Semaforo

Maria Teresa Carbone

Guerra / Brindisi
Comando supremo del R. Esercito a S. E. Monsignor A. A. Rossi Arcivescovo di Udine. Eccellenza, gli auguri che V. E. in nome proprio e in quello del clero dell'arcidiocesi volle cortesemente indirizzarmi per la ricorrenza del mio onomastico mi sono giunti assai graditi e altamente apprezzati, tanto più che agli auguri V. E. si è compiaciuta di unire parole di fervida speranza nelle fortune militari d'Italia. Voglia pertanto l'E. V. accogliere l'espressione della mia viva riconoscenza ed i miei ringraziamenti per il dono gentile delle preziose bottiglie del vecchio vino della abbazia di Rosazzo. Oggi con gli ufficiali del mio Comando ho brindato con lo squisito liquore di Picolit che unanimemente è stato riconosciuto - come appunto scrisse l'E. V. - degno di mense regali. Sono dell'E. V., con particolare ossequio, dev.mo L. Cadorna
Paolo Ferrari, Alessandro Massignani, 1914-1918. La guerra moderna (con documenti inediti), Franco Angeli 2014, p. 225

Guerra / Bugie
Se vi chiedono perché ci è toccato morire / dite loro che i padri fan questo: mentire.
Rudyard Kipling, Formula, in La guerra d'Europa raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014, p. 41.

Guerra / Cantastorie
Avevo compiuto da poco ventisei anni quando la scheggia di una granata mi uccise. Ovviamente, è uno dei ricordi più chiari che mi siano rimasti di tre anni trascorsi a far la guerra in Italia, dove non ero neanche nato e dove avevo scelto di venire a combattere arrivando dal Brasile nel luglio del 1915. (....) Questa storia la voglio dunque da me raccontare come se fossi un reduce che narra le sue imprese a distanza di decenni o meglio ancora come un cantastorie che abbia raccolto varie memorie altrui facendole proprie con giusta ragione senza che mai, si intende, debba venir fuori il mio nome. Il motivo di questa reticenza è facile da intendersi: per tutti in Italia sono il Milite ignoto ed è opportuno che, anagraficamente parlando, io tale rimanga.
Emilio Franzina, La storia (quasi vera) del milite ignoto, raccontata come un'autobiografia, Donzelli 2014, pp. 3-4.

Guerra / Divorzio
Don Giovanni Bevilacqua, parroco di Peio dal 1906, commentò lo scoppio della guerra, stando sulla sponda austriaca, con le seguenti parole: “I popoli hanno scosso il giogo soave del Signore; si diedero in braccio alle passioni, si ribellarono a Dio. I Governi scacciarono Dio ed il suo Cristo dalle aule legislative, dalla scuola, dissacrarono la famiglia col matrimonio civile, sancendo le leggi del divorzio. E non potendosi avere pace, ove non c’è Dio, necessariamente vi dev’essere guerra. E la guerra ci fu e terribile”.
Bruno Bignami, La Chiesa in trincea. I preti nella Grande Guerra, Salerno 2014, p. 43

Guerra / Esperienze
Dal 10 agosto 1914 al 5 gennaio 1915 ho passato una vita completamente diversa dal solito, una vita barbara, violenta, spesso pittoresca, spesso anche di una cupa monotonia con parti comiche e parti crudelmente tragiche. In cinque mesi di guerra chi non accumulerebbe una ricca messe di esperienze? (...) È tempo di aprire un'inchiesta seria sulle false notizie della guerra perché i quattro anni terribili già si allontanano verso il passato e prima di quanto si creda le generazioni che li hanno vissuti cominceranno lentamente a sparire.
Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), traduzione di Gregorio De Paola, Fazi 2014, pp. 80 e 128.

Guerra / Filo spinato
Nel corso della prima guerra mondiale il filo spinato assieme ad altri congegni come il tribolo e il cavallo di Frisia divennero l'elemento caratteristico nella cosiddetta terra di nessuno, che divideva le linee contrapposte di trincee e in cui si svolgevano gli assalti. Il filo spinato mostrò la sua enorme funzionalità: era leggero da trasportare e facile da installare, i bombardamenti con mortaio e obici difficilmente distruggevano le file successive di filo spinato. Anche se distrutti, i grovigli filo spinato rappresentavano un ostacolo per gli attaccanti: occorreva tagliarlo con apposite pinze o farlo esplodere da vicino con tubi di gelatina. Entrambe queste modalità erano estremamente pericolose. Il numero di vittime fra i tagliafili fu molto alto.
Dizionario della Grande Guerra a cura di Gustavo Corni e Enzo Fimiani, Textus Edizioni 2014, pp. 285-87

Guerra / Moda
I guerrafondai giornalmente insistono per imporre alla donna italiana un solo vestito, quello di gramaglie, unica moda in tempo di guerra.
Intervento di Rosa Geroni, citato in Marta Boneschi, Da pioniera della moda a militante pacifista, in Donne nella Grande Guerra, introduzione di Dacia Maraini, Il Mulino 2014, p. 218

