Libri a qualunque costo

Per una critica al mass-market editoriale

Ilaria Bussoni

All’automobilista autostradale vacanziero in viaggio per l’Italia nell’estate 2013 non sarà sfuggita, tra un Camogli e un’offerta Toblerone 2 × 3, l’occasione dei libri a 0,99 centesimi di euro, con tanto di espositore, disponibili negli autogrill (ma anche in libreria per chi non andasse in vacanza). Non una scopiazzatura in euro del famoso «millelire» in auge a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, spillato, senza dorso, un foglio di carta 70 × 100 ripiegato su se stesso, autocopertinato, copyright del geniale Marcello Baraghini. No, stavolta è un libro vero: svariate centinaia di pagine, un dorso, una copertina di cartone a colori e persino un espositore a misura nel quale far entrare classici e non solo, spesso in traduzione. Tiratura un milione e mezzo di copie, sbandiera lo stesso editore che li promoziona come «libri anticrisi», di che fare invidia alla tiratura delle pagine gialle.

Un’idea editoriale contro quale «crisi», per la precisione? Senz’altro non quella delle librerie indipendenti (scarsine sull’A1 e sulla Salerno-Reggio Calabria), ormai alla canna del gas per il calo di vendite e le condizioni economiche fuori parametro; non quella delle case editrici indipendenti, che semmai possono limitarsi a guardare sbavando l’audace iniziativa di un collega che, nonostante lo slogan della sua casa editrice, indipendente del tutto non è più; non quella delle tasche dei lettori (parola diversa da acquirenti) che buona parte dei classici lì riprodotti gli sarà già capitato di leggerli e di averli in casa, forse dalle scuole medie. La retorica marketing vuole che gioverebbe al non-lettore, a colui che non legge, che passa in libreria solo per caso, che non va in biblioteca, che ha finito di comprare libri il giorno della tesi di laurea, questo sì un potenziale acquirente. Da qui la specifica missione culturale degli autogrill dell’estate 2013: alfabetizzare, diffondere letteratura, riportare al libro chi preferiva il Toblerone (costa molto meno!), alla faccia di Marc Augé e dei suoi non-luoghi.

Nonostante il neoliberismo ci abbia da tempo abituati alla «corsa al ribasso», non solo del costo del lavoro salariato ma anche del costo di qualunque bene di consumo, con un libro di carta, nuovo, stampato, magari pure tradotto, infilato in un pacco, spedito e messo su un apposito espositore, a 0,99 euro, si arriva pressoché all’apice: oltre questo c’è solo la gratuità. Certo, non è una logica nuova, la si era già vista con gli allegati editoriali dei grandi giornali: piccolissimi margini di guadagno su una grandissima tiratura e un’enorme distribuzione possono fare molto profitto. E di questo si tratta: di un’idea commerciale che sa usare la grande distribuzione organizzata, una buona logistica, le librerie di catena e i luoghi ad altissima frequentazione per vendere una merce che a produrla costa tot, per ricavarne un tot in più; non di un’iniziativa per la diffusione della lettura. E di per sé non è affatto uno scandalo. Ma lo specifico paradosso del libro in quanto merce è che per vendersi deve ancora ammantarsi di qualcosa in più, deve darsi un’aura, continuare a dire a quel po’ di lettore che resta nell’acquirente: «Guarda che non sono solo una merce». Per venderlo, non basta che costi poco. Diversamente da un’offerta di Toblerone, che non ha bisogno di spacciarsi per un’iniziativa contro la fame nel mondo.

Eppure, solo della merce-libro, solo di un supporto di carta con dentro parole messe in fila, si continua a supporre che sia ben più di una merce con un prezzo fisso, che abbia un valore aggiunto non misurabile incorporato, che in qualche modo, per chi lo compra, se lo tiene e semmai se lo legge, abbia un beneficio superiore al prezzo di vendita, insomma che faccia bene. Tutte le iniziative di promozione della lettura battono su questo punto: leggere a qualunque costo. A prescindere dal libro, dal suo autore, da come sia fatto, da dove sia stato prodotto, da quale sia la sua distribuzione, da quali attori coinvolga, dalle condizioni della sua produzione.

