Speciale Biennale 2019 / Fallimento, utopia, sogno. Intervista a Driant Zeneli

Maybe Cosmos-Screen Instalation shots

Gabriele Sassone

Vorrei iniziare questa conversazione da Maybe the cosmos is not so extraordinary (2019), il progetto che hai appena inaugurato per il Padiglione Albanese in occasione della 58esima edizione della Biennale di Venezia. Di che cosa si tratta? 

Maybe the cosmos is not so extraordinary (2019) è un’installazione che combina video e scultura, risultante da un progetto multidisciplinare intitolato Beneath a surface there is just another surface, iniziato nel 2015 al Metallurgjik, un complesso industriale distopico, ad Elbasan, Albania, e conclusosi nelle miniere di Bulqize, sempre in Albania. L’opera e il titolo derivano dal racconto di fantascienza Sulla via per l’Epsilon Eridani (1983) dello scrittore e fisico albanese Arion Hysenbegas. L’installazione presenta un film a due canali ambientato nelle miniere di Bulqize, una città a Nord-Est del paese, dove, dal 1918, viene estratto il minerale del cromo. Questo rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo industriale dell’Albania ed è alla radice di conflitti economici e politici nel Sud del mondo. Il film mette in scena la scoperta, da parte di un gruppo di adolescenti di Bulqize, di una capsula cosmica che segue il percorso del cromo: dall’estrazione e lavorazione all’interno della fabbrica fino alla sua esportazione e utilizzo a livello globale.

Maybe Cosmos-Screen Instalation shots

La letteratura di fantascienza nasce in risposta a tre condizioni: sviluppo tecnologico; aumento delle tensioni sociali; dominio del pensiero scientifico o religioso. Tuttavia, la fantascienza (soprattutto quella degli esordi) è utile anche per capire le conseguenze generate dal colonialismo. Dunque secondo te la fantascienza è ancora un paradigma valido per spiegare le contraddizioni della società? 

Tutti gli oggetti volanti che si citano in generale nei libri di fantascienza li intertpretiamo come macchine o oggetti straordinari. Io li vedo come macchine da guerra programmate per colonizzare altri territori e nello stesso tempo controllare il pianeta terra ma che ci offrono anche possibilità di scoprire chi siamo, diversamente. Penso ai droni che nascono come macchine da guerra fino al loro utilizzo per registrare filmati di ricordi personali. Spesso il drone è presente nelle mie opere, come nel 2014 nella perfomance Unlikely Collisions o come il personaggio della video installazione Maybe the cosmos is not so extraordinary. Nel film, il drone è il sesto personaggio, è colui che guida i cinque bambini verso la miniera dove loro nasconderanno la sfera cosmica. 

Fallimento, utopia, sogno. Tre parole che caratterizzano molto la tua ricerca. Che cosa significano per te e come si legano fra loro?

Da quando nasciamo, una delle prime cose che imapariamo a fare è cadere, e in quel momento non facciamo nient’altro che usare la forza di gravità. È proprio da qui che nasce la mia curiosità di seguire i vari e continui tentativi di noi come esseri viventi sul pianeta Terra. Prima del tentativo c’è il desiderio di spostare di continuo i nostri limiti creando spesso micro-utopie nel nostro quotidiano, che poi ci portano a micro (fino a macro) fallimenti. Per questo mi affascina come l’essere umano, nel corso della sua vita, impari a convivere con la forza di gravità.

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Ti muovi tra performance, film e opere multimediali. Vorrei però che mi parlassi dell’importanza che ha assunto il disegno nella tua pratica artistica più recente.

Mi sono sempre sentito uno scultore anche perché quella è stata la mia formazione, fin da quando avevo tredici anni. Andavo nella bottega di uno scultore della mia città natale, Shkoder, in Albania. Il mio lavoro però poi ha preso la forma di video e performance. Il disegno non lo esponevo da più di dieci anni, e solo grazie a un disegno che mi è stato regalato, quando avevo sei anni, da un’amica di famiglia che ho ritrovato il desiderio di ricominciare. Da qui nasce la serie dei 101 disegni, On the way of epsilon of Erdiani 2018 – 2474, opera che narra in maniera immmaginaria tutti momenti che attraversano i cinque astronauti del romanzo di fantascienza, e da dove traggo anche il titolo dell’opera che presento attualmente a Venezia.

E, non da ultimo, ti sei occupato anche della direzione artistica di rassegne come la 18esima edizione della Biennale del Mediterraneo. Come definisci questa ulteriore evoluzione della tua ricerca?

L’esperienza nel ruolo di direttore artistico dellla 18esima edizione della Biennale del Mediterraneo realizzata tra Tirana e Durazzo nel 2017 è stata importante e sicuramente non mi ha distolto dalla mia ricerca come artista, ma l’ha arrichita. Da questa esperienza nasce anche lo spazio Harabel a Tirana, fondato proprio un anno fa, spazio dedicato all’archivio e al database dell’arte contemporanea in Albania dal 1991 fino ad oggi, e spazio che commissiona opere di arte pubblica.

Driant Zeneli

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Driant Zeneli, Don’t look at The Sun while you are expecting to Cross it 2014. Courtesy Prometeo Gallery, Milano

Manuela Gandini

Per Driant Zeneli, la caduta di Icaro è già l’utopia realizzata. Il fallimento è il preludio al compimento di imprese impossibili. Un uomo, l’artista, indossa una tuta, un casco e s’imbraga. E’ su un’altura dalla quale una funivia spara le persone come proiettili da una vetta all’altra. A dicembre del 2011, la cometa Lovejoy attraversava il sole a una temperatura altissima. Tutti pensavano che si dissolvesse ma così non è stato. Don’t look at The Sun while you are expecting to Cross it (2014), non guardare il sole mentre lo attraversi, è l’opera video che l’artista ha dedicato alla cometa, lanciandosi da una parte all’altra dei due monti per attraversare metaforicamente il sole. Questo è l’ultimo video della trilogia When dreams became necessity, una spinta oltre i limiti, la rassegnazione e la tristezza sociale che caratterizzano il nostro tempo. In Some say the Moon is easy to touch, il 19 marzo 2011, la luna è vicinissima alla terra. L’artista si lancia nel vuoto con il bungee jumping per arrivare a toccare la luna con un dito. Cinquanta metri di caduta libera e poi un successivo tuffo nel mare gli consentono di raggiungerne il riflesso. La complessità della preparazione, l’attesa, il salto, si risolvono nel dissolvimento poetico dell’illusione. I suoi video stabiliscono una relazione intima e indivisibile tra l’umano, il desiderio e lo spazio naturale.