Altre piattaforme. Dialogo su editoria, distribuzione, librerie

Vincenzo Bagnoli, Luca Rizzatello
a cura di Marco Giovenale

PublishingNon troppo tempo fa è comparso un articolo di Antonio Tombolini, Il circolo vizioso dell'editoria libraria, che sembra voler riassumere in maniera decisa e preoccupante la situazione di distribuzione, editoria e librerie del nostro Paese. Esponendo in estrema sintesi gli argomenti: Tombolini scrive che non è la sovrapproduzione di libri ad “alimentare il vortice delle rese, è invece il meccanismo delle rese ad alimentare la proliferazione dei nuovi titoli” in un mercato drammaticamente incapace di assorbirli (mancano i famigerati lettori forti). Della situazione, inoltre, non ha colpa il digitale, afferma Tombolini (“se aumento l’offerta digitale non faccio del male a nessuno: non distruggo carta, non inquino, non butto via soldi inutilmente eccetera”), e “non c’entrano niente neanche ‘l’industrializzazione’ né ‘le grandi concentrazioni editoriali’. C’entrano invece, e molto, gli usi consolidati della filiera tradizionale del libro”, che gli “operatori dominanti” difendono a spada tratta, difendendo così un sistema distributivo che spinge gli editori a un progressivo indebitamento.

Sul tema è stato scritto molto ma è interessante forse aggiungere qualche nota a piè di pagina partendo proprio da quel post: si confrontano qui sul tema, dunque, due editor(i) e autori a diverso titolo coinvolti in più imprese e iniziative. In calce al dialogo è possibile trovare le loro note biobibliografiche.

M.G.

Vincenzo Bagnoli:

L'articolo da cui si parte è molto interessante: contiene alcune inesattezze e approssimazioni, ma la sostanza del ragionamento sui distributori è giusta. La cosa drammatica è che in realtà spesso è lo stesso distributore a chiedere direttamente titoli nuovi in cambio di rese, invece di ridurre il compenso. E questo perché lui guadagna spostando copie dal magazzino alla libreria e viceversa, e quindi guadagna di più se fa ruotare molti titoli. È anche per questo che la vita in libreria di un titolo si è abbreviata, da sei mesi fino a sei settimane.
Poi tutto questo ha fatto gioco agli editori per un po’, finché c’era il rimborso per la carta, soprattutto. Venuto meno il rimborso, “magicamente” si è diffuso per esempio il print on demand mediante stampa digitale, per cui adesso anche editori medio-grandi fanno moltissime tirature di 180-500 copie, mirate alle librerie con prenotazione e prodotte secondo il criterio della «filiera corta», che permette inoltre di risparmiare sul costo del lavoro (con il che adesso la redazione deve lavorare il libro solo quando c’è già la prenotazione, e quindi fare in modo che fra editing, correzione, stampa, legatura e spedizione si passi dal dattiloscritto al libro finito in un mese e mezzo-due mesi, con ovvie conseguenze negative per la qualità).
Ed è comunque un vizio degli editori guidati da certe logiche di marketing pensare che saturando il mercato di titoli si batte il concorrente: questo spiega perché lo stesso editore produca due o tre (o dieci, o cento) titoli simili fra loro, in competizione fra loro: difetto, questo, che il libro elettronico non ha affatto lenito, anzi ha esasperato! L’editore si dice: non mi costa nulla di stampa, non mi fa magazzino, mi permette di massimizzare il metodo della «filiera corta» (e non mi devo nemmeno preoccupare delle prenotazioni), quindi saturo il mercato con titoli a pioggia.

Che si tratti di un meccanismo inflazionario perverso lo si può notare se si guarda la serie storica dei dati Istat sui titoli pubblicati in un anno: tra gli anni Venti e gli Ottanta si oscilla, a seconda di precise contingenze sociali e storiche, fra le 8 e le 12.000 novità annue, poi, improvvisamente, dopo il 1980 si balza dalle 13.000 fino alle 66.000 del 2000. E tutto questo in un periodo di continuo calo della lettura e del numero di lettori...

Marco Giovenale:

La situazione è sempre più insostenibile, si direbbe. Vero è che ormai in pratica l’unica cosa che ha senso per i piccoli editori è uscire dalla distribuzione generalista, penso...

Vincenzo Bagnoli:

Sì, assolutamente sì: vendere su internet, o per catalogo comunque. Curando molto la qualità del catalogo, appunto, con una scelta attenta. E secondo me accanto a questo ha senso – laddove esista un editore “vero” – una sorta di fundraising, se questo si configura come la vecchia lista di “sottoscrizione" che si faceva nella libreria editrice: si annunciava un titolo, chi ne voleva una copia la prenotava pagando, e se si raggiungeva il numero di quote necessario si stampava, altrimenti il librario-editore restituiva i soldi. Non ha senso ovviamente il fundraising fatto come colletta fra i parenti per poi stampare con un editore a pagamento che dice sì a chiunque porta soldi, né il sistema può bastare se si limita a premiare il titolo con più visibilità o popolarità: ma se si riesce a ripristinare una figura di editore come colui che si preoccupa di cercare e promuovere libri di valore, guadagnando la fiducia dei lettori (in luogo dell’editore-smerciatore) forse può funzionare. Penso soprattutto ai piccoli editori: qualcuno che – come il vecchio libraio – abbia un contatto col suo pubblico e riesca a stabilire un vincolo fiduciario. Non certo qualcuno che si affida ai direttori del marketing (che possono venire da qualsiasi settore che non c’entra niente con la lettura...). L’essenziale per fare buona editoria , oggi come poi in fondo sempre, è curare la qualità del catalogo che si vuole proporre a librai e lettori.

