Parlare di letteratura attraverso l’ecologia

Ludovica del Castillo

Il 12 dicembre 2015 a Parigi è stato siglato da 195 paesi un accordo globale sui cambiamenti climatici, con l’obiettivo principale di limitare l’aumento del riscaldamento della Terra di molto meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. L’Accordo di Parigi ha delle importanti novità rispetto ai precedenti: la sua universalità, perché tutti gli Stati firmatari si impegnano a una partecipazione fattuale e si dichiarano ugualmente responsabili, e anche un piccolo ma rilevantissimo aspetto non scientifico, perché per la prima volta in un accordo internazionale cambiamento climatico e diritti umani sono posti in relazione. Nel Preambolo dell’Accordo è riconosciuto che i cambiamenti climatici sono una “preoccupazione comune dell’umanità” e che per contrastarli è necessario che le parti “rispettino, promuovano e considerino i loro obblighi verso i diritti umani, il diritto alla salute, i diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei migranti, dei minori, delle persone con disabilità e dei popoli in situazioni di vulnerabilità”, dando rilievo anche al diritto allo sviluppo, alla parità di genere e tra le generazioni.

Non è forse un caso che anche l’ultimo (bello e chiarificante) saggio di Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia si concentri proprio sul rapporto tra individuo e ambiente, approfondendo la specificità del discorso nelle narrazioni contemporanee. La parola “relazione” – che è anche nel sottotitolo – è la chiave del libro, che si costruisce sull’analisi dei legami tra letteratura e ecologia, sì, ma anche tra individuo e ambiente, tra letteratura e contesto, forme e contenuti. Poi, effettivamente, il testo di Scaffai è anche un’efficace “relazione” su un filone di studi che sta avendo molto seguito, e che mancava finora declinato in una prospettiva italiana. Letteratura e ecologia, pur non essendo dichiaratamente militante, espone un tema della contemporaneità talmente urgente e onnipresente (una vera e propria grana da risolvere) da non potersi sottrarre a una presa di posizione. Inoltre, qualsiasi discorso sull’ecologia varrebbe sempre anche come metafora politica, perché si occupa proprio della relazione – appunto – tra soggetti che vivono in uno stesso ambiente, in una stessa Umwelt (rifacendosi alla definizione di Jakob von Uewüll, che pone l’accento sulle specifiche percezioni spazio-temporali di ogni soggetto che abita un ambiente e moltiplicando così le Umwelt esistenti per il numero di organismi e relativizzandone la percezione – una categorizzazione kantiana iper-soggettiva, diremmo).

La letteratura – che è “territorio della rappresentazione” – ha usato consistentemente l’ecologia come argomento delle narrazioni, sia come riferimento fattuale a un aspetto della contemporaneità effettivamente pressante – che quindi spinge per entrare non solo nelle narrazioni scientifiche ma anche in quelle di fiction – sia come allegoria di questioni sociali, culturali e storiche. È proprio su quest’ultimo punto che Scaffai si sofferma maggiormente. Gli studi sull’ecologia letteraria hanno avuto grande fortuna soprattutto negli Stati Uniti, dove dagli anni Novanta è egemone per lo studio critico-letterario in chiave ecologica la corrente dell’ecocriticism, nata da un periodo di considerazione olistica e trascendente della natura – visione manichea e semplificatoria, che riduce il rapporto tra uomo e natura a una polarità tra umano e non umano. Ma i confini sono porosi, non netti, così come lo sono quelli dell’isola-spazzatura nel Sesto continente di Daniel Pennac: “non limes, dunque, ma limen” (in un tempo, il nostro, in cui il muro è tornato nell’immaginario collettivo con tanta forza – e non solo nell’immaginario). E si rileva anche un pedante fondo pedagogico: la buona letteratura (e la buona critica) è quella che prescrive o che problematizza? Che rassicura o che mette in crisi? L’ecocriticism sarebbe inoltre eccessivamente inclusiva nella definizione di un “canone-ecologico”, includendovi qualsiasi testo in cui compare la natura ed equiparando l’ecologia alla natura, il rischio (evidenziato da Scaffai) sarebbe quello di dare una lettura troppo generica e superficiale dei testi e di ignorare la situazione storica, peccando d’eccessiva semplificazione. La presenza della natura in un testo è una condizione sì necessaria ma non sufficiente per includerlo in un canone ecologico perché “il tema deve reagire, con i procedimenti, e i referenti devono essere filtrati attraverso i codici”: nei testi letterari quello che si carica di senso è sia l’aspetto contenutistico, e cioè la scelta dei temi, sia la costruzione narrativa.

Le costanti formali dei testi a carattere ecologico dovrebbero considerarsi quindi come caratterizzanti, e secondo Scaffai sono prevalentemente due: lo straniamento (quel procedimento narrativo teorizzato da Šklovskij nello scritto del 1929, L’arte come procedimento, che ribalta quello che consideriamo familiare in una prospettiva diversa – o anche, inversamente, ci fa apparire familiare ciò che non lo è – con l’obiettivo di dare un diverso punto di vista) e l’ipercausalità, e cioè l’esistenza di una pluralità di cause, di agenti nella trama.

