Mondo vampiro

Giorgio Villani

Orazio dovette certo trovarsi molto scornato da quelle celebri parole di Amleto sulla sua filosofia. È certo, tuttavia, che s’egli avesse posseduto la biblioteca odierna non dirò di uno studioso ma di un uomo di pur mediocre curiosità, avrebbe saputo rispondere in ben altri toni al suo principe. Dai tempi della pazzia d’Ofelia ai nostri, infatti, la letteratura di succubi e fantasmi è stata esaminata, coi più rifiniti strumenti delle scienze umane, da molti studiosi le cui fatiche oggi nessuno comparerebbe, come fece una volta Benedetto Croce, a quella d’Ercole nella stalla d’Augia. La sua estensione d’altronde è troppo vasta per essere trascurata. L’Ottocento romantico, mentre tirava fuori dai bauli del trisavolo ferraglie rugginose e stinti arazzi per arredare le camere in stile Carlo Martello, trasse per il lenzuolo anche molti vecchi fantasmi; sicché, tra gli eterocliti arredi d’un improbabile stile moresco-plantageneto-carolingio, non era raro che nella fantasia del poeta oppiomane si affacciasse il perturbante incarnato della ninfa Melusina.

Malgrado quel che scrisse in proposito Edmund Wilson, il quale le trovava incompatibili con l’invenzione della luce elettrica e della radio, storie dell’orrore sovrannaturale continuarono a fabbricarsene per tutto il Novecento. Nel 1992 Francis Ford Coppola dette una sua versione ridondante e melodrammatica del Dracula (1897) dell’irlandese Bram Stoker, nella quale l’opera originale si trovava avvolta da strati di memoria letteraria e cinematografica sul vampiro, alla stregua d’una turgida cipolla. Due anni dopo, il libro di Vito Teti La malinconia del vampiro (del quale oggi Donzelli pubblica un’edizione notevolmente accresciuta) giungeva a far chiarezza non tanto sulla storia dell’immaginario vampirico quanto sulle sue molteplici interpretazioni giacché, come già allora spiegava l’autore, “il vampiro che non può specchiarsi è diventato figura del rispecchiamento e della autorappresentazione dell’uomo moderno”. Col film di Coppola il libro di Teti divideva dunque l’acuta percezione della polisemanticità e della sedimentazione del mito che andava studiando.

Lavoro dotto in tutte le sue parti, La malinconia del vampiro era, almeno in molti dei suoi capitoli, anche prova d’originalità e rigore. Teti ripercorreva con ammirevole precisione gli studi settecenteschi sul vampirismo sollecitati dalla “epidemia vampirica” che in quegli anni aveva sospinto la popolazione d’interi villaggi della Serbia e della Moldavia a disseppellire e bruciare una moltitudine di cadaveri. Casi come quello di Peter Plogojowitz (1725) a Kisolova, il cui corpo venne esumato e distrutto nella convinzione di porre fine così ad una successione di misteriosi decessi, o del soldato Arnold Paole (1732), trafitto e mutilato dopo la morte, suscitarono l’attenzione di medici e filosofi i quali non esitarono a riconoscervi gli effetti che l’assenza di razionalistica luce poteva produrre in cervelli rustici e selvatici. Chi per la prima volta trattò ampiamente il tema fu Augustin Calmet, frate benedettino, nelle cui Considerazioni (1746-1756) sono riportati i due casi di vampirismo summenzionati. Se Calmet fu cautamente scettico, Voltaire si mostrò invece apertamente sprezzante nei confronti di quelle che giudicava manifestazioni inequivocabili d’ignoranza villereccia (“Mentre i vampiri” – scrive – “menavano la bella vita in Polonia, in Ungheria, nella Slesia, nella Moravia, in Austria e nella Lorena, non si avevano notizie di Vampiri nella città di Londra e Parigi”): il suo spirito si ritrova nell’opera di Tartarotti Del Congresso notturno delle lammie (1749), nella Dissertazione sopra i vampiri (1774) di Davanzati e, soprattutto, nei Remarques sur le vampirisme de l’an 1755 di van Swieten che restano il più articolato fra i tentativi compiuti dall’Illuminismo per spiegare su basi medico-scientifiche i fenomeni connessi al vampirismo.

