Independence Days – Capitolo I (Roma 3/10/15)

Art_fiori-di-gutenberg-indipendenzaI due contributi che proponiamo sono estratti dagli atti del primo Laboratorio di cultura indipendente realizzato da Doc(k)s lo scorso 3 ottobre a Roma, nello spazio Millepiani a Garbatella: per una riflessione preliminare proprio sul concetto di «indipendenza». I riflessi completi della giornata sono disponibili qui e qui . A metà strada tra il seminario e il workshop, i Laboratori di Doc(k)s intendono costituire una serie di appuntamenti di discussione intorno alle varie declinazioni del concetto e della pratica dell’indipendenza culturale. I prossimi appuntamenti si terranno a Milano (Frigoriferi milanesi) il 14 novembre, e a Venezia il 17 dicembre. I Laboratori sono concepiti come tappe di avvicinamento alla fiera dell’editoria indipendente Bellissima 2016, che si terrà a Milano dal 18 al 20 marzo.

Il paradosso dell’indipendenza culturale

Marco Baravalle

Mi pare che l’indipendenza culturale, oggi, sia un oggetto paradossale e forse la situazione dell’editoria, con i suoi oligopoli, rappresenta un’eccezione, un settore in cui il confine tra dipendenza e indipendenza si manifesta chiaramente ed è riaffermato attraverso dispositivi particolarmente brutali e violenti. Se allarghiamo lo sguardo all’ambito più generale della produzione culturale, se ci riferiamo al modo neoliberale di valorizzazione dell’arte, potremmo provocatoriamente affermare che l’indipendenza è dappertutto e che essa non è alternativa, ma al contrario consustanziale al suddetto modo di produzione, non solo perché le industrie culturali e creative mobilitano continuamente differenziali di libertà, immaginari conflittuali, eterodossie, ma perché la condizione primaria dell’indipendenza, per un operatore culturale, è la possibilità della produzione (ovvero della creazione).

Poco importano, se guardiamo alla materialità del nostro tempo, la precarietà, la condizione di working poors, l’asservimento macchinico, etc.

Gli operatori culturali «applicano», condividono, raccolgono fondi, partecipano a bandi, si fanno finanziare dalla folla, vincono dottorati, fondano start-up, imprenditorializzano se stessi, si finanziano attraverso lavori di tutti i tipi e tutto ciò non basta a scuotere la cornice neoliberale.

Il mondo della produzione culturale è pieno di storie di indipendenza (che sono storie di creazione/produzione).

Indipendenza non è dunque sinonimo di autonomia dall’apparato, perché essa convive con l’individualismo proprietario, con il cinismo, con la competizione, con le retoriche dell’impresa e del management. È una matassa che va sbrogliata, è una forma di vita che ha prodotto soggettivazione (cioè adesione/assoggettamento), ma che produce anche frizioni. Ed è dall’interno di queste frizioni che dovrebbe emergere quella che potremmo definire un’indipendenza costituente che unisce sperimentazione di modi di produzione e produzione di conflitto. 

Credo sia difficile pensare ad un’organizzazione dei lavoratori del settore culturale/creativo attraverso una loro sindacalizzazione, anche in forme aggiornate e riviste). Individuo due piani di lavoro. Il primo è il nodo dell’organizzazione della produzione secondo modelli altri rispetto alle logiche neoliberali, elemento necessario, ma non sufficiente. Il secondo è quello che dovrebbe rispondere al problema enorme della politicizzazione del lavoro vivo culturale, ovvero come fare in modo che quella composizione si faccia portatrice di istanze in merito alla fiscalità, al reddito indiretto o al welfare (ad esempio). Qui perdiamo terreno, al posto di queste istanze ci troviamo di fronte ad una prevalenza di retoriche imprenditoriali (dunque individualistiche), di pulsioni corporative piuttosto che di spinte trasversali. Oggi siamo (a volte) indipendenti, ma siamo complessivamente compatibili. 

Possiamo dare molti giudizi sull’esperienza dei teatri occupati, i movimenti sono ciclici, si gonfiano e si sgonfiano e facciamo fatica a identificare l’accumulo. In ogni caso quello era un tentativo del lavoro culturale di praticare forme di incompatibilità prima di tutto rispetto ai dispositivi di soggettivazione neoliberale.