Il libro si articola in cinque capitoli: i primi due – intitolati rispettivamente Effetti di natura e Per una critica ecologica della letteratura – si concentrano sulla questione teorica e sulle prospettive critiche e metodologiche della relazione tra letteratura e ecologia, delineando così un’utile mappatura dello stato dell’arte. Mentre nel terzo capitolo – Uomo e natura: le prospettive originarie – sono indagate le costanti del legame tra uomo e natura che si rintracciano nei testi (non solo narrativi). Il complesso rapporto tra uomo e ambiente è approfondito negli ultimi tre capitoli, dove il discorso si articola a partire dai testi letterari: il quarto capitolo è dedicato al tema dell’Apocalisse e al suo carattere rivelatore (e pone le sue premesse sul concetto demartiniano di Apocalisse culturale); il quinto capitolo è incentrato sul tema dei rifiuti; mentre a essere al centro dell’ultimo è la letteratura italiana del secondo Novecento (ma l’analisi si estende a testi ipercontemporanei, come La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, Sirene di Laura Pugno o Bambini bonsai di Paolo Zanotti), e nell’applicazione dell’analisi critico-ecologica si capisce chiaramente quali siano le mancanze dell’ecocriticism, troppo poco attenta alla storicità del testo. Nell’analisi della letteratura italiana è subito chiaro che la scelta di temi ecologici e l’attenzione al paesaggio ha ragioni non solo allegorico-sentimentali ma anche storiche: per esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’Italia si sia trasformata molto velocemente da paese agricolo a industriale, o anche che in Italia il paesaggio ha da secoli un valore culturale, o che fossero visibili sul paesaggio i segni della distruzione portati della guerra (tanto che Scaffai parla del passaggio nel secondo dopoguerra, in Italia, da paesaggio ad ambiente, proprio per l’importanza del rapporto tra storia e Umwelt).

Ma è possibile oggi una narrazione che racconti la vita quotidiana degli individui in relazione alla vita comune (rifacendosi all’espressione che Auerbach in Mimesis), ai loro ambienti, e che non si nasconda nelle esistenze particolari rischiando d’insignificanza? Proprio questo sarebbe il senso dell’ecologia in letteratura, “terreno di mediazione tra la vita degli individui e la vita in comune”.

Niccolò Scaffai

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa

Carocci, 2017, 272 pp., € 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Mad Max: Fury Road

Valerio De Simone

Esattamente trent’anni fa con Mad Max - Oltre la sfera del tuono (Geroge Miller, George Ogilvie, 1985), si concludevano, sulle note di We Don’t Need Another Hero, le avventure di Max Rockatansky meglio noto come “Mad” Max. Ma l’indistruttibile vendicatore è tornato e questa volta a vestire i suoi panni è Tom Hardy che sostituisce Mel Gibson.

In un mondo post-atomico in cui la civiltà è solo un ricordo lontano, l’ex poliziotto Max vaga senza meta nelle radure desertiche dilaniato dal ricordo traumatico dell’uccisione della sua famiglia. Catturato dai Figli della Guerra, una tribù di guerrieri guidata dallo spietato sovrano di Cittadella, Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), viene trasformato dai suoi aguzzini in una “sacca di trasfusione” ambulante. A liberarlo da questa prigionia sarà il fortuito incontro con l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron), guerriera redenta, in fuga insieme alle mogli di Immortan, verso le Terre Verdi, suo luogo natale.

Ma la strada sarà lunga e tante saranno le tribù spietate interessate esclusivamente a rubare le ricchezze degli evasi. Così solo dopo una serie di lunghissime spettacolari sequenze di inseguimenti, sparatorie e scontri in macchina, che hanno contraddistinto gli altri capitoli della saga, il gruppo dei ribelli arriverà al luogo scelto, per scoprire una tragica realtà. L’inquinamento ha reso i terreni acidi e il clan della Molte Madri, di cui faceva parte Furiosa fino al suo rapimento, ormai è praticamente scomparso a eccezione di un pugno di valorose combattenti di tutte le età. Unica possibilità: tornare a Cittadella per destituire Immortan Joe e il suo regno del terrore riportando così la vita e la civiltà grazie alla ridistribuzione dell’acqua.

Seguendo la linea narrativa dei precedenti film, Mad Max: Fury Road non solo dipinge un universo distopico post-atomico conseguenza di un’umanità egoista, ma mostra come nonostante la civiltà sia stata cancellata, la legge della giungla, quasi un’araba fenice, risorga dalle macerie per governare i sopravvissuti analogamente a serial quali Lost (2004-2010) e The Walking Dead (2010). Così l’opera evidenzia come gli umani ricostruiscano una gerarchia dura e spietata in cui non vi è alcuno spazio per i deboli e dove le masse, al pari di quelle di Metropolis (Fritz Lang, 1927), obbediscono agli ordini impartiti dal tiranno senza alcuna forma di ribellione o di dissenso.

Il cast del film sostiene lo svolgersi della narrazione dall’inizio alla fine e il Mad Max di Tom Hardy, il Bane de Il Cavaliere oscuro – il ritorno (Christopher Nolan, 2012), non fa rimpiangere l’assenza di Mel Gibson, che però ha partecipato insieme a tutti gli attori alla prima al Festival di Cannes quasi a sottolineare non una competizione tra i due attori, ma una continuità, evidente anche nella scelta di far interpretare il malvagio a Hugh Keays-Byrne, Toecutter del primo capitolo.