In ambito agroalimentare, ormai lo sanno anche i sassi che comprare verdure al supermercato non è uguale a comprarle in un mercato a filiera corta o attraverso un gruppo d’acquisto. Non perché siano necessariamente più buone quelle del mercato (ma quasi sempre lo sono), ma perché un sistema distributivo in grande scala ha un impatto notevole su tutta la filiera, al punto da determinare le condizioni in cui si produce, la scelta di cosa produrre, da influire (al ribasso) sui margini di guadagno di chi produce aumentando quelli di chi distribuisce, da costringere il produttore a un’uniformità del prodotto. Perché la grande distribuzione non può accettare le differenze: può accettare la differenza di un brand, il biologico ad esempio, ma a condizione che sia tutto uguale. Ed è proprio in virtù di queste differenze, a volte buone, a volte no, che chi non può o non vuole coltivare verdure a queste condizioni, e chi non ne può più o non vuole più mangiare verdure tutte uguali, sceglie di incontrarsi in un luogo diverso, in un altro mercato.

Perché per il libro dovrebbe funzionare altrimenti? Perché la distribuzione di una produzione editoriale massificata, diffusa in grande scala e venduta negli autogrill, nei supermercati o nelle librerie in franchising dovrebbe avere condizioni diverse? E infatti non ne ha. Identico è l’impatto sulle scelte di cosa produrre, identico quello sull’erosione dei margini dell’editore a vantaggio di chi distribuisce e rivende, identica la corsa al ribasso sui costi (tipografia, lavoro editoriale…) legati alla produzione, identica l’economia di scala che funziona solo se in grande, che funziona solo con una logistica integrata che da subito prevede il macero (esattamente come per le arance), spesso identico l’effetto sul consumatore che si «abitua», anche editorialmente, sempre allo stesso gusto. Diversa, invece, resta la percezione del prodotto: quell’alone di miseria gustativa e iniquità sociale che ormai accompagna la produzione agroindustriale non si applica all’industria culturale destinata alla produzione di un libro. E per quel lettore al quale venisse il dubbio di considerare una semplice merce un vero libro, seppure piazzato in un supermercato, seppure a un prezzo irrisorio, a contenere il suo dubbio se davvero valga qualcosa in più del prezzo esibito, se davvero abbia ancora un valore-libro oltre che un valore-merce, beh, a questo pensa il marketing: costa poco, perché è un libro anticrisi. Costa poco ma vale molto, perché comunque è un libro!

È allora sorprendente che oggi in Italia non esista nemmeno l’abbozzo di un discorso sulla differenza editoriale, su quell’editoria che nella sua proposta culturale o nelle sue forme di produzione prova (non sempre riuscendoci) a conservare il segno di una differenza. Su quell’editoria che non impatta il mercato editoriale con una logica del «è tutto mio» e che non muove la leva del prezzo, o dello sconto librario, come una clava. Su quelle librerie che non sanno che farsene dei libri anticrisi, perché anche a venderne cento copie guadagnerebbero qualche decina di euro. Su quelle librerie e quelle proposte editoriali che non puntano per forza (perché non vogliono o non possono) sul mass market, sul miglior prezzo, e che ancora si pongono come mediatori culturali, che si sforzano di tenere insieme il valore-libro e il valore-merce e che sanno vedere cosa li distingue. È sorprendente che le istituzioni pubbliche nemmeno si siano accorte che il problema della non-lettura affonda anche in queste premesse. Come se con l’obesità statunitense McDonald’s non c’entrasse affatto!