Luca Rizzatello:

Intervengo a partire da alcuni spunti presenti nell’articolo di Antonio Tombolini e nelle vostre risposte, rilanciando con delle proposte operative. Premessa, decisamente tranchant: per un piccolo editore la distribuzione tradizionale (quella a cui si fa riferimento nell’articolo, per intenderci) non è un’ipotesi praticabile, pertanto direi di non curarcene troppo, e di pensare a quello che si può e si potrebbe realmente fare, sviluppando dei modelli come se la distribuzione tradizionale non esistesse.

In merito ai costi di produzione, credo vada fatta una prima distinzione tra la stampa offset – quella per cui “stampare almeno mille copie, ché farne di meno tanto costa uguale” – e la stampa digitale, che consente di realizzare tirature più basse, mantenendo un costo proporzionato al numero di copie stampate. Qui evidentemente si pone un problema non secondario: la qualità della stampa. Per esperienza personale, e per il tipo di pubblicazioni che realizza la mia casa editrice (che non prevede illustrazioni) posso dire che la stampa digitale, se realizzata su materiali di qualità, consente di ottenere dei buonissimi risultati. Se mi occupassi di illustrati o di cataloghi fotografici, quasi certamente sarei sbilanciato sul versante offset; ma, riferendoci alla stragrande maggioranza delle pubblicazioni, penso che l’ipotesi stampa digitale, ponderando limiti (riconducibili alla resa tipografica) e pregi (riconducibili ai costi più vantaggiosi e alla maggiore versatilità delle tirature e dei tempi di stampa), dovrebbe essere presa seriamente in considerazione. Perché questa pratica sia virtuosa, ancora una volta, sono determinanti le scelte e il lavoro concertato tra editore, grafico e tipografo, che realizzeranno degli oggetti-libro a partire da uno studio dei materiali e della resa di stampa.

A questo punto, cercherei di uscire dallo schema per il quale l’editore “vero” è quello che pubblica i libri di carta. Dico meglio, per evitare fraintendimenti: condivido quasi totalmente l’analisi di Antonio Tombolini, e, proprio per questa ragione, credo sia opportuno uscire da modelli in qualche misura inattuali, ovvero non più praticabili, nel modo in cui ci è stato spiegato dovrebbero venire praticati.

Quindi, produrrò alcune proposte (perfettibili, e che mi piacerebbe venissero messe a fuoco anche a partire da questo confronto), ribadendo che intendo associarle alla dimensione del piccolo editore.

1. Non credo sia più possibile intendere la casa editrice come la realtà produttiva che realizza e commercia soltanto libri di carta; come ho scritto in altra occasione (qui), non considero l’ePub l’alternativa al libro di carta, tantomeno la sua evoluzione, essendo entrambi supporti con caratteristiche tipografiche. Quindi va benissimo la loro complementarietà, mentre è fumo negli occhi spostare l’attenzione su cartaceo vs ePub (come lucidamente rilevato da Antonio Tombolini). Altro è, a mio parere, l’uso di supporti multimediali da associare all’oggetto-libro tipografico, che intendono il libro in un senso più ampio, tanto in termini di immaginario quanto in termini commerciali. Nello specifico, e per esempio, mi riferisco a un uso professionale (che introduca quindi nella filiera produttiva dei professionisti, p.e. videomakers o musicisti) di dispositivi come il booktrailer e le gif animate, da utilizzare prima dell’uscita del libro, e di sonorizzazioni/videoallestimenti, in sede di presentazione del libro. Ma ho il sospetto che questa proposta possa sembrare vagamente algida, o con un retrogusto genericamente sperimentale. Perciò, sento di precisare che lo scopo di tale proposta risiede nella convinzione che prima di tutto sia fondamentale utilizzare questi strumenti per comunicare il libro alle lettrici e ai lettori, distinguendo la complessità del libro, che è legittima e in molti casi auspicabile, dalla complessità/complicazione delle modalità di presentazione e di reperimento del libro, che andrebbe in ogni caso evitata.

2. Fare a meno della distribuzione tradizionale implica un ripensare, o meglio pensare, una piattaforma di altro tipo, con altre caratteristiche. Personalmente credo che i libri debbano stare negli scaffali delle librerie, e che per fare questo occorra ricostituire un rapporto di fiducia con i librai. Non con i librai tout court: ci sono librai che fanno bene il loro lavoro e librai che lo fanno male, come ci sono editori, o calzolai, che lo fanno bene o male. Costruire quindi un network di librerie, a partire da un rapporto di fiducia e da una prospettiva condivisa, che consenta certamente di mettere i libri a scaffale (e sarà compito dell’editore meritarsi lo scaffale, o la vetrina), ma anche di realizzare delle presentazioni in maniera continuativa, comunicando con le lettrici e con i lettori; in altri termini: uscire dalla dimensione settaria o cimiteriale che, molto spesso e non a torto, ammanta la presentazione del libro di poesia, che la rende respingente. E non è limitandosi a scrivere le poesie che arrivano alle persone che si risolve il problema, o quantomeno non a questo livello di ragionamento; il problema si comincia a risolvere, io credo, nel momento in cui si decide di voler aprire sul serio un dialogo con chi si sente respinto dallo scaffale della poesia, prendendo sul serio le critiche, e cercando di comprendere le ragioni per cui si è arrivati a questa percezione. Per onestà, devo ammettere che io non riesco a ragionare nei termini di poesia, e mi è più facile farlo nei termini di libri di poesia.

