I limiti della differenza

Per usare il linguaggio dei pubblicitari, «alfabeta2» raddoppia. Come avevamo annunciato il mese scorso, non paghi della vita avventurosa – e avventurata – sinora condotta, abbiamo deciso di metterci ulteriormente nei guai con l’inserto di sedici pagine, «alfalibri», che trovate allegato (in parallelo, la paginazione di «alfabeta2» passa da 48 a 40 pagine, con un incremento complessivo della rivista di otto pagine). Accompagnato da immagini dei maggiori fotografi – si parte con Mario Dondero – così come «alfabeta2» presenta i più importanti artisti italiani e stranieri, ogni numero di «alfalibri» propone scritti di alcuni dei nostri migliori autori (Giorgio Falco e Sabrina Ragucci inaugurano in questo primo numero una serie di «testi in luogo», Con gli occhi aperti, presentata a parte nell’inserto) e articoli delle maggiori firme della rivista dedicati alle novità librarie italiane e internazionali, sugli argomenti di cui «alfabeta2» sin dall’inizio si occupa. Leggi tutto "I limiti della differenza"

Non si mangia con l’anoressia culturale

Umberto Eco

Gentile ministro Tremonti,

scrivo a Lei perché qualcuno, probabilmente uno sciocco e un suo nemico, le ha attribuito la frase che la cultura non si mangia, o qualcosa di simile. Non mi risulta che Lei, a salvaguardia della Sua reputazione, abbia energicamente smentito, e quindi dovrà portarsi dietro questa leggenda metropolitana sinché vive. Si figuri che io mi trascino dietro la diceria che scrivevo le domande per Lascia o Raddoppia, e benché chi le scriveva davvero abbia a suo tempo pubblicamente smentito; ma tant’è, ritrovo questa notizia ora qui ora là, e pazienza, perché al postutto, non c’era nulla di vergognoso a inventare la domanda sul controfagotto o quella sull’uccello sul quale, a detta di Mike Bongiorno, era caduta la signora Longari. Ma cadere sulla cultura è disdicevole.

E quindi indirizzo questa lettera a Lei e, se Ella è vergine di tanto oltraggio, la passi a chi di competenza – e amici come prima. Leggi tutto "Non si mangia con l’anoressia culturale"

Editoriale n° 2 – settembre 2010

L’esito del primo numero di «alfabeta2» ha superato le più rosee previsioni. Nella ricezione degli entusiasti, che non sono stati pochi, e dei dubitanti-ma-fiduciosi – che è nostra responsabilità non deludere. Ma soprattutto in quella degli stroncatori, degli affossatori, dei maramaldi. Tanti scudi levati possono voler dire solo una cosa: che su quegli scudi s’è abbattuto qualcosa di inatteso, e non imbelle. È opportuno dunque che, su quegli scudi, ci si continui ad abbattere – in modo sempre meno imbelle.
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Editoriale

«Alfabeta» durò dieci anni, dal 1979 al 1988. Una rivista: un luogo d’incontro fra scrittori, intellettuali, studiosi e analisti delle più diverse discipline – e appartenenti a diverse generazioni. Dalla fine della sua avventura, di anni, ne sono passati più di venti. Riprendere un filo interrotto così a lungo può facilmente far scadere – si capisce – nella nostalgia, nel reducismo, nei lucciconi del come eravamo e di anima mia. O nell’acrimonia del quantum mutatus ab illo, della gran bontà dei cavalieri antichi. Consapevoli di questa Scilla e questa Cariddi, abbiamo comunque ritenuto opportuno affrontare la presente navigazione. Rispetto a quella stagione né reduci (nel senso che anche chi di noi già c’era, venti e trent’anni fa, sa bene come quello presente sia un altro tempo), né postumi (nel senso che anche chi è venuto dopo, o molto dopo, ancor oggi sente di poter condividere quell’urgenza, quell’apertura, quella spregiudicatezza culturale). Leggi tutto "Editoriale"

alfamigrazioni

Pubblichiamo qui l'editoriale del numero 35 (aprile-maggio 2014) di alfabeta2 appena arrivato in edicola e in libreria

Maggio, andiamo. È tempo di migrare. Quattro anni fa il regime berlusconiano sembrava senza vie d’uscita. Nel calore delle discussioni di allora si fece strada la convinzione che quello scempio morale e culturale non poteva più essere tollerato, che a esso non si potesse più solo resistere resistere resistere, era necessario affrontarlo e combatterlo sul terreno proprio della cultura. Al di là delle voci singole gli intellettuali non potevano più tacere, aggravando così la svalorizzazione e il disprezzo di cui la cultura veniva fatta oggetto, giustificandoli con il loro silenzio e la loro assenza.

Lo strumento collettivo di opposizione elaborato dalla modernità – la rivista cartacea – era già allora in via di obsolescenza, ma non ancora completamente soppiantato dai nuovi media elettronici. Non ci si illudeva sull’efficacia determinante di un tale progetto, ma sarebbe stato comunque il segno che la resa finale non era avvenuta, che era ancora possibile far sentire una voce libera, autogestita e autofinanziata. Aspetto essenziale, questo, non tanto per sfuggire a eventuali condizionamenti, quanto per avere una concreta possibilità di sopravvivenza. La quale ci è stata garantita anzitutto dalla generosità dei collaboratori, dalla quantità e dalla qualità delle loro adesioni e dei loro contributi: a partire da quelli degli artisti che hanno magnificamente illustrato le nostre pagine e che, col dono delle loro opere, ci hanno permesso di continuare a esistere.

Ripercorrendo le centinaia di pagine di questi trentacinque numeri crediamo si possa avere un quadro reale del tormentato periodo che abbiamo attraversato. Più di questo, realisticamente, non era possibile fare. In questi quattro anni il declino del paese è proseguito inarrestabile sul piano politico ed economico, insieme a un penoso degrado morale e culturale. Il nostro intervento non si illudeva certamente di arrestarlo o anche solo di limitarlo, ma di renderne sensibile una pur ristretta zona di lettori, non ancora anestetizzati dal magma dell’informazione adulterata, della cultura di massa, della zombizzazione dei network.

Quattro anni dopo, però, il quadro politico, economico, sociale e dunque anche culturale – tanto italiano quanto internazionale – appare, per altri versi, profondamente mutato. Ci troviamo ora nel pieno di una fase di passaggio. In cui si capisce che la crisi globale tuttora in corso non può essere semplicemente il frutto di speculazioni finanziarie finite male per assenza di regole. Sembra invece il segnale della crisi irreversibile di un sistema ancora basato sulla cultura, l’economia e l’organizzazione sociale della vecchia società industriale ottocentesca. Una società che, mentre i dispositivi economici e politici vigenti restano quelli elaborati una generazione fa, ha conosciuto negli ultimi anni modificazioni tecnologiche e sociali profonde quanto sistemiche.

Questi mutamenti repentini devono essere a loro volta affrontati dall’intervento critico della cultura. Più che a testimoniare e difendere la sua persistenza, la cultura oggi è chiamata a decifrare le trasformazioni in corso, per poter ambire a incidere su di esse. Come sempre avviene, passaggi di stato di questa portata vengono annunciati da una serie di segni. Che nel nostro caso, oltre che culturali (se la distinzione ha un senso), sono anche tecnologici.

Quando nell’estate del 2010 riprendevamo le pubblicazioni, a ventidue anni dalla chiusura della prima «alfabeta», sapevamo bene (e infatti a più riprese pubblicamente dichiarammo) che, prima o poi, sarebbe venuto il tempo di passare da un regime a dominante cartacea – l’unico che avesse conosciuto la prima «alfabeta», com’è ovvio, ed entro il quale il sito www.alfabeta2.it ha svolto sinora un ruolo tutto sommato ancillare, di vetrina – a un regime quanto meno misto. Nel quale col tempo inevitabilmente, a misura dei sempre più alti costi di gestione e soprattutto di distribuzione degli oggetti cartacei, la dimensione digitale sempre più avrebbe preso il sopravvento, accentrando su di sé il dibattito culturale.

Non un’alternativa minore da subire, bensì l’occasione di una diversa e più capillare proliferazione. Non a caso non è mai mancata, da parte nostra in questi anni, una riflessione problematica sulle modificazioni di statuto della lettura, e appunto dei suoi supporti. Infine si è rivelato impossibile proseguire la stampa e la distribuzione in edicola della rivista (sfida che però, per un paio d’anni, è stata vinta – anche in termini economici). Cosicché questo numero 35 è il suo ultimo a uscire, nel formato e con la periodicità tradizionali. Le urgenze che ci avevano spinti a metterci in viaggio, quattro anni fa, non sono cessate. Sono ancora lì: mutate ma, forse, ancora più pressanti di allora. E ci impongono di continuare il lavoro.

Così, una migrazione è in corso. In questi giorni www.alfabeta2.it conosce una ristrutturazione che porta in primo piano i suoi contenuti «nuovi»: contenuti che vengono già ricevuti, con cadenza quotidiana, dagli abbonati alla newsletter «alfa+più» (alla quale rinnoviamo l’invito a iscriversi compilando il form sulla homepage del sito) e al suo supplemento settimanale «alfadomenica». Ma altre novità senz’altro conosceranno, in tempi medi, i frequentatori del sito. L’avevamo lanciato, «alfa+più», con lo slogan «l’unico mensile con un supplemento quotidiano».

Ora possiamo dire di essere divenuti a tutti gli effetti un quotidiano in rete: con un supplemento settimanale ricco di contenuti multimediali (un piccolo canale televisivo digitale, in effetti). E non senza pensare, capovolgendo l’ordine dei fattori, a forme di supplemento cartaceo destinate non più all’edicola bensì alla libreria. Dove peraltro «alfabeta2» è stata, in questi anni, una delle poche riviste a mantenere una presenza costante e riconoscibile.

Ecco, presenza. Questo è l’impegno che, in un momento di crisi come l’attuale, intendiamo continuare ad assumerci: nei confronti delle migliaia di lettori e sostenitori che sono stati il nostro vero vanto in questi quattro anni di lavoro. E che speriamo ci continueranno a seguire. Del resto, si sa, l’etimo di crisi è il medesimo di quello di critica. Krinein vale «distinguere, giudicare, dividere»: il giusto dall’erroneo, il vero dal falso; e giorni critici sono detti, in medicina, quelli in cui una patologia evolve verso la sua soluzione (guarigione oppure degenerazione). La crisi implica insomma un passaggio temporale e, insieme, un’alternativa, un bivio; la crisi è il momento della metamorfosi, del passaggio: l’istante in cui si decide del futuro.

Gli anni Zero, dai quali abbiamo preso le mosse, si sono prolungati assai: sino al momento attuale, in effetti. E in molti abbiamo riconosciuto, in essi, una ricapitolazione delle aporie del moderno e del post-: un nodo al pettine. Ora però, questi anni, sembrano finiti; e i nodi, una buona volta, bisogna affrontarli. Davvero, è tempo di migrare.

la redazione

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