Ma la grande novità del film, che lo distingue dai suoi predecessori, è nel maggiore interesse e dettaglio per la configurazione di personaggi femminili. Se in Inteceptor (Geroge Miller, 1979) l’unica donna (la moglie dell’eroe) ricopriva il ruolo di vittima, nelle due pellicole successive hanno fatto la loro apparizione alcune solitarie guerriere senza particolare spessore. Unica eccezione “la mortale seduttrice” come l’ha definita Bell Hooks, Aunty Entity (Tina Turner) regina di Bartertown, pronta a tutto pur di mantenere l’ordine nel suo piccolo regno. Ora la situazione è ribaltata. Furiosa, le spose fuggiasche e le superstiti delle Molte Madri (tra cui ricordiamo Valchira interpretata dalla Show Girl australiana Megan Gale) sono le vere protagoniste di quest’opera: motore dell’azione narrativa e baluardo di valori e conoscenze che potranno ricostituire la civiltà perduta.

Le eroine di Mad Max Fury Road sembrano incarnare così alcune delle anime del femminismo che ha abbandonato le rigide linee puritane per volgere verso una nuova realtà post-umana in cui il binarismo di gender, grazie alle loro azioni è superato: l’imperatrice Furiosa, guerriera dalle braccia bioniche che rimanda alle teorie di Donna Haraway sul Cyborg, le giovani concubine pronte a morire pur di evadere dalle mani sfruttatrici del loro Marito/Padrone e le appartenenti al clan Molte Madri, donne mature il cui unico sogno è quello di poter ricostruire l’ecosistema terrestre, quasi a voler tracciare una continuità con l’eco-femminismo.

Micrologie valdostane

Davide Gallo Lassere

Incastonata tra le più alte montagne europee sorge una valle detta d’Aosta. Un lembo di terra le cui bellezze mozzarono il fiato a pittori romantici inglesi e francesi e che seguitano tutt’ora ad attirare ogni anno migliaia di turisti. Quassù la crisi stenta ancora a scaricarsi in tutta la sua virulenza. Nonostante qualche recentissima, lieve incrinatura, i 140.000 valdotèns possono infatti vantarsi di godere tassi di criminalità, disoccupazione e povertà irrisori rispetto alle altre regioni italiane. Ben diverso il discorso per quanto concerne reddito, proprietà agricole e immobiliari, immatricolazioni di veicoli a motore e... suicidi: il cui numero relativo nel 2010 si è arrestato al doppio rispetto alla media italiana.

Aldilà di quest’ultimo, sconcertante dato, è solo dopo una ruggente scalata che lo stemma del leoncino aostano è riuscito a insediarsi con stabilità nei vertici delle classifiche italiane sulla qualità della vita. Il vecchio carrefour d’Europe si è così apprestato a diventare la Walt Disney delle Alpi: l’incarnazione perfetta di un mondo poststorico avvolto in una bolla di benessere e sport, mutui agevolati e incentivi di varia natura, assistenzialismo clientelare e gestione affaristica delle finanze pubbliche (si veda, dalle stalle che si trasformano in villini alle sovvenzioni più suggestive, la spropositata espansione appena ultimata del già ampiamente sottoutilizzato aeroporto). Luogo idoneo, insomma, in cui crescere figlioletti spensierati e sussidiati o dove trascorrere un’agiata pensione, nonché squarcio privilegiato per scrutare le storture antropologiche del grande sonno sociale, politico e culturale de “l’ultimo uomo”.

Peccato che, grazie a uno statuto speciale sorto dalle ceneri del fascismo, per qualche mese almeno la regione autonoma si è alacremente mobilita attorno all’istituzione e successiva approvazione (in data 18 novembre) di un referendum propositivo sul trattamento dei rifiuti. Oggetto del contendere un impianto di pirogassificazione. Una ciminiera alta oltre 50 mt, per la cui costruzione sarebbero stati stanziati 225 milioni di euro alle ditte che si sono già aggiudicate l’appalto: il più grande della storia valdostana. Millantato come il nec plus ultra della tecnologia, il pirogassificatore avrebbe avuto una capacità di smaltimento rifiuti decisamente superiore alle quantità prodotte in loco – ossia 60 mila tonnellate annue contro 42. Fatto ulteriormente aggravato dal basso riciclaggio (circa il 44% del totale) e dalle normative europee che prescriverebbero il raggiungimento del 65% di differenziata entro fine decennio, pena sanzioni.

Se a questa discrepanza ingiustificata si aggiunge che la pirogassificazione origina delle microparticelle particolarmente dannose per la salute (particelle ultraleggere che sarebbero state proiettate più in alto rispetto a quelle generate da un inceneritore, salvo dimenticare le frequenti inversioni termiche che avrebbero trattenuto a valle i corpuscoli ultrasottili, trasformando il pregio dell’avanguardia tecnologica in un indesiderato cavallo di Troia), l’oscenità del fallito progetto pare davvero vergognosa, specialmente per una regione che ha nel turismo e nella valorizzazione del territorio la carta vincente.