3. La soluzione proposta da Vincenzo in merito al fundraising, nei modi in cui lui la propone, ha radici profonde, e si appoggia a un metodo espresso con serietà. Per questo, mi permetto di fare l’avvocato del diavolo, sollevando alcune criticità, in parte espresse già dallo stesso Vincenzo. Il mio sospetto è che il fundraising, tra le altre cose, potrebbe portare a una diminuzione della produzione di opere prime. Tecnicamente, il numero di opere prime pubblicate potrebbe restare immutato, ma cambierebbe il modo di intendere il percorso che porta dalla ricezione di un manoscritto alla pubblicazione di un libro. Se il ruolo dell’editore, come io credo, è anche quello di autore (intendendo qui la costruzione di un catalogo come di un progetto che ha valore tanto proiettivo quanto retroattivo, in cui ogni libro giustifica quello precedente e prevede quello successivo), lasciare che siano le lettrici/i lettori-sponsor – dotati non dell’intero manoscritto in lettura, ma di una selezione di testi estratti e di una sinossi – a decidere se tale libro dovrà o non dovrà essere pubblicato, potrebbe portare a una discontinuità dei titoli in catalogo, rendendo certamente praticabile la sostenibilità del progetto, ma erodendo il senso del fare editoria come impresa. Non secondariamente, credo sia difficile sfondare il muro del pubblico della poesia ­– nel probabilmente fondato luogo comune per cui sia maggiore il numero di coloro che scrivono le poesie piuttosto che di coloro che le leggono –, se ci si riferisce giocoforza a loro per finanziare o per non finanziare una pubblicazione. Dal mio punto di vista, il progetto legato alla produzione di ogni singolo libro impone alla casa editrice delle valutazioni che riguardano, non accessoriamente, la scelta dei materiali con il quale esso sarà prodotto, oltre che una stratificazione multimediale, che vanno oltre il semplice di cosa parla un libro o di come il libro è scritto. Riguardano l’azzardo, e la possibilità di poter stupire le lettrici e i lettori, di dare loro quello che non si aspetterebbero, di portarli dove non avrebbero previsto di andare, perché è un loro diritto.

altri riferimenti:

Annamaria Testa, Che succede ai libri se svaniscono i lettori

Andrea Coccia, Editoria, siamo sommersi di libri che nessuno legge

Vincenzo Bagnoli (Bologna, 1967), già redattore di testate giornalistiche e della casa editrice il Mulino, autore di saggi sulla letteratura e sull’editoria italiana (Contemporanea, Esedra, 1997; Letterati e massa, Carocci, 2000; Lo spazio del testo, Pendragon, 2003), è stato tra i fondatori di «Versodove». Suoi versi sono apparsi su varie riviste nonché in blog, siti e webzines. Ha pubblicato le raccolte 33 giri stereo LP (Gallo & Calzati, 2004), FM - Onde corte (Bohumil, 2007),Deep Sky (d’if, 2008), e, con foto di V. Reggi,Offscapes. Beyond the Limits of Urban Landscapes (Trafika Europe, 2016). Ha realizzato i testi per l’album Bologna ‘67-77 della band Stratten e per il graphic novel di Elena Guidolin, Outlandos (GIUDA edizioni, 2016); ha inoltre collaborato ad alcuni documentari di Home Movies e Mammutfilm.

Luca Rizzatello (1983). Pubblicazioni: Ossidi se piove (Valentina Editrice, 2007); Grilli per l’attesa – Una riscrittura di Pinocchio (Valentina Editrice, 2008); mano morta con dita (Valentina Editrice, 2012, incisioni di Nicola Cavallaro); faria (Dot.com Press, 2016, con Giusi Montali). Dal 2004 al 2015 è stato coordinatore delPremio Letterario Anna Osti (Costa di Rovigo). Dal 2009 cura la rassegna Precipitati e composti, e nel 2012 fonda le Edizioni Prufrock spa . Dal 2012 al 2015 ha curato, sul sito poesia 2.0, la rubrica Tigre contro grammofono , e nel 2016, sul sito Librobreve, la rubrica Domatori di organi . Nel 2014 allestisce con Roberta Durante il progetto Wow !els a new fairy tales experience ; dello stesso anno è il progetto Numbers - tech house e discorsi celebri . Del 2016 è il progetto di musica elettronica Couplets, con Alessandra Greco. Ha pubblicato, per la NetLabel Ozky e-sound, gli EP Chantom limb (2013) e Opah (2016). Nel 2015, insieme alle case editrici Benway Series eDiaforia, ha fondatoUna modesta proposta , una tavola rotonda itinerante per l’editoria e il pensiero pratico. Gestisce il blog vivere senzapoesia .

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I fiori di Gutenberg

Nella giornata di domani, dalle 10.30 alle 20.00, si terrà a Roma nello spazio Millepiani (Via Niccolò Odero 13, Garbatella) il primo Seminario sul libro indipendente I fiori di Gutenberg, organizzato dall’associazione culturale Doc(k)s. Fra gli interventi previsti quelli di Alberto Abruzzese, Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni, Francesco Cataluccio, Luca Sossella, Roberto Ciccarelli, Andrea Cortellessa e Silvia Jop. Il programma è qui. Anticipiamo qui l’intervento introduttivo di Lanfranco Caminiti.