Eppure, forse non ancora per molto, anche nelle nostre contrade rimane chi si è inoltrato nell’avventura editoriale per ragioni diverse dal non aver trovato adeguato impiego nella gestione immobiliare. Non tutta l’editoria è anticipi bancari, fattorizzazione, finanziarizzazione, algoritmi di vendita, sell-in, sell-out, buyers, merchandising, franchising, stock, flussi… Ancora qualche libraio e, nonostante tutto, non pochi editori provano a tenere duro su progetti culturali (missioni? vocazioni? ossessioni?) che continuano a esistere nonostante le pastoie di chi organizza il mercato. Chi ha orrore del Novecento può continuare a dormire tranquillo, la critica delle condizioni della produzione culturale in ambito editoriale non coincide con la trasformazione delle librerie in soviet e delle case editrici in tribunali del popolo. Formulare una critica del mercato editoriale, delle sue logiche spesso antieconomiche, delle sue dinamiche dilapidanti interi patrimoni culturali e interi bacini di lettori, e persino indicare degli agenti responsabili o designare alcuni dei fattori dannosi che ne sono all’origine, non significa proporre la logica del baratto o della nazionalizzazione della filiera editoriale. Persino le banche e i banchieri, finanche la finanza e le assicurazioni riescono ad accettare la parola «critica», non foss’altro per bon ton o perché viene dall’illuminismo, che è difficile rinnegare.

Quanti oggi provano a formulare una critica delle condizioni di lavoro, di circolazione, di produzione, di fruizione del libro nella filiera editoriale sono appunto quei soggetti che ritengono ancora possibile (e urgente) trovare strumenti per arginare quella corsa al ribasso endogena al neoliberismo che si abbatte (peraltro in modo alquanto maldestro) sulla nuova frontiera dei prodotti culturali. Cosa che, con diversi gradi di intensità, avviene grosso modo ovunque in Europa e non solo. Se contadini, vignaioli, coltivatori e consumatori (o meglio coproduttori) hanno trovato più modi per segnare una differenza, costruendo le condizioni di altri mercati e di altre produzioni, forse ci riusciranno anche gli intellettuali impiegati nell’editoria e coloro che per il momento si ostinano a definirsi lettori. Magari, oltre il ristretto orizzonte dell’italianità, urge un incontro dell’editoria indyeuropeo.

articolo pubblicato sul numero 32 di alfabeta2

Contro i beni comuni

Lucia Tozzi

È bellissimo che un editore pubblichi nella stessa collana, a poco più di un anno di distanza dall’uscita di Beni comuni. Un manifesto di Ugo Mattei, il libro Contro i beni comuni. Una critica illuminista di Ermanno Vitale.

Secondo gli usi del nostro curioso mondo culturale, i cataloghi delle case editrici sono o informi guazzabugli di titoli che affossano ab origine ogni differenza di idee e contenuti, o l’espressione non tanto di una linea di pensiero (dell’editore, del curatore della collana), ma di una fazione: gli amici del tal professore, i sostenitori di quell’altro intellettuale. In questo secondo caso, possono anche comparire idee radicalmente divergenti, purché non appaia alcun conflitto.

Ecco, Laterza ha infranto il tabù: non solo Ermanno Vitale non fa parte della parte di Ugo Mattei, ma il libro è proprio una critica alle sue idee, o meglio alla loro vaghezza: «Ciò che mi lascia perplesso – dice nella premessa – non è la radicalità della proposta, è la sua disorganicità, la sua contraddittorietà, la sua superficialità, il forte rischio che sia un autoinganno». È un’operazione editoriale che rappresenta una sfida al rito obbligato del terzismo: invece di contrapporre in modo falsamente neutrale due opinioni diverse, alimenta una dialettica critica sui contenuti e sul modo in cui sono strutturati.

Nella migliore delle ipotesi, se cioè Mattei, Negri, Rodotà o qualcun altro tra i sostenitori della causa dei beni comuni citati nel testo vorrà rispondere alle critiche mosse, gli stessi benicomunisti e la più ampia comunità dei lettori potranno giovarsi di una migliore articolazione di questa teoria in progress.

L’analisi di Vitale parte dall’uso delle fonti, dimostrando che i due saggi ritenuti nel male e nel bene fondativi del tema dei beni comuni, The Tragedy of the Commons di Hardin e Governing the Commons di Ostrom, non sono quel che Mattei e altri retoricamente descrivono: il primo non è un’apologia della proprietà privata ma semmai della regolazione pubblica, e il secondo dichiara tutti i limiti relativi alla gestione comunitaria dei beni collettivi – limiti di natura dimensionale, gerarchica e di esclusione proprietaria. E Marx non scrisse certo il capitolo sulla cosiddetta accumulazione originaria, il processo di recinzione delle terre comuni che annunciò l’avvento del capitalismo, con l’intenzione di decantare l’ordine sociale precapitalistico.

