PIL: storia di un grande seduttore, o della macchina celibe

Antonio Bisaccia

Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente,

voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.

Martin Scorsese, The Departed- il bene e il male

Durante l’ondata di contestazione che ha avuto luogo in Francia tra novembre e dicembre 2018, conosciuta come «gilets jaunes», sono emerse le rivendicazioni più diverse. Un contestatore ha detto ai giornalisti: “È urgente preoccuparsi del benessere dei cittadini. Si deve parlare finalmente di potenziale interno di felicità e non del prodotto interno lordo. Ecco che cosa migliorerebbe la produttività. Oggi non si parla più di felicità, ma di remunerazione degli azionisti”.

Frase che, nella sua immediatezza, trafigge il cuore del Pil (se ne avesse uno) per gettare un’ombra immensa “sul numero più potente del mondo” e sul suo sex-appeal.

Il cosiddetto Pil, Prodotto interno lordo, è appartenuto per molto tempo al rango degli arcani che interessavano solo un piccolo gruppo di esperti, come una formula della fisica.

Da qualche tempo, invece, scalda anche gli animi di un pubblico più vasto.

A ragione, direbbe Lorenzo Fioramonti. Il culto del Pil ha prodotto secondo lui un disastro. Il suo libro -che usa criticamente una poderosa mole di letteratura tecnica- è un lungo e stimolante j’accuse sugli effetti devastanti di quello che all’inizio -negli anni Trenta- doveva essere una semplice statistica per aiutare il governo degli Stati Uniti a uscire dalla “grande depressione”. Oggi invece le pubblicazioni trimestrali delle cifre del Pil hanno preso in ostaggio tutte le economie del mondo, e dunque tutte le società: compresa, quindi, anche la vita di ogni cittadino.

In un libro sorprendentemente (vista la materia!) leggibile e stilisticamente accattivante -perché scritto con passione- l’autore ripercorre la storia del Pil e le critiche che gli sono state rivolte -in primis da colui che l’aveva inventato: un paradosso che Fioramonti sottolinea più volte.

Il Pil serve a misurare la ricchezza prodotta in un paese durante un certo periodo di tempo. Ma come si definisce la ricchezza? La questione non è affatto tecnica, ma obbedisce agli interessi di certi attori economici, nonché a una certa visione del mondo. Lungo tutto il libro troviamo vari esempi della sua assurdità: un terremoto fa bene al Pil, perché ci sarà poi la ricostruzione; l’inquinamento dell’acqua fa bene al Pil perché aumenta la vendita di bottiglie di acqua minerale; gli incidenti stradali fanno bene al Pil perché fanno lavorare i carrozzieri, i medici, gli avvocati e gli assicuratori; i crimini stimolano il Pil perché generano la domanda di armi e porte blindate. Il sistema sanitario statunitense, costoso e poco efficace, contribuisce molto di più al Pil di quello cubano, economico ed efficace. La riduzione dei costi e l’aumento di servizi dovuti a applicazioni come Airbnb e Uber fa diminuire il Pil. Per le agenzie immobiliari, ogni divorzio è una benedizione, perché comporta la vendita di una casa e l’acquisto di due. Entrano nel Pil le spese militari e i “prodotti” finanziari, ma non entra niente di quello che si autoproduce, si riutilizza o si fa durare e niente delle attività di volontariato, etc…

E sono soprattutto la natura e le risorse che non entrano in questo calcolo: né il loro contributo alla ricchezza, né il danno che subiscono o il loro esaurimento. Entra nel Pil solo quello che costa denaro e che appare su un mercato. Occuparsi dei figli non crea “ricchezza”, affidarli a dei babysitter ne crea. Meno che mai il Pil può misurare il benessere reale delle popolazioni. Tra i primi a dirlo è stato Robert Kennedy, aspirante democratico alle presidenziali negli USA, poco prima di venire assassinato nel 1968.

Ormai sono in tanti a dubitare del ruolo positivo del Pil – perfino la rivista liberista “The Economist”. E’ troppo evidente che il Pil è cieco di fronte alla giustizia sociale, alla questione ambientale, all’esaurimento delle risorse. I numerosi politici e economisti che continuano a sacrificare ogni altra considerazione all’aumento del Pil di uno zero virgola non hanno scuse. L’originalità di questo libro sta allora nella storia ragionata (e sistematizzata) che racconta del “numero più potente del mondo”, rintracciandola fino a quell’epoca cruciale in cui nacque l’economia politica in Inghilterra. William Petty voleva misurare già alla fine del ‘600 il valore economico di ogni uomo, di modo che il re potesse decidere se costava di più organizzare degli ospedali oppure dare libero corso a un’epidemia.