Due gli schieramenti. Da un lato il codazzo di soliti volti noti capeggiato dall’Union Valdotaine, un residuato di Mani Pulite che ha regnato in solitaria per quasi sessant’anni con plebisciti da repubblica delle fontine all’insegna del scintillante motto ni de droite ni de gauche. Sotto la condotta ferma del temuto e riverito empereur Presidente Auguste Rollandin (il padre-padrone che capeggia sul feudo de notre Vallée da metà anni '80, nonostante una condanna in ultimo grado per abuso d’ufficio in provvedimenti per appalti), il comitato-farsa pro astensionismo ha riproposto la trita e ideologica sentenza tecnocratica che va per la maggiore da un ventennio ormai: TINA, there is no alternative. Si tenga oltretutto in considerazione che, in un contesto di piccoli paesini in cui tutti si conoscono, spronare in modo quasi intimidatorio per l’astensionismo rappresenta un’evidente minaccia alla segretezza del voto, giacché il semplice fatto di recarsi alle urne ha manifestato un’aperta presa di posizione pubblica (il “sì” ha infatti vinto con uno schiacciante 94,02%).

Dall’altra una composizione eterogenea e animata dal basso, rispecchiante la composizione della società civile locale. Un aggregato, non trascurabilmente giovanile, di associazioni medico-ambientalistiche e comitati di varia natura, gruppi pittoreschi (come quello de “Le 320 mamme preoccupate”) e passaparola appassionati tra familiari, amici e conoscenti che ha trovato il saggio appoggio della coalizione della sinistra cosiddetta di centro e del M5S. Saggio in quanto nessuno ha cercato di egemonizzare il comitato promotore Valle virtuosa. Che sia finalmente giunto il momento in cui il detto unionista ma belle et chère vallée non debba più restare appannaggio della solita cricca di veterotradizionalisti?

In ogni caso, la vittoria del referendum che propone una raccolta differenziata spinta e il compostaggio dell’organico, oltre a un maggior riutilizzo degli scarti e al trattamento a freddo dei rifiuti restanti (il tutto per un costo inferiore di 2/3), si staglia all’orizzonte come un primo segnale di fumo dalla più piccola e meno popolosa delle regioni d’Italia nei confronti delle grandi opere minaccianti il bene comune promosse da apparati dirigenziali del tutto autoreferenziali e sclerotizzati. Il precedente storico per una parziale riappropriazione di territori e modalità dirette e propositive di fare politica dal basso da parte di una popolazione tendenzialmente dedita, nel migliore dei casi, all’impegno civile e volontario: uno speranzoso messaggio in bottiglia che ci si auspica venga raccolto, è proprio il caso di dirlo, su scala peninsulare e continentale!

Come riparare l’Italia

G.B. Zorzoli

Per produrre un hamburger da 150 grammi occorrono 2400 litri di acqua potabile, 2000 per una T-shirt di cotone, almeno 8000 per un paio di scarpe di cuoio. Sono alcuni dei dati che D’Angelis e Irace forniscono nel loro libro sui problemi idrici, non a caso intitolato Come riparare l’Italia. Non solo, infatti, siamo poco consapevoli del consumo d’acqua richiesto per consumi considerati normali, ma dello spreco di questa risorsa nel nostro paese, dove reti idriche vetuste o scarsamente soggette a manutenzione fanno sì che la percentuale d’acqua persa per strada sia quattro volte quella tedesca e più del 50% di quella inglese.

Non si spreca solo una risorsa preziosa: l’energia spesa per il suo sollevamento e trasporto emette nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica pari a quella di un milione di automobili che percorrono 20.000 km all’anno. Così, con lo spreco d’acqua aggraviamo il riscaldamento globale, che a sua volta contribuisce alla contrazione delle risorse idriche disponibili. Come se non bastasse, viviamo in un paese dove quasi il 30% della popolazione risulta priva del servizio di depurazione delle acque, con il conseguente impatto ambientale, mentre l’uso spesso criminale, comunque dissennato, del territorio, e la contemporanea assenza di interventi tempestivi per il suo riassetto, comportano spese elevate per affrontare le cosiddette emergenze: finanziaria dopo finanziaria, il piano nazionale anti-dissesto è rimasto senza soldi.

Ma questo non è solo un appassionato libro-denuncia. Non mancano infatti proposte per la realizzazione di una blue economy che si affianchi alla green, con indicazione degli strumenti con cui attuarle; una strategia basata per lo più sulla manutenzione, sul recupero, sulla razionalizzazione dei consumi, meno su quelle che gli autori definiscono «nuove opere strategiche», limitate al necessario. In estrema sintesi, come riparare l’Italia: secondo il compendio del titolo.

Malgrado sia scritto da due esperti attualmente ai vertici di importanti operatori nel settore idrico, il volume coniuga insomma il rigore dell’analisi e della documentazione con una visione dei problemi e una strategia per risolverli difficilmente classificabili come tecnocratiche. Anche nel finale, dove ricostruiscono le vicende più recenti, dai referendum del 2011 all’attribuzione della sorveglianza e regolazione del settore idrico all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, pur esprimendo riserve sulle motivazioni della consultazione referendaria, in merito al da farsi avanzano proposte che meritano attenzione da parte di chi è attivo nel movimento in difesa dei beni comuni (collocazione condivisa da D’Angelis e Irace nel caso dell’acqua). L’aprioristico rifiuto di un confronto nel merito porterebbe acqua al mulino dell’autoreferenzialità, non da oggi la deriva più dannosa per movimenti come quello a difesa dei beni comuni.