I fiori di Gutenberg

Lanfranco Caminiti

Johannes Gutenberg sapeva già come sarebbe venuta la sua stampa, prima ancora di farlo. Sapeva quello che era necessario fare, e come avrebbe fatto. Aveva tutto in testa, aveva tutto nelle mani. Ma non poteva provare, non poteva produrre. Non aveva i soldi necessari.
Così, si mise in società con un banchiere. Fifty-fifty. La Bibbia di Gutenberg – il libro della modernità – nasce da una società tra il
tipografo di Magonza e un banchiere, Johannes Fust, che ci mise i soldi.
Gutenberg, di suo, ci metteva la genialità e la capacità artigianale. Non inventò alcun oggetto – per dire, il tornio era quello dei vignaioli della Renania – ma la loro nuova destinazione, il loro nuovo uso fu straordinario. Decisero di stampare la Bibbia perché il mercato l’avrebbe assorbita presto: istituzioni religiose, monasteri. Decisero di stampare la Vulgata editio – cioè l’edizione per il popolo, l’edizione più nota, più istituzionale – perché nel tempo il mercato dei clienti si sarebbe ampliato, non solo il clero, ma borghesi arricchiti, quelli che volevano stupire gli ospiti. Decisero di comporre i caratteri in gotico, copiandoli dai messali, perché erano quelli più in uso, a cui si era più abituati.
Decisero il size del font perché era quello che veniva usato per la lettura a voce alta. Decisero di mettere il testo in due colonne, perché questa era l’abitudine. Decisero che il testo sarebbe stato giustificato perché era più comodo e consentiva infilare più parole, e Gutenberg ci riuscì con dei trucchi linguistici, dei trucchi tipografici, dei trucchi editoriali. La mobilità dei caratteri era contemporanea della mobilità del mercato.
Ma per fare le prove e per produrre, ci voleva tempo. Il banchiere, invece, voleva i profitti presto. Gutenberg la menava troppo, e Fust si agitava troppo: mise ottocento fiorini la prima volta, ottocento due anni dopo. Ci vollero tre anni per le prime centottanta copie a caratteri mobili della Bibbia. Un tempo straordinariamente veloce: in tre anni, copiando a mano, un monaco ne avrebbe prodotta solo una. Un tempo eccessivamente lungo per il banchiere: in tre anni, quei soldi, prestandoli a strozzo, a un mercante che voleva comprare beni  dall’Oriente a due soldi per rivenderli a peso d’oro, o a un principe smanioso di conquistare territori, gli avrebbero già fruttato una montagna di quattrini. E dispendioso: Gutenberg voleva fare le cose bene, la carta era la migliore, di canapa e veniva dall’Italia, c’erano quelli che fondevano i caratteri, quelli che oliavano i caratteri con i pennelli migliori, quelli che infilavano la carta sotto la pressa, quelli che pressavano i caratteri. Troppi operai, troppi tempi morti, troppo lavoro. Troppi salari. Litigarono, Fust e Gutenberg, i due Johannes. La società si ruppe. Fust citò in giudizio Gutenberg e chiese i soldi indietro con gli
interessi. Si prese le attrezzature, le «invenzioni». Fust rubò un po’ di operai a Gutenberg e fece le cose a modo suo. Iniziò a guadagnare vendendo Bibbie, vendendo libri. Non furono mai più belli come quelli del tipografo di Magonza, ma al banchiere interessavano gli sghei, non i libri. Gutenberg provò a mettere su un’aziendina indipendente, stampò qualcosa, ma non andò granché bene e finì in fallimento. E questa è la storia dell’editoria.
Il libro nasce da una cooperazione di saperi, da un’intenzione estetica e democratica, e da un investimento di capitale finanziario. Il libro nasce per il mercato. È una merce, ma anche cultura e bellezza. E religiosità.
C’è anche il diavolo di mezzo, che è il denaro. Senza il diavolo, non sarebbe nato il libro. Gutenberg stampava per il ceto medio riflessivo, Fust stampava per il mercato. Forse erano la stessa cosa, almeno all’inizio, ma a un certo punto furono due cose diverse e contrarie. E questa è la storia dell’editoria.
I libri non si salvano da soli. Se Guglielmo da Baskerville non li porta via dal labirinto della biblioteca dove frate Jorge li sta affastellando nel fuoco, i libri bruciano. Se qualcuno non li passa di mano, mentre le acque del fiume sono tracimate, come nella Firenze dell’alluvione del 1966, i libri affogano. Se qualcuno non li impara a memoria e li ripete, diventando così uomo-libro, come in Fahrenheit 451, i libri si perdono, si dimenticano. Nessun supporto digitale ci garantirà che il libro verrà salvato. Un nuovo apparecchio renderà obsoleto il supporto attuale, il tempo sbiadirà i dati del supporto. È gratificante sapere di essere custodi di un’arte che tende a sparire; è dolorosa la battaglia quotidiana contro l’accelerazione delle tecnologie – ogni invenzione è utile, quando è ancora manipolabile artigianalmente, ma i rapporti di scala ti condannano sempre. Se qualcuno non li scrive, se qualcuno non li edita, se qualcuno non li traduce, se qualcuno non li stampa, se qualcuno non li distribuisce, se qualcuno non li consiglia da leggere, i libri non si salvano da soli. I libri non nascono sotto i cavoli nelle serre. e non si riproducono lì, come gli
Ogm.
È questo il ruolo dell’editore: salvare i libri. I libri perduti non sono quelli bruciati nel rogo della biblioteca di Alessandria, ma quelli non ancora stampati. Per salvarli, ogni editore segue le proprie passioni, le proprie competenze, il proprio istinto, la propria capacità affinata nel tempo – ogni editore ha i suoi demoni. Per salvarli, ogni editore deve venderli. Deve venderne molto bene uno, per stamparne altri cento.
Deve venderne così così dieci per stamparne altri dieci. Se stampa e non vende, non ci sarà Fust che tenga, bisognerà chiudere. Maledetto mercato, benedetto mercato. Maledetto lettore, benedetto lettore. Ogni editore lotta contro il Grande Satana, il denaro dei banchieri.