Ho recentemente letto un saggio di un giovane ricercatore polacco, Kuba Szreder, che investiga la dimensione soggettiva di quello che definisce «Projectariat» (Progettariato), ovvero la diversificata composizione transnazionale di operatori culturali che organizza la propria produzione «a progetto». Il saggio mi è parso in sintonia con le pratiche di S.a.L.E.-Doc(k)s, mi è parso inoltre che ne rispecchiasse potenzialità e limiti. La tesi dell’autore è quella che sia necessaria una radicalizzazione dell’opportunismo che caratterizza la composizione in questione, elemento chiave sarebbe il  passaggio dall’indipendenza all’interdipendenza. Chiariamo che siamo qui lontani dalle retoriche più scontate sullo sharing, sul networking o sulla cooperazione. Se l’interdipendenza è una suggestione utile, essa deve in ogni caso essere declinata politicamente, ovvero contro il modello neoliberale, altrimenti (concesso che il termine trovi diffusione nella spietata economia del pensiero critico) verrebbe semplicemente assorbita, con pochi effetti sulla realtà. 

Oggi, mi pare, siamo invece in assenza di un terreno di aggregazione che presenti tali caratteristiche. Le reti attive, sebbene pongano istanze legittime e spesso critiche, non sembrano interessate alla ricerca di pratiche di incompatibilità del lavoro culturale con questo stato di cose. Certo, il pragmatismo è importante, ma in tempi come questi è anche una tentazione a cui è difficile resistere. Insisto sul punto e a costo di rinunciare del tutto a essere sexy, affermo che abbiamo bisogno di un approccio politico alla «fabbrica della cultura». Chiudo con un esempio in merito, si tratta solo di una suggestione. Pensiamo ad esempio a Creative Europe, programma pluriennale di finanziamento al settore culturale e media dell’Unione Europea che gestisce un portafoglio di 1,46 miliardi di €. Pensiamo ora a quanto, a livello di azione politica generale, i movimenti si pongano da anni il problema di investire la dimensione Europea; bene, Creative Europe è una fabbrica culturale pienamente europea, una fabbrica linguistica, diffusa e puntiforme che funziona esattamente per progetti. Non sarebbe allora importante, in nome dell’indipendenza culturale, produrre un serio lavoro di inchiesta all’interno di questa fabbrica culturale? Superare il mero opportunismo, cioè l’accesso ai fondi quando siamo in grado di accedervi, e pensare, invece, come sovvertire questa fabbrica? Come sottrarla alle reti del politicamente corretto, ai professionisti della progettazione europea, ai burocrati della rigenerazione, della partecipazione e della cultura?

Tutti i Bianciardi di domani

Quando il lavoro culturale produrrà un reddito

Roberto Ciccarelli

Esercizio di immaginazione: il lavoro culturale genera comunità operose. E si organizza in una o più cooperative di mestieri, prodotti, servizi, relazioni che crea una democrazia integrale al suo interno, realizza una critica vivente di ciò che sono oggi le cooperative di lavoro: gerarchiche, a dispetto dello statuto orizzontale; simulatrici di democrazia nei loro organi statutari e non creatrici di relazioni, progetti, interazioni reali. Mi è stato chiesto di parlare Doc(k)s, una cooperativa di servizi, editoriale, sperimentazione teorica. Ho aderito sin dalla sua nascita e oggi la immagino come una banchina dove le navi senza meta trovano l’approdo. Come un rifugio dal mare in tempesta dove sbarcano comunità spaesate, apolidi sperduti che trovano ristoro e il lontano ricordo di casa. Così intesa una cooperativa che ha l’ambizione di garantire l’indipendenza può diventare una rete di reti autogenerata: editoria, lavoro della conoscenza, cooperazione, servizi e progetti culturali.

L’uso della condivisione

Doc(k)s, come noi che lavoriamo più o meno precariamente nella fabbrica dei segni, oggi si ritrova nell’economia della condivisione. È inevitabile che lo sia se parli di editoria, servizi, organizzi festival o fiere. Per lavorare devi riflettere sul lavoro culturale, immaginare un’alternativa al mercato e alla sua bulimia assassina. Oggi la chiamano: innovazione digitale sociale. È il progetto che ibrida il capitalismo «etico» delle buone pratiche con i nuovi modi di organizzare la democrazia, i consumi, la finanza, ogni aspetto della vita pubblica, persino l’amministrazione locale o statale. Si dice che per governare c’è bisogno della partecipazione di comunità di esperti, cittadini, lavoratori. L’obiettivo delle nuove tecnologie è quello di condividere le risorse e ridistribuire il potere. Si dice che gli strumenti siano neutri: il liquid feedback, l’OpenSpending o l’Open Ministry. Queste piattaforme comunicative puntano a diventare network consapevoli che richiedono la partecipazione attiva per rigenerare le città, proteggere i luoghi dalle speculazioni, mobilitare la cittadinanza e decidere sugli aspetti più importanti della vita associata.

