Sulla scuola

Giorgio Mascitelli

Nel libro di Giovanni Accardo Un’altra scuola, il diario verosimile di un anno scolastico tipico, l’autore, insegnante alle superiori a Bolzano, racconta alla classe la storia dei propri studi e, in fondo, della propria vocazione professionale: non si tratta certo di un percorso lineare e virtuoso, anzi, dopo un liceo condotto e concluso svogliatamente, l’iscrizione alla facoltà di medicina, fatta per compiacere il padre, si rivela un fallimento e solo dopo questi scacchi il futuro professor Accardo trova la propria strada. Ho trovato questo episodio uno dei momenti più belli del libro, non solo per l’elogio della lentezza e dell’umano errare impliciti, ma perché rivela che l’autorevolezza di un insegnante non dipende né dal prestigio sociale della categoria né dal suo ruolo di specialista, ma dall’essere qualcuno che parla delle cose che gli competono a partire da ciò che ha vissuto.

Uno dei tratti più significativi, che incideranno di più nel vissuto sociale del paese, della battaglia politico-sindacale svoltasi intorno alla buona scuola è la massiccia campagna mediatica contro gli insegnanti descritti come fannulloni, arcaici e incapaci: la scelta di impostare su questo terreno lo scontro, mutuata dal governo Monti, era obbligata per Renzi per impedire che si discutesse, fuori da consessi per addetti ai lavori, dell’impianto generale della riforma e del tipo di scuola e società che va a prefigurare. È in un contesto come questo che il libro di Giovanni Accardo diventa un controcanto di quello che è il discorso ufficiale sugli insegnanti. Non che nel libro manchino accenti critici al mondo della scuola e anche ai suoi lavoratori, ma questo insegnante che ostinatamente svolge il suo ruolo di stimolo intellettuale per i propri allievi e costruisce giorno per giorno quella specifica relazione umana che è il rapporto didattico, rappresenta la negazione vivente delle idee della buona scuola.

Un approccio organico e sistematico, almeno sotto il profilo culturale ed educativo, alla questione scolastica è offerto da La scuola impossibile di Giulio Ferroni. Questo pamphlet riassume sia i principali momenti della riforma infinita degli ultimi vent’anni sia i principali nuclei tematici del dibattito intorno alla scuola tanto da un punto di vista informativo quanto di intervento critico ed è, tra l’altro, un’ottima introduzione per chi non conosce direttamente la realtà scolastica di questi anni e voglia saperne di più. Uno dei punti essenziali e più perspicui dell’analisi di Ferroni consiste nel mettere in luce come la narrazione, per usare una parola in voga, sottesa alla buona scuola sia un’accettazione acritica della descrizione trionfalistica e ufficiale del mondo globalizzato come un parco giochi che pullula di buone occasioni che attendono solo di essere colte tramite l’informatica, l’inglese e la didattica delle competenze.

Questo taglio dell’argomentazione non ha solo il merito di individuare la natura ideologica di un discorso come quello sulla buona scuola, che si vuole eminentemente pragmatico, ma evidenzia la mancanza di qualsiasi responsabilità e impegno verso il futuro. Infatti, “manca la cura del mondo e del modo in cui i nostri figli e nipoti e del modo in cui i nostri figli potranno abitare il mondo che può scaturire dalle nostre scelte e dalla scuola che possiamo costruire per loro” ( p.95).

La critica di Ferroni al fondamentalismo delle nuove tecnologie e all’assurdità della didattica delle competenze, svolta in maniera chiara e puntuale, è una conseguenza di questa preoccupazione, così come lo sono le considerazioni sul ruolo della scuola nell’integrazione degli stranieri e sulla lingua italiana in rapporto all’inglese, improntate a un buon senso e a un principio di realtà che sembrano mancare nel legislatore; tuttavia non si può negare che una questione di riassetto dei saperi nella nostra scuola esista. È una questione urgente che non richiede trasformazioni spettacolari da poter vendere al circo mediatico, ma un dibattito serrato e un lavoro di aggiustamento nella continuità, del cui bisogno ci si può rendere conto nelle pagine in cui Accardo descrive concretamente il suo lavoro in classe.

Questo lavoro di rinnovamento è reso più difficile da prese di posizioni sia a livello mediatico sia specialistico, anche ad opera di illustri scrittori come Lodoli e Baricco , che hanno proposto una sostanziale liquidazione della funzione culturale della scuola in nome del fallace totem dei nativi digitali, per i quali sarebbe ormai incomprensibile la vecchia cultura cartacea. Queste uscite, spesso basate su una descrizione caricaturale delle nuove generazioni, non solo determinano un’ovvia reazione di arroccamento nella parte più consapevole culturalmente e didatticamente dei docenti, alla quale spetterebbe questo lavoro di rinnovamento, e acuiscono la sindrome da fortino assediato, tipica di chi lavora nella scuola in questi anni, ma favoriscono l’idea di un mondo ormai immutabile che va accettato acriticamente.

Alex Corlazzoli sceglie, invece, i modi e i contenuti del reportage di denuncia nel suo #lacattivascuola secondo modelli che nel giornalismo italiano, sia televisivo sia della carta stampata, hanno ottenuto grande successo negli anni passati. Questo approccio funziona bene laddove l’autore affronta questioni denunciabili come l’edilizia scolastica o certi episodi di discriminazione di alunni extracomunitari, ma non appena la tematica è caratterizzata da confini meno netti che richiedono più riflessione e analisi, il discorso si incastra su se stesso. Il patto che lega autore e lettore di questo genere di testi è la promessa di rivelare quali fattori occulti o palesi impediscano il buon funzionamento di una determinata istituzione, ma se la questione al centro del dibattito è proprio quella di cosa s’intenda per buon funzionamento di un’istituzione, ecco allora che il testo gira a vuoto.

Un esempio eloquente è quello dell’informatizzazione della scuola: Corlazzoli a più riprese indica tra i fattori che ne ostacolano la realizzazione la lobby degli editori scolastici, salvo citare come opinioni autorevoli e indipendenti a riguardo quelle di esponenti di note multinazionali informatiche, che forse qualche interesse economico e ideologico nella faccenda ce l’hanno. Così, anche quando Corlazzoli fa osservazioni e proposte condivisibili, il tono del discorso sembra sempre cercare un potere oscuro da denunciare anziché un problema da decifrare e analizzare. Fatalmente la scuola, nella prospettiva generata dal genere reportage, sembra essere salvata dalle infrastrutture digitali ed edili, anche se è più probabile che saranno le idee a salvarla, come è sempre stato del resto e come è prevedibile che sia in futuro, visto che una costante di tutti i governi dell’ultimo ventennio è stata quella del taglio delle risorse economiche.