La storia dell’editoria è tutta ancora qui: ogni editore prova e riprova perché i suoi libri siano belli, e rendano servizio a quella straordinaria religiosità della democrazia che è la diffusione del sapere e della conoscenza. Ogni banchiere ha fretta di vedere moltiplicati i suoi ricavi: il suo volgo ideale è fatto di lettori che comprano i suoi prodotti senza pensarci troppo. Se un solo libro all’anno raggiungesse la soglia di fatturato previsto, potrebbe bastare al banchiere.
Ogni editore non può fare a meno del mercato dei lettori; ogni editore vuole che il mercato dei lettori sia democratico. Ogni editore difende la democraticità del libro. D’altronde, quelli che non vogliono che il libro sia democratico, sia molteplice, sono quelli ai quali basta un libro solo.
Quelli che odiano la democrazia, è perché il libro già ce l’hanno, e gliene basta uno solo. La parola di Dio, che precede il libro, non conosce la democrazia. Forse dire il libro è stato l’unico gesto democratico di Dio. La parola di Stato, che sigilla il libro, chiude la democrazia. Certe volte, viene da pensare che ai banchieri andrebbe bene ci fosse un solo libro al mondo, purché fossero loro a stamparlo e a venderlo, anno dopo anno.
Parafrasando Manolis Glezos, il deputato greco che al Parlamento europeo ha detto: «L’Europa l’abbiamo inventata noi, non ve la
regaleremo», gli editori indipendenti dicono ai banchieri: «Il libro l’abbiamo inventato noi, non ve lo regaleremo». Gli editori indipendenti sono i fiori di Gutenberg. Sono la rivincita di Gutenberg. Gutenberg 2, la vendetta.
Stampare e vendere libri è una battaglia quotidiana. Contro chi vuole l’unicità del libro, l’unicità del mercato, il controllo della filiera editoriale, dal produttore al consumatore. Gli editori indipendenti sono portatori di molteplicità, di affluenza, di imprevedibilità. È per questo che danno fastidio. Si possono fare libri anche senza i signori Fust, e i loro fiorini. Si possono fare libri senza fretta di vedere i ricavi subito. Si possono fare libri che chiedono tempo, passione, inventiva. Si cercano i libri come si va per funghi: non ci vai tutti i giorni, non ci vai tutte le stagioni, hai i tuoi posti segreti, devi aspettare le condizioni. Devi rispettare la natura delle cose. Si possono fare libri per rafforzare e estendere la democrazia del sapere, della cultura, della conoscenza. Ai fiorini dei signori Fust non interessano molto il sapere, la cultura, la conoscenza.
Indipendenti non si nasce, come fosse un titolo nobiliare, indipendenti si diventa. E non si diventa una volta sola per tutte, ma ogni volta un po’. Perché l’essere indipendenti non dipende mica solo da te, come bastasse una dichiarazione alta, ma dipende dal mercato, dipende dai banchieri. Dipende dai tempi. Dipende dalla democrazia. Quando la democrazia è fluente, è ricca, è mobile, quando le istituzioni culturali girano a pieno regime – le università, le scuole, i centri culturali, le accademie, gli istituti di cultura, le librerie –, quando i movimenti dentro la società – i lavoratori, le donne, gli studenti, i precari – invadono la società e la vita quotidiana, e hanno fame di libri, e producono libri, e raccontano le loro storie, allora l’indipendenza è un uso comune, uno spirito del tempo. È una cosa sovrappensiero. E i banchieri di tutto il mondo si fanno torvi. Quando la democrazia è povera, si fa fredda, rigida come un corpo per le analisi forensi, allora l’indipendenza diventa ardua, diventa una scommessa giorno per giorno. Diventa una citazione in giudizio. E i banchieri di tutto il mondo se la ridono. C’è un rapporto «speciale» tra il libro e la democrazia. Il libro deve molto alla democrazia. La democrazia deve molto al libro.
Perciò, la domanda non è se sia possibile l’indipendenza del libro in democrazia, ma cosa voglia significare un libro indipendente in democrazia. Quello che significa in una democrazia fluente, lo sappiamo. Quello che significa in una democrazia irrigidita – e questi sono i nostri tempi, quelli in cui hanno la meglio i banchieri Fust – certe volte non lo prendiamo bene in considerazione. La posta in gioco non è la salvaguardia di questo o quell’editore indipendente né tanto meno di un processo di promozione e di distribuzione o di sconti dell’Iva. La posta in gioco è l’affluenza della democrazia. È l’affluenza e la mobilità del mercato.
È la stessa posta in gioco delle istituzioni culturali, dei centri di diffusione della cultura e della conoscenza, la stessa posta in gioco di chi scrive e di chi legge, di chi studia, di chi consiglia – la società, i suoi autori, i suoi narratori. Non c’è una rivendicazione degli editori indipendenti – una lista della spesa di questioni e problemi – su cui chiedere solidarietà e partecipazione, firme e dichiarazioni. Gli editori indipendenti non sono alternativi, marginali, pirati, per vocazione.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre fare dei samizdat.
Possiamo sempre copiare a mano un libro. Certe volte, mentre impagini un libro, o stai nel tuo piccolo ufficio a parlare di rese, o devi correre dalla banca per la questua quotidiana, pensi di essere davvero un monaco. Nessuno sa cosa tu stia facendo, però Dio, o la Storia o la Cultura o quel che l’è, sono dalla tua parte. Quando sarà, il mondo saprà quel che hai fatto, ti dici. E vai avanti recitando la tua litania.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre copiare a mano un libro.
Forse, si stanno già mettendo male.
INFORMAZIONI
www.idocks.it
idocks014@gmail.com