La società dei beni comuni descritta in Un manifesto viene invece definita per approssimazione – dice Vitale –, è una favola che vagheggia un’armonica comunità medievale “brutalizzata” dall’illuminismo, che sembra avere prodotto solamente l’ideologia dell’individuo proprietario. Che cosa sono i beni comuni di preciso, si possono classificare o no? A chi sono comuni i beni comuni, a tutti o a delle comunità che escludono il resto degli umani? Chi deve amministrare i beni comuni? La Costituzione va superata, come pensa Negri, o difesa, come dice Rodotà?

Le risposte a queste domande sono ambigue e a volte cozzano fra loro in maniera fragorosa, e tuttavia nessuno lo ammette, tutti fingono di giocare la stessa partita politica. Ma oscurare la dialettica non ha mai portato bene alla politica, almeno a quella di sinistra.

Ermanno Vitale
Contro i beni comuni. Una critica illuminista
Editori Laterza (2013), pp. 144

fonte: http://www.bookdetector.com/saggi/contro-i-beni-comuni-una-critica-illuminista/

Come vendere centomila copie (ed essere infelici)

Giampaolo Simi

E alla fine l’editoria italiana crollò sotto i colpi dei best seller. Sembra assurdo, come dire che un fiume muore per troppa acqua. Ma cifre e rumours sembrano indicare costantemente questo. Saviano e Dan Brown sono in cima alle classifiche, come previsto. Walter Siti ha vinto lo Strega, come previsto. Camilleri sforna ancora a pieno ritmo, come previsto.

Ma pare che i conti non tornino lo stesso. Nessuno vende come ci si aspettava, anzi, come doveva. I titoli partono bene la prima settimana, quando l’autore viene paracadutato in ogni dove con il suo bravo libro in una mano e il microfono nell’altra, ben protetto dal fuoco di sbarramento di magazine e supplementi culturali. Ma entro due settimane l’effetto del lancio si è già esaurito. Da anni ormai molti editori – non soltanto grandi – lavorano con questo principio di base: meglio avere un autore da centomila copie che dieci autori da diecimila copie l’uno. Se un solo albero assicura tutta la frutta di cui si ha bisogno, perché farsi il mazzo a curare un’intera piantagione?

La gestione verticale del grande albero è più pratica e conveniente rispetto a un duro lavoro, orizzontale e dispersivo, sul terreno. Il grande albero tende inoltre a fare il vuoto intorno, e quindi fornisce un potere contrattuale puntuale e immediato. È l’equivalente di un pugno sul tavolo, di un colpo di artiglieria pesante mentre gli altri hanno arco e frecce.

La crisi dei consumi ha però impattato su questo scenario in modo imprevedibile e perverso (oddio, anche il modello di base non era un esempio di sana lungimiranza). Nelle angoscianti incertezze della crisi, l’autore del best seller viene identificato come l’unico salvatore del bilancio, il dictator a cui dare pieni poteri nel momento di massimo pericolo. Lui lo sa benissimo (il suo agente, soprattutto) e alza la posta. L’editore deve accettare il rilancio ma chiede all’autore di best seller di scrivere di più, al suo best seller annunciato di fare numeri sempre più alti. L’editore diventa come un coltivatore che concima furiosamente il grande albero, ne stravolge i cicli naturali per ottenere due o tre raccolti all’anno.

Ma il modello non funziona. Il grande albero ha bisogno di continui puntelli perché la sua parte visibile, per quanto maestosa, è ormai sproporzionata rispetto alle radici. Il raccolto forzato dà frutta sempre più insapore e acerba. Perfino il consumatore, adesso, se ne accorge. Ho scritto di proposito consumatore (figura feticcio dell’editoria che ambisce a soddisfare bisogni di massa), e non lettore.