IL LIBRO
Erasmo D’Angelis-Alberto Irace
Come riparare l’Italia

Dalai Editore (2012), pp. 255
€ 18

I debiti illegittimi. Intervista a François Chesnais

A cura di Andrea Inglese, traduzione di Ilaria Bussoni

[versione integrale dell'intervista apparsa in versione ridotta sul n° 16 di "alfabeta2"]

François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trozkista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di “debito illegittimo” e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.

Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?

Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia. Non so in che senso la utilizzi Halimi, ma ciò che da 18 mesi sta accadendo in Grecia, ovvero forme di resistenza per lo più impreviste, credo che abbia ancora un fondamento nelle organizzazioni politiche e sindacali ma che abbia anche inventato modelli di organizzazione e di lotta con obiettivi spesso disapprovati da questi stessi partiti. Ad esempio il movimento «Io non pago» non piace al partito comunista greco, né ai sindacati che esso controlla. Poi ci sono stati la Tunisia, l’Egitto e oggi «Occupy Wall Street» che annunciano un periodo fatto da un lato da convulsioni del sistema finanziario mondiale, con l’aggravarsi della recessione – forse non proprio una depressione come negli anni Trenta ma comunque una recessione molto lunga –, e dall’altro un progressivo contagio, che è il contagio dei movimenti che maturano e si organizzano al riparo dai proiettori e che scoppiano in un momento dato, o per ragioni del tutto accidentali come in Tunisia o per decisione da parte delle persone, come è accaduto a quelli che hanno lanciato «Occupy Wall Street». Io credo che non ci sia più niente da aspettarsi dai partiti di sinistra, perché il loro pensiero è in tutto per tutto esaurito nei vecchi stampi.

Da profani, oggi potremmo avere l’impressione di essere quantomeno alla fine del pensiero unico e di assistere all’apertura di un vero e proprio dibattito intorno alle politiche economiche. Si tratta di un’impressione senza fondamento e la diversità dei punti di vista riguarda dettagli o siamo davvero di fronte a uno scontro di paradigmi economici e politici radicalmente diversi? In altri termini, il discorso esperto sull’economia è passato finalmente all’età polifonica o continua a parlare con un’unica voce?

Stamattina Paul Jorion, alla trasmissione radiofonica di France Culture, replicava a un giovane ma alquanto reazionario giornalista, Brice Couturier. E diceva un certo numero di cose condivisibili. Molti dibattiti apparentemente di opposizione, ad esempio, sono in realtà discorsi e ricerche politiche che tentano di salvare il sistema stesso. In questa seconda fase della crisi mondiale e soprattutto in Europa, a causa dell’estrema fragilità della zona euro, si è sviluppato un dibattito che non ha avuto la stessa intensità nel 2008, e credo che questo vada inteso come l’indice del grado di estrema vulnerabilità a cui è giunto il sistema finanziario mondiale. La grande preoccupazione si accompagna all’estrema diversità delle soluzioni e delle ricette proposte. Ma il dibattito si colloca in tutto e per tutto nell’idea di prolungare la vita di questo sistema finanziario e della forma di globalizzazione che gli serve da supporto. Quello che mi ha colpito è come il problema climatico, un problema di grandissima urgenza, il problema dei problemi, di nuovo in discussione a Durban in Sudafrica, sia del tutto eclissato dal tentativo, negli Stati Uniti e in Europa, di salvare un sistema che ha accelerato e aggravato tutti i problemi ecologici del pianeta, che ha accelerato il cambiamento climatico. Credo che se fra un secolo ci sarà ancora qualcuno in grado di fare la storia di questo periodo, si chiederà «Ma a cosa stavano pensando quelli? In che tranello si erano ficcati?». Oggi facciamo un bilancio della totale irresponsabilità che ha portato alla guerra del 1914 e la si guarda con un certo stupore e l’idea del suicidio dell’Europa è diventata…

…una constatazione

Sì, è un’idea che viene per lo meno condivisa da una vasta schiera di persone negli ambienti intellettuali e questi stessi ambienti, rispetto alla situazione odierna, o non capiscono niente o hanno una tale paura dell’abisso… C’è una bella espressione inglese, uncharted waters, che risale al XVI secolo, quando i battelli partivano da Genova o Amsterdam o Londra e approdavano in regioni del mondo la cui cartografia non era mai stata fatta prima. Stiamo per entrare in un periodo storico che ha questi tratti, che ha dunque questo riflesso molto generalizzato di paura e conservatorismo nel quale ci si dice: meglio quello che c’è piuttosto che…

Sì ma ho l’impressione che anche tra le fasce sociali più sfavorite ci sia questo stesso riflesso, cioè che persino le persone che hanno pochissimo da perdere da un cambiamento più radicale preferiscano aggrapparsi alle politiche di rigore difese dalla destra, come a dire meglio tirare avanti nelle difficoltà che conosciamo piuttosto che venirne fuori con qualcosa di estraneo…

Sono d’accordo e si tratta di un riflesso molto diffuso. Siamo partiti da questa domanda di Serge Halimi nei confronti dei dirigenti politici, che sollecitano la fiducia da parte di coloro che hanno meno strumenti materiali e intellettuali, per ottenere la loro delega… Io invece mi interrogo sul grado di paralisi degli intellettuali, del personale politico della sinistra, mentre la borghesia, per farla corta, è sempre mossa dal riflesso di preservazione del proprio dominio, è ciò che la mette in moto e che fa sì che per essa la lotta di classe non abbia mai fine…

Dunque, secondo lei neanche oggi in piena crisi ci sono spazi sui media ufficiali e dentro la politica istituzionale per proporre un’alternativa alle politiche di austerità?