Ma la vera storia del Pil comincia con un giovane russo emigrato negli USA che -dopo la Grande depressione del 1929- risponde alla richiesta del governo di avere a disposizione migliori statistiche per sapere dove piazzare i suoi interventi economici e che effetto avrebbero avuto. Simon Kuznets sviluppò allora il concetto oggi conosciuto come Prodotto interno lordo (fino al 1991 si chiamava Prodotto nazionale lordo). Si integrava perfettamente nel New Deal di Roosevelt e rispecchiava l’influsso crescente di Keynes. Dopo pochi anni, il Pil trovava una applicazione ancora maggiore: lo sforzo bellico statunitense richiedeva una pianificazione economica che assicurasse una moltiplicazione della produzione militare senza soffocare i consumi interni. C’è chi ha detto che il “Progetto Manhattan” (cioè lo sviluppo della bomba atomica) e il Pil sono stati i due strumenti della vittoria. Sembrava allora logico che le politiche economiche continuassero anche dopo la guerra a orientarsi verso tutto ciò che aumenta il Pil -dapprima negli USA e poi in tutto il mondo occidentale. Per alcuni economisti si trattava della “più grande invenzione del XX secolo”. Eppure era proprio Kuznets a mettere in guardia contro il vero e proprio culto che economisti e politici votavano alla sua creatura. Il Pil era utile in tempo di guerra, disse, ma non era capace di misurare ciò che veramente dovrebbe essere lo scopo dell’economia: il benessere umano. Egli criticava soprattutto l’inclusione delle spese militari nel Pil in tempi di pace. Il Pil divenne anche un’arma della guerra fredda, quando la CIA tentava di dimostrare che l’economia sovietica andava molto peggio di quanto risultasse dai metodi alternativi di misurazione economica avanzati dalle autorità sovietiche. Le Nazioni Unite raccomandavano l’uso del Pil al livello mondiale come sistema di contabilità nazionale, e uno degli ultimi atti dell’Urss prima della caduta del Muro di Berlino fu quello di aderirvi. Le regole budgetarie che l’Unione europea detta ai suoi membri, con conseguenze spesso catastrofiche come in Grecia, sono tutte legate all’idea che la crescita del Pil è l’unica salvezza di un paese. E più aumentava l’importanza attribuita al Pil, più aumentava anche il peso degli economisti stessi nello spazio pubblico: sacerdoti di una religione diventata universale. Ormai la politica è solo politica economica. Fioramonti cita il ben noto invito di George W. Bush ai suoi concittadini dopo gli attentati del 11 settembre 2001 di “non smettere di fare shopping” e di “visitare Disneyland”. In effetti, i consumi giocano ormai lo stesso ruolo per trainare il Pil come le spese militari durante la guerra -e possono avere gli stessi effetti devastanti.

Non mancano i tentativi per uscire dal vicolo cieco che costituisce il Pil. Nel corso del tempo ci sono state diverse modifiche al modo ufficiale di calcolare il Pil -ma le spese militari ne fanno sempre parte, e il contributo della natura no. Questo calcolo si pretende “oggettivo”, ma in verità si basa su una serie di presupposti morali. Lo stesso Kuznets si era opposto a suo tempo all’inclusione delle attività illegali (e si sa che negli anni Ottanta l’Italia ha “superato” l’Inghilterra nella classifica dei Pil quando l’economia sommersa vi è stata inclusa). Kuznets e altre menti critiche sottolineavano ugualmente quanto è assurdo escludere dal Pil quello che fornisce la natura, e i danni che essa subisce, dal calcolo, mentre la creazione di crediti e altri servizi finanziari vi figurano in modo (so)stanziale. Comparando l’enorme aumento del Pil nella seconda metà del Novecento, soprattutto negli USA, con altri indicatori di benessere o malessere, come il tasso dei suicidi o delle gravidanze indesiderate, si evince che -a partire da una certa soglia- l’aumento del Pil, e del benessere materiale in genere, non comporta una maggiore soddisfazione delle persone. Numerosissimi elementi che possono invece abbellire la vita non hanno prezzo e non figurano perciò nelle statistiche economiche.