alfadomenica gennaio #2

INGLESE sulla CRISI DEL LIBRO - NEGRO su CITTÀ DEL MESSICO - LO RUSSO POESIA - BARAKA VIDEO *

I LIBRI FARANNO UNA BRUTTA FINE
Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.
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LA CITTÀ PIÙ GRANDE DEL MONDO
Virginia Negro

La città più grande, più inquinata, più caotica del mondo. Il mio battesimo nel Distrito Federal è stato nel centro storico, tra Regina, una delle poche vie pedonali e ricettacolo di localini e ristoranti, e Avenida 20 de Noviembre; immersa giorno e notte nella moltitudine di suoni, persone e colori.
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POESIA
Rosaria Lo Russo

Perché non sempre funziona, anzi non si capisce
com’è che funzioni data la fretta, quando, dài fac-
ciamoci un giro di pista, morino, dài, tanto si muo-
re, che te ne frega, dài, facciamoci sta pista per mori-
re più contenti, dài, che l’usato sicuro ti conviene in tu-
tti i sensi, e i saldi adesso sono saldi davvero, da ve-
ra recessione, mica cazzi.
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AMIRI BARAKA - SOMEBODY BLEW UP IN AMERICA
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Amiri Baraka, poeta e attivista statunitense
Newark, 7 ottobre 1934 – Newark, 9 gennaio 2014

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

I libri faranno una brutta fine

Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.

Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto.

Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro “è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso.

Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.

Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”.

Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della Recherche o del Secolo breve, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.

Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”.

Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

Il 9 dicembre dell’editoria indipendente

Ilaria Bussoni

Un movimento di forconi travestito di tricolore si aggira per le città italiane nel dicembre 2013. Più che contadini e agricoltori, che per metonimia dovrebbe rappresentare, sembra star lì a dar voce a un pezzo di impresa che non si riconosce nelle associazioni di categoria, ad artigiani messi da parte dalla relativa confederazione, a un lavoro autonomo non contemplato dai sindacati, a qualche padroncino con discendenza operaia che non sa più su che fronte stare.

Insomma, alle forme atipiche del lavoro organizzate in impresa, che paiono essere più lavoro che impresa. Perché stupirsi che un mondo fatto di realtà produttive ibride e multiformi, alle prese con indebitamento e autosfruttamento, con mercati elastici e globalizzazione, con la corsa al ribasso sui prezzi di ciò che produce e ricatti della distribuzione, scenda in piazza a protestare e non sapendo cosa cantare ci infili l'inno della patria?

Da qualunque angolo la si prenda, la rappresentazione dell’organizzazione del lavoro in questo paese stride con le rigidità delle associazioni, delle confederazioni, delle forme sindacali ereditate dal ’900. E non c’è settore o categoria merceologica che faccia eccezione. Nemmeno il libro.

L’eccezione è invece il tentativo di oltre sessanta case editrici di darsi una forma associativa a partire non dall’identità di un progetto culturale o da una carta d’intenti sul valore della cultura, ma da una posizione di mercato: quella di chi sta dentro un mercato del libro senza poter incidere su nessuna delle leve decisive per la propria sopravvivenza. Di chi non fa parte di un gruppo editoriale e non possiede librerie, di chi non ha poteri sull’accesso al mercato attraverso la distribuzione, di chi assiste all’implosione di un modello di vendita e di pratica editoriale e prova a ripensarne le condizioni.

Dal 9 dicembre, oltre al movimento dei forconi, nel panorama degli animali fantastici o delle nature ibride c’è anche l’Osservatorio degli Editori Indipendenti, riunito in associazione (aperta). In altri tempi si sarebbe trattato di un’associazione di categoria, di una confindustria degli editori, o di un sindacato degli scrittori. Oggi, è una semplice associazione di realtà editoriali variegate e multiformi accomunate dall’intenzione di trovare piste concrete per preservare e far crescere la «differenza» editoriale italiana. Quella differenza che prende il nome di bibliodiversità e che va via via declinando, schiacciata dalle concentrazioni della filiera del libro e dalle strettoie della distribuzione.

Un’associazione che non è corporazione o fronte compatto di privilegi da conservare, e nemmeno area protetta da istituire, ma che è il semplice luogo in cui l’editoria indipendente, artigiana, autonoma o cooperativa, a volte persino individuale, tenta di pensare le condizioni del proprio lavoro e del proprio futuro. Del proprio essere impresa di cultura.

E in questo sta la diversità dall’altro 9 dicembre, nella consapevolezza che nessuna attività, nessun lavoro, nessuna forma di impresa può esimersi dall’interrogarsi su ciò che fa, sui vizi e le virtù del mercato in cui è costretta a stare o che si applica a creare, sull’impatto sociale e ambientale esercitato, sull’utilità della propria attività.

Quel lavoro e quelle imprese che non lo fanno o non l’hanno fatto, magari approfittando di una momentanea nicchia di abbondanza, magari convinte che a loro non sarebbe toccato e gioendo del venir meno del vicino, oggi ne pagano pegno. Hanno rinunciato a pensarsi in un mondo che cambia e oggi avvertono il brontolare di pancia.

Odei, associazione di imprese editoriali, è l’esatto opposto: ci si raduna perché ci sono idee e progetti da mettere in campo, nuovi percorsi da costruire, strade da provare per ricostruire il nostro avvenire… ben prima che la pancia mormori.

 

Foucault in rete

Paolo B. Vernaglione

Per una urgente archeologia dei saperi dell’ultima modernità, Michel Foucault “sul web” potrebbe funzionare come dispositivo di sottrazione al potere narcisistico e commerciale della rete e come luogo di acquisizione di sapere in rapporto immediato con la realizzazione quotidiana della soggettività.

Se si pensa alla caotica produzione di informazione su social network e mobiles ci si rende conto della enorme sproporzione tra l’inesauribile dispersione di testi e la concentrazione, ahimè residuale, dell’impresa cartacea, affidata ad archivi non digitalizzati e a pochi e mal finanziati centri di ricerca. Da qui l’esigenza di compilare un regesto dell’attività svolta da siti e blog dedicati a Foucault.

In questa impresa, di cui qui si offre una sorta di possibile work in progress, ci viene incontro il terzo prezioso volume della rivista Materiali Foucaultiani, scaricabile dal sito omonimo e dedicato per metà alla pubblicazione in italiano di una inedita conferenza del 1964 all’Università belga di Saint Louis, Langage et literature, tradotta da Miriam Iacomini, in cui l’autore di Le parole e le cose espone l’intera panoplia di tematiche su cui si è appuntato il suo sguardo analitico: che cos’è un autore, la differenza tra scrittura e letteratura, il ruolo e la funzione di essa come critica genealogica della soggettività e come esperimento su sé stessi.

Basterebbe tradurre e pubblicare inediti letterari e saggistici in quell’archivio virtuale e reale a un tempo che è la rete, sottraendo al diritto proprietario risorse comuni, per fomentare una campagna sulla volontà di sapere, nella pura forma della sua digitalizzazione. Sarebbe poi stupefacente che fossero le case editrici a muovere tale iniziativa, prendendo in contropiede network dell’informazione, grandi media che spacciano “cultura” per filosofia e colossi dell’editoria che distribuiscono in supermarket chiamati librerie prodotti rilegati a scadenza immediata per il macero…

Sarebbe proficuo cominciare ad archiviare e valorizzare risorse on-line largamente condivise, facendosi al contempo soggetti di autoproduzione, con e-book, pdf e altro, per co-finanziare l’attività di cattedre e dipartimenti in stato di crisi permanente, nonchè l’attività di studenti, ricercatori e professori immersi nella precarietà, coinvolgendo le case editrici più sensibili travolte dai micidiali rapporti costi-benefici, e dall’editoria “fai da te”.

Per lo più, si sa, è questione di volontà politica e metodo, ma mentre per la prima non c’è altra via che occupare spazi fisici e tempi di produzione dei saperi, per la seconda condizione il metodo è il cardine di una strategia della distinzione che eviti residuali impianti storicisti e in pari tempo non annaspi tra i tossici rifiuti di diatribe polemico-filosofiche mosce e arroganti, ad esempio tra realisti e postmoderni.

La lezione “in rete” di Foucault apre dunque un campo produttivo per la riflessione teorica a partire dalla differenza tra archeologia e genealogia, indicata nelle interviste YouTube su Storia della follia nell'eta classica , Le parole e le cose, L'archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, laddove l’archeologia rintraccia la stratificazione discorsiva dei saperi, cogliendone differenze e discontinuità temporali, mentre la genealogia ricostruisce la forma di quegli strati nell’attuale condizione dei poteri e dei soggetti.

È lungo questo crinale che Foucault ha argomentato il denso passaggio epocale tra classicità e modernità, di cui l’archivio web dà conto con i portentosi filmati dell’INA tra la metà degli scorsi anni Sessanta e Settanta, su Proust, Le Corps Lieu d' Utopies, o il dibattito Chomsky-Foucault . Mentre dell’immensa opera foucaltiana tra la fine degli scorsi anni Settanta e i primi Ottanta danno conto l’ Intervista Mal faire dir vrai e il corpus delle registrazioni audio e video dei corsi e conferenze al Collége de France e negli Stati Uniti, sull’ermeneutica e le tecnologie del Sé nelle Howison Lectures e su discorso e verità, ove è in funzione quel regime di pensiero in cui si colloca la riflessione sulla soggettività.

In una indispensabile sezione parallela del regesto si devono poi collocare i siti e i blog che si distinguono per qualità dei materiali dai siti filosofici generalisti. Materiali Foucaultiani, in italiano, inglese e francese, nato per iniziativa di Laura Cremonesi, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera e Martina Tazioli, lanciato a metà giugno del 2010, ha editato le conferenze di Foucault al Dartmouth College: "Sull’origine dell’ermeneutica del sé". Vanta tra i collaboratori Michel Senellart, Judith Revel, Arnold Davidson, in accordo con i due siti di riferimento per orientarsi nella vasta opera foucauldiana: Portal M.F. e Foucault.info.

Assolutamente da praticare è inoltre Foucault News, blog quotidiano attivo dal 2007. È una vera miniera di infomazioni sugli studi, le attività, i convegni e lo stato della ricerca, con paper da scaricare. Nato per la passione e l’applicazione di Clare O’Farrell, seria e infaticabile docente di Brisbane, che proprio in questi giorni ha generato un sito gemello, “Foucault and education”, il blog edita una newsletter giornaliera (iscrizione dal sito), con l’indicazione dei luoghi da cui attingere in creative commons e non, sempre di accurata fattura.