Il problema è che la soglia è molto alta e la situazione comporta diverse variabili impreviste. La variabile imprevista con la quale mi sono scontrato più direttamente durante le presentazioni del mio libro sul debito illegittimo è stata far capire che se non abbiamo dei piani pronti per impadronirci del sistema bancario, per renderlo di nuovo pubblico e per socializzarlo, il non pagamento dei debiti, persino di debiti piccolissimi, può provocare il crollo del sistema bancario, in ragione della sua attuale fragilità. Dobbiamo affrontare il fatto che qualunque potere politico che cerchi di rompere con la condizione attuale delle cose deve denunciare tutti i trattati, e in Europa deve denunciare tutti i trattati europei. Qualunque politica seria deve stabilire immediatamente un divieto alle delocalizzazioni delle imprese e deve invitare gli operai a impadronirsi e ad autogestire le imprese che cercano di chiudere… Dietro questo dibattito sulla deglobalizzazione(1) ci sono cose giustissime, perché ci sono momenti in cui, a partire da criteri stabiliti e noti alle parti in causa del commercio internazionale, occorre negoziare forme di scambio ed è impossibile tollerare la concorrenza selvaggia con la corsa al ribasso dei salari come unico modello.

Occorrerebbe reintrodurre un concetto tabù come quello di protezionismo?

Preferisco l’idea di condizioni negoziate dello scambio, che sono altrettanto indispensabili rispetto al problema del cambiamento climatico… Uno degli aspetti dell’altissimo consumo energetico sono le filiere produttive globalizzate con il relativo impatto dei trasporti. Tutto questo per dire che la sfida è alta e sono in pochissimi ad assumersela. A «Le Monde Diplomatique» c’è chi se l’assume, e tra questi Frédéric Lordon, o Emmanuel Todd, a modo suo e a partire da un’altra formazione… Si tratta di gente con un pensiero che non mette pezze al sistema…

In effetti, leggendo ciò che scrive, ho avuto l’impressione che lei sia tra quei pochi che riescono ad affrontare dentro la stessa cornice analitica tanto la crisi finanziaria, con gli strumenti della tradizione marxista, tanto la crisi climatica, con strumenti molto più recenti. Ho l’impressione che ancora oggi queste due crisi abbiano tendenza a essere trattate con analisi che si escludono a vicenda. Sembra difficile dare lo stesso peso, e all’interno di un unico discorso, alla lotta di classe e alla guerra che la nostra specie ha scatenato contro il resto del pianeta.

Non le nascondo un certo imbarazzo nel risponderle. Per ora siamo ancora in questa situazione di dispersione. Questo perché la perversione del capitalismo ultraconcorrenziale è penetrata persino tra le fila di persone che dovrebbero essere portate a parlarsi, ad avvicinarsi e a lavorare insieme, e invece siamo prigionieri di questa situazione. Si tratta di un fatto. Ho provato a rileggere Marx, perché non ero del tutto soddisfatto del Marx ecologista dell’americano John Bellamy Foster(2). Io credo che occorra assumere le profonde contraddizioni di Marx su questa questione. Non si possono cancellare così le lettere che scriveva quando usciva dall’esposizione universale di Londra: vanno insieme all’intuizione che il capitalismo porta con sé forze distruttrici che si rivoltano contro i lavoratori ma che possono anche rivoltarsi contro la natura… Nel capitalismo gli uomini hanno un rapporto tale con la natura che si autodistruggono. Anche Engels ha avuto intuizioni: ha trovato esempi dell’antichità nel mediterraneo per dire che uomini spinti da determinate forze potevano trasformare un ambiente che era stato accogliente in qualcosa di completamente ostile. Ma diciamo che questo lavoro di rilettura l’ho fatto con non più di quattro o cinque persone e con non più di tre o quattro libri.

Appartengo a una generazione nella quale a partire da punti di appoggio nei partiti e nei sindacati, c’era un dibattito nel quale le parole avevano uno stesso significato per molte persone; a una generazione per la quale c’era concorrenza tra le idee ma non tra le persone, perché persone e idee erano ancora attribuite a strutture politiche e collettive… Per me la sorpresa delle sorprese è stata la scomparsa del Partito comunista italiano e di tutto quello che il Partito significava come spazio intellettuale e politico, e se me lo avessero detto nel 1975 avrei detto che erano follie, ma vent’anni dopo era cosa fatta. Solo per dire che siamo in molti a pensare in circoli ristretti. Io ho un piccolo gruppo legato a una rivista che si chiama «Carrés rouges» e ne sono molto contento. La pubblicazione del mio libro sui debiti illegittimi è stata molto importante, perché mi ha spinto nuovamente a discutere e ad ascoltare critiche, che hanno poi trasformato la mia stessa visione. Ma la variabile sconosciuta, quella che ha prodotto una vera sorpresa è stata «Occupy Wall Street», un movimento che con tutti i suoi limiti è nato proprio negli Stati Uniti.

L’ha sorpresa più delle rivolte arabe?

Certamente, perché per le rivolte arabe c’erano abbastanza informazioni per sapere che prima o poi sarebbero avvenute, tanto in Tunisia quanto in Egitto, dove sono state precedute da scioperi poco mediatizzati ma molto lunghi.

Con Frédéric Lordon lei sembra condividere l’idea che la crisi economica e finanziaria necessita non solo di narrazioni capaci di suscitare passione nei non specialisti, cioè i normali cittadini che ne subiscono le conseguenze. Oltre al problema della volgarizzazione del discorso, le sembra importante l’apporto che gli artisti, i poeti, la gente di teatro o del cinema possono dare alla comprensione della crisi?

Sì è fondamentale. Al momento non ci sono abbastanza artisti, scrittori, creativi che vi sono impegnati, ma penso che arriverà; è una questione anche di tempi lunghi tipici della produzione cinematografica, ma è assolutamente centrale, arriverà. Del resto io stesso ho fatto riferimento a Cleveland against Wall Street e Inside Job, anche se non ho ancora visto Debtocracy. Trovo che i documentari dell’argentino Pino Solanas sulla crisi del suo paese di una decina di anni fa fossero molto importanti.

Qual è la relazione tra la crisi economica e la crisi finanziaria?

Uso come filo conduttore un’osservazione di Marx nella quale spiega che il capitalismo si scontra con barriere, con limiti immanenti, limiti che gli sono consustanziali per le contraddizioni prodotte dai rapporti sociali sui quali è costruito e – dice Marx –, confrontato a queste barriere, il capitalismo cerca di superarle, ci riesce, ma produce condizioni nelle quali ritroverà queste barriere ancora più alte… Con questo filo conduttore e, prendendo la breve ma durissima crisi del ’73-75 come punto di partenza, possiamo dire che, dopo questo periodo nutrito dai bisogni della ricostruzione, durante i Trenta gloriosi(3) il capitalismo si trova confrontato a una crisi che traduce le sue contraddizioni interne e le prime soluzioni sono il tatcherismo, il reaganismo, la liberalizzazione, la deregolamentazione e prima di tutto la globalizzazione finanziaria e dunque la creazione di condizioni che hanno consentito il ridispiegamento del Capitale su tutto il pianeta, ma che hanno in modo contraddittorio portato alla distruzione degli strumenti di politica economica messi a punto durante la guerra e i Trenta gloriosi.

La crisi del ’73-75 è una crisi di sovrapproduzione dentro economie ancora chiuse ma interdipendenti: dunque la crisi si diffonde e diventa una crisi internazionale, e la liberalizzazione e la deregolamentazione costituiranno appunto la risposta generale per forzare questa limitazione. I paesi che si investono di più nella liberalizzazione finanziaria cominciano a scavare dei divari nei livelli di reddito e di patrimonio, che fanno sì che la domanda effettiva non sia più alimentata da una domanda sufficiente di beni di consumo e viene così a crearsi una situazione nella quale è la finanza a proporre una soluzione: alle persone viene proposto di indebitarsi. Si entra così nel ciclo dell’indebitamento degli anni Novanta. Contemporaneamente si avvia la terza grande misura. In Cina c’è una struttura politica, un’élite, che ha cominciato ad abbozzare processi di liberalizzazione e che ha schiacciato un movimento studentesco e operaio per poter consolidare questo processo. Siamo di fronte a una realtà che si rivela determinante per il futuro del capitalismo… Il progetto che era emerso solo in forma embrionale nel viaggio di Nixon e Kissinger a Pechino, si concretizza sul serio a partire dagli anni Novanta. Prosegue con l’investimento estero in Cina a partire dal ’92-93 e con l’apertura di negoziati sull’adesione della Cina al Wto. D’altra parte, credo che la maggiore vittoria del capitalismo neoliberista si sia prodotta nel 2001 con l’ingresso della Cina nel Wto. La Cina è diventata la manifattura del mondo e si è così integrata un’immensa macchina per produrre, che nei fatti è una macchina deregolamentata, perché si tratta di una macchina che non funziona alle condizioni di equilibrio del secondo volume del Capitale di Marx. È una macchina nella quale il settore 1, il settore dei beni di produzione, si autoalimenta in condizioni in cui il settore 2, il settore dei beni di consumo, è del tutto a traino: c’è una sproporzione mai esistita nella storia della crescita del capitalismo. C’è una situazione senza precedenti di crescita continua dell’investimento come parte del Pil cinese, ma di ribasso dei consumi se rapportato al Pil, con un Pil che aumenta dal dieci al tredici percento. Questo ribasso dei consumi significa, come frazione di un Pil che aumenta, che c’è comunque una diffusione dei beni di consumo. Ma rispetto alle capacità di produzione presenti si tratta di una capacità derisoria: le esportazioni sono una specie di paracadute del sistema. Il saldo commerciale della Cina non è di molto superiore al 5% del Pil, è dunque molto debole. E dal punto di vista della Cina il paracadute è sempre più fragile, anche se siamo comunque di fronte al 10% delle esportazioni mondiali. Noi lo avvertiamo leggermente, ma ci sono paesi che lo avvertono in modo significativo: la distruzione del tessile egiziano è un risultato diretto del Wto, della fine dell’accordo Multifib(4), e dei prodotti cinesi.