Molti approcci alternativi per misurare la performance economica di un paese sono stati proposti, come ricorda Fioramonti. L’”impronta ecologica” e l’”indice di svuluppo umano” sponsorizzato dall’ONU sono tra i più noti. Alcuni, come l’”indice di felicità” proposto dal primo ministro inglese Cameron nel 2010, servivano apparentemente a distrarre l’opinione pubblica dalla cattiva situazione economica. Consisteva nel chiedere semplicemente alla gente se “si sentiva felice”. Altri modi di contabilità alternativa propongono di detrarre il valore delle risorse non rinnovabili consumate nell’anno e della natura inquinata dal valore prodotto annualmente. Ma queste buone intenzioni possono produrre conseguenze paradossali: si può calcolare il “valore” di un terreno incolto e paragonarlo al valore di un centro commerciale da costruirvi per arrivare al risultato che il centro commerciale “vale” di più. Il risultato logico sono allora delle perversioni come il mercato dei “diritti a inquinare” conosciuti come “quota di emissioni di gas serra”.

Fioramonti suggerisce, acutamente, che non è sufficiente sostituire il Pil con altre maniere di misurazione (per quanto i loro risultati possano essere interessanti: includendovi le attività domestiche e informali, il Pil in Spagna e Portogallo crescerebbe del 50%, non ci sarebbe recessione e non si giustificherebbero le politiche di austerità imposte dalle istanze europee). Anche le statistiche alternative finiscono per monetarizzare tutto, cioè per attribuire a ogni aspetto della vita umana e della natura un prezzo in denaro. La cosidetta “sostenibilità” rischia allora di essere solo un’operazione cosmetica. Bisogna andare molto più lontano e mettere in discussione l’idea stessa di crescita economica continua, di progresso infinito e di lavoro a ogni costo. Non saranno certo gli economisti a farlo: è gente che vive in un mondo gregario a parte e che ha paura degli umani. La svolta verrà piuttosto dal basso. Partirà da chi non può più sopportare le ingiustizie sociali e gli squilibri ecologici causati da un’economia diventata folle sotto la guida del Pil che deve crescere a tutti i costi. Fioramonti cita a questo proposito l’auto-organizzazione della produzione e della distribuzione in Argentina dopo il crollo del 2001, le iniziative per le transition towns, presenti anche in Italia, che si propongono di essere meno dipendenti da risorse esauribili come il petrolio, e del “movimento per la decrescita” che si sta diffondendo dal 2002 -a condizione, dice Fioramonti, che si tratti di una decrescita scelta consapevolmente, e non del semplice risultato della crisi economica dopo la quale si vorrebbe ricominciare come prima. Gli uomini (e donne) politici non riescono a pensare oltre la prossima pubblicazione dei dati del Pil da cui dipende la loro rielezione. Pensare a lungo termine -e senza le seduzioni sterili di quella grande macchina celibe che è il Pil- sarà allora l’appanaggio di tutti coloro che s’impegneranno quotidianamente per creare una società vivibile. E, a pensarci bene, la “società vivibile” è l’unica forma di società che possa definirsi tale.

Se misurare è veramente comandare, bisognerà trovare strumenti di misurazione del benessere umano che sfuggano alla dittatura dogmatica della crescita.

Lo sapeva bene anche Kenneth Ewart Boulding: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”.

Lorenzo Fioramonti

Presi per il Pil. Tutta la verità sul numero più potente del mondo

L’Asino d’oro edizioni, Roma 2017

pp. 193, euro 17

Il festival dell’astrologia

Augusto Illuminati

Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.

Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.

Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil. Nell’ultima settimana – unico aggiornamento che ci permettiamo – risulta che gli individui in condizione di semplice deprivazione o disagio economico ammontano al 25% della popolazione (40% al Sud), mentre quelli in condizione di grave disagio (povertà tout court) il 14,3%, raddoppiati in 2 anni.

L'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2.250.000 nel 2012, pari al 23,9%. C’è da meravigliarsi? Non tanto, se si constata che il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavorano entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro una media europea del 77%. E i medici, gli economisti che per un anno sono stati non solo gli ispiratori ma anche i protagonisti del governo “tecnico”, quali cure hanno fornito e continuano a suggerire?

Non che non si siano dati da fare, tutt’altro, una volta caduta in dimenticanza la loro incredibile incapacità di prevedere la crisi. Avevano insistito per il prolungamento dell’età pensionistica, sostenendo che così si creavano posti di lavoro per i giovani. Molto controintuitivo, per essere cortesi. Contrordine adesso: si va in pensione anticipata (così ci togliamo dai coglioni questi lamentosi esodati), perdendo però l’8% dei redditi. Si torna ai diritti di prima della riforma Fornero, ma a introiti ridotti. Una festa per rilanciare i consumi. Le aziende riescono a sbarazzarsi di quei sessantenni imbranati e si metteranno ad assumere i giovani. Come no. Tanto più che vengono contestualmente eliminati quei fastidiosi intralci alla proliferazione dei contratti a termine che erano stati introdotti a compensazione, si diceva, dello smantellamento dell’art. 18. A un pre-pensionato a reddito ridotto subentra così un giovane precario a salario legalmente ridotto. Una manna per la “crescita” (il nuovo mantra degli economisti), dato che la diminuzione dei salari diretti e differiti favorisce l’aumento dei consumi e della produzione, chiaro...

Se non bastasse, ecco la “staffetta”. Attingendo al gettito di una pressione fiscale record, lo Stato fa uno sconto sui contributi o eroga direttamente un sussidio per pre-pensionare o passare a part-time un po’ di lavoratori usurati sostituendoli con neo-assunti (1 a tempo indeterminato o 2 a termine per ogni uscito o per 2 part-timizzati). Doppio guadagno automatico, per le pensioni ridotte e per i neo-assunti a sottosalario e contributi scontati. Nel caso della pubblica amministrazione si riesce perfino a ridurre la spesa pubblica e licenziare a man bassa. Il Corsera lo spiega così: «Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l'assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l'anno [...] Nel giro di cinque anni sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni». Come in Grecia e senza sconquassi.

Si vede che non c’è più la strega Fornero e ora comanda un ministro del lavoro sempre tecnico (scuola Istat e non Bocconi), ma in quota Pd. Per intensificare la flessibilità del lavoro e tagliare ulteriormente i salari, come suggerisce l’Europa, occorre un paravento di sinistra – un classico. Magari per il cuneo fiscale sul costo del lavoro e una riduzione differenziata dell’Imu i soldi non ci sono, ma per facilitare l’assunzione a termine e, di conseguenza, il lavoro nero non c’è problema. Gli economisti servono a spiegare che qualsiasi soluzione è efficiente e benefica. Ma tutti possono sbagliare – si potrebbe obbiettare – perché prendersela con loro e non solo con i governanti?

Proprio perché, da un lato, i governi si trincerano dietro le necessità tecniche e contabili ed evocano a sostegno la scienza economica (come un tempo astrologia e religione), dall’altra perché gli economisti rifiutano (tranne cospicue e illuminate eccezioni) ogni imputazione di ideologia, si considerano un settore delle scienze dure e anzi fanno da ponte per la costruzione di canoni valutativi che colonizzino le confinanti scienze sociali e umanistiche. Scienza o ideologia, allora? Parafrasando una vecchia barzelletta sul comunismo, potremmo propendere per la tesi che l’economia sia un’ideologia. Fosse stata una scienza, l’avrebbero testata prima sugli animali. Non sulla Grecia. Non sull’Italia.

Sul nuovo numero di alfabeta2 - nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno - 5 pagine su «dono e beni comuni» a cura del Gruppo di ricerca interdisciplinare «A piene mani. Dono dis/interesse e beni comuni». Con testi di: Ugo M. Olivieri, Alberto Lucarelli, Massimo Conte, Fabio Ciaramelli, Alain Caillé, Elena Pulcini.

La vera storia degli sbornia bond

dalla Rete

Questa è una storiella svizzera. Sembra che l'autore lavori per una grande banca della Confederazione. Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve parecchio. Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, Helga ha una trovata fenomenale, consente loro di bere subito e pagare in seguito.
Segna le consumazioni su un libro che diventa il libro dei crediti (ovvero dei debiti dei clienti). La formula bevi subito paga dopo è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città. Lei ogni tanto aumenta i prezzi ma nessuno si lamenta, dato che nessuno paga.

La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito dai crediti che il bar vanta verso i clienti. Intanto l’Ufficio Investimenti e Alchimie Finanziarie della banca ha un'altra idea geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per l'emissione di obbligazioni nuove fiammanti da collocare sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond. I bond ottengono subito un rating di AA come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da un esercito di bevitori disoccupati. Dato che rendono bene, tutti li comprano. Naturalmente il prezzo aumenta e arriva a suscitare anche l'interesse dei gestori dei Fondi pensione attratti dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. In poco tempo i portafogli di tutte le banche si riempiono di Sbornia Bond.

Un giorno però alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che sente odore di bruciato e, per non rischiare, riduce il fido di Helga e le chiede di rientrare fino al limite del vecchio fido. Il che praticamente è impossibile essendo i clienti dei disoccupati avvinazzati, che si sono bevuti anche tutti i loro risparmi. Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.

Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. I fornitori di Helga, che in virtù del suo successo le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili. Purtroppo avevano investito anche loro negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce. Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca ottiene dal governo un prestito di salvataggio, senza garanzie e a tasso zero. Dove attinge il governo i fondi per il salvataggio? Naturalmente da tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché troppo impegnati a lavorare.

Così è successo nella Confederazione, ma una pulce nell'orecchio ci dice che questa storiella va a pennello anche per i nostro vicini d'Oltralpe. In conclusione pagano sempre gli stessi, colpevoli di aver lavorato tutta la vita e di essersi appiccicati addosso il numero della partita IVA, ovvero il numero del carcerato a vita.

L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

L’acquavite d’Italia

Antonello Tolve

«Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli!» (Matilde Serao).

Sembra che la fila per giocare le antiche schedine o i numeri al lotto – un gioco, quest'ultimo, inventato dal genovese Benedetto Gentile all'inizio del XVI secolo e introdotto dal veneziano Antonio Casanova nella Francia del Beneamato Luigi XV – sia incrementata a dismisura. Anche grazie alla nascita, negli ultimi anni, di alcune nuove pratiche di scommessa che vanno dai vari Gratta & Vinci alla miriade degli intrattenimenti interattivi. Senza dimenticare il sogno offerto da Vinci per la vita - Win for Life! il cui superpremio è un mensile, alquanto consistente, assicurato al fantomatico vincitore per vent'anni. Un passatempo, quest'ultimo, introdotto dalla Sisal, un'azienda privata che (grazie alla concessione dei Monopoli di Stato) gestisce i giochi e le scommesse in Italia. Giochi e scommesse che, dal 29 settembre 2009 (data d'immissione di questo nuovo strumento di controllo e di addomesticamento) non solo si sono quintuplicati, ma anche diversificati, evoluti e modificati con lo scopo di accogliere e assecondare le ambizioni, le debolezze, le speranze, le attese interminabili, le illusioni di poter cambiare – con una vincita milionaria magari – la vita reale.

Roald Dahl in un suo fortunatissimo romanzo del 1964, Charlie and the Chocolate Factory, evidenzia esaustivamente questo atteggiamento. Questo desiderio di redimersi da una condizione di povertà – anche se soltanto per un giorno come accade al piccolo Charlie Bucket che trova uno dei cinque biglietti d'oro per entrare nella fantasmagorica fabbrica di Willy Wonka (la The Willy Wonka Candy Company, tra l'altro, esiste davvero ed è di proprietà di una multinazionale di cui non vogliamo ricordare il nome) – o da un disagio che tocca, in molti casi, ogni fascia sociale. Ma dove sono le verifiche su queste smodate oppressioni che ottundono anche i cervelli migliori? Quali i provvedimenti presi dalla Nazione a garanzia del proprio singolo cittadino? E quali gli accorgimento per frenare questa emorragia inarrestabile? Certo usare rimedi come quelli adottati da Papa Benedetto che decise di bandire il lotto (1728) minacciando finanche scomuniche a chiunque vi prendesse parte è, oggi, cosa risibile. Tuttavia vietare alcune smodatezze potrebbe essere efficace, quantomeno elegante. Qualora ci fosse (ce n'è?) un minimo di volontà in questa direzione.

Riflettere su una questione così allarmante, su un fenomeno così esteso è utile, ora, a rintracciare, nel nostro panorama attuale, i soliti apparecchi utilizzati dalla politica del controllo che concede togliendo, che regala sogni ad occhi aperti, che offre miraggi. E i miraggi, assieme ai sogni suscitati da una anelata vincita risolutiva, «è il largo sogno che consola la fantasia napoletana» (la fantasia italiana!), appunta Matilde Serao nel suo Ventre di Napoli (1884), «è l'idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime». Ecco allora: una Nazione che si prende le anime dei suoi abitanti. Anche Cesare Brandi ha avvertito, con La fine dell'Avanguardia (1949), questo grande malessere. Questo «impoverimento intellettuale» prodotto, in Italia, dal tifo sportivo e dal Totocalcio. Questo «costante fuggire dell'uomo moderno da se stesso, che dove non riesca ad appagarsi nella vita riprodotta dal cinema o dalla radio, lo convoglia verso gli spettacoli sportivi».

Così, dopo gli anestetici diffusi per assuefare le rivolte giovanili ed aggiogare i cervelli («le droghe non sapevamo bene cosa fossero, era una specie di sperimentazione, io mi ricordo la prima volta che ho preso LSD, pensavo che fosse come l'hashish, sicché non sapevo delle allucinazioni, l'ho preso e basta» ha ricordato Anita Pallenberg in una recente biografia dedicata a Mario Schifano), dopo l'allontanamento dalla politica e della società – allontanamento voluto dai politicanti di turno – e dopo la spettacolarizzazione e la divizzazione stessa del politico, personaggio pubblico che possiamo incontrare soltanto se inseriti in una lista d'attesa estesa come la Linea di lunghezza infinita (1960) progettata da Manzoni, ci troviamo nuovamente in una situazione ambigua, in una scena la cui oscenità è determinata dalla reimmissione massiccia del gioco (il ritorno di Dallas è un altro problema!) nella vita quotidiana.

Di un prodotto che fa saltare il cittadino nella tana del gran coniglio per trovare un po' di conforto, per astrarsi dalla realtà, per rifugiarsi in un delirio, per cercare redenzione («il lotto è una delle più grandi speranze: speranza», appunto, «di redenzione» avverte ancora Serao). E allora, tra baci rubati e fiducie mai accordate – se non attraverso colpi di stato imbastiti a dovere – ci troviamo a lottare ancora una volta contro un potere (un controllo e un terrore) che, per avvezzare il cittadino ai suoi mezzi poco convenzionali e alle sue torbide azioni, offre, per l'appunto, questi nuovi afrodisiaci lottomatici, queste nuove pasticche da superenalotto, questi giochi digitali disponibili ventiquattrore su ventiquattro per ogni gusto e per ogni età. Procedimenti, dunque, che aggiogano e assuefanno con delicatezza, che devitalizzano il pensiero critico e mortificano l'agire dell'uomo nel mondo.

Insostenibilità del debito. Intervista a Luca Fantacci

[Intervista a cura del sito Melograno rosso, apparsa l'1/11/2011]

Luca Fantacci* insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all'Università Bocconi di Milano

Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?
Niente, e proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già presente e noto. Perfino il downgrading degli USA era già stato più volte preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e sconvolgente.

Nulla di cui preoccuparsi, dunque?
Tutt’altro. E’ proprio questo terremoto in assenza di novità il dato su cui è opportuno riflettere: se oggi senza motivo i mercati finanziari tremano, vuol dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va male, fra chi va bene e chi va male. Leggi tutto "Insostenibilità del debito. Intervista a Luca Fantacci"

Dalle scienze del lavoro alle politiche del lavoro

Intervista di Stefano Lucarelli a Cristina Tajani

Il mondo del lavoro è al centro della tua formazione scientifica (la tua tesi di laurea in economia è sulla precarietà, sei dottore di ricerca in Scienze del lavoro e su questi temi collabori con l’Università Statale di Milano) e della tua attività politica (hai fatto parte della segreteria della FLC-CGIL di Milano). Mi pare che l’economics pretenda di essere l’unica disciplina capace di dire cose rilevanti sul lavoro. Sei d’accordo?

Nel mio percorso di studi e di ricerca mi sono spostata da un approccio squisitamente economico (sebbene con una forte impostazione eterodossa) a uno sociologico. L’oggetto principale di osservazione è rimasto lo stesso: le relazioni che si danno sul mercato del lavoro. La scelta di adottare un approccio interpretativo diverso da quello della labour economics si spiega con una certa insofferenza che, dopo la laurea, ho cominciato a maturare verso la rigidità delle ipotesi su cui essa si fonda, in particolare l’ipotesi del lavoratore come ottimizzatore atomistico e l’assunzione della società come un dato esogeno. Leggi tutto "Dalle scienze del lavoro alle politiche del lavoro"