goffi sono i passi di Sandra Bullock sulla terra, la gravità, finalmente riconquistata. Novanta minuti è, anche, la durata di un'orbita intorno alla terra della Stazione spaziale internazionale: un giorno in un'ora e mezza, la durata del film.