Giovanni Accardo
Un’altra scuola
Ediesse (2015), pp. 275
€ 12

Alex Corlazzoli
#lacattivascuola
Jaca Book (2015), pp. 120
€ 12

Giulio Ferroni
La scuola impossibile
Salerno editrice (2015), pp. 123
€ 9,90

L’enigma del senso di colpa

Elettra Stimilli

Quello che segue è un estratto del saggio Debito e colpa, il nuovo libro della collana «Fondamenti» in libreria in questi giorni per la casa editrice Ediesse. Un saggio che muove dal nesso tra debito e colpa con l'intento di mettere a nudo i nodi teorici contenuti in questa relazione semantica, e di collocare il problema del debito in un contesto più articolato rispetto a quello strettamente tecnico della scienza economica.

Il neoliberismo è una forma di governo che si pratica con l’autogoverno, implica strutture istituzionali di tipo amministrativo e una razionalità politica dotata di una «macchina antropogenica» diversa da quella a cui miravano le società moderne. Come si è cercato di mostrare sulla scia dello stesso Foucault, «l’invenzione» di questo dispositivo va genealogicamente individuato nel cristianesimo e nell’istituzione amministrativa dell’Ekklésia, che per prima scombina sul piano pubblico della comunità politica il dualismo dell’attività e della passività del potere, su cui si fondavano le società nel mondo antico e su cui, per altri versi, ha continuato a basarsi il patto politico moderno. Molte sono le differenze tra il «prototipo» e l’attuale realizzazione. Ma in ogni caso il suo funzionamento è dovuto al coinvolgimento di risorse specificheper la caratterizzazione della vita umana.

A queste risorse è rivolta l’attenzione di Judith Butler, intenta ad un’indagine sul potere che, al di là della sua struttura moderna, risalga piuttosto alle sue radici psichiche. La sua analisi presuppone la rottura con la logica repressiva del potere patriarcale moderno messa in atto dalle pratiche e dalle teorie femministe e mette al tempo stesso in discussione la naturalità di genere e dell’identità sessuale, pure rivendicate da un certo femminismo, a favore di una ricerca volta a individuare la loro origine culturale e la loro provenienza da pratiche sociali performative.

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso Butler, sulle orme di Foucault, conduce uno studio sul potere come macchina antropogenica, in cui i processi di assoggettamento risultano intrinsecamente connessi alle tecniche di produzione dei soggetti. Mentre Foucault appare a Butler piuttosto interessato a individuare la materialità del potere nelle sue forme istituzionali, la sua attenzione è invece rivolta alla «vita psichica delpotere», come recita il titolo del libro dedicato a questo tema. L’attualità di questo lavoro è confermata dalla recente riedizione italiana, che nella veste completamente rinnovata attesta l’interesse della sua prospettiva per un’indagine del presente (cfr. il testo di Zappino in: Butler, 2013: 7-37).

L’intreccio tra ambito psichico e ambito sociale costituiscela base dell’analisi di Butler, che mira a tenere insieme Foucault e Freud in un percorso che, da Hegel ad Althusser passando per Nietzsche, decostruisce la postura moderna del potere come dominio su soggetti già dati e, come tali, da sottomettere.

Sentirci dominati da un potere esterno a noi è forse una delle esperienze più dolorose, ma anche più comuni. Meno comune, invece, è prendere atto del fatto che ciò che noi stessi siamo – ossia che il nostro costituirci come soggetti – intrattiene una relazione molto stretta proprio con quel potere. Siamo soliti, infatti, concettualizzare il potere come ciò che si impone a noi dall’esterno, come qualcosa che ci sovrasta [...]. Tuttavia, seguendo Michel Foucault, è possibile comprendere che il potere costituisce il soggetto, determinando le condizioni stesse della sua esistenza e le traiettorie del suo desiderio: ne consegue dunque che il potere non è più, o non solo, ciò a cui ci contrapponiamo, ma anche, in senso forte, ciò da cui dipende il nostro esistere e ciò che accogliamo e custodiamo nel nostro essere (Butler, 2013: 41).

L’intento di Butler, dunque, è quello di mettere in discussione il presupposto dualismo di un soggetto assolutamente attivo e di uno assoggettato e passivo nell’esercizio del potere. Il soggetto e il potere piuttosto sono implicati in quanto frutto di una relazione che li comprende e li produce entrambi, come del resto anche gli studi sulla biopolitica successivi a Foucault hanno sostenuto. In questo senso, però, risulta chiaro come il soggetto non sia solo il prodotto del potere, ma dipenda anche da esso in maniera persino involontaria. Tanto che si può dire che un’obbedienza preventiva sia all’origine della stessa libertà o che, comunque, le due esperienze risultino originariamente non contrapposte, bensì coimplicate.

Qui sorge il problema dell’istituzione psichica della norma parallelamente alla sua istituzione sociale ed emerge anche il ruolo che il «senso di colpa» assume in un’indagine sulla «vita psichica del potere». L’interesse di Butler è quello di mostrare come «il senso di colpa» sorga, nella dimensione psichica, non come «l’effetto dell’internalizzazione di un divieto esterno» (Butler, 2013: 62) o come interiorizzazione di una violenza volta all’esterno, quanto piuttosto da una «subordinazione primaria» attraverso cui «il soggetto deve emergere paradossalmente contro se stesso per poter esistere per se stesso» (Butler, 2013: 65), da una sua postura masochistica potremmo anche dire, a questo punto, tenendo conto di quanto risulta nella stessa analisi di Butler.

È qui in gioco il problema che Freud affronta in Al di là del principio di piacere, del 1920 (cfr. Freud, 1977), dove la logica autoconservativa a cui risponderebbe il principio di piacere – alla base dello stesso funzionamento dell’apparato psichico – finisce per dimostrarsi come impossibilitata a dar ragione di tutte le istanze da cui la psiche risulta composta e da cui la vita umana prende forma. Di qui l’esigenza di Freud di ammettere l’esistenza di un altro principio, apparentemente opposto al primo, che trae origine da pulsioni di morte. Si tratta di un principio distruttivo che, come tale, risulta fondamentalmente antieconomico per l’autosussistenza della psiche.

In questo testo Freud affaccia l’idea di un’economia psichica non esclusivamente legata all’autoconservazione e, quindi, il fatto che le pulsioni di morte non siano esclusivamente opposte in maniera dualistica alle pulsioni di vita mosse dal principio di piacere. Detto in altri termini, per Freud, sembra che nella vita umana il principio del piacere non venga mai meno, piuttosto non coincide con la sua mera conservazione. Vi sono singolari complicazioni che conducono a sue differenti articolazioni. Ciò che complica il dominio del principio del piacere sono possibili e diverse modalità della sua amministrazione. In questa direzione, particolarmente significativo per il nostro discorso è l’interesse con cui Freud, a partire dalla stesura di questo testo, osserva con sempre maggior convinzione i fenomeni psichici dal punto di vista «economico».

Alla conformazione «topica», secondo cui la psiche sarebbe spazialmente divisa in regioni sovrapposte (Es, Io, e Super-Io), risulta infatti per lo più connesso, nel discorso freudiano, un approccio giuridicolegale, che culmina con il dominio della Legge del Super-Io, a cui corrisponde sul piano sociale – come si è visto – l’istituzione giuridica statale. Questa visione, in definitiva eccessivamente rigida per una piena comprensione delle energie psichiche, viene progressivamente integrata da Freud con un punto di vista «economico», che presuppone una gestione dinamica della vita della psiche.