Guerra / Soldati
Nell'orrore della guerra l'orrore della natura: la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise, la forca del Palalto e del Palbasso, i precipizi della Folpola: un paese fantastico, uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'Inferno . Non una macchia d'albero, non un filo d'erba tranne che nel fondo delle vallate: lassù un caotico cumulo di rupi e di sassi l'ossatura della terra messa a nudo, scarnificata, dislogata e rotta. Gran parte delle trincee s'eran dovute aprire spaccando il vivo masso, a furia di mine: il monte delle schegge aveva dato il materiale per i muretti e il pietrisco era servito a riempire i sacchi-a-terra. L'acqua mancava del tutto e doveva essere trasportata a schiena di mulo nelle ghirbe, insieme con i viveri. Tuttavia i soldati si erano accomodati anche lì e non parevano starci di peggio umore che altrove.
Federico De Roberto, La paura e altri racconti della Grande Guerra, Edizioni E/O, p. 19

Guerra / Trincee
10 dicembre 1914. Fronte occidentale. Il comandante in capo delle forze britanniche John French visita il fronte e trova le trincee "un unico pantano". I combattimenti proseguono, resi più difficili dalle condizioni atmosferiche. Nelle trincee il fango e l'acqua gelata, che arrivano fino al ginocchio otturano un gran numero di fucili rendendoli inutilizzabili.
Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno. Cronaca di un massacro, prefazione di Guido Ceronetti, Edizioni Clichy 2014, p. 42.

Il Semaforo

Maria Teresa Carbone

Anomalie
Salve, sono Rachel. Ho 41 anni, sono single e sono incinta. Presi insieme, questi tre elementi tendono ad agire come piccoli modificanti l'uno dell'altro. “Single” si riferisce di solito alle donne come se fossero un problema da risolvere. “41 anni” è abitualmente oltre l'età in cui il problema è risolvibile (…). “Incinta”, beh, ognuno sembra avere idee ben precise su quello che le donne dovrebbero fare con il loro utero. Alcuni di voi forse arriveranno a compatirmi, tutta sola senza nessun marito che mi massaggi i piedi (un tema ricorrente nei libri sulle gravidanze, sto scoprendo). So come tutto questo appare: a 41 anni, single e incinta, sono una triste e solitaria anomalia. Ma siamo nel 2014. E le cose non stanno cosi.
Rachel Sklar, I'm 41, Single and Pregnant. Welcome to the New Normality, “Medium”, 29 ottobre 2014.

Case
Siamo vicini a un punto di svolta, l'architettura come infomazione e la fabbricazione come mezzo per acquisire più potere. I confini disciplinari si allargheranno moltissimo grazie alla condivisione dei mercati, diventando un “thingiverse” su scala edilizia, remix di edifici iconici, Fab Lab da casa, piante e modelli 3D open source o Arduino per l'architettura. E quando questo accadrà, la casa ve la farete da soli.
Carlo Ratti, Architettura Open Source, Einaudi 2014, p. 105

Lingue
Quando da piccolo mi portarono la prima volta a vedere il Duomo di Firenze, uscendo dalla porta laterale destra, rimasi a guardare una donnina, seduta davanti alla bussola, con una cassetta di santini sulle ginocchia e un'aria spersa. Era la prima volta che vedevo una persona cieca e rimasi impalato a guardarla: aveva sul petto tre targhette di metallo attaccate a catena, che portavano scritte tre parole: Cieca, blind, aveugle.
Carlo Lapucci, Eroi senza lapide. Le vite dei filosofi popolari, Edizioni Clichy 2014, p. 93

Salari
Misurando in Big Mac, i dipendenti di McDonald’s in Danimarca guadagnano l'equivalente di 3,4 Big Mac l'ora, mentre i loro omologhi americani ne guadagnano 1,8, secondo uno studio di Orley C. Ashenfelter, docente di economia a Princeton, e Stepan Jurajda, della Univerzita Karlova di Praga.
Liz Alderman, Steven Greenhouse, Living Wages, Rarity for Fast Food US Workers, Served in Denmark, “New York Times”, 28 ottobre 2014, via "Vox"

Treni
Nel 1974 si poteva partire da Hanoi ogni domenica per raggiungere l'Europa. La partenza del treno numero 6 era fissata alle 5.25 e ci voleva l'intera mattinata per arrivare attorno a mezzogiorno alla stazione di frontiera di Dong Dang. Il servizio oggi deve essere migliorato perché invece delle sei ore e passa, secondo l'orario ne bastano poco più di quattro.
Massimo Loche, Per via di terra. In treno da Hanoi a Mosca, Voland 2014, p. 27.

