Economia politica dell’evento

festival_cmeiAndrea Fumagalli

Un nuovo fantasma si aggira nel panorama economico: è lo spettro dell’economia dell’evento. Un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’«economia dell’evento» ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto.

Metafora del presente

Si tratta di produzioni che permettono di sfruttare la cooperazione sociale, le esternalità positive e la vita delle persone: sono il paradigma dell’espropriazione non tanto dei beni comuni ma del «comune». Ed è proprio grazie alla generalizzazione del paradigma della condizione precaria come antico e nuovo architrave del rapporto di sfruttamento capitale-lavoro che ciò può realizzarsi. «Expo2015», come paradigma ell’economia dell’evento, diventa così la metafora più dirompente dei processi di accumulazione capitalistica di oggi.

La filiera produttiva

L’economia politica dell’evento è economia della promessa in un contesto di produzione immateriale che si fona su produzione materiale. Essa da vità a una fliera produzione, che, come ogni ciclo di produzione che si rispetti, si basa su una sequenza di fasi: utilizzo di fattori produttivi (lavoro) produzione dell’evento valorizzazione. Il tutto sotto l’ombrello protettivo della finanziarizzazione, che interviene sia a valle della filiera che a monte, al fine, inizialmente, di garantire il processo di valorizzazione e, in seguito, di valorizzarlo.

Lavoro

Nel’economia politica dell’evento, il lavoro è prevalentemente cognitivo-relazionale e specializzato

Le caratteristiche peculiari di una prestazione lavorativa inserita nell’economia dell’evento sono molteplici. In primo luogo, si tratta di un lavoro per definizione a termine, quindi «precario». In secondo luogo, presenta forme di remunerazioni simboliche che acquistano un significato tanto maggiore quanto più l’evento è considerato «importante». In terzo luogo, si registra un coinvolgimento emotivo e partecipativo particolare in seguito alla sensazione (o illusione) di partecipare a un’élite quasi esclusiva, da poter forse rivendicare in un futuro prossimo. Infine, le tradizionali regole di governance del lavoro vengono il più delle volte disattese in nome dell’eccezionalità e della performatività dell’evento.

Tutti questi elementi fanno sì che la percezione soggettiva del lavoro assume connotati particolari che non possono essere misconosciuti.

Da questo punto di vista, l’economia dell’evento trasfigura il concetto di lavoro e quindi può essere un ottimo banco di prova per sperimentare nuove forme di regolazione del lavoro stesso.

L’evento Expo2015 non si è sottratto a questa regola, anzi. In nome dell’eccezionalità che rompe qualsiasi norma, sono stati sperimentati e testate nuove forme di lavoro, a partire dall’accordo del luglio 2013 tra le parti sociali che, per la prima volta in Italia, ha consentito legalmente l’introduzione di forme di lavoro gratuito.

L’economia dell’evento è ancillare all’economia della promessa.

Per la prima volta in Italia, i lavoratori assunti hanno dovuto avere il beneplacito dalla Questura, come forma preventiva di partecipazione agli ideali simbolici proposti dall’evento. Si sperimentano così nuove processi selettivi. Dalla fidelizzazione del cliente si passa direttamente alla fidelizzazione del lavoratore.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere «nulla».

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista e indotta a essere vista come un attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne.

Finanziarizzazione e valorizzazione

L’economia dell’evento stimola la finanziarizzazione. Ne è allo stesso tempo fonte e risultato. Al riguardo, infatti, possiamo individuare due modalità di finanziarizzazione, che consentono due processi di valorizzazione:

a. finanziarizzazione ex ante. L’economia dell’evento in quanto economia della promessa genera aspettative non solo nel mondo del lavoro ma anche e soprattutto nei mercati finanziari. Sarebbe eccessivo affermare che si creino i presupposti per definire una vera e propria convenzione finanziaria, ma sicuramente le società quotate che partecipano alla costruzione dell’evento possono facilmente beneficiare di plusvalenze prima ancora che l’evento accada in quanto attualizzano nell’immediato possibili (e probabili) guadagni futuri. Nel caso di Expo 2015, non può quindi stupire che le imprese immobiliari e della logistica abbiano potuto usufruire di una valorizzazione finanziaria ex-ante. Ferrovie Nord Milano, ad esempio, aveva una quotazione a settembre 2013 pari a 0,21 euro per azione; raggiunge il suo massimo nell’aprile 2015, a inizio Expo, più che triplicando il valore delle azoni (0,67 euro per azione). Terminato l’effetto Expo, la quotazione si riduce, rimando comunque superiore ai 50 centesimi per azione.

b. finanziarizzazione ex post. Con tale termine indichiamo il processo di valorizzazione che avviene una volta terminato l’evento e che si fissa nei mercati finanziari. È l’esito del processo di capitalizzazione che ineressa in articolare le imprese collegate alla riutilizzazione del sito e alla speculazione da gentrification che ne consegue.