Da un lato, la gestione dinamica dei fenomeni psichici fondamentalmente si fonda sulla logica economica dei costi e benefici. Non va sottovalutato, a questo proposito, il fatto che negli stessi anni in cui Freud elabora una visione «economica» il più possibile adeguata alla complessità dei fenomeni psichici, a Vienna stavano lavorando alcuni tra i maggiori economisti esponenti della cosiddetta Scuola austriaca marginalista. L’idea di un’ottimizzazione della prassi, sottesa alle teorie economiche della scuola austriaca, sembra trovare un chiaro riscontro nel punto di vista economico presente nel discorso freudiano, che mira a calcolare il dispendio dinamico necessario che l’economia psichica deve sostenere per il raggiungimento di un sano equilibrio pulsionale.

Ma l’ottimizzazione dei fenomeni psichici non si esaurisce, per Freud, in un lineare calcolo dei costi e dei benefici, in definitiva coerente con la struttura legale del punto di vista topico finalizzata all’autoconservazione, che egli vorrebbe, appunto, criticare. Così come, d’altra parte, nel marginalismo il valore economico non coincide, come nell’impostazione classica di Smith e Ricardo, con il lavoro impiegato a produrlo. Ricondotto all’utilità attribuita dal consumatore, il valore tende qui a spostarsi sul piano soggettivo, sgretolando il costrutto metafisico dell’economia classica ed evidenziando il fulcro del dispositivo economico nella vita psichica dei soggetti, sui desideri: desiderio di soddisfazione, certo, e di equilibrio, ma anche desiderio in eccesso, insoddisfatto, sempre rivolto verso di sé e, dunque, continuamente preso nel vortice del ciclo interminabile di domanda e offerta fondato sul consumo. Nel momento in cui, poi, con il neoliberismo, anche il consumatore diviene «imprenditore di sé», la sua valutazione non solo aumenta in proporzione alla quantità di ciò che consuma, ma viene incrementata anche dalla qualità dei prodotti consumati, che trasformano il suo stesso modo d’essere come consumatore «imprenditore di sé». L’economia della psiche, allora, in qualche modo in linea con quanto rilevato da Freud, assume un ruolo determinante per l’affermazione politica dell’economia come forma di governo, come potere dissipativo e non repressivo.

Butler nel suo studio non è interessata a questo passaggio, ma si concentra piuttosto sul ruolo che il «senso di colpa» assume per la «vita psichica del potere». Indicativo è il fatto che, per parlare del «senso di colpa», oltre a Freud, faccia riferimento anche a Melanie Klein. Nella sua opera di interpretazione del lavoro del maestro, Klein ha infatti saputo far tesoro dell’ipotesi di un «masochismo primario», annunciata da Freud, ma mai portata da lui alle estreme conseguenze: l’idea, cioè, che il «problema economico del masochismo» (cfr. Freud, 1978 a), il suo «enigma» come pulsione primaria della vita umana, non risieda tanto nella modalità evoluzionisticamente selezionata di interiorizzazione dell’aggressività e della violenza istintivamente rivolta all’esterno e finalizzata alla lotta per la sopravvivenza. La «tendenza masochistica nella vita pulsionale» per Freud «rappresenta un enigma dal punto di vista economico» (Freud, 1978a: 5), perché trae beneficio dalla stessa condizione di svantaggio in cui sorge. In una logica paradossale in cui pulsione di vita e pulsione di morte coesistono, il profitto, per così dire, emerge in sé e non viene semplicemente ricavato in seguito a un costo pagato per ottenerlo. In gioco, cioè, è l’enigma di un vivente che è contro se stesso o, piuttosto, contro la sua attitudine meramente conservativa.

Su questo enigma si concentra gran parte dell’opera di Klein, in particolare il suo lavoro sul «senso di colpa», volto a recuperare all’interno della ricerche freudiane una sua origine anteriore all’epoca del complesso edipico e al potere patriarcale ad esso connesso, anteriore cioè all’emergere della colpa come conseguenza dell’interiorizzazione dell’aggressività o come forma interiorizzata di un rifiuto esterno. Il suo interesse piuttosto sta nel comprendere in che senso, per Freud, ma anche al di là dei suoi risultati, la colpa sia l’espressione di un «conflitto ambivalente innato, dell’eterna disputa tra amore e desiderio di morte» (Klein M., 2012: 80).

Attraverso i suoi studi sui primi mesi di vita degli infanti, Klein arriva ad affermare che sia

lecito presumere che la lotta tra pulsioni di vita e di morte sia in atto già al momento della nascita e che accentui l’angoscia persecutoria suscitata da questa dolorosa esperienza (Klein M., 2012: 87).

La colpa si originerebbe, dunque, in questo senso, sin dalla nascita insieme all’angoscia per la perdita dell’oggetto amato che, nell’impasto pulsionale da cui sorge, il vivente umano sente come di aver causato e dalla quale ha invece inizio la sua stessa vita. La «melanconia», descritta da Freud, ripresa da Klein e reinterpretata da Butler, è lo stato in cui ci si rifiuta di ammettere questa perdita.

Il dolore della perdita – scrive Butler – viene «accreditato» a colui che soffre, al punto che la perdita è concepita come una colpa o come un danno meritevole di risarcimento; si cerca un risarcimento per i mali autoinflitti, ma non lo si accetta da altri, al di fuori di se stessi (Butler, 2013: 197).

Tutto questo sembra avere intimamente a che fare con l’abisso che si produce all’origine della vita umana: come un vuoto in cui – sia dal punto di vista filogenetico, che da quello ontogenetico – si fa esperienza di una perdita e al contempo di un abbandono. È il modo attraverso cui è data al vivente umano la possibilità di dar forma alla propria vita: un’impresa spiazzante. Non c’è centro da cui iniziare. Le fondamenta su cui poggiano le altre specie viventi nell’animale umano sono come dissolte. Non ha ambiente naturale in cui vivere, non conosce segnali specifici atti a disinibire ricettori determinati specificamente selezionati per la sopravvivenza. Nel processo di evoluzione dei viventi la vita umana ha prodotto modalità differenti per la sua autoconservazione.

Gli spazi degli ambienti naturali sono comunque riempiti da processi automaticamente innescati, di fatto mai sospesi o disattivati. Non c’è possibilità che, come tale, si manifesti in essi. Con la vita umana, invece, si è prodotto nella catena dei viventi uno iato, un’apertura che eccita e, al tempo stesso, confonde. La sua prossimità a un vuoto in cui inabissarsi tende continuamente a trasformare questa vita in un’impresa devastante, che sembra non avere nulla a che fare con un’architettura ben edificata volta all’autoconservazione. Di qui la sofferenza di cui parla Butler, che è «dolore della perdita [...] “accreditato” a colui che soffre, al punto che la perdita è concepita come una colpa» (Butler, 2013:197). Una disistima profonda, radicale, può prodursi all’origine di una vita che sente la possibilità a cui è aperta come una minaccia, un impoverimento.