Teti s’interrogava sulle ragioni di questa epidemia vampirica lungo tutto il Settecento, trovandola nel collasso dell’antico ordine magico-agreste al quale il vampiro folklorico indissolubilmente apparteneva. Florido, rubicondo, “orribilmente rigonfio come fosse una sanguisuga sul punto di scoppiare”, la sua figura s’apparentava ad altre delle mitologie arcaiche e contadine da Bengodi al Paese di Cuccagna, alle Isole Fortunate. Su quale sfondo sociale agissero codeste fantasie, alimentate dal papavero e dall’inedia in un’Europa smunta dalla carestia, parlano alcune pagine di Daniello Bartoli sulle folle di derelitti questuanti nella Povertà contenta descritta e dedicata a ricchi non mai contenti: “Tutti poi pallidi, scarni, ignudi, mangiati dentro dalla fame e fuori consunti dalla necessità: senza altro patrimonio che le proprie miserie, senza altro senso di vita che il dolore di un penoso morire”. Coincisa con l’affermarsi degli Stati moderni sulle antiche realtà locali, “l’epidemia vampirica” sarebbe dunque esplosa “nel momento in cui, a causa di un’inarrestabile disgregazione delle culture popolari (controllate e aggredite dall’alto e dall’esterno)” non fu più possibile “dare una comune risposta ai bisogni individuali e collettivi”.

Lo studioso, tuttavia, non si limitava ad analizzare i processi culturali in atto nel XVIII secolo: faceva del vampiro una figura della crisi, la stigmate d’un vuoto o, se si vuole, d’una transizione imperfetta. Così, in un discorso per molti aspetti assonante con quello condotto in quei medesimi anni da Francesco Orlando, il vampiro diventava per Teti una sorta di cattiva coscienza della Modernità: “Quando il mondo popolare era ancora vivo, veniva negato e demolito dai ceti dominanti; nel momento della sua disgregazione diventa invece oggetto di rimpianto e di rivalutazione a opera delle nuove élites alla ricerca di una diversa affermazione sociale ed economica”. O ancora: “il vampiro si appresta a interpretare il problematico rapporto con la morte e coi defunti di un’epoca che si è impegnata nelle loro espulsione ed esorcizzazione”. Via di questo passo: “il vampiro moderno è diventato una figura della possibile fine del mondo”, egli “dimora nel buio della nostra personalità, in mezzo alle nostre rovine interiori”. In queste pagine l’analisi di Teti si riallacciava ad una consolidata tradizione di studi sulla sensibilità del XIX secolo (Macchia, Praz), ch’egli poi arricchiva di suggestioni molteplici, con esiti che, seppur sempre convincenti, risultarono forse meno originali di quelli raggiunti nella prima parte dalla spigolatura delle più varie e insolite fonti.

Già allora tuttavia, in quell’ultimo capitolo sull’amore melanconico, poteva osservarsi una certa tendenza dello studioso a dilatare la figura del vampiro contaminandola e sovrapponendola ad altre dell’immaginario ottocentesco. D’altro canto, elevare la malinconia del nosferatu a “metafora del bisogno di infinito e di eternità dell’individuo che scopre drammaticamente tutta la sua sconfinata limitatezza” significava assimilarvi l’intero Romanticismo, con poche trascurabili eccezioni. Accade così che questo Diavolo di Teti assomigli un po’ troppo al Dio dei teologi del quale può trovarsene un po’ in ogni dove, anche nel più scellerato degli uomini. Nell’ultima parte Altri ritorni (2007-2018) – che costituisce la più ampia aggiunta di questa nuova edizione – la figura del vampiro, sempre più altamente concettualizzata, diviene un contenitore tanto vasto da riassorbire in sé quella dell’emigrante, dello sradicato e d’altre molteplici espressioni della diversità, già studiate peraltro dall’autore in alcuni suoi recenti lavori. Si può certo leggere con profitto e interesse il libro sino a quegli ultimi capitoli in cui vampiro descritto da Teti finisce con l’abusare della sua proverbiale destrezza metamorfica ma è altrettanto legittimo, ultimatane la lettura, continuare a preferirne la prima parte, meno generosa ma più limpida, nella quale i grandi temi della Modernità si specchiavano nell’opera di un umile frate benedettino o nella diligente relazione di due oscuri fisici austriaci ovvero, secondo l’insegnamento di Carlo Ginzburg, nell’estremamente piccolo. D’altra parte, molto del fascino del celebre dipinto di Van Eyck non sta forse nel vedere riflesso in un piccolissimo specchio, come per sortilegio, l’interezza del cosmo nel quale vivono i due coniugi Arnolfini?