Il settore dell’economia dell’evento, infatti, produce un doppio valore aggiunto: oltre alla ricchezza sociale tradizionalmente prodotta in seguito alla movimentazione di merci e servizi (a sostegno della produzione così come del consumo, dalla logistica sino alla cura), che si traduce solitamente in un aumento temporaneo dell’occupazione, degli investimenti, dei consumi, in grado anche, a seconda del tipo di evento, di richiamare turisti dall’estero e quindi export, con il risultato di incidere positivamente sulla crescita del PIL territoriale, osserviamo in misura ancor più rilevante la produzione di un valore aggiunto simbolico e immateriale, che si materializza (o almeno dovrebbe) non solo nel corso dell’evento ma soprattutto a posteriori.

Non è un caso che l’economia dell’evento acquisti un peso crescente a partire dagli anni Ottanta, quando la crisi della produzione materiale fordista lascia sempre più spazio al crescere di nuove produzioni sempre più immateriali, favorite dalla diffusione delle tecnologie linguistico-comunicative, nuovi modelli di organizzazione del lavoro (a flusso e a moduli, piuttosto che a stock), all’interno di filiere produttive sempre più internazionalizzate e territorialmente distribuite.

Ed è in questo ambito che il maggior valore aggiunto di un evento ricade, da un lato, sul territorio che lo ospita (sviluppando e sperimentando pratiche di marketing territoriale), dall’altro, diventa tassello fondamentale per la creazione di spazi di immaginari, avviando processi di specializzazione culturale, sportiva o semplicemente immaginifica, alimentati dallo sfruttamento di quelle facoltà cognitive e relazionali che oggi costituiscono sempre più «il divenire produttivo della vita».

Spazio e conoscenza sono cosi i due fattori produttivi per eccellenza che dovrebbero essere valorizzati e ricadere positivamente sul benessere del territorio interessato all’evento. Quando parliamo di valorizzazione, la intendiamo in senso capitalistico.

Ciò significa che il territorio viene «valorizzato» nel momento stesso che diviene possibile oggetto di attività speculativa e di gentrification.

Rielaborazione dell'intervento che Andrea Fumagalli ha tenuto presso il Laboratorio di cultura indipendente di Doc(k)s - La forma dell'evento (Milano, 14 novembre 2015, Frigoriferi Milanesi)​

Peccato di omissione

G.B. Zorzoli

Le teorie economiche liberiste, per lo meno quelle che hanno maggiormente influenzato i governi occidentali negli ultimi decenni, sostengono che le politiche di redistribuzione della ricchezza nazionale a favore degli strati sociali più disagiati (attraverso la leva fiscale e provvedimenti come il salario minimo garantito) sono controproducenti: il loro costo condiziona negativamente la crescita economica, quindi danneggia tutti, anche chi si intendeva favorire.

È la teoria della torta – più è grande, più c’è da mangiare per tutti – che autorizza a liquidare con un’alzata di spalle valutazioni di segno opposto, come quella di cui riporto la parte più significativa. «Le disuguaglianze nel reddito pesano in misura rilevante sulla durata delle fasi di crescita dell’economia: una diminuzione dell’8% della disuguaglianza sociale aumenta del 50% la durata di una fase di crescita. Può sembrare un effetto eccessivo, ma è il tipo di miglioramento sperimentato in un considerevole numero di paesi. Noi stimiamo che, dimezzando il divario di disuguaglianza fra America Latina e i paesi asiatici emergenti, la durata dei cicli economici positivi più che raddoppierebbe in America Latina.

Se nel modello in cui valutiamo l’effetto della disuguaglianza includiamo anche altri fattori che influenzano lo sviluppo economico, il risultato non cambia in modo significativo, contrariamente a quanto accade per fattori come la qualità dell’istruzione e il grado di apertura al commercio internazionale. La disuguaglianza è decisiva anche quando confrontiamo la durata della crescita economica dei paesi emergenti in Africa e in Asia. Tutto questo suggerisce che la disuguaglianza sociale pesa in quanto tale sullo sviluppo economico. […]

Di qui una conclusione, tutto sommato incontrovertibile: si commetterebbe un grosso errore separando l’analisi dell’andamento economico da quella della distribuzione del reddito. Utilizzando una metafora marina, una marea crescente alza tutte le barche, e la nostra analisi indica che, aiutando le barche più piccole ad alzarsi, si aiuta la marea ad alzarle tutte, piccole e grandi». Non si tratta di parole in libertà. Il documento da cui le ho tratte è corredato da grafici e numeri a sostegno delle tesi sostenute e rappresenta la sintesi di una ricerca più estesa, pubblicata come articolo sul numero di settembre 2011 della rivista «Finance & Development».

Non si tratta nemmeno del lavoro di due studiosi liberal o – dio ce ne scampi – radical. Nulla a che vedere con uno Stiglitz, che sarà Premio Nobel per l’economia, ma non si perita di scrivere che aumentare le disuguaglianze comporta un’economia più debole, che a sua volta aumenta le disuguaglianze, che producono un’economia ancora più debole (Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, 2013). Gli autori della ricerca e dell’articolo, Andrew G. Berg e Jonathan D. Ostry, sono rispettivamente assistant director e deputy director del Dipartimento ricerca del Fondomonetario internazionale, e il loro lavoro è classificato come «IMF Staff Discussion Note 11/08».

Prima di parlarne ho atteso un più che ragionevole lasso di tempo. Tipico caso dell’uomo che morde il cane, mi aspettavo che l’articolo di Berg e Ostry suscitasse l’attenzione dei media, per lo meno di quelli che ci inondano di pensosi editoriali sulla necessità di sacrifici per risollevare l’economia. Liberi, dal loro punto di vista, di gridare allo scandalo; di contestarlo; di mettere alla gogna i suoi autori. Non il silenzio assordante che ha accolto in Italia una posizione così controcorrente, resa pubblica dal Fmi. Meglio, moltomeglio, sopire, troncare. Perché creare difficoltà al nostro beneamato premier professor Monti, impedendogli di definire in tutta tranquillità «deboli di cuore» coloro che non accettano la necessità di una severa politica economica (definizione data nel discorso agli operai Fiat di Melfi)?

A che punto è la notte

Vladimiro Giacché

Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.

Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».

Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante tutti gli sforzi dell’establishment occidentale in questi anni sono stati indirizzati a rappezzare quel modello andato in frantumi.

Si spiegano così l’assenza di regolamentazione dei derivati, il tentativo (riuscito) di ritardare al massimo l’entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, e infine l’abortita supervisione europea delle banche (che varrà soltanto per le pochissime banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro, ed entrerà in vigore non prima dell’aprile 2014).

Non solo: come ha rilevato Bill Gross di Pimco, il maggiore fondo d’investimento specializzato in obbligazioni, «quasi tutti i rimedi contro la crisi proposti sino a oggi dalle autorità di tutto il mondo hanno affrontato il problema con l’obiettivo di favorire il capitale contro il lavoro». Ma in Europa a questa durissima guerra di classe si è unita una guerra feroce tra capitali. Una guerra determinata dal tentativo del capitale di Germania e paesi satelliti di far sì che la distruzione di capitale in eccesso oggi necessaria avvenga nei paesi periferici, da trasformare sempre più in fornitori di manodopera e di beni intermedi a basso costo per lo hub economico centrale dell’Europa – la Germania, appunto.

Il vero significato dell’austerity estrema imposta a paesi già fiaccati dalla crisi sta tutto qui. Ma questo obiettivo, in parte conseguito (la regressione della produzione industriale italiana ai livelli del 1988 parla da sola), ha comportato un pesante effetto collaterale: un crollo di redditi e consumi dei paesi periferici di tale entità da avere un impatto assai pesante sugli scambi commerciali intraeuropei. E quindi anche sull’export della Germania e degli altri paesi del Centro-Nord dell’Europa. Risultato: il problema della sovrapproduzione industriale, appena scaricato sulle spalle dell’Europa del Sud, si ripresenta come un incubo nella stessa Germania.

Inoltre l’accesso ai mercati extraeuropei è reso più impervio dalla guerra valutaria scatenata dagli Stati Uniti e dal Giappone attraverso imponenti immissioni di liquidità nel sistema che hanno avuto l’effetto di provocare un forte indebolimento di dollaro e yen nei confronti dell’euro. Crisi economica, disoccupazione di massa, deflazione salariale, guerra valutaria: quattro ingredienti cruciali della crisi degli anni Trenta sono chiaramente dispiegati davanti ai nostri occhi, mentre anche il crescente attivismo militare europeo in Africa contribuisce a riportarci indietro di decenni.

È in questo contesto che i movimenti di opposizione, in Italia e in Europa, dovranno saper collocare i loro obiettivi. A cominciare dall’opposizione alle politiche di austerity depressiva e alla cornice istituzionale entro la quale si collocano, di cui il famigerato Fiscal Compact è soltanto l’ultimo tassello. Una cornice che ormai serve soltanto a puntellare malamente un modello di sviluppo che ha fatto fallimento.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale

L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

Apocalypse Now Redux

Augusto Illuminati

I quattro cavalieri della desolazione, la bestia il cui numero è 666 che sale dal mare, sette trombe e sette sigilli, il sorgere dell’Anticristo ingannatore e la sua finale sconfitta con il secondo avvento di Cristo, nella letteratura apocalittica cristiana. Il regno del Dajjal, l’arrivo dell’ultimo imâm, il Mahdî, nella tradizione sciita, la decisiva battaglia contro il Dajjâl degli alleati Mahdî e Cristo, quest’ultimo appollaiato sul suo personale minareto (il manâr Îsà della moschea degli Omayyadi a Damasco), terremoti, eclissi, inondazioni, l’arresto dell’espansione dell’universo, ecc. Vuoi mettere! Davvero la fine dei tempi.

La letteratura fantascientifica, suggestionata dalla tecnologia dei registratori a nastro, mostrò piuttosto propensione verso un riavvolgimento del tempo, un rewind conseguente al raggiungimento del limite espansivo dell’universo e all’inizio della sua fase contrattiva. Walter Benjamin opinò che la catastrofe, erede del Giudizio, consistesse nel fatto che tutto proseguisse come prima, rileggendo l’Eterno Ritorno nietzschiano nella metafora del kafkiano pittore Titorelli, che in una sordida soffitta tira fuori da sotto il letto una serie di quadri tutti uguali e ne impone l’acquisto tangentizio a chi impetra il suo intervento presso il Tribunale.

In ogni caso, un tempo sconnesso, dove riavvolgimenti, sviluppi e soglie di indecidibilità si frammischiano, preannuncia Armageddon, videogioco post-chiliastico. Qualche indizio? Da un po’ di tempo si levano volute di fumo e gli sciamani proclamano con un primo squillo di tromba l’inesistenza della realtà, dissolta in interpretazioni. Ma subito sono scesi in lizza, secondo squillo di tromba, i contro-sciamani affermando che la realtà è consistente e inalterabile, guai a interpretarla ed emendarla, anzi impongono il voto di fiducia in nome del new realism, peggio del governo Monti. Anni ’60-‘70 dello scorso millennio, accademia torinese? Per carità, cronaca culturale rovente. Fra poco –si spera– rivedremo apocalittici e integrati, avanguardia contro romanzo di consumo.

La Transavanguardia è all’ordine del giorno, mentre i neo-melodici già occupano stabilmente il mercato a sud del Volturno e Moccia illucchetta tutti i ponti disponibili. Vintage, ragazzi. Con i complici di don Verzè in veste di Sigilli e illustr* filosof* a cantare le lodi del defunto. Come negli epocali dibattiti di metà del secolo scorso (chi ricorda Vera Lutz?), si propone audacemente di ridurre i salari e aumentare l’orario di lavoro, nonché vietare i sindacati in fabbrica, per incoraggiare gli investimenti e sviluppare il nostro infelice Paese. Il licenziamento libero aumenterà l’occupazione, la precarietà selvaggia produrrà occupazione buona. E che cazzo, noi difendiamo il lavoratore, mica il posto di lavoro, disse la new realist Fornero, e pianse.

Mica ci si può accontentare del ritorno a prima dello Statuto 1970, il regresso ha le sue esigenze e pure gli ortaggi pugliesi e campani. L’importazione degli schiavi dal Mediterraneo è ripresa in grande stile, purtroppo con qualche rivolta. Non preoccupiamoci troppo: corre voce che ne hanno già accerchiati un bel po’ vicino al fiume Sele e già sull’Appia si allestiscono le croci. Bersani deplora che tale barbaro spettacolo incoraggi l’anti-politica e propone l’alleanza fra progressisti e moderati. A proposito, si avvicina la metà di luglio e i giornali annunciano la scesa in campo di un outsider, il cavalier Berlusconi. Sullo schermo appaiono Cicchitto e Capezzone: dicono che allora non ci saranno primarie. Dev’essere il futuro anteriore.

Il dominio della microeconomia

Augusto Graziani

Il consumatore e il produttore al centro, come chiave di spiegazione del sistema economico: i miti e le ideologie dell'analisi tradizionale, oggi in grande auge, e fondamenti del modello contrapposto, che va dai classici a Keynes e Schumpeter. [Da "Materia prima", supplemento a Il manifesto 14/09/ 2000 pp. 13-14]

Come ogni campo di studio, anche la scienza economica si presenta come disciplina a molte facce: una base teorica, cui si aggiunge la storia delle idee economiche, la storia dei fatti economici del passato, lo studio dei fenomeni reali di oggi (economia agraria, industriale, urbana, territoriale, e via dicendo). Il primo quesito è dunque in quale misura tanta varietà di studi deve essere contenuta in un corso universitario di Economia; quesito più che giustificato, dal momento che in molti casi un corso di Economia (annuale in alcune Facoltà, biennale in altre) può restare l'unico insegnamento impartito allo studente nel corso dei suoi studi.

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