La crisi finanziaria è la componente di una crisi molto più vasta che in fondo nasce dal prolungamento oltre i propri termini di un periodo in cui il capitalismo sembrava aver messo da parte le proprie contraddizioni, respinto i propri limiti. Ma oggi i limiti si manifestano nella forma, in un certo senso molto più grave di quella finanziaria, di una sovraccumulazione e di una sovrapproduzione su scala mondiale, i cui punti di sostegno sono dispersi, ma che fa sì che le aziende continuino a chiudere in Europa, che r le tendenze recessive all’opera siano aggravate da politiche che favoriscono la finanza.

Che cosa s’intende per debiti illegittimi?

Il concetto di debiti illegittimi proviene dall’esame delle condizioni alle quali sono nati e cresciuti questi debiti ed è un’analisi che deve essere fatta paese per paese, e io posso rispondere per la Francia. La possibilità offerta dalla liberalizzazione della finanza – alla quale la Francia ha aderito all’inizio degli anni Ottanta, quando il governo dell’unione della sinistra vinceva le elezioni e cominciava il settennato di Mitterand – ha portato all’emissione dei buoni del tesoro su mercati aperti a investitori stranieri, ricorrendo così non al sistema monetario domestico né al risparmio domestico. Ne sono seguite spese che sono stati veri regali al capitale: le condizioni nelle quelle sono state realizzate le nazionalizzazioni e le privatizzazioni o le leggi di programmazione militare anch’esse estremamente improduttive per l’economia del paese, di cui hanno beneficiato gruppi come Dassault, il maggiore costruttore dell’aeronautica militare e civile francese. Si tratta di esempi della critica che si può rivolgere a grandi spese pubbliche fatte in alcuni momenti dai governi. L’altro aspetto è la diminuzione della fiscalità e l’estrema tolleranza nei confronti dell’evasione fiscale, incoraggiata dai trattati europei e dalla presenza del Lussemburgo e della Svizzera alle nostre porte, dunque della flessione di alcune categorie di fiscalità con mancanza di introiti e l’obbligo a emettere sempre più titoli di debito pubblico, avvitandosi in una situazione in cui occorre reindebitarsi per pagare gli interessi sul debito.

D’accordo, ma chi ha il diritto di stabilire che un certo debito pubblico è illegittimo?

La prima cosa è che quando si decretano politiche di austerità così rilevanti e con una tale continuità, e lo si fa in nome della necessità di pagare il debito, dovremmo avere l’obbligo, in quanto cittadini, di porre questa domanda: da dove viene questo debito? Perché è ciò che rende necessari i sacrifici e li fa ricadere sulle spalle della gente. Occorre fare questa domanda e guardare il debito più da vicino… Si tratta di un dibattito che non possiamo delegare al personale politico e agli esperti. Si tratta di questioni relativamente complicate, ma che possono comunque essere capite: è questa l’idea dell’audit sul debito attraverso meccanismi ai quali sono strettamente associati i cittadini.

Lei ha comunque ragione nel porre la domanda: chi può dichiarare illegittimo un debito? Il caso, ad esempio, del debito «odioso» ha degli appigli nel diritto pubblico internazionale. Appigli che risalgono agli anni Venti e Trenta e che sono stati riattivati negli anni Ottanta in America Latina. La questione del debito illegittimo è quella della democrazia diretta, dunque di processi reali di democrazia, che sono necessariamente determinati dalle condizioni politiche ed economiche di ogni singolo paese e che può comportare gradi di partecipazione molto diversi.

Che differenza c’è tra debito «odioso» e debito illegittimo?

Il debito odioso include un forte elemento di subordinazione di un paese e delle sue finanze a istituzioni internazionali o ad altri Stati. Quanto al debito illegittimo, l’unico vero dibattito è quello sulla delega attraverso il voto: “Voi siete stati consenzienti, perché avete eletto dei governi che hanno prodotto il debito e anche se non vi hanno fornito delle chiare spiegazioni, voi dovete accettare l’esito delle loro politiche”. Ma il principio dell’audit sul debito pubblico implica che si metta un termine a questa delega e che si faccia di tale questione il terreno per un esercizio della democrazia diretta. Questo significa darsi come forma d’organizzazione il comitato, che è la forma attraverso la quale l’autonomia può cominciare ad affermarsi.

 



1) Lanciato in Francia da «Le monde diplomatique» e difeso da economisti come Frédéric Lordon, ma anche da intellettuali come Emmanuel Todd, e persino da uno dei candidati alle primarie socialiste, Arnaud Montebourg, che ha ricevuto il 17% delle preferenze, piazzandosi terzo [N.d.T.].

2) Sociologo statunitense, editorialista della «Monthly Review» [N.d.T.].

3) Gli anni dal secondo dopoguerra ai Settenta [N.d.T.]..

4) L'accordo «multi fibre» ha regolato il commercio internazionale di prodotti e tessili d’abbigliamento dal 1974 al 2005, attraverso l'imposizione di restrizioni alla quantità di prodotti tessili che i paesi in via di sviluppo potevano esportare verso i paesi sviluppati [N.d.T.].

Che cos’è la conversione ecologica

Guido Viale

L’idea di una «conversione ecologica» – un termine introdotto anni fa nel lessico socio-politico da Alex Langer ˗ appare centrale, ogni giorno di più, per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Conversione ecologica è un termine che ha un risvolto soggettivo, etico, personale e un risvolto oggettivo, sociale, strutturale. Rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. La «conversione» è ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui viviamo: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare anche dopo di noi, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Leggi tutto "Che cos’è la conversione ecologica"