Questi dispositivi non sono neutrali. Dipendono dall’uso che ne facciamo. Sono come Internet che non è una casa di vetro, è un apparato di cattura. L’uso delle pratiche è politico. Se usiamo i network come i grandi editori, i rentier che speculano sui makers o sui coworkers, non poniamo un problema politico: riproduciamo la nostra subordinazione. Ci sfruttiamo a vicenda. Un torto fatto a uno, è un torto per tutti. L’uso politico della rete serve ad affrontare il problema della vita oggi: il fisco, la malattia, la ricerca del lavoro, la produzione del valore. Il reddito. E poi, anche la cura e il diritto alla felicità.

Fare in comune

Questo è il lavoro culturale. Il suo principio è il «fare in comune» – il vero tratto ontologico nel capitalismo contemporaneo. È usato dai colossi della sharing economy, quelli che hanno ucciso la sharing economy, come Uber. O da quelli che mettono in vetrina ed espongono come nelle fiere il frutto delle innovazioni, dell’ingegno, del making. Per commercializzarli, trovare la strada difficile per coniugare il reddito con il prodotto di un mestiere creativo. Esistono bandi europei, grandi investimenti per creare incubatori, acceleratori, piattaforme o distretti. Sono lo scheletro della smart city, il modello di città a misura della partecipazione senza intermediazioni. Se produci un brevetto, devi essere messo in contatto con il finanziatore. Se produci un servizio, sei a contatto con i clienti, senza agenzie di intermediazioni. Se hai un appartamento, lo condividi con estranei. La vita è condivisione. Ma questa vita open access produce un reddito? Dov’è il lavoro e cosa lascia di sé chi lavora nella relazione che produce?

Facebook: la mediazione evanescente

Su questa domanda si infrangono molte delle velleità attuali. Doc(k)s dovrebbe invece rispondere a queste domande. Prenderle di petto, cercare una soluzione. Questo è il lavoro culturale, oggi. Portare una novità nel panorama delle teorie sull’innovazione sociale che discute solo sulle forme di distribuzione dei servizi e della circolazione del valore. Tale distribuzione è garantita dalla mediazione evanescente di giganteschi operatori globali delle relazioni e dell’interconnessione tra persone. Oggi anche le amministrazioni e i governi pensano come Facebook: promuovono la partecipazione dal basso dei cittadini per colmare l’assenza del Welfare. Se hai un debito, e non paghi le tasse, puoi pulire le aiuole del municipio gratis per saldare le tue colpe. Se sei disoccupato, puoi utilmente fare il «bene comune» della tua città pulendo le Tag sui muri del tuo quartiere o spazzare l’immondizia nelle strade. È lo stesso concetto: partecipa anche tu all’impresa collettiva, lavora alla reciprocità di massa, senza avere nulla in cambio che non sia il customer care.

Oggi il salario è simbolico, è visibilità, altruismo, devozione a una causa comune oppure conquista di un prestigio individuale che poi vola via. L’industria editoriale, il giornalismo, l’università, i grandi eventi come Expo funzionano allo stesso modo: lavori gratis per te stesso. Così arricchisci i network globali e a te resta l’impressione di avere partecipato a qualcosa di grande che vale per pochi. Come fermare questo circuito dell’autosfruttamento? Creando reti di autogoverno.

Organizzare lavoro e comunità

Il lavoro culturale è come un pescatore. Con le sue reti si fa levatore di community organizer e labour organizer. Organizza comunità e lavori tra individui, lettori e utenti in ragione del suo essere impresa comune distribuita; crea strategie di affidamento collettivo attraverso l’auto-organizzazione mutualistica in rete; fa emergere linee di riconoscimento dal basso e di creazione di una reputazione collettiva.

Queste banchine le immagino come una community aperta, non solo un’iniziativa imprenditoriale chiusa, capace di creare reti per agganciare ed essere a sua volta agganciata dai dispositivi che costruiscono l’identità personale e collettiva, permettono una risposta immediata alle esigenze emotive, politiche, culturali del pubblico-lettore-utente-cittadino, e soprattutto il riconoscimento reciproco che permette la trasformazione del prodotto come dei produttori e dei consumatori.

Il lavoro culturale è unire forme di produzione atomizzata a atti di cittadinanza. Queste connessioni temporali le possiamo declinare in forme di mutualità, mutuo aiuto e di innovazione legislativa. Il reddito guadagnato serve per sé, e per l’impresa comune. Si fa una cassa, si investe in noi. Al suo interno si possono usare transazioni monetarie complementari. Al suo esterno si possono creare convenzioni e scambi di servizi, validi nelle reti territoriali, nazionali, ma anche fuori dall’Italia. Costruire comunità a venire. Creare consorzi. Realizzare progetti.

Vita open access

Ecco come lo immagino il lavoro culturale: un’impresa collettiva distribuita sul territorio e in rete. Tale impresa non funziona come un partito politico, almeno come quello che abbiamo conosciuto nel Novecento. Funziona, invece, quando federa gli interessi e favorisce la convergenza delle attività in una serie di iniziative finalizzate alla redistribuzione di servizi, progetti, prodotti o campagne. Questo lavoro serve a creare autonomia, non a difendere i nostri rifugi.

È la vita open access di tutti i Bianciardi di domani.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Domani, alle 13.25, replica di Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai. Domani sera alle 22.15 quarta puntata, Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini.

I fiori di Gutenberg

Nella giornata di domani, dalle 10.30 alle 20.00, si terrà a Roma nello spazio Millepiani (Via Niccolò Odero 13, Garbatella) il primo Seminario sul libro indipendente I fiori di Gutenberg, organizzato dall’associazione culturale Doc(k)s. Fra gli interventi previsti quelli di Alberto Abruzzese, Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni, Francesco Cataluccio, Luca Sossella, Roberto Ciccarelli, Andrea Cortellessa e Silvia Jop. Il programma è qui. Anticipiamo qui l’intervento introduttivo di Lanfranco Caminiti.

I fiori di Gutenberg

Lanfranco Caminiti

Johannes Gutenberg sapeva già come sarebbe venuta la sua stampa, prima ancora di farlo. Sapeva quello che era necessario fare, e come avrebbe fatto. Aveva tutto in testa, aveva tutto nelle mani. Ma non poteva provare, non poteva produrre. Non aveva i soldi necessari.
Così, si mise in società con un banchiere. Fifty-fifty. La Bibbia di Gutenberg – il libro della modernità – nasce da una società tra il
tipografo di Magonza e un banchiere, Johannes Fust, che ci mise i soldi.
Gutenberg, di suo, ci metteva la genialità e la capacità artigianale. Non inventò alcun oggetto – per dire, il tornio era quello dei vignaioli della Renania – ma la loro nuova destinazione, il loro nuovo uso fu straordinario. Decisero di stampare la Bibbia perché il mercato l’avrebbe assorbita presto: istituzioni religiose, monasteri. Decisero di stampare la Vulgata editio – cioè l’edizione per il popolo, l’edizione più nota, più istituzionale – perché nel tempo il mercato dei clienti si sarebbe ampliato, non solo il clero, ma borghesi arricchiti, quelli che volevano stupire gli ospiti. Decisero di comporre i caratteri in gotico, copiandoli dai messali, perché erano quelli più in uso, a cui si era più abituati.
Decisero il size del font perché era quello che veniva usato per la lettura a voce alta. Decisero di mettere il testo in due colonne, perché questa era l’abitudine. Decisero che il testo sarebbe stato giustificato perché era più comodo e consentiva infilare più parole, e Gutenberg ci riuscì con dei trucchi linguistici, dei trucchi tipografici, dei trucchi editoriali. La mobilità dei caratteri era contemporanea della mobilità del mercato.
Ma per fare le prove e per produrre, ci voleva tempo. Il banchiere, invece, voleva i profitti presto. Gutenberg la menava troppo, e Fust si agitava troppo: mise ottocento fiorini la prima volta, ottocento due anni dopo. Ci vollero tre anni per le prime centottanta copie a caratteri mobili della Bibbia. Un tempo straordinariamente veloce: in tre anni, copiando a mano, un monaco ne avrebbe prodotta solo una. Un tempo eccessivamente lungo per il banchiere: in tre anni, quei soldi, prestandoli a strozzo, a un mercante che voleva comprare beni  dall’Oriente a due soldi per rivenderli a peso d’oro, o a un principe smanioso di conquistare territori, gli avrebbero già fruttato una montagna di quattrini. E dispendioso: Gutenberg voleva fare le cose bene, la carta era la migliore, di canapa e veniva dall’Italia, c’erano quelli che fondevano i caratteri, quelli che oliavano i caratteri con i pennelli migliori, quelli che infilavano la carta sotto la pressa, quelli che pressavano i caratteri. Troppi operai, troppi tempi morti, troppo lavoro. Troppi salari. Litigarono, Fust e Gutenberg, i due Johannes. La società si ruppe. Fust citò in giudizio Gutenberg e chiese i soldi indietro con gli
interessi. Si prese le attrezzature, le «invenzioni». Fust rubò un po’ di operai a Gutenberg e fece le cose a modo suo. Iniziò a guadagnare vendendo Bibbie, vendendo libri. Non furono mai più belli come quelli del tipografo di Magonza, ma al banchiere interessavano gli sghei, non i libri. Gutenberg provò a mettere su un’aziendina indipendente, stampò qualcosa, ma non andò granché bene e finì in fallimento. E questa è la storia dell’editoria.
Il libro nasce da una cooperazione di saperi, da un’intenzione estetica e democratica, e da un investimento di capitale finanziario. Il libro nasce per il mercato. È una merce, ma anche cultura e bellezza. E religiosità.
C’è anche il diavolo di mezzo, che è il denaro. Senza il diavolo, non sarebbe nato il libro. Gutenberg stampava per il ceto medio riflessivo, Fust stampava per il mercato. Forse erano la stessa cosa, almeno all’inizio, ma a un certo punto furono due cose diverse e contrarie. E questa è la storia dell’editoria.
I libri non si salvano da soli. Se Guglielmo da Baskerville non li porta via dal labirinto della biblioteca dove frate Jorge li sta affastellando nel fuoco, i libri bruciano. Se qualcuno non li passa di mano, mentre le acque del fiume sono tracimate, come nella Firenze dell’alluvione del 1966, i libri affogano. Se qualcuno non li impara a memoria e li ripete, diventando così uomo-libro, come in Fahrenheit 451, i libri si perdono, si dimenticano. Nessun supporto digitale ci garantirà che il libro verrà salvato. Un nuovo apparecchio renderà obsoleto il supporto attuale, il tempo sbiadirà i dati del supporto. È gratificante sapere di essere custodi di un’arte che tende a sparire; è dolorosa la battaglia quotidiana contro l’accelerazione delle tecnologie – ogni invenzione è utile, quando è ancora manipolabile artigianalmente, ma i rapporti di scala ti condannano sempre. Se qualcuno non li scrive, se qualcuno non li edita, se qualcuno non li traduce, se qualcuno non li stampa, se qualcuno non li distribuisce, se qualcuno non li consiglia da leggere, i libri non si salvano da soli. I libri non nascono sotto i cavoli nelle serre. e non si riproducono lì, come gli
Ogm.
È questo il ruolo dell’editore: salvare i libri. I libri perduti non sono quelli bruciati nel rogo della biblioteca di Alessandria, ma quelli non ancora stampati. Per salvarli, ogni editore segue le proprie passioni, le proprie competenze, il proprio istinto, la propria capacità affinata nel tempo – ogni editore ha i suoi demoni. Per salvarli, ogni editore deve venderli. Deve venderne molto bene uno, per stamparne altri cento.
Deve venderne così così dieci per stamparne altri dieci. Se stampa e non vende, non ci sarà Fust che tenga, bisognerà chiudere. Maledetto mercato, benedetto mercato. Maledetto lettore, benedetto lettore. Ogni editore lotta contro il Grande Satana, il denaro dei banchieri.
La storia dell’editoria è tutta ancora qui: ogni editore prova e riprova perché i suoi libri siano belli, e rendano servizio a quella straordinaria religiosità della democrazia che è la diffusione del sapere e della conoscenza. Ogni banchiere ha fretta di vedere moltiplicati i suoi ricavi: il suo volgo ideale è fatto di lettori che comprano i suoi prodotti senza pensarci troppo. Se un solo libro all’anno raggiungesse la soglia di fatturato previsto, potrebbe bastare al banchiere.
Ogni editore non può fare a meno del mercato dei lettori; ogni editore vuole che il mercato dei lettori sia democratico. Ogni editore difende la democraticità del libro. D’altronde, quelli che non vogliono che il libro sia democratico, sia molteplice, sono quelli ai quali basta un libro solo.
Quelli che odiano la democrazia, è perché il libro già ce l’hanno, e gliene basta uno solo. La parola di Dio, che precede il libro, non conosce la democrazia. Forse dire il libro è stato l’unico gesto democratico di Dio. La parola di Stato, che sigilla il libro, chiude la democrazia. Certe volte, viene da pensare che ai banchieri andrebbe bene ci fosse un solo libro al mondo, purché fossero loro a stamparlo e a venderlo, anno dopo anno.
Parafrasando Manolis Glezos, il deputato greco che al Parlamento europeo ha detto: «L’Europa l’abbiamo inventata noi, non ve la
regaleremo», gli editori indipendenti dicono ai banchieri: «Il libro l’abbiamo inventato noi, non ve lo regaleremo». Gli editori indipendenti sono i fiori di Gutenberg. Sono la rivincita di Gutenberg. Gutenberg 2, la vendetta.
Stampare e vendere libri è una battaglia quotidiana. Contro chi vuole l’unicità del libro, l’unicità del mercato, il controllo della filiera editoriale, dal produttore al consumatore. Gli editori indipendenti sono portatori di molteplicità, di affluenza, di imprevedibilità. È per questo che danno fastidio. Si possono fare libri anche senza i signori Fust, e i loro fiorini. Si possono fare libri senza fretta di vedere i ricavi subito. Si possono fare libri che chiedono tempo, passione, inventiva. Si cercano i libri come si va per funghi: non ci vai tutti i giorni, non ci vai tutte le stagioni, hai i tuoi posti segreti, devi aspettare le condizioni. Devi rispettare la natura delle cose. Si possono fare libri per rafforzare e estendere la democrazia del sapere, della cultura, della conoscenza. Ai fiorini dei signori Fust non interessano molto il sapere, la cultura, la conoscenza.
Indipendenti non si nasce, come fosse un titolo nobiliare, indipendenti si diventa. E non si diventa una volta sola per tutte, ma ogni volta un po’. Perché l’essere indipendenti non dipende mica solo da te, come bastasse una dichiarazione alta, ma dipende dal mercato, dipende dai banchieri. Dipende dai tempi. Dipende dalla democrazia. Quando la democrazia è fluente, è ricca, è mobile, quando le istituzioni culturali girano a pieno regime – le università, le scuole, i centri culturali, le accademie, gli istituti di cultura, le librerie –, quando i movimenti dentro la società – i lavoratori, le donne, gli studenti, i precari – invadono la società e la vita quotidiana, e hanno fame di libri, e producono libri, e raccontano le loro storie, allora l’indipendenza è un uso comune, uno spirito del tempo. È una cosa sovrappensiero. E i banchieri di tutto il mondo si fanno torvi. Quando la democrazia è povera, si fa fredda, rigida come un corpo per le analisi forensi, allora l’indipendenza diventa ardua, diventa una scommessa giorno per giorno. Diventa una citazione in giudizio. E i banchieri di tutto il mondo se la ridono. C’è un rapporto «speciale» tra il libro e la democrazia. Il libro deve molto alla democrazia. La democrazia deve molto al libro.
Perciò, la domanda non è se sia possibile l’indipendenza del libro in democrazia, ma cosa voglia significare un libro indipendente in democrazia. Quello che significa in una democrazia fluente, lo sappiamo. Quello che significa in una democrazia irrigidita – e questi sono i nostri tempi, quelli in cui hanno la meglio i banchieri Fust – certe volte non lo prendiamo bene in considerazione. La posta in gioco non è la salvaguardia di questo o quell’editore indipendente né tanto meno di un processo di promozione e di distribuzione o di sconti dell’Iva. La posta in gioco è l’affluenza della democrazia. È l’affluenza e la mobilità del mercato.
È la stessa posta in gioco delle istituzioni culturali, dei centri di diffusione della cultura e della conoscenza, la stessa posta in gioco di chi scrive e di chi legge, di chi studia, di chi consiglia – la società, i suoi autori, i suoi narratori. Non c’è una rivendicazione degli editori indipendenti – una lista della spesa di questioni e problemi – su cui chiedere solidarietà e partecipazione, firme e dichiarazioni. Gli editori indipendenti non sono alternativi, marginali, pirati, per vocazione.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre fare dei samizdat.
Possiamo sempre copiare a mano un libro. Certe volte, mentre impagini un libro, o stai nel tuo piccolo ufficio a parlare di rese, o devi correre dalla banca per la questua quotidiana, pensi di essere davvero un monaco. Nessuno sa cosa tu stia facendo, però Dio, o la Storia o la Cultura o quel che l’è, sono dalla tua parte. Quando sarà, il mondo saprà quel che hai fatto, ti dici. E vai avanti recitando la tua litania.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre copiare a mano un libro.
Forse, si stanno già mettendo male.
INFORMAZIONI
www.idocks.it
idocks014@gmail.com

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto

Le fredde ali della società

Giorgio Mascitelli

Ugo Foscolo nei Sepolcri afferma più o meno che la poesia si sostituisce alle tombe nella loro funzione eternatrice della memoria storica, quando queste in quanto oggetti materiali soccombono alle ingiurie del tempo. Naturalmente Foscolo non dice proprio così, dice soltanto che le muse siedono custodi delle tombe quando il tempo con le sue fredde ali ha spazzato via financo le rovine, ma insomma l’idea implicita è che la poesia in quanto testo virtuale realizzabile su vari supporti non sia soggetta alle leggi della materia ma eterna come prodotto dello spirito umano.

Questo ragionamento, in vero molto strano per uno che si definiva materialista, è assolutamente sbagliato: mentre la piramide di Cheope (XXVI a.c.) troneggia tranquillamente nel deserto, i testi più antichi che noi abbiamo ( credo che siano alcune parti del Pentateuco) risalgono tutt’al più al XII a.c. D’altra parte è proprio questa nostra epoca che sembra essersi incaricata di evidenziare quanto sia madornale l’errore di Foscolo nel non dare la giusta importanza ai supporti materiali. Qualche osservatore, più incline all’attenzione sulle cose che ai facili entusiasmi, ha sottolineato che con il presumibile predominio dell’e-book sul mercato la digitalizzazione del libro finirà con il minacciarne la conservazione in quanto il supporto informatico è molto più aleatorio di quello cartaceo. Se poi a questa oggettiva fragilità si aggiungeranno le prevedibili strategie commerciali attraverso la manipolazione del software per fidelizzare il pubblico a una determinata piattaforma di lettura o per indurlo a cambiarla molto spesso, è abbastanza evidente che tale preoccupazione abbia qualche fondamento.

Eppure l’introduzione degli e-book avrebbe in sé non solo degli aspetti positivi, ma addirittura liberatori di un certo stato di cose nell’organizzazione della cultura: la drastica riduzione dei costi di produzione e distribuzione potrebbe favorire una felice anarchia delle iniziative in risposta all’attuale tendenza alla concentrazione e omologazione (basti pensare alla polemica sui troppi libri pubblicati promossa proprio da ambienti vicini ai grandi editori), che potrebbe aiutare anche il libro cartaceo. Se invece c’è il fondato dubbio che questa favorisca una perdita culturale forte quasi fosse un’invasione barbarica, allora bisogna rivolgersi al contesto sociale in cui ha luogo questa introduzione.

Martin Zet, Passage (Pio Monti Arte Contemporanea, 2008)

Infatti, il passaggio dei testi da un supporto più stabile a uno più aleatorio diventa pericoloso soprattutto se la produzione letteraria e intellettuale di una società come la nostra è dominata da un’estetica del profitto ossia dall’idea che qualsiasi opera trae giustificazione e fondamento solo dal proprio successo commerciale. È chiaro che in questo contesto la sopravvivenza di un testo interessa le istituzioni della società solo per il periodo in cui produce profitti. Inoltre il discredito che oggi investe il sapere storico, che viene visto nella società come un sapere inutile, in quanto non produce utili, e perciò anche non scientifico, colpisce anche l’idea della conservazione dei testi, che di questo sapere è una conseguenza culturale. Se queste sono le idee dominanti, c’è solo da augurarsi che nei decenni a venire, quando il problema si proporrà concretamente e non solo in via ipotetica, la pietà privata prenda qualche iniziativa opportuna.

D’altra parte se le idee dominanti in una società, come mi è stato insegnato, sono quelle delle classi dominanti, si apre qui lo spazio per una critica culturale e politica del sapere del nostro tempo. È dall’efficacia di questa critica che dipende la salvezza della civiltà del libro in qualsiasi formato. Se le cose stanno così, coloro che sono interessati se non all’eternità quanto meno alla lunga durata dei loro testi, invece di affannarsi a raggiungere posti al sole nei centri dell’industria culturale, dovrebbero procurarsi un certo numero di lapidi, contattare qualche professionista che sa ancora scolpire la pietra (credo che nelle nostre città se ne trovino nell’ambito dell’industria delle pompe funebri) e ingaggiarlo per incidere con un bel carattere capitale le proprie opere. Statisticamente resta ancora il modo migliore per superare indenni un certo numero di secoli.