Perché i lettori, quelli veri, quelli definiti forti, se ne sono già accorti, e da quel dì. Se ne sono accorti a proprie spese, prima della crisi. A questi lettori veri infatti è stato tolto tutto: il libraio di riferimento con cui scambiare suggerimenti, il gusto di curiosare negli scaffali senza Laura Pausini nelle orecchie, la tranquillità di fidarsi di un marchio amato, il piacere carbonaro di scoprire un autore di cui nessuno ancora parla, la complicità di regalarlo a qualcuno che possa apprezzarlo.

Di fronte ai cannoneggiamenti del best seller unico i lettori forti sono fuggiti. Impauriti, diffidenti, talvolta risentiti. Adesso saranno sulla loro poltrona preferita a leggersi un classico o un autore emergente che il mass market non considera performante. Loro, almeno, sani, salvi e felici. Persi nel loro piacere di sempre, e sempre nuovo.

fonte: http://giampaolosimi.wordpress.com/

Che fine ha fatto TQ?

Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego… [leggi]

Giso Amendola, La sinistra di Re Giorgio
Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. [leggi]

Franco Berardi Bifo, Non c’è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale…

Pane e companatico

Carlo Antonio Borghi

Ora i libri si mangiano e le pietanze si leggono. La postmodernità è diventata uno stracotto e/o stufato di dispute tra filosofi realisti e filosofi interpretazionisti. Eppur si mangia! Si è aperta l’era aurea dell’enogastronomia tardo imperiale. Cibo e libro serviti a tavola o pronti per l’asporto. Intanto, il mitico agnello sardo aspetta il timbro DOC o IGP, per essere tutelato e porzionato in confezioni da supermercato. Qualcuno vorrebbe accendere per la prelibata e imbattibile bestia, una pratica per ottenere il riconoscimento Unesco di Patrimonio dell’Umanità. Umanità da mettere sulla brace o in casseruola con carciofi, pure questi rigorosamente sardi e spinosi. Sfogliare un carciofo o un libro può essere la medesima cosa.

Prelibato anche l’agnello ricco di uranio impoverito e di torio radioattivo allevato nei pascoli NATO del Salto di Quirra in Ogliastra, sulla piastra di Perdasdefogu. Magari sono nati deformi o mutilati ma non importa. Sulle braci le imperfezioni spariscono e tutto diventa succulento scottadito. Gli italiani: popolo di allenatori, bancarottieri e buongustai. Poeti, santi e navigatori sono finiti in dispensa. In via di esaurimento anche il suolo agricolo ma l’enogastronomia a metri zero tiene unita la nazione. Tutti a tavola. Tutti alla Fiera del Libro di Torino per farsi servire di cook-book in abbondanti porzioni divise in capitoli, da innaffiare con Amaroni e Vermentini, Brunelli e Aglianici, Lambruschi e Passiti tardivi.

I libri di cucina riempiono le librerie cartecee e virtuali. Primeggiano in classifica.Vanno a ruba e si dislocano in casa, in bella mostra e pronti all’uso per imbandire pranzetti e cenette nel corso delle quali non si parla d’altro che di cibo e ricette etniche o rivisitate. Ricettari, vademecum e prontuari gonfiano l’alta marea di libroidi che sommergono le librerie. Acqua alta di brodi o zuppe. A loro si aggiungono i tanti libroidi firmati da attori, cantautori, calciatori e altri scrittori della domenica. Le librerie indipendenti, per resistere sul mercato editoriale globale, dovranno offrire menù di libri imbottiti con antipasti di terra e/o mare. Ogni uomo è cuoco. Ogni donna è cuoca.

Gli intellettuali non fanno eccezione e sono sensibili ai maiali di cinta senese e al bue rosso del Montiferru di Sardegna. Economia domestica ed enogastronomica. Intanto il popolo bue stringe la cinghia. Quando va bene c’è il cavolo sul tavolo. Se va un po’ meglio un’aggiunta di ceci. Un successone quando agli ingredienti precedenti si può mischiare la fregola sarda di grano duro Cappelli. Per saperne di più, basta accendere la TV. È come un forno (su forru, in sardo) sempre acceso anche a microonde molecolari. In limba la pentola si chiama pingiada ed il tagliere tadderi.