Vito Teti

Il vampiro e la malinconia. Miti storie immaginazioni

Donzelli, 2018, 378 pp., € 34

Yasujirō Ozu, lo splendore del nulla

yasujiro-ozuLorenzo Esposito

«Io vorrei creare un’inquadratura che, mostrando solo la pioggia dalla finestra, fa immaginare in maniera semplice ma profonda anche la pioggia che cade sul mare o sulle montagne». Chiunque abbia provato a scrivere su Yasujirō Ozu sa di averlo fatto – pena il probabile arresto anche solo dell’intenzione – escludendo la possibilità di interrogarsi sullo scrivere. E non solo per l’appurata inefficienza della parola quando il cinema è il cinema, ma perché è questo il caso unico e di unica trasparenza dove il consueto (e giusto) scrivere d’altro (dell’altro che è il cinema), è già tutto stabilito, compreso e inteso nel cinema da cui proviene. Ancora più arduo poi se il cineasta in questione, che sa anche l’ineffabilità terribile di questo cosiddetto sapere, del cinema conosce pure certa magnifica impotenza e splendore del nulla (a maggior ragione se sotto il suo occhio la verità del mondo sembra drammaticamente venire alla luce una volta per tutte). La cosa ha infine una certa dose di crudeltà (per qualsivoglia estensore) a leggere le due righe olimpicamente paurose che aprono questo intervento: le parole – la parola del e per il suo proprio nulla – le ha già trovare lui.

E allora? Nulla. Esce in Italia (per Donzelli) una raccolta di scritti sul cinema di Ozu (dei sublimi diari, rarefatte annotazioni di fatti puri e semplici, eventi quotidiani di siderale quotidianità che coprono l’arco di una vita intera, invece esiste ancora solo l’edizione francese, Carnets 1933-1963, e gruppi di traduzioni merito di Enrico Ghezzi su un Panta Cinema 1994 e di Ghezzi-Fumarola per l’edizione dvd RaroVideo di alcuni capolavori di Ozu successiva alla mai troppo lodata retrospettiva Tv integrale su Fuori Orario nel 2003). Qui, uno scossone teorico dopo l’altro, si apprende che Ozu nel 1931 «non capiva più il cinema», convinto che «fosse una cosa inutile», e che vent’anni dopo la questione era da considerarsi chiusa: «Ora, al contrario, penso che il fascino del cinema stia proprio nella sua evanescenza». Ulteriore pietra tombale (sullo scrivere di nuovo e prima di tutto).

Ozu o delle pietre tombali. Non sarà un caso che c’è questa cosa ripetuta, per chiunque sia in visita a Tokyo, del breve pellegrinaggio in treno per raggiungere il cimitero dove riposa la lapide con l’ideogramma «Mu» (nulla) voluto da Ozu stesso. Fra gli altri il Wenders di Tokyo-ga, che in quelle riprese riesce meglio di quando su Ozu prova a scrivere o a dire qualcosa cercando, si capisce, termini roboanti e ideologici («cinema ideale», «paradiso perduto»: The Act of Seeing, