Il complesso di Laio

Annalisa Sacchi

La storia è nota. Laio, re di Tebe, riceve un oracolo di Apollo nel quale è detto che, qualora egli abbia un figlio, questi lo ucciderà e ne prenderà il posto. Nella tragedia non è dato sfuggire al destino, e così Laio finisce per generare Edipo.

Terrorizzato da questo figlio, insieme alla moglie Giocasta tenta di ucciderlo, trafiggendogli i piedi ed esponendolo neonato sulla cima di un monte. Quello che avviene poi, la storia di come il padre ormai vecchio e il figlio scampato e divenuto uomo si incontrino nuovamente e dallo scontro Edipo esca vincitore, rappresenta una delle pagine cruciali della cultura occidentale, oltre ad aver ispirato il famoso “complesso”.

Ma in fin dei conti, cosa aveva predetto l’oracolo? Che il figlio avrebbe sostituito il padre, che il futuro avrebbe sorpassato il passato e la vita avrebbe continuato il suo corso. E Laio non lo accetta, odia quello che il figlio rappresenta, preferisce sacrificare il fluire delle generazioni piuttosto che assecondarlo, e nell’opporre la fissità della sua vecchiaia al movimento della vita giovane fallisce. Edipo lo uccide, inconsapevole che si tratti del padre, e prende il suo posto.

Edipo è dunque un carattere rivoluzionario, rappresenta la dissoluzione della funzione paterna poiché non solo elimina il padre infanticida, ma con la madre genera una stirpe di figli che sono allo stesso tempo suoi fratelli e sorelle. Il principio verticale del Nome del Padre, la sua violenza sacrificale sono così decostruiti. La condizione inaugurata da Edipo doveva fondare una società di fratelli in cui l’alleanza avrebbe rimpiazzato la filiazione, ma Edipo è condannato a fallire a sua volta.

C’è una dannazione in Edipo che va ben oltre il limite della sua vicenda. È la dannazione che vede il figlio perennemente colpevole, espressione di un “complesso” che lo porterebbe a insediare i possedimenti del padre. Il fatto però che esista un “complesso di Laio”, un odio atroce del padre contro il figlio che si scatena prima ancora che il figlio possa compiere qualsiasi azione, tendiamo a ignorarlo, noi che viviamo in società tuttora largamente patriarcali.

Laio ed Edipo sono le due istanze che ogni ordinamento deve saper articolare, il principio di conservazione e il principio di rivoluzione. Una società sana sa equilibrare le due spinte. Ma oggi, in Italia, Laio ha vinto definitivamente. Si tratta di una condizione generale, ma Edipo appartiene pur sempre al teatro, e dunque limitiamoci a guardare alla scena.

Andrea Porcheddu ha giustamente puntato il dito sul fatto che le direzioni dei teatri Stabili pubblici siano saldamente in mano a uno sparuto manipolo di soggetti tra loro simili: tutti uomini, anziani, fino a punte di ultraottantenni, stabilmente a capo di una certa istituzione da diversi lustri. Non va meglio per gli Stabili Privati (a finanziamento pubblico): a Bologna ad esempio, sede dell’Arena del Sole, la stessa cooperativa gestisce da un ventennio il teatro inanellando cartelloni mediocri e incrementando una voragine debitoria che graverà su qualsiasi gestione futura.

A Venezia Romeo Castellucci è celebrato con un Leone d’Oro alla carriera considerato eccezionale, poiché attribuito a un regista poco più che cinquantenne, radicale e iconoclasta, acclamato e conteso a livello internazionale ma che, nonostante sia di Cesena, in trent’anni di attività non ha mai ricevuto un invito a presentare i suoi lavori proprio all’Arena del Sole.

Il Festival di Santarcangelo, caso unico in Italia di istituzione storica diretta da una donna giovane, brillante e amatissima dagli artisti, Silvia Bottiroli, è stato quest’anno oggetto di un coro di attacchi da parte di una compagine compatta di critici. La veemenza e la violenza di queste posizioni non nascondono un dato di fatto essenziale. Avere una trentenne come direttore artistico impone di aprirsi a una visione del mondo altra. E questo deve essere destabilizzante, deve terremotare le certezze, spingere quello che già sappiamo alle periferie dello sguardo, provocare un lavoro di linguaggio. Ma alla corte di Laio quello che si segnala come vivo è tanto pericoloso che si preferisce sacrificarlo.

Condizioni ingiuste e mortuarie esistono ovunque chiaramente, il punto è se dobbiamo obbedirvi o cercare di trasformarle. L’attrito tra Laio ed Edipo ha portato a una situazione in Italia in cui la sistematica cancellazione di una generazione e la sua mortificazione sono strategie organizzate. Quando la metà della popolazione sotto i trent’anni non trova lavoro, e un intero paese è governato dalla classe dirigente più vecchia d’Europa, io credo che dobbiamo reagire.

Si sono visti di recente teatri occupati dal fanatismo religioso a impedire che la performance avesse luogo (Sul concetto di volto nel figlio di Dio). Ma sono fatti senza importanza. Sole importano quelle mobilitazioni fatte perché qualcosa di nuovo abbia luogo, e che sanno provocarlo. Di questa capacità sono portatori ad esempio quanti seguitano con determinazione a occupare il Teatro Valle, sempre più oggetto d’attenzione e di avversione da parte dell’amministrazione romana. Bisogna occupare. Non solo gli spazi le piazze i teatri o i musei, ma anche il linguaggio, il discorso, l’esperienza. Bisogna invertire le genealogie. Prendere l’infanzia a modello, la sua saggia ostinazione.

La storia di Edipo termina quando i fatti si stringono intorno a lui additandolo come responsabile dell’omicidio del padre e usurpatore del suo letto. Edipo non regge all’infamia di questo suo crimine involontario, crolla di fronte al fantasma del padre che seguita a essere più potente di ogni istanza di vita e di rivoluzione. E così, di fronte al pubblico, di fronte a tutta la polis accorsa per assistere alla recita del suo destino, Edipo si acceca. Non riesce a sostenere lo sguardo degli spettatori.

Io credo che il teatro debba tornare a essere quello che è stato sin da questo atto di accecamento. Una tecnologia per reggere il peso della vergogna di una rivoluzione fallita. Una strategia di fratellanza per sostenere i nostri Edipi presenti e futuri da quel principio di conservazione che è sempre sul punto di sopraffarli.

Edipo o dell’innocenza perduta

Alice Gussoni

A volte capitano innamoramenti artistici che segnano l’intera carriera di un autore, come quello avvenuto tra Mario Martone ed Edipo, che ha accompagnato il percorso del regista attraverso gli anni: da Eschilo a Sofocle, ognuna delle tragedie di cui è protagonista è diventata parte del suo repertorio, fino a La Serata a Colono di Elsa Morante, che ha debuttato in prima assoluta al Carignano di Torino, nel cui testo sembra aver trovato la radice della sua ricerca sul personaggio.

La storia questa volta è ambientata in epoca contemporanea, e ha come protagonista un vecchio moribondo, malato di delirio allucinatorio: Edipo non è più un ex-tiranno scacciato dal trono, ma un benestante reduce dalla guerra, da cui torna irrimediabilmente danneggiato dalle atrocità cui ha dovuto assistere. A interpretare un ruolo così difficile, sia per la forte densità emotiva che deve sprigionare, sia per la completa immobilità che deve sostenere per quasi due ore, è Carlo Cecchi. La sua enorme prova d’attore poggia sulla sola voce, con cui modula i suoni riuscendo a rendere viva ogni parola: un volta pronunciata ognuna di esse sembra quasi essere lasciata libera di esprimere la propria natura animalesca, la stessa che sprigiona dal testo originale. Solo la poesia è in grado compiere una simile impresa, e saper tradurre il senso di un testo scritto in metafora visiva è una elaborata operazione di trasfigurazione. In questo si condensa la sfida accettata dal duo Martone/Cecchi, che portano in scena questo testo dopo 45 anni dalla pubblicazione nel 1968 del volume che lo contiene, Il mondo salvato dai ragazzini.

Edipo, giunto alla sua ultima tappa, si presenta legato a una barella come un Cristo insofferente, esposto nella corsia di un ospedale psichiatrico e affiancato solo dalla figlia adolescente Antigone. Lo spazio agito è quindi diviso per metà spettacolo tra una ionosfera, dove respira il pubblico e la massa indefinita dei degenti, che formano un Coro disaggregato che si muove in platea, e una stratosfera, dove i due protagonisti sembrano galleggiare in una semioscurità interrotta solo a tratti da un globo di luce accecante. I restanti apparati scenici consistono esclusivamente in speaker audio, che fungono da barella, da seggiole, da panche, e da cui vengono diffuse le invocazioni dei folli. La loro disposizione, volutamente disordinata, crea un’entropia sonora di notevole impressione che apre delle cesure nette, quasi meccaniche, che vanno a spezzare le declamazioni del moribondo. L’effetto acustico che deriva dal suono amplificato crea uno sdoppiamento delle fonti sonore che confonde l’orecchio, preparandolo ad accogliere le rivelazioni di Edipo, il veggente cieco.

serataxnews

È in questo ribaltamento metaforico che si cela il nucleo attorno a cui si costruisce l’intera epopea degli edipi martoniani. Se, come sembra dimostrarsi nello spettacolo di Martone, non esiste alcun spirito divino, e quindi fosse solo la legge dell’uomo a compiere il destino di ognuno, allora diventerebbe evidente come il povero pazzo, affetto da delirio allucinatorio e legato a una barella, altri non è che l’unico uomo savio sulla Terra: sono gli Arturi e le bombe che invoca a provocare in lui un dolore così forte da portarlo alla follia. Il rifiuto di tanta crudeltà si riversa in un oscuramento volontario, come si trova scritto anche nel testo originale di Sofocle, quando egli dichiara di essersi cavato gli occhi “per non vedere mai più il male”.

Vicino a lui Antonia Truppo è un'Antigone misericordiosa, piena di amore incondizionato, come solo quello degli animali sa essere: in essa ritroviamo il candore di un Ninetto di pasoliniana memoria, a cui si fa riferimento in modo esplicito nel testo (l’Edipo/Cecchi la chiamerà proprio Ninetta a un certo punto), ma non solo. Antigone è la pastora che fino all’ultimo tenta di salvare Useppe dalle crisi epilettiche, è la piccola madre/amante di Arturo. In lei si condensa quella gioia di vivere cieca, che la Morante ha sempre creduto di poter ritrovare fra le bestie, come fra i ragazzi.

Ecco che allora quel grande disco luminoso, il dio Febo, che Martone fa scendere più volte a illuminare la scena, ferisce gli occhi come la verità che illumina: le porte che si aprono attraverso dei tagli di luce sul fondale scuro, sono passaggi per un aldilà che porta solamente negli interrati dell'ospedale. Le ombre che si muovono minacciosamente sul fondo sono quelle dei portantini, guardiani di un ordine costituito che non perdonano alcun dissenso. Anche il Dottore, qui reso da Rino Marino, che dovrebbe essere il Teseo che offre la sua ospitalità nella sacra Colono, altri non è che un automa meccanico, mentre la suora, interpretata da Angelica Ippolito è Giocasta, dispensatrice di una morte a lungo invocata.

Non vi è traccia di pentimento per la blasfemia compiuta nei protagonisti di Martone, in essi non alberga pietismo, né rimorso, ma solo ira, quella di chi è condannato all’impotenza. Il mito incarnato da Edipo ha in se una forza rivelatrice che il teatro di Martone riesce a cogliere proprio nel suo essere matrice generatrice di altri miti. Ne La Serata a Colono si ritrovano tutte quelle premesse già presenti nelle opere precedenti: non esiste alcuna salvezza nell’aldilà, perché l’unico mondo possibile in cui cercare di redimere la propria coscienza è quello reale. Ma anche in questo caso la pace interiore arriva solo con l’annullamento del sé, perché la crudeltà compiuta resta senza redenzione.