La prossima rivoluzione nascerà dai forni (come al tempo dei Promessi Sposi) dai fornelli e dalle pentole ad alta pressione sociale. Pression cooker. Non c’è più religione, non c’è più fede. C’è tanto food fast or slow, scritto o cucinato. Resta negli occhi una scena da Una vita difficile (Dino Risi-1961) nella quale Alberto Sordi e Lea Massari affamati dalla fame post bellica, si ritrovano davanti a un trionfo di pasta al forno monarchica, edificata su un letto di polpette savoiarde. Era il 1946, l’anno primo della prima Repubblica.

Fluxus è «α-beta»

Stella Succi

Il legame tra «alfabeta» e Fluxus trascende le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del movimento: è infatti un legame storico, che va fatto risalire alla rarissima «serie nera» intitolata «a-beta», costituita da soli cinque numeri usciti tra il marzo del 1975 ed il Gennaio del 1977. L’aneddoto dal quale sorge l’avventura editoriale di «a-beta» è di sapore romanzesco: nella hall deserta dell’hotel Manzoni di Milano, in una notte dei primi mesi del 1975, sono seduti Gino Di Maggio, oggi direttore responsabile di «alfabeta2», e il celebre artista Fluxus George Brecht.

George Brecht ha bisogno di bere: i due aprono la porta del bar e, in uno slancio bohemièn, cominciano a bere e parlare di arte, di politica, di filosofia fino all’alba. Viene naturale, all’albeggiare, dirsi che tutte quelle parole non resteranno semplicemente un ricordo di una notte brava. L’intenzione è di farne una pubblicazione, perché no, una rivista, tramite cui sviluppare l’infinità di spunti proposti in quel momento di divertissement.

Il titolo «alfabeta» è frutto di un lampo di genio e di un gioco artistico quanto mai Fluxus. Nel domandarsi, Di Maggio e Brecht, che titolo dare alla pubblicazione, Brecht adocchia il pacchetto di sigarette nazionali Alfa sul tavolino. Lo raccoglie, e aggiunge a penna da un lato beta, e dall’altro lato bête. La doppia dicitura, beta e bête, non è una tautologia, ma un gioco semantico: la traduzione di bête non è beta bensì bestia, che se da una parte rimanda alla bêtise, a una certa idiozia del Dada, dall’altra rimanda alla Cage aux fauves di Vauxcelle, a un’avanguardia aggressiva e mordace.

Le pagine di «α-beta» si fanno quindi, per quel breve scorcio di anni, portavoce delle istanze del movimento Fluxus, e delle avanguardie artistiche che ne informano modi e contenuti: viene dedicato spazio a dada, al situazionismo, al futurismo (per citarne uno soltanto, viene ripubblicato l’articolo di Antonio Gramsci, Marinetti rivoluzionario, comparso su «Ordine Nuovo», il 5 gennaio del 1921). La sezione centrale, «Presenze», è illustrata con opere Fluxus di notevole sperimentazione grafica, in particolare nel Pop-Up di Gianni-Emilio Simonetti e in Fandango di Wolf Vostell.

L’aspetto tuttavia più Fluxus di «α-beta» consiste forse nella rete di relazione che lega i personaggi coinvolti concretamente nella piccola ma coraggiosa avventura editoriale: Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Sergio Albergoni, Gianni-Emilio Simonetti, le vere anime di questa «serie nera»: nel 1975 sono tre giovani coetanei che gravitano attorno a piazzale Martini. Con la stessa fluida naturalezza con cui nascono le amicizie giovanili di quartiere nasce la rivista. E, proprio come un flusso, si trasforma nel tempo, svanisce, torna come pioggia, e ancora scorre.

Nel 1979, a due anni dall’ultimo numero di «a-beta», il titolo ritorna leggermente modificato in «alfabeta», su un progetto diverso e nuovo: la storica Alfabeta di Umberto Eco, Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Paolo Volponi, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Maria Corti, Mario Spinella, Franceco Leonetti, e più tardi Omar Calbrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti.

Da alfaFluxus supplemento mensile al n.25 (dicembre 2012-gennaio 2013) di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto