alfadomenica gennaio #4

BERARDI BIFO dal MESSICO – FESTA sul NEAPOLITAN POWER – GIOCO(E)RADAR di GIOVENALE – RUBRICHE di CARBONE e CAPATTI

MESSICO: L'ECONOMIA DELLA PAURA
Franco Berardi Bifo

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.
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LA POTENZA PLEBEA DELLA MUSICA
Francesco Festa

Il Neapolitan power, nel suo piccolo, è stato l’affermazione di una diversità di linguaggi, di un’alterità di immaginari, a dispetto delle immagini stereotipate, per dare nuovo significato alla propria identità e alle indentità subalterne. Nero a metà, l’album di Pino Daniele del 1980, forse, coglie profondamente questo processo.
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GIOCO (E) RADAR #02 - PRIME CRITICHE?
Marco Giovenale

Negli scorsi interventi si accennava appena a possibili critiche che non è insensato muovere a quanto di fortemente ottimistico viene spesso detto e diffuso su rete e testi, e sul rapporto fra cambiamenti nel contesto del mercato globale e diffusione libera e gratuita di saperi e materiali. Cade allora qui a proposito un dialogo con Jaron Lanier uscito nel luglio scorso, che parla fra l’altro del suo libro Who Owns the Future, tradotto dal Saggiatore come La dignità ai tempi di internet.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

A 28 anni si è adulti? Un consiglio dello scrittore giapponese Haruki Murakami
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Sotto il segno dell’acquario si è aperta a Milano alla Triennale, la mostra Camminare la terra dedicata a Luigi Veronelli. Alla cucina del segno zodiacale Acquario, 21 gennaio – 19 febbraio, aveva dedicato un capitolo di Alla ricerca dei cibi perduti (Feltrinelli, 1966). Tre salsette per l’insalata, sardine e acciughe a scotadeo appena bagnate con un poco d’olio d’oliva vergine e cotte alla griglia, e queste costolettine d’agnello, sempre a scottadito, degustate a Roma nell’osteria di Albertino.
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Messico: l’economia della paura

Franco Berardi Bifo

Avenida insurgentes è la strada più lunga del mondo, un biscione di cinquantatré chilometri che attraversa l’immensa metropoli di Mexico City da sud a nord. Milioni di disgraziati la percorrono ogni giorno perché l’inferno salariato li obbliga a farlo, ma basta essere costretti a fare un percorso su Insurgentes per capire che siamo in trappola. Mentre guida nell’ingorgo continuo, Eugenio chiacchiera amabilmente e io amabilmente rispondo, ma i miei polmoni si stringono poco alla volta come noccioline spaventate. I can’t breathe, I can’t breathe. È questo, lo so, il segno del tempo che inizia. Ne usciremo vivi? E come?

Negli ultimi anni la recessione aveva fortunatamente ridotto un po’ i consumi di petrolio, ma ora gli strangolatori vogliono rilanciare il loro piano di strangolamento. È naturale.Il petrolio è sceso a 50 dollari al barile. Mezz’ora a passo d’uomo, un’ora, un’ora e un quarto un’ora e mezza… il traffico è bloccato in ogni punto della Insurgentes, il cielo è grigio e l’aria mefitica. Faccio un esercizio di yoga nella mia mente per evitare il panico e continuo a chiacchierare amabilmente con Eugenio. Un’ora e quaranta, un’ora e quarantacinque. Un’ora e cinquanta e compaiono gli edifici dell’Università. All’interno dell’edificio protetto da immense lastre di cristallo riprendo a respirare lentamente, la testa mi gira e fra un’ora debbo parlare. Alle cinque del pomeriggio l’anfiteatro comincia a riempirsi, vado in bagno, mi sparo cortisone nella garganta, entro, mi siedo. Il panico da asma si dirada, la voce viene fuori a fatica, tremula all’inizio poi più sicura. Parlo per un po’, poi inizia la discussione.

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta? Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.

Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera, milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi francesi austriaci egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa come Los Zetas sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. Sergio Marchionne fa lo stesso lavoro di Al Baghdadi e del Chapo Guzman.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, che attualmente è in traduzione per DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.

Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali. Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco, quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare. Quel che è certo è che ci sono i narco-proletari e i narco-profittatori.

I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale morenos. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o gueros. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le élites politiche e militari.

Il settimanale Proceso ha rivelato che la polizia federale è responsabile dell’aggressione contro i normalisti, ci sono registrazioni audio e video che lo provano. L’ondata di proteste è ripresa dopo le rivelazioni del Proceso. Questa onda di movimento delle città messicane, non diversamente dall’onda che attraversa le città nord americane, sembra determinata e inarrestabile, ma al tempo stesso priva di una direzione verso la quale andare. Una strategia realistica, un obiettivo unificante per il momento non si vedono.

A metà dicembre a New York cinquantamila persone hanno sfilato gridando I can’t breathe. Lo stesso è successo a Washington e in molte altre città americane. La supplica disperata di Eric Garner è diventata la parola d’ordine di un nuovo movimento, che pare consapevole del fatto che il pianeta è entrato nella fase finale dell’agonia.

In Messico, il rapporto di forza con il potere narco-liberista, è drammatico. Morir en Mexico, un libro di John Gibler, mostra che il potere narco-liberista è un pilastro essenziale del sistema finanziario globale e costituisce insieme al petrolio (Pemex è stata recentemente privatizzata e offre al ceto narco-finanziario un nuovo terreno di investimento) la principale fonte di reddito di questo paese. Il libro di Gibler fornisce informazioni impressionanti.

«Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti».

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha ucciso, o fatto uccidere dai suoi salariati. La lettura del libro di Gibler è scoraggiante. Diversi giornalisti messicani intervistati spiegano benissimo che sul crimine è possibile informare solo in una maniera che non irriti troppo i narco-imprenditori.

«Non è necessario che qualcuno arrivi in redazione per minacciarti» - dice Javier Valdez Cardenas, giornalista e fondatore di Riodoce - «questa situazione in sé è una minaccia. È come se qualcuno ti puntasse continuamente una pistola alla tempia. I narco controllano gran parte del paese, controllano i governi e controllano le redazioni. Quando scrivi un articolo non pensi al tuo editore. Non pensi al tuo capo redattore. Non pensi al tuo lettore. Pensi al narco, se gli piacerà o se penserà che l’articolo sia un problema, e se magari sta pensando di sequestrarti».

Alla fine della discussione ho assistito a un rito che non mi aspettavo. Qualcuno, in mezzo al pubblico grida: Uno... e qualcuno gli risponde: Dos… poi molti dicono: Tres. Poi tutti urlano all’unisono CuatroCincoSeis… e così continua, in un crescendo che fa venire la pelle d’oca, fino a Quarantatrè, quando le voci di centinaia di persone bellissime, di intellettuali coltissimi, di ragazzi e ragazze, di maestri e maestre all’unisono cantano: Vivos se los llevaron vivos los queremos!

Cosa sta succedendo in Messico? Cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove si prepara la dimostrazione nazionale a Washington contro i cimino razzisti della polizia? Forse la chiave di interpretazione sta nelle parole di una ragazza intervistata da una TV nordamericana la sera del 5 dicembre. Con un sorriso dolce e implacabile ha detto: «it’s not about black and white. It’s about life and death». È una questione di vita e di morte. È chiaro che la ribellione contro il razzismo è parte della rivolta, ma l’elemento più profondo è un altro.

È la consapevolezza del fatto che il potere finanziario sta tentando di ammazzarci tutti.Vogliono rendere invivibile la nostra vita, ci stanno spingendo al suicidio di massa. Sequestri collettivi per terrorizzare la popolazione in Tamaulipas, Guerrero. Terrore razzista nelle strade di New York e Los Angeles. Schiavismo per i giovani di Milano e di Madrid. Non è forse evidente che una vita di miseria e di paura, di umiliazione e di solitudine è peggio che la morte?

alfadomenica dicembre #4

S. PALIDDA sulla CORRUZIONE – A. ANEDDA SU MARK STRAND - IL SEMAFORO di M.T. Carbone - LA RICETTA di A. Capatti **

LOTTARE CONTRO LA CORRUZIONE?
Salvatore Palidda

L’ennesima “scoperta” della diffusione della corruzione e delle mafie ha ovviamente inscenato l’ennesima indignazione delle autorità a tutti i livelli e un ennesimo rilancio della rivendicazione di giustizialismo1. Purtroppo, autorità, giustizialisti e i “samaritani” che predicano una “pedagogia della legalità”, non evitano affatto l’approdo al risultato di sempre: l’inevitabile riproduzione della corruzione e della criminalità. Anzi, come osserva il giudice Davigo, una riproduzione ancora più agguerrita, più pervasiva e più dannosa, quasi come gli insetti che si temprano con gli antiparassitari.
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SENZA PARADISO TUTTO È ADDIO. MARK STRAND (1934-2014)
Antonella Anedda

Mark Strand era un uomo gentile, molto bello, molto remoto, forse senile fin dalla giovinezza, se per senilità intendiamo un essere come in pensiero e non del tutto sicuri che la persona di fronte a noi esista davvero e non sia invece irreparabilmente perduta. Il suo ultimo, splendido libro Almost invisible (Quasi invisibile, Mondadori 2014), senza recinti tra poesia e prosa, condensava anni di dubbio sull’identità. Il quasi smussava l’invisibile schivando i toni alti, immettendo una riflessione ironica sul desiderio di esserci sempre, sulla volontà di essere sempre visibili, sempre presenti.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Differenze di genere - Diritti e doveri - Interrogativi - Record - Sapere e non sapere.
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RICETTA di Alberto Capatti

Il beverone: Scelgo una parola che forse amate: tiramisù. Una ennesima versione del dolce che dagli anni Ottanta ricorre ovunque, case, supermercati e ristoranti? Affatto. Un capitolo di Uomini in cucina di Elena Spagnol e Bruno Vergottini (famoso parrucchiere milanese), porta questo nome e tratta di cocktails. Il tiramisù sarebbe un “beverone capace di rimettere in sesto il giovane signore più annebbiato”. Volete la ricetta?
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Lottare contro la corruzione?

Salvatore Palidda

L'ennesima "scoperta" della diffusione della corruzione e delle mafie ha ovviamente inscenato l’ennesima indignazione delle autorità a tutti i livelli e un ennesimo rilancio della rivendicazione di giustizialismo1. Purtroppo, autorità, giustizialisti e i "samaritani" che predicano una “pedagogia della legalità”, non evitano affatto l’approdo al risultato di sempre: l'inevitabile riproduzione della corruzione e della criminalità. Anzi, come osserva il giudice Davigo, una riproduzione ancora più agguerrita, più pervasiva e più dannosa, quasi come gli insetti che si temprano con gli antiparassitari.

Cosa pensano le persone coerenti con la difesa della res publica, chi da anni e anni si confronta con tali fenomeni per via del suo lavoro? (parlo di alcuni operatori delle polizie, magistrati, avvocati, amministratori locali e nazionali, militanti di associazioni e anche di sindacati e partiti, accademici, giornalisti ecc.). Lo studio delle loro esperienze e la discussione fra alcune di queste persone si possono sintetizzare nei punti seguenti2:

1) la riproduzione continua di corruzione e di intrecci fra legale, semi-legale e persino criminale c'è sempre stata, anche perché corrisponde alla riproduzione di una gerarchizzazione sociale che sinora ha sempre visto vincere i più forti, cioè chi dispone di posizioni di potere e di capacità di minacciare e dare la morte e quindi accumulare nuovo potere;

2) la lotta contro la corruzione e la criminalità è stata sempre ricorrente sia per iniziativa di chi cerca di difendere la res publica, sia perché lo stesso potere ufficiale cerca di correggere gli squilibri più estremi, la concorrenza "sleale" fra gruppi di potere; i gruppi emergenti si ammantano allora della missione "purificatrice", moralizzante e di "pulizia" per poi - quasi sempre - dedicarsi alle pratiche che hanno detto di combattere (ricordiamoci del saggio monito dei Pasolini, Foucault e altri che approdano allo scetticismo e a dire: "diffidate degli spacciatori di speranze").

3) Il giustizialismo o l'invocazione di più "manette", "più penalità", più punizioni sono sempre state ambigue, fuorvianti e persino controproducenti, innanzitutto perché: a) si configurano come "crociate" effimere che finiscono spesso per favorire i nuovi gruppi di potere (o le nuove mafie); b) non risanano l'assetto economico, sociale, culturale e politico che riproducono corruzione e criminalità.

È ovvio che l'azione repressiva e sanzionatoria è indispensabile e dovrebbe essere il più possibile efficace; ma da sola e per giunta sempre episodica non ha mai la portata di prevenire la riproduzione del fenomeno; le pene anche le più severe o estreme non hanno mai impedito la riproduzione dei crimini più efferati (e non perché l'"animo" umano è "per natura cattivo", ma perché l'assetto economico, sociale, culturale e politico conducono a riprodurre comportamenti e fenomeni devianti e criminali, cioè perché la riproduzione del potere si avvale sempre anche delle attività criminali (vedi U. Santino: «Mafia e marxismo» in Dizionario marxista). Tutti i paesi con la pena di morte hanno il tasso di omicidi più alto (fra essi gli Stati Uniti).