La dieta dello stilita

Alberto Capatti

La forma di ascetismo più banale, oggi, è la dieta. Mettersi a regime è pensare a se stessi, privilegiare il proprio corpo, misurare il mondo sulla base delle rilevazioni, e, giocando con i numeri ponderali, sperare in Dio. L’immagine perfetta del corpo è un'icona che si invoca come un santo o come la madonna, che si trova rappresentata in ogni angolo, e si traduce in esercizi alimentari e spirituali indissociabili. Alla ricerca delle pratiche devozionali d’oggi, il calo del peso, nelle persone che lo considerano un valore ideale, è senza dubbio fra le più condivise, anche se ognuno patisce, si rallegra, prega per se stesso. Se dovessimo qualificare da un punto di vista religioso, anzi storico-religioso, una dieta diremmo che è già stata perseguita da anacoreti e da asceti. Non dal fachiro perché quest’ultimo epiteto è troppo forte e introduce alla camera segreta degli esercizi che implicano la sofferenza.

Non esiste ancora la dieta dello stilita, ma si fa presto a immaginarla. Ci vuole una colonna alta con un ampio capitello e una lunga scala di legno, ritraibile dal basso, un panierino da calare con una cordicella, riempito di cibi liquidi e solidi per la sopravvivenza e per le pochissime deiezioni. Il vantaggio dello/a stilita è che può contemplare, sotto, il mondo e le sue varietà adipose, obese, sovrappeso, e tutti coloro che per fortuna loro, o l’hanno già fatta, o non hanno bisogno di farla. La colonna è il suo ideale corporeo e lassù, nutrendosi appena, lievita.

Come fare per procurarsi questa solida colonna? Se ne possono immaginare di diversa natura, erette nel proprio giardino, disseminate nei parchi pubblici, gratuite e in affitto oppure, non diversamente dalle strutture ginniche di una palestra, disposte in un recinto destinato alla cura del corpo. Siccome è difficile immaginare un giardino, una piazza con colonne in affitto, basterebbe ridurre le ambizioni e invitare le persone che hanno scelto di dimagrire a considerarsi immaginariamente su di un capitello, quando sono su un tappetino. Per quale motivo? Per stare meglio e per stare lassù, prossimi alla beatitudine. Qualsiasi Dukan non agisce diversamente, illustrando, nel suo libro, la via verso la liberazione, garantendo sulla carta il successo e dando motivo, dopo aver appreso a memoria le regole, di sperare in bene.

Durante il trattamento possono manifestarsi delle turbe, dovute all’immobilità, alla solitudine, all’inedia e in tal caso il fusto e il capitello, sensibili al movimento, al tremore, lanciano l’allarme. Si può, infatti, studiare il progetto investendo in tecnologia... Se il peso corporeo si alleggerisce, la colonna che è anche bilancia, sale in altezza, ovvero se non c’è alcun effetto, e la persona si agita e scalpita, si abbassa inesorabilmente fino al suolo. Dopodiché l’ex-stilita, passa ad un'altra dieta, immaginando un calo vertiginoso del peso con l’esclusione di uno o più alimenti. Non sono esperienze alternative, perché la strada verso il peso angelico è una sola, e gli uomini possono scegliere di restare incollati al suolo, o sospesi nell'aria, e quello che conta è il rapporto del corpo con il cielo

Credere per dimagrire. Sembra una formula dei primi cristiani, ma essa concerne anche i grandi peccatori del presente, ghiottoni e ignavi che riempiendosi la bocca, senza pensarci, si ritrovano nell’assoluto bisogno di rialzarsi. Ma si può salire, obesi, in cima alla colonna? Quello che conta, in una dieta, è il pensiero che la guida, la certezza che la legittima, e scalare la montagna, raggiungere le vette sono tra le formule più viete della predicazione pastorale. Oltrepassate le quali, ci si ritrova in una palestra, o sul sentiero di un parco in tuta, a iniziare un secondo percorso spirituale. Altrettanto impegnativo per il fiato e per l’anima.

Oggi a INDY. Fiera dei gusti non omologati due appuntamenti a cura di alfabeta2: «Cultura materiale e critica del gusto», tavola rotonda con interventi di Alberto Capatti, Giampaolo Gravina, Francesco Annibali e  Pino Tripodi (ore 17, Sala Capanno) e la presentazione di «alfalibro», speciale sull’editoria di «alfabeta2» con interventi di Andrea Cortellessa, Maria Teresa Carbone e Vincenzo Ostuni (ore 18, Sala Palestra). INDY vi aspetta al Brancaleone di Roma fino a domenica 3 giugno (in via Levanna 13).