Ma se tutto ciò guadagna senso in una prospettiva di destituzione delle anacronistiche accademie del sapere, gran parte di tale acquis è dovuto al fatto che, per Foucault come per i flussi di pensiero critico, prodotti a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, la rubrica on line di detti e scritti “di uomini famosi” ne deve evidenziare anche, come è giusto, i limiti. Perché solo in tale emergenza, non nell’apologia, è possibile scoprire “il tentativo di pervenire… all’invivibile, strappando il soggetto a lui stesso, in modo tale che non sia più lui stesso, o che sia portato al suo annientamento o alla sua dissoluzione”.

Un salone a bassa stimolazione intellettuale

Andrea Inglese

Non ho mai avuto un concetto chiaro del salone del libro, ma ho capito che è qualcosa d’importante, e quando qualcuno me ne parla, lo guardo con aria d’intesa, anche se non so mai se si riferisca a Francoforte o a Torino. Neppure so con certezza se mai ho partecipato in qualche forma a questo evento, ma conservo dei ricordi di stordimento, di conferenze simultanee, di gazebo animatissimi, con scrittori in vena di battute, o comici e presentatori in vena di romanzi.

Facendo parte di quelli che non hanno un rapporto facile con i libri – me ne ritrovo in casa troppi, e non riesco a leggerne che una minima parte – i luoghi dove i libri vengono esposti massicciamente – e dove bisogna confrontarsi con le straordinarie novità editoriali di una produzione mondiale – mi producono una certa dose di panico e smarrimento. L’illimitatezza di tanto genio multiculturale e proteiforme, romanzesco e saggistico, macabro e poliziesco, mi estenua in anticipo. Nonostante le promesse di così folta merce stampata, continuo a sentirmi un essere mortale, di media idiozia, imperfettamente alfabetizzato e dalle risorse immaginative non abbondanti.

Quest’anno, però, è cambiato il vento e i terribili Moloch delle letterature straniere non incombono più. Ricordo l’anno in cui il paese ospite era Israele. L’alternativa era durissima: o aggiornarsi in modo serio sulla galassia della letteratura israeliana, al di là dei soliti Grossman, Oz e Yehoshua, mettendo così in pace la coscienza letteraria, oppure boicottare il salone, e mettere in pace almeno la coscienza politica.

Per il 2014, questi dilemmi saranno, fortunatamente, obsoleti. Io avrei fatto salti di gioia, se avessero invitato le Isole Cayman. Qualche manualone sull’allevamento di tartarughe, alcuni libri fotografici sulla Seven Mile Beach, e una profusione di agili e colorate brochure di fondi d’investimento. Non posso, però, lamentarmi: la scelta di Città del Vaticano mi sembra altrettanto oculata e denota una presa di coscienza dei limiti non solo del lettore medio italiano, ma anche del lettore “forte”, che ha comunque bisogno ogni tot anni di farsi un salone del libro un po’ più “amichevole”.

La storia della letteratura vaticana è senza dubbio nobile e veneranda, anche perché i papi son sempre stati gente dalla penna facile. Inoltre la Santa Sede ha avuto subito degli innegabili best-seller, a partire dai vangeli – quelli canonici se non altro – specialmente dopo le innovazioni del celebre artigiano Gutenberg. Però è chiaro che da qualche secolo in qua, forse a causa del cosiddetto processo di secolarizzazione, poeti, romanzieri, saggisti, drammaturghi, filosofi, uomini e donne di scienza vaticani sono un po’ a corto di argomenti. Certo, storie di martirio per la salvaguardia della verginità ne circolano ancora, e superbamente scritte.

Vi è tutta la stupenda, ariosa, letteratura adolescenziale: La Pentecoste di Domenico Savio, Canotaggio con Don Bosco, Bernadette a spasso per i Pirenei. La sferzante letteratura aforistica: Dieci comandi sono abbastanza, Tre per uno e uno per tre, Novene quando serve. Poi i corposi trattati sulla sessualità pre-matrimoniale, con finezze patristiche che faranno fremere gli oramai annoiati lettori delle Cinquanta sfumature di grigio. E quelle ponderose, innumeri, rimasticature su temi perfettamente sgonfi, come la fede, la tolleranza, la carità, in regime di dispiegato capitalismo, di sfrenato e capillare consumo.

Per non parlare della manualistica tipicamente vaticana sull’insabbiamento degli scandali sessuali e finanziari (un titolo tra tutti: Sabbie su Sodoma). Ci saranno quindi autori sconosciuti, titoli risibili, zuppe ben riscaldate, ma anche quei pochi irresistibili classici, scritti da profeti e apostoli, che non presenteranno certo cattive sorprese: alla fine le acque del Mar Rosso si ritirano, e Cristo sbuca dal sepolcro. Tutto ciò rende finalmente più digeribile l’estenuante maratona culturale del salone, senza le complicazioni del confronto tra culture diverse o dei fastidiosi ed estenuanti dibattiti democratici.

Tutto sarà più rapidamente assimilabile grazie a quel pacchetto di verità predefinite (e sacre), che spero non vengano a mancare in nessuno dei prodotti letterari vaticani. Un anno, insomma, a bassa stimolazione intellettuale. Una scelta, per altro, coerente con gli inviti alla vita morigerata, che ci vengono anche dalle laiche autorità istituzionali a fronte di una crisi economica perdurante. Razionare benzina, bistecche e riflessioni.