Non solo, dal 1990 e soprattutto dopo l'11 settembre 2001, la lotta al terrorismo e alla criminalità sono spesso diventate campagne di criminalizzazione razzista, di business della "tolleranza zero" a beneficio degli imprenditori del sicuritarismo e di una distrazione di massa e di distrazione delle forze di repressione verso "prede facili". S’è così favorito l’aumento dei crimini dei "colletti bianchi" grazie alla loro depenalizzazione quasi in tutti i paesi, in virtù della doxa liberista («meno stato più mercato»; «più libertà d’agire economico» ecc.).

Si pensi a Valls che si accanisce contro i rom e i giovani delle banlieues mentre, come Sarkozy, e al pari dei governi nostrani, ignora la lotta contro la corruzione e la criminalità dei potenti e contro i rischi di disastri sanitari-ambientali derivanti da siti industriali e nucleari e dalla speculazione edilizia (le malattie oncologiche sono diventate la prima causa di mortalità anche nei principali paesi dell’Europa occidentale). La “pedagogia della legalità” - nel migliore dei casi, cioè quando non è pura retorica o "prediche"- può anche essere lodevole... ma, in quanto tale non ha e non avrà mai efficacia. Nessun potere ha mai seriamente praticato l'articolazione fra repressione-risanamento e quindi effettiva organizzazione di pratiche di prevenzione della corruzione e della criminalità.

Esempio: le attività "al nero" che raramente o episodicamente sono oggetto di azioni repressive e quindi sono "chiuse" a) spesso rispuntano da un'altra parte; b) la loro “chiusura” è una disgrazia per i lavoratori che perdono quel lavoro e salario, anche se da schiavi, perché spesso non intravedono alternative se non quella di cercare un altro lavoro da schiavi; la "chiusura" non è accompagnata da un piano di regolarizzazione della loro condizione né dell'attività che svolgono; ne consegue che questi stessi lavoratori a volte sono costretti a essere complici di questo “sommerso”; c) l'esistenza di queste attività (che in Italia sono stimate a oltre il 32 % del PIL, anche secondo la Banca d'Italia) è dovuta al loro intreccio incontrollato e pervasivo con attività legali e anche criminali. Ma tali attività sono possibili grazie a connivenze, complicità se non diretto coinvolgimento di alcuni impiegati e funzionari delle amministrazioni locali e delle agenzie di controllo, comprese parti delle polizie e della magistratura. Senza queste complicità e a volte coinvolgimenti, tali attività sarebbero quasi sempre improbabili.

Abitanti della zona, ispettori del lavoro, dell'Asl, dell'Inail, agenti delle forze di polizia ecc. sanno quale laboratorio, “fabbrichetta”, cantiere o “badante” sono al semi-nero o al nero totale e chi vi é impiegato; d) non c'è mai un vero ed efficace servizio di tutela delle vittime delle nuove schiavitù e delle diverse criminalità; la vittima ha spesso paura di rivolgersi alle polizie non solo perché a volte ha visto qualche agente in amicizia col suo caporale o schiavista, ma anche perché se denuncia non riceve mai protezione e garanzie per poi trovare una sistemazione regolare.

La lotta alla corruzione e alla criminalità (e anche alla cosiddetta evasione fiscale) è solo demagogia senza regolarizzazione. Ma, anche gli stessi sindacati ne sembrano poco consapevoli anche perché assorbiti dalle questioni riguardanti solo i loro iscritti e le negoziazioni fra i loro vertici autoreferenziali e i politici, altrettanto autoreferenziali. Diffidare degli “spacciatori di speranza” non vuol dire non continuare a resistere a cominciare dalla pratica della parresia e i continui tentativi di resistere anche perché la società comunque sopravvive e anche noi, ma almeno cerchiamo di reagire… senza alcuna illusione.

  1. Vedi le diverse opinioni nella puntata di Lerner: http://www.repubblica.it/fischiailvento/ []
  2. Cfr. ricerca “Le professioni del governo della sicurezza” che mette in luce in particolare le “insicurezze ignorate” (rischi di disastri sanitari e ambientali, economie sommerse e neo-schiavitù, corruzione e mafie, criminalizzazione razzista. []

Prodotto Interno Legale

Augusto Illuminati

Alberi della legalità, crociere scolastiche anti-mafia, allocuzioni quirinalizie, cerimonie in onore di Falcone e Borsellino a strafottere. È maggio, bellezza, mese mariano e di commemorazioni pelose, nonché di comizi elettorali in cui tutti i candidati si appropriano dei defunti e invocano per i rivali il 41 bis. Virtù e onestà tornano di moda.

A un’incerta primavera segue lo scoppio dell’estate e a giugno arrivano i nuovi episodi corruttivi dissipando le residue nebbie retoriche e additando la verità effettuale della cosa: mafia, camorra e ‘ndrangheta entrano nel calcolo del Pil, sommandosi al giro di tangenti che già ne faceva parte, tolta la parte spostata su conti esteri. Il presidente del Senato Grasso invoca l’applicazione alla corruzione della legge anti-mafia, ratificandone la virtuosa confluenza. Le grida si susseguono come i 22 livelli di controllo interno sull’Expo –più sono i controllori e i declamatori di virtù più alto è il costo della corruzione e più sale il Pil.

Che il lavoro criminale fosse per certi aspetti lavoro produttivo l’aveva già accennato di sfuggita Marx e tecnicamente vi rientrava la prostituzione sotto pappone (da discutere invece su quella libera, in quanto paragonabile piuttosto all’artigianato o all’agricoltura di autoconsumo). Né scandalizza il fatto che i relativi proventi entrino nel calcolo della ricchezza nazionale, che assomma lavoro produttivo e improduttivo di plusvalore. Che non sia tassato è un altro segno di omogeneità con il resto del prodotto nazionale.

Perfino chi audacemente propone di sostituire al calcolo meramente economico del Pil un ideale indice della felicità (il BES, Benessere Equo Sostenibile), non può ignorare che esso andrebbe comunque parametrato sul soddisfacimento di desideri assortiti, compresi l’amore mercenario, la pedofilia e il consumo di sostanze alteranti – del resto già legalizzate in forma di psicofarmaci, merendine e alcol. Chi siamo noi per dettare regole salutiste o morali?

Gli effetti dei nuovi criteri di calcolo saranno assai benefici per fingere il superamento delle politiche di austerità: elevando infatti artificialmente il Pil, scende in automatico il rapporto debito/Pil e si riduce l’impatto di un’applicazione rigorosa del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio. Il trucco statistico sostituisce un’inflazione da accrescimento della domanda, che invece latita. Drogare i criteri di misura corrisponde per armonia prestabilita all’inserimento della droga fra gli indici di ricchezza.

Con qualche piccolo contraccolpo di etica pubblica, che non fermerà il moto degli astri: chiamare “pecorella” un carabiniere (crimine abominevole e improduttivo) costerà sempre quattro mesi a un manifestante valsusino, uccidere un carabiniere opponendosi a un sequestro di droga continuerà, sì, a essere sanzionato penalmente, ma il responsabile sarà fieramente consapevole di aver accresciuto il reddito nazionale, non con l’omicidio, per carità, ma se è riuscito, malgrado l’ostacolo in divisa, a piazzare il prodotto.

Trattandosi di un provvedimento adottato ufficialmente su scala europea possiamo considerarlo complementare a ulteriori iniezioni di liquidità alle banche (l’attività criminale al momento di maggior respiro) e sostitutivo di fastidiose emissioni di bond o aiuti positivi all’occupazione che distorcerebbero con eccessivo stridore i canoni sacri del neoliberismo, insomma un travisamento dei dati nel confronto con gli Usa ­che, d'altra parte, inseriscono formalmente nel loro Pil gli omicidi di guerra e gli apparati di spionaggio e probabilmente ci ficcano dentro un bel po’ di profitti narcos.

Con mossa parallela e tutta nazionale, di pur vaga origine europea, Renzi si appresta a calcolare nell’occupazione giovanile i vari lavori temporanei di merda a 3-400 euro e gli stages totalmente gratuiti (vedi alla voci Expo) che si propone di reperire con la Youth Guarantee, il servizio civile universale e la riforma dell’apprendistato senza apprendistato.

Operazione più complicata, perché insieme di “politiche attive” di workfare e non semplice cosmesi sulle cifre, operazione più difficile perché potrebbe scontrarsi con resistenze dei diretti interessati, poco propensi ad accettare nel medio periodo, dopo l’incasso dei primi soldi maledetti e subito, livelli salariali est-europei con prezzi dell’ovest. Insomma, the show must go on e ne vedremo di ogni.