Non è un caso che buona parte del pensiero filosofico del Novecento – volto alla destituzione dei presupposti metafisici della nozione di soggetto e interessato alla definizione di una nuova antropologia – sia in qualche modo sorto a partire da una riflessione intorno a questa «disistima originaria» e ha per lo più finito per concepire la possibilità a cui la vita umana è aperta come un impoverimento, una mancanza, una negatività. Basti pensare alla grande esperienza dell’antropologia filosofica tedesca (Gehlen, Plessner, ecc.) o al lavoro svolto da Martin Heidegger in questa direzione. Particolarmente significativo per il nostro percorso è, ad esempio, il fatto che Heidegger, nel paragrafo 58 di Essere e tempo, parlando della «colpa» addebitata dalla coscienza nel momento della «chiamata-autentica», la definisca un «debito», una «mancanza» non di «qualcosa» di definito, ma come carattere ontologico-esistenziale della «negatività» da cui l’esistenza umana sarebbe già da sempre segnata. Questa negatività, seppure ridiscussa e problematizzata in seguito dallo stesso Heidegger, non ha maiperso del tutto l’opacità da cui resta caratterizzato il suo discorso.

Anche Butler, per molti versi, non sfugge a questa torsione filosofica, senza tuttavia esimersi da una profonda riflessione che tenga conto della complessità del fenomeno. Riconosce, ad esempio, che prima dell’operazione di un «agire critico», elaborazione di una prassi linguisticamente caratterizzata e potenzialmente aperta, di fatto, «non vi sia alcuna questione di alta o bassa autostima» (Butler, 2013: 197), dunque neppure alcuna qualificazione negativa. Ė come se una potenzialità ontologicamente aperta all’originedella vita umana, per assumere il potere di cui pure dispone, trovi le modalità per autoaccusarsi di una colpa, di una mancanza, di un essere in debito che risulta così ciò su cui unicamente può investire per dar valore a quanto sembra non averne.

La questione è sicuramente molto complessa e non trova, forse, in Butler – almeno nel lavoro qui preso in esame – un’articolazione del tutto compiuta in questa direzione; né è possibile, per noi, affrontarla ora in maniera adeguata. Ciò che piuttosto interessa notare, a questo punto, è come Butler, sulla base della stretta interconnessione da lei individuata tra la dimensione psichica individuale e quella collettiva, insista sul fatto che

la violenza della regolamentazione sociale non risied[a] tanto nella sua azione unilaterale, quanto nel contorto percorso seguito dalla psiche nell’auto-accusarsi di poco valore (Butler, 2013: 197).

La «melanconia» (cfr. Mazzeo, 2009), su cui Butler si concentra nel libro, insieme a Freud e a Klein, disegna la scena di emersione del soggetto del potere (nei due sensi del genitivo). L’attuale modalità che questa assume nelle forme depressive di disagio che caratterizzano le società contemporanee, dominate dal mercato globale, non sono che una delle «vie tortuose» della sua «vita psichica», della vita di un potere che reprime passando attraverso la libertà.

Riferimenti bibliografici

Butler J. (2013), La vita psichica del potere. Teorie del soggetto, a cura di F. Zappino, Mimesis (The Psychic Life of Power, Standford University Press, Redwood City, Ca, 1997).

Freud S. (1977), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol.9, Boringhieri, (Jenseits des Lustprinzips, in Gesammelte Werke, Bd. XIII, S. Fischer Verlag, 1940).

Freud S. (1978a), Il problema economico del masochismo, in Opere, vol. 10, Boringhieri, (Das ökonomische Problem des Masochismus, in Gesammelte Werke, Bd. XIII, S. Fischer Verlag, 1940).

Klein M. (2012), Sulla teoria dell’angoscia e del senso di colpa, in Id., Angoscia, aggressività e senso di colpa, Boringhieri, 78-105 (On the Theory of Anxiety and Guilt, 1948, in Id., Developments in Psycho-Analysis, The Hogarth Press, 1975).

Mazzeo M. (2009), Contraddizione e melanconia. Saggio sull’ambivalenza, Quodlibet.

Cosa sono le risorse umane?

Federico Zappino

Il modo in cui la nuova ragione del mondo neoliberista imperversa e continua a imporsi ovunque, senza incontrare consistenti e ben organizzate ragioni contrarie, può essere solo parzialmente leggibile se non si è disposti a comprendere come questa imperversi e s’imponga innanzitutto “dal basso”, nei luoghi e nei rapporti quotidiani di lavoro, sia pubblici sia privati. Dagli anni Settanta in poi, e in particolare sotto l’egemonia dei governi liberisti degli anni Ottanta, il modello dell’impresa privata – e della sua etica protestante che, come diceva il borghesissimo Weber, è spirito del capitalismo – è assurto a paradigma non solo del modo di organizzazione del lavoro in generale, ma anche del modo di governo, di relazione e di soggettivazione – come ben attestano note formule quali soggetti-impresa, o imprenditori di se stessi.

In seno a questo paradigma, le modalità di gestione delle risorse umane – perfettamente consone ai processi di precarizzazione, di desindacalizzazione e di de-welfarizzazione – individualizzano pressoché ovunque il rapporto che ciascun lavoratore intrattiene sia con la propria mansione e con la propria autovalorizzazione, sia con chi decide dei suoi rinnovi contrattuali, anche quando non sono retribuiti. Tali forme, da un lato erodono la dimensione collettiva e sociale del lavoro, così come le possibilità concrete di autonomia e di alleanza tra lavoratori; dall’altro riempiono i buchi di tale erosione attingendo a tutta una serie di pseudoscienze derivanti in particolar modo dalla psicologia positivistica e, più di recente, dalle neuroscienze o dalla programmazione neurolinguistica (PNL), così come dalla filosofia, con le quali dissimulare o giustificare l’arbitrio e portare finalmente a compimento la spoliticizzazione integrale del lavoro e dei lavoratori su larghissima scala, mediante una gestione perfettamente determinabile e programmabile, almeno quanto determinabili e programmabili, secondo tali scienze, sarebbero la Mente, i Nervi, il Corpo. Lavoratori e individui, dunque, che non solo sopportino la precarietà e l’eclissi dei diritti sociali, o che ad esse soccombano sotto l’irruzione della necessità, ma che addirittura sposino convintamente questa nuova razionalità. E che, se adeguatamente valorizzati, pervengano a farsene promotori, ad amarla, quasi a erotizzarla.

In altre parole, per comprendere appieno la ragione neoliberista occorre addentrarsi nei sentieri del management, come fa bene il libro di Massimiliano Nicoli, Le risorse umane, appena pubblicato per Ediesse nella collana Fondamenti. Nicoli, che è studioso di Foucault e anche attivista sindacale, offre validi strumenti per la ricostruzione e l’analisi di questo processo (tra cui un opportuno Glossario in coda al testo), e lo fa proprio restituendogli una profondità storica e concettuale, secondo il metodo genealogico foucaultiano, in grado di mettere in risalto le varie strategie, i vari conflitti e i vari campi di forze che sono confluiti nella sua stratificazione. Interessante è dunque il carotaggio nella tanta letteratura manageriale contemporanea (cap. 1), volto a mettere in luce quanto sia stata proprio la fagocitazione di saperi e discorsi umanistici ad aver costituito uno dei tasselli necessari per l’attuale gestione delle risorse umane.