La Fortezza dell’utopia

Dalila D'Amico

"Non sono entrato nel carcere per il carcere, ma nel carcere per il teatro e ciò costituisce una differenza enorme rispetto a tante altre esperienze simili". Cosi Armando Punzo, regista e drammaturgo della Compagnia della Fortezza, introduce È ai vinti che va il suo amore, il libro fotografico che ripercorre i venticinque anni della singolare esperienza del gruppo nato nel 1988 come progetto di Laboratorio Teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra, costituito in una vera e propria compagnia a partire dai primi anni '90, quando si è formato il primo Centro Teatro e Carcere, allo scopo di tutelare e promuovere l’attività della Compagnia della Fortezza. Questa iniziativa, originariamente promossa dagli enti locali, nel 2001 è stata istituzionalizzata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in “Centro Nazionale Teatro e Carcere”, centro nevralgico per la documentazione e le attività di teatro e carcere a livello nazionale ed internazionale.

Sin dall'inizio il regista napoletano prende però le distanze dalle esperienze di teatro rieducativo, per radicarsi nella dimensione artistica. “Il lavoro è stato quello di combattere il ruolo. Non volevo risolvere la vita dei detenuti, ero io stesso detenuto che volevo sottrarmi dalla vita” spiega Punzo, per il quale la Casa di Reclusione di Volterra si configura come occasione per trovare il grado zero della vita e del teatro, un foglio bianco su cui riscrivere il reale. Egli traforma un simbolo di mortificazione e colpa in luogo di cultura, dimostrando che un'istituzione può cambiare come cambia l'uomo. Un atto radicale quindi, una battaglia est-etica contro un teatro inteso come istrionica messa in scena di ruoli stabiliti cui contrappone l'autoreclusione in carcere, come modo per trovare la libertà, la propria e quella del teatro.

La prigione si costituisce come metafora della condizione umana, ma anche di quella degli attori, un luogo in cui poter eliminare il superfluo, per riscoprire la funzione autentica del teatro che si nutre di fatti concreti della vita. Nell'attore-detenuto infatti, Punzo trova la disponibilità per nuove aperture proprio perché il detenuto è estraneo alla convenzionale formazione attoriale. Cosi gli angusti spazi del carcere, la sua funzione, le leggi che lo regolano, rappresentano i limiti a partire dai quali la compagnia ricerca la propria espressione artistica, oggi riconosciuta da importanti festival nazionali e internazionali e da numerosi premi.

Sulla stessa linea degli spettacoli della Compagnia, costruiti sviscerando e rielaborando diversi testi teatrali e letterari, il volume edito da Clichy, non si presenta come una consueta monografia, ma procede per riflessioni, immagini, appunti e lettere in modo che sia il lettore (come lo spettatore per gli spettacoli) a ricostruirne la storia. La parola, già carica di poesia e significato, si staglia tra una fotografia e l'altra anche per la sua bellezza di elemento grafico, bianca su nero, è spazializzata in alcune pagine in righe che rimandano alle sbarre della prigione, quella architettonica certo, ma anche quella interiore. Cosi le immagini, non reportage denotativi di quanto letto nelle pagine precedenti, ma fotografie che chiedono di essere guardate per la loro bellezza, per quello che comunicano aldilà dei fatti cui rimandano e per questo, prive di riferimenti didascalici.

è ai vinti (640x428)

Il volume introdotto da Massimo Marino è suddiviso in tre sezioni: Gli spettacoli, in cui sono contenute le riflessioni a partire dalle quali sono stati messi in scena i testi presi in esame. Gli scritti, sezione che si costituisce come dichiarazione della poetica del regista, il suo rifiuto per la mimesi, attraverso testi, appunti e scambi di lettere con il poeta Giacomo Trinci. Infine Appendici contenente, oltre l'intera teatrografia, filmografia e i premi della Compagnia, le preoccupazioni sul suo assetto istituzionale. Punzo infatti, dopo essersi battuto a lungo con le istituzioni, ha fatto riconoscere l'attività teatrale svolta in carcere come professione, facendo appello all'Art. 21 che consente ai detenuti di lavorare all'esterno e garantendo di fatto alla Compagnia la possibilità di andare in tournée.

Oggi l'auspicio è il riconoscimento del carcere di Volterra come Teatro Stabile, per consentire alla compagnia di realizzare su basi più solide quanto già è in essere offrendosi come esempio efficace per gli orientamenti di molte scelte di politica detentiva a livello internazionale, per la formazione di attori e tecnici, la promozione di residenze creative per compagnie teatrali e gruppi musicali; la collaborazione con associazioni e gruppi locali; l'organizzazione di laboratori creativi per adulti e bambini, la realizzazione di eventi di livello internazionale come il Festival Volterra Teatro.

È ai vinti che va il suo amore offre dunque un ricco spunto di riflessione e immaginazione, a partire dalle quali possono essere piantati semi d'utopie.“25 anni a rivelare che è il mondo a essere carcere e che per uscire bisogna sprofondarsi nelle galere che esso ha inventato, per ritrovare se stessi, il proprio io recluso, il mondo messo ai ferri e liberarlo per liberarci1.

  1. Massimo Marino, Buon compleanno Fortezza, in Armando Punzo, È ai vinti che va il suo amore, Edizioni Clichy, Firenze 2013, pag.11. []