Essa ha consentito infatti di lubrificare, innanzitutto a livello discorsivo, la penetrazione del capitale in ogni spazio del vivente: da un lato, conferendo un volto nuovo all’impresa, responsabilizzandola rispetto ai problemi dell’umanità e dell’ambiente (la corporate social responsibility, uno dei modi attraverso i quali il capitale fa pink e greenwashing); dall’altro mediante l’esortazione al «dialogo» e alla «sinergia», così come attraverso l’appello a concetti che mirano a catturare e coinvolgere individualmente il soggetto, quali la «responsabilità» individuale per un «progetto comune», o la «speranza».

Processi di individualizzazione, questi, che non potevano essere colti dalle analisi di Marx ed Engels delle fabbriche dell’800, in cui vigevano sì la gerarchia, la disciplina e disordinate forme di pianificazione, ma in cui si auspicava anche la cooperazione tra i salariati come «forma specifica del processo produttivo», come presupposto per quella «forza di massa» necessaria al capitale, che finiva regolarmente per agevolare forme collettive di antagonismo, di sciopero e di sabotaggio da parte degli operai, e dunque per rallentare i processi produttivi (cap. 2).

Nemmeno il modello organizzativo di Taylor riuscirà a imbrigliare del tutto la «mano ribelle del lavoro»; ma certo Taylor – e il suo «matrimonio» con Ford (cap. 3) – darà vita a un «paradigma produttivo» altamente razionale e inflessibile che diverrà egemonico in tutto il mondo industrializzato. E che, interpretato qui con lo strumentario foucaultiano, si pone per la prima volta come un «dispositivo di controllo-assoggettamento», ossia un dispositivo in cui il lavoratore non è solo soggiogato al processo produttivo, ma acquisisce competenze e abilità in seno allo stesso processo – assume un’identità.

L’identità individuale del singolo lavoratore diventa centrale nei processi produttivi contemporanei. Il management, che vede il suo antenato più prossimo nel taylorismo ma che, a differenza di questo, è maggiormente ispirato alla flessibilità del toyotismo giapponese (cap. 4) è d’altronde quell’insieme di tecniche, saperi, e dunque poteri, di direzione e di gestione aziendale che consiste nella definizione degli obiettivi futuri mediante decisioni prese innanzitutto a partire dalla valorizzazione delle risorse disponibili: risorse che, in tempi di capitalismo finanziario, relazionale e immateriale, sono principalmente risorse umane.

Il management è dunque la forma di governo paternalistica (e totalitaria) dei luoghi e delle relazioni di lavoro; ma il management è la forma di governo anche dell’intera società post-taylorista e postfordista, in cui il mondo coincide con il capitale, o in cui l’impresa ha totalizzato il mondo, e in cui dunque non si dà più alcuna distinzione tra luoghi, tempi e relazioni di lavoro e di tempo libero, tra soggetti e soggetti produttivi: ogni competenza o attitudine relazionale, dai saperi tradizionali all’orientamento sessuale, è una risorsa messa costantemente a valore e al lavoro dal capitale. Meccanismo la cui perversione, tra le altre cose, è consistita nell’aver consentito l’inclusione strumentale nei processi produttivi e di messa a valore – ossia: nel mondo – di quei soggetti un tempo esclusi, come ben dimostra il diversity management, appunto.

Il management, in altri termini, è il contraltare aziendale – e dunque: la stessa cosa – della governamentalità neoliberale. D’altronde, la formula «risorsa umana» ha il pregio di evocare proprio quella compenetrazione tra soggettività e potere – il pregio di mettere in evidenza che quel processo mediante il quale il management procede alla gestione delle risorse umane non è l’altra faccia, bensì l’unica faccia del capitale, il quale produce meticolosamente ciò da cui poi estrae valore. Che a questo processo sia possibile opporre resistenza appellandosi foucaultianamente alle semplici controcondotte, soprattutto quando sono in pochi a farlo, è una questione aperta. Senz’altro, la genealogia tracciata da Nicoli offre ottimi strumenti concettuali a quanti abbiano in mente una ragione contraria – una ragione, cioè, che senza uscire dallo strumentario foucaultiano, ritiene che le varie controcondotte debbano trovare un modo per organizzare qualcosa in comune.

Massimiliano Nicoli
Le risorse umane
Ediesse (2015), pp. 239
Collana Fondamenti
€ 12

alfadomenica gennaio #1

CIERVO sul PROGETTO COSTITUZIONALE DELL'UGUAGLIANZA – VOCE su HEIDSIECK - SEMAFORO di Carbone - RICETTA di Capatti

IL VENTO DELL'UGUAGLIANZA
Antonello Ciervo

A parlare di uguaglianza in tempi così bui si corre davvero il rischio di essere inattuali: forse è proprio per questo motivo che deve essere letto con piacere il recente volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Giorgi, intitolato Il progetto costituzionale dell’uguaglianza. Questo lavoro collettaneo, che raccoglie gli atti del convegno internazionale, promosso ed organizzato dalla Fondazione Basso nel dicembre del 2013 a Roma, affronta in chiave multi-disciplinare la questione dell’uguaglianza – a partire dalle scelte del Costituente repubblicano – e si pone l’interrogativo, davvero inattuale, se sia possibile ancora oggi costruire una società degli eguali.
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BERNARD HEIDSIECK: UN PONTE TRA VOCE E PAROLA
Lello Voce

La figura di Bernard Heidsieck è di importanza capitale, proprio per la sua capacità di farsi polo attrattore di molte vie apparentemente divergenti e di sintetizzarle in modo assolutamente originale. Chiunque volesse provare davvero, non dico a scriverla, ma almeno a progettarla, questa benedetta storia della poesia dal punto di vista della voce, non potrebbe, insomma, negare che l’opera di Heidsieck è di rilievo estremo ed esemplare, proprio per la sua capacità di farsi punto di attrazione di molti degli aspetti che la poesia sonora (come lui, tra i primi, la definì) ha assunto nella seconda metà dello scorso secolo, di farli dialogare, o litigare, fino a tirar fuori dal loro mescolarsi un linguaggio nuovo.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ARTE - RAZZISMO - RIVOLTE
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AUGURI! di Alberto Capatti

Il 2014 l’ho inaugurato con le fettuccine al triplo burro, il 2015, siccome ci sarà Expo, prendo il tono basso, che, in cucina, vuol dire, qualcosa di semplice ma non scontato. Scelgo allora la ricetta francese del croque-monsieur.
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Il vento dell’uguaglianza

Antonello Ciervo

«Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige l’eguaglianza, qui non conta niente nessuno». È questo il messaggio di benvenuto che il Sergente Hartman rivolge alle sue nuove reclute, che iniziano il loro duro apprendistato nel corpo dei marines.

Messaggio cinico ed iperbolico allo stesso tempo, eppure terribilmente efficace, che strappa un sorriso amaro e che sembra descrivere perfettamente il nostro presente: in quella grande caserma in cui si sono trasformate le società neoliberiste occidentali, infatti, il principio di uguaglianza sembra aver perso tutta la sua carica sovversiva.

Non soltanto si è ridotto ad un mero rilievo formale – siete tutti uguali davanti alla legge e tanto vi basti –, ma è stato, al contempo, completamente forcluso dal dibattito pubblico. Bisogna fare le riforme, è necessario raggiungere il pareggio di bilancio, non si possono sforare i parametri di Maastricht, bisogna rendere sempre più efficiente la macchina dello Stato: tutte queste parole d’ordine, forti della propaganda neoliberista e della degenerazione tecnocratica ad esse sottesa, rimuovono gli effetti della macelleria sociale di cui nascondono i mandanti.

I nostri nonni erano soliti sfogarsi, quando le cose non andavano come volevano, dicendo che a loro li aveva rovinati la guerra; i nostri padri, invece – per colpa di quella cattiva coscienza che ti ricorda che a vent’anni eri giacobino e a sessanta ti ritrovi ad applaudire Papa Francesco alla televisione –, si lamentano che a loro li ha rovinati il Sessantotto. La nostra generazione, invece, la sta rovinando la Bocconi e tutti quei think-tanks pseudo-accademici che sfornano, anno dopo anno, soggettività lavorative docili alle leggi del mercato, pronte a dare immediata attuazione al progetto politico della troika.

A parlare di uguaglianza in tempi così bui, insomma, si corre davvero il rischio di essere inattuali: forse è proprio per questo motivo che deve essere letto con piacere il recente volume, pubblicato da Ediesse e curato da Chiara Giorgi, intitolato Il progetto costituzionale dell’uguaglianza. Questo lavoro collettaneo, che raccoglie gli atti del convegno internazionale, promosso ed organizzato dalla Fondazione Lelio e Lesli Basso nel dicembre del 2013 a Roma, affronta in chiave multi-disciplinare la questione dell’uguaglianza – a partire dalle scelte del Costituente repubblicano – e si pone l’interrogativo, davvero inattuale, se sia possibile ancora oggi costruire una società degli eguali.

Il punto di partenza, come detto, è l’articolo 3 della Costituzione scritto da Lelio Basso in Assemblea Costituente: se infatti, al primo comma, recependo la tradizione liberale, l’articolo 3 sancisce il “classico” principio di uguaglianza formale, al secondo comma, invece, esso assume una connotazione davvero sovversiva: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ci voleva davvero, come scrive Chiara Giorgi, tutta la fantasia giuridica di un socialista eretico come Lelio Basso, per scrivere un articolo del genere, capace in maniera così icastica di denunciare quella scissione tra citoyen e bourgeois, quella contraddizione tutta interna allo Stato liberale borghese che, prima di altri, già Marx aveva colto nella Questione ebraica. Ma è proprio in questa lettura processuale della trasformazione della società – in pratica, un cammeo di Rosa Luxemburg alla Costituente –, che si radica un’idea del diritto che ancora oggi movimenti e partiti di sinistra (o quanto meno ciò che di loro resta nell’attuale scenario politico), non riescono ad apprezzare fino in fondo.

È proprio Chiara Giorgi a ricordarcelo quando afferma, con le parole di Lelio Basso, che il diritto e le istituzioni «non sono semplicemente strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo insieme, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche, nel quale non è solo la classe dominante a trovare spazio». Del resto, il secondo comma dell’articolo 3 dichiara che l’ordine giuridico è in contrasto con l’ordine sociale: la Costituzione dice e pretende l’uguaglianza, ma è costretta a riconoscere che essa di fatto nella società ancora non esiste. L’uguaglianza, quindi, deve ancora essere realizzata, è il punto di arrivo, non il punto di partenza del nostro agire politico.

In questa prospettiva, il diritto si pone non più in termini sovra-strutturali – come vorrebbe una rozza vulgata marxista, che ancora oggi ottiene migliaia di mi piace su facebook –, ma come infra-struttura rispetto alla società, come potenziale strumento nelle mani delle classi subalterne per provare a sovvertire l’assetto istituzionale del presente: il diritto, in ultima istanza, è sempre anche conflitto sociale, è sempre anche «lotta per conquistare diritti». Insomma, mentre assistiamo a discussioni inutili e ad oziosi distinguo su quale debba essere l’uso più (ideologicamente) corretto del diritto, chi comanda – che, come è noto, non è disposto a fare distinzioni filosofiche – sembra aver già colto in anticipo, e con estrema lucidità, qual è oggi la posta in gioco della politica.

Del resto, le riforme che la troika – tramite la famosa lettera della BCE – ha chiesto all’Italia, non si pongono forse sul piano di una diversa ricostruzione giuridica dei rapporti sociali? La riforma del mercato del lavoro – con l’abrogazione di buona parte dello Statuto dei lavoratori, incluso l’articolo 18 –, l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e la rigorosa regolamentazione legislativa della tracciabilità delle transazioni monetarie, non sono forse un esempio di «rivoluzione regressiva» che tende ad acuire le disuguaglianze sociali, al fine di creare la società neo-liberista perfetta?

E non è stata forse JP Morgan, in un documento top secret del 28 maggio 2013, poi pubblicato su tutti i quotidiani europei, ad affermare che «I sistemi politici dei paesi del sud Europa, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”, perché prevedono “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo»?

Il libro curato da Chiara Giorgi, impreziosito da una bella introduzione di Stefano Rodotà, è davvero un piccolo laboratorio di critica intellettuale che raccoglie i contributi di importanti studiosi, che nel corso degli ultimi anni, si sono confrontati proprio su questi temi. Tra i lavori più importanti, si segnalano senz’altro quello di Gaetano Azzariti, che analizza lo sviluppo storico della portata rivoluzionaria del principio costituzionale dell’uguaglianza, ma anche quello di Luigi Ferrajoli, che mette in luce la crisi del nesso funzionale che intercorre tra uguaglianza, sviluppo economico ed economia. In particolare, il filosofo sottolinea come i diritti non possano attuarsi per virtù propria, ma necessitano sempre della politica, perché non si può «reclamare il nesso fra uguaglianza, diritti e partecipazione senza riferirsi a un modello politico che a questo nesso ispiri le sue scelte».

Ma sono soprattutto i saggi a firma di due economiste, Elena Granaglia e Laura Pennacchi, che analizzano, dati alla mano, l’aumento esponenziale delle disuguaglianze causato dalle ricette economiche neo-liberiste, attuate acriticamente dalla cosiddetta “sinistra riformista”. Elena Granaglia, ad esempio, analizza con dovizia di particolari l’andamento dell’indice di Gini negli Stati Uniti nel corso dell’ultimo decennio ed i dati che snocciola sono davvero sconcertanti: tra il 1997 ed il 2012, il 68 % della ricchezza prodotta negli States è andata all’1 % della popolazione più ricca, mentre nel periodo che va dal 2009 al 2012, quello stesso 1 % si è impossessato addirittura del 95 % del PIL.

A ciò si aggiungano le disuguaglianze reddituali nel mondo del lavoro: se fino agli anni Settanta del secolo scorso, il rapporto reddituale tra un amministratore delegato di una corporation ed un suo dipendente era di 1 a 20, oggi siamo arrivati ad una forbice di 1 a 273! In pratica, l’amministratore delegato di MacDonald, nel 2013, ha guadagnato 10.500 dollari l’ora, mentre la paga oraria di un dipendente medio dell’azienda si è attestata a soli 9 dollari lordi. Sulla stessa scia si muove Laura Pennacchi, la quale rileva come la crisi finanziaria del 2007 sia stata una vera e propria «bancarotta della teoria economica del neo-liberismo ortodosso», un paradigma teorico questo che ha dimostrato tutta la sua fallacia e che tuttavia «continua imperterrito sul piano pratico a dominare le menti e le politiche», a dimostrazione del fatto che la sua sconfitta teorica non equivale alla sua resa politica.

I ragionamenti della Pennacchi e della Granaglia muovono da un approccio metodologico indubbiamente di tipo neokeynesiano, che sta ritornando in auge nel dibattito scientifico del nostro paese, anche grazie all’enorme successo ottenuto dal recente lavoro di Thomas Piketty. In sintesi, dietro queste nuove visioni critiche del mainstream neoliberista, si nasconde l’idea che il capitalismo, lasciato a sé stesso, crea disuguaglianze sociali su vasta scala. Il punto però è che per poterlo dire – e, quindi, per essere legittimati a criticarlo – è necessario dimostrare, da un punto di vista rigorosamente econometrico – cioè, come detto, dati alla mano –, che se si continua così, a guadagnarci saranno sempre e soltanto i soliti noti.

Forse anche questo è un segno dei tempi: se, infatti, l’unico modo per affermare che il capitalismo crea disuguaglianze, consiste nel fare accurate ricerche statistiche – finalizzate a dimostrare che questo tipo di politiche economiche non è conveniente per la maggior parte dei lavoratori –, significa che ci troviamo nella situazione, un po’ paradossale, per cui diventa obbligatorio guardare le previsioni del tempo in televisione, prima di poter essere autorizzati a dire se fuori piove o c’è il sole. Il rischio è che in questo modo si contrapponga tecnicismo a tecnicismo, un modello economico cattivo ad uno buono, soltanto perché il keynesismo ha funzionato meglio del neoliberismo, per un paio di decenni nel corso del XX secolo e, tra l’altro, soltanto in Occidente.

Il limite di questo approccio, allora, consiste nel restare comunque fedeli ad una ragione calcolante, senza elaborare – per contrapporla alla ragione neoliberista – un’idea altra della società – come pure si afferma nei saggi sul costituzionalismo sudamericano di Marcello Cattoni e Isidoro Cheresky presenti nel volume –, un’idea fondata sulla tutela dei diritti sociali e sul promovimento dell’uguaglianza di fatto di chi lavora, senza funzionalizzare questo progetto a criteri efficientistici o a riscontri econometrici.

Non sarà quindi la scienza triste a dirci come fare per creare una società di eguali, ma sarà la lotta per i diritti e l’immaginazione delle nuove soggettività lavorative – che desidereranno questa nuova società e che ricominceranno nuovamente a produrre conflitto sociale –, ad indicarci la rotta. In fin dei conti, non hai bisogno di una laurea in economia per sapere che il capitalismo crea disuguaglianze: basta semplicemente lavorare 16 ore al giorno davanti ad un computer, con un contratto di lavoro che scade dopo un mese – che non sai ancora quando e se ti verrà rinnovato –, aprire il portafogli e renderti conto che anche questa volta, per pagare l’affitto, dovrai chiedere i soldi a mamma e papà. Del resto, come dice il poeta, You don’t need a weatherman to know which way the wind blows: e fuori dalla finestra, così pare, c’è la bufera.

Il trucco

Michele Spanò

Il libro di Ida Dominijanni Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014), verrà presentato oggi alle 17.30 alla Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). Con l'autrice intervengono Laura Bazzicalupo, Maria Luisa Boccia e Mario Tronti. 

C’è una generazione, a cui chi scrive crede di appartenere, che ha capito qualcosa dell’essenziale non coincidenza della politica con se stessa leggendo, per molti anni, la leggendaria rubrica che Ida Dominijanni pubblicava sul manifesto: Politica o quasi

Era un altro modo – misurato su un’epoca incapace di essere epocale – di dire è già politica; i presunti confini che presidierebbero il politico e le indefettibili logiche che deciderebbero dell’attribuzione del predicato della politicità a eventi, azioni e soggetti apparivano in tutta la loro intransitabile opacità, parzialità e malcelata arbitrarietà, striati gli uni e attraversate le altre dalle correnti del desiderio, dagli inciampi del godimento, dagli ostacoli e dalle sorprese del corpo sessuato, dalle fantasie e dai fantasmi delle parole. Tutto ciò che impedisce alla politica di coincidere con se stessa (di chiudersi, di appartenersi) è dunque anche ciò che le permette di accadere altrimenti da come e altrove da dove avremmo immaginato (o dovuto immaginare).

A lungo restia – e non senza buone ragioni – all’idea di dare al suo pensiero la forma di un libro, Ida Dominijanni ha scelto finalmente di farlo sfidando deliberatamente il contro-tempo e scrivendo perciò un testo felicemente e orgogliosamente inattuale senza perciò essere intempestivo. Anzi: Il trucco è un libro genuinamente e letteralmente contemporaneo. Perché parla tanto di ciò che ci capita oggi almeno quanto di ciò che vuol dire parlarne. E parlare di noi – e cioè di politica; e cioè di corpi e parole – vuol dire (anche) parlare di Silvio Berlusconi. Autobiografia della nazione e delle peripezie del potere e del godimento, emblema del “sesso-valuta” e monogramma del post-patriarcato, il berlusconismo è l’indice di un terremoto simbolico che non smette di agitare la scena della politica e del desiderio.

Proprio questa eco (che è anche una memoria e – così ci viene suggerito – una rimozione) è quella che Dominijanni si cimenta a interrogare: per farlo mobilita quel sapere dell’esperienza che è il pensiero della differenza sessuale (e chi fosse ancora tentato di tacciarlo di biologismo o essenzialismo avrà qualcosa in più da imparare da questo libro), fatto convenientemente reagire con la lezione di Michel Foucault e quella di Jacques Lacan (entrambi fortunatamente anni luce lontani dagli usi maldestri e passepartout che ultimamente affliggono e affollano le pagine culturali dei quotidiani).

Il berlusconismo è stato il tempo e è la condizione (si potrebbe quindi dire, con Pocock, che esso è il momento) del post-patriarcato conclamato: se la fine di un ordine simbolico non è una cosa da ridere è perché in esso si danno, contemporaneamente e contraddittoriamente (in una parola: ambiguamente), elementi che, fuoriuscendo da un quadro dell’immaginario usato e consueto (dunque, per alcuni, che sono gli uomini, fondamentalmente rassicurante), riconfigurano da cima a fondo le posizioni, reinterrogano gli abiti e confondono i titoli (a parlare, soprattutto).

E allora si scopre che la fine di Berlusconi non è questione, innanzitutto e perlopiù, di corpi offesi di donne vittime, ma di parole brucianti e azioni arrembanti di donne libere; non è questione, innanzitutto e perlopiù, di morale e di penale, di vizi privati e di vizi pubblici, ma il tempo del venir meno di questi stessi confini (a dispetto dei “convergenti estremismi” dell’antimoralismo così moralista – e normativo – di molti e di alcune e del moralismo così inderogabile – e normativo – di altre molte e molti altri).

Non è stato neppure il tempo di un sesso fatto e goduto da tutte e tutti: ma un tempo di una fantasia di potenza (politica) specchiata in un fantasma di impotenza (sessuale); un tempo in cui denaro, potere e sesso hanno provato, fallendo, a fare ordine intrecciandosi. È questo l’algoritmo di Berlusconi, miniaturizzato in un rigo di Walter Siti di cui il libro di Dominijanni potrebbe essere a rigore considerato il commento talmudico (quello cioè capace di illuminarlo una volta per tutte): “Io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera”.

Al centro della contesa sta dunque un significante potente – e ambiguo – come quello che ha nome libertà: signaculo in vessillo del Popolo che, per interposto corpo del Capo, la incarna e condizione di donne che non hanno più bisogno degli uomini per dire il proprio desiderio e dare forma alla propria vita con autorità. Il berlusconismo è il prodotto della politica e del suo immaginario quando l’ordine simbolico prende congedo dalla legge del Padre: la confusione che ne è il residuo non è però l’Apocalisse che attende nuovi padri o figli (o fratelli, purché maschi) perbene; l’addio a Edipo sta più dalle parti di Cronenberg che da quelle di Omero: c’è tutta una libertà da risignificare e un’estetica da immaginare.

Fuori dal lutto e dal godimento di morte che gli uomini come Berlusconi ci hanno voluto (soprattutto a noi altri uomini) contrabbandare come una dolce medicina alla fine del loro (nostro?) tempo. Il contravveleno era ed è la differenza sessuale (femminile e maschile – proprio come quelle “questioni” di cui Berlusconi non è stato che il nome); essa non smette di incarnare un’altra idea e un’altra pratica della libertà e sfida a immaginare una politica – che continuerà a avere quali suoi fondamentali ingredienti i corpi e le parole – dove si sceglie che sogno sognare (o almeno – e non è poco – di non sognare sempre lo stesso sogno).

Ida Dominijanni
Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi
Ediesse (2014), pp. 253
€ 14,00.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Acciaio
Nel 1900 la US Steel Corporation produceva quasi il 30% dell'acciaio mondiale e la produzione statunitense era il 36% del totale globale. Alla fine della seconda guerra mondiale, con il Giappone e la Germania a pezzi, la quota degli Stati Uniti corrispondeva quasi all'80 % globale, ma a partire dalla metà degli anni '50 l'espansione delle acciaierie giapponesi e sovietiche ha comiciato a erodere il peso dell'industria americana. Nel 1975 gli Usa avevano ancora tre compagnie tra i dieci maggiori produttori di acciaio nel mondo (US Steel era la numero 2), nel 1990 US Steel era rimasta l'unica nel gruppo di testa (al quinto posto) e un anno dopo USX, la società da cui dipendeva, è stata estromessa dal Dow 30 in favore della Disney. Nel 2000 non c'erano società americane nella top 10: US Steel era al quattordicesimo posto. Nel 2011 era al tredicesimo, ma sei sulle dieci maggiori compagnie produttrici di acciaio nel mondo erano in Cina e gli Stati Uniti, producevano meno del 6 % dell'acciaio globale, contro il 45 % della Cina.
Vaclav Smil, Making the Modern World: Materials and Dematerialization, Wiley 2014 pp. 61

Comunità
Nei quattro miniappartamenti indipendenti realizzati attorno ad ampi spazi comuni, come la cucina, la sala da pranzo e la lavanderia, risiedono oggi tre coppie, oltre a Bruno e Anna Maria: una ultrasessantenne e due più giovani. Le uniche regole da rispettare sono l’adesione informale allo spirito della comunità, fondato su amicizia e compartecipazione, la suddivisione del lavoro e la creazione di una cassa collettiva per tutte le spese di gruppo.
Telmo Pievani, Federico Taddia, Il maschio è inutile, Rizzoli 2014, p. 53

Elezioni
Un uomo in cerca di una carica [nell'antica Roma] indossava ufficialmente una toga particolare di colore bianco, nota come toga candidata, da cui deriva l'attuale termine di “candidato”. Durante una campagna elettorale era importante farsi notare. A Roma non c'erano partiti politici come li intendiamo oggi e le elezioni non avevano come punto centrale il programma. In modo abbastanza esplicito gli elettori davano il loro voto sulla base del carattere percepito e della condotta precedente, più che sulla visione espressa dal candidato. Quando la natura di una persona non era evidente, i Romani tendevano a essere attratti dai nomi famosi.
Adrian Goldsworthy, Augustus, Yale University Press 2014, p. 37

Giovani
Sono 1,8 miliardi in tutto il mondo i/le giovani di età compresa tra i 10 e i 24 anni, su una popolazione mondiale di 7,3 miliardi di persone. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, raggiungeranno i 2 miliardi entro la metà del secolo attuale. Attualmente, nei paesi in via di sviluppo, dove risiede la più alta percentuale di popolazione giovanile, una adolescente su tre si sposa prima di aver compiuto i 18 anni. Quasi la metà del totale degli abusi sessuali sono commessi su ragazze che hanno meno di 16 anni.
Dati dal rapporto dell’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), presentato in contemporanea mondiale il 18 novembre 2014 (a Roma dall'Aidos, che ne cura l’edizione italiana, presso la Sala Stampa Estera, via dell’Umiltà 83/c, alle 11).

Trasparenza
Per ripensare il carcere, occorre affrontare la questione dei diritti dei detenuti, di una loro migliore definizione. Per riprendere un problema che molto sta a cuore alle detenute: se il mantenimento dei contatti con l’esterno e l’incentivazione dei rapporti affettivi saranno riconosciuti come fattori che attengono al diritto (alla salute) delle persone detenute (e non come concessioni discrezionali), il lavoro di rete (sia di comunicazione interna che esterna) diventerà un pilastro dell’impalcatura organizzativa (...). Similmente, nell’ottica dei diritti, la trasparenza delle procedure e la «certezza» dei tempi (ragionevoli) delle risposte diventerà una priorità.
Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere
Prefazione di Stefano Anastasia, postfazione di Franco Corleone
Ediesse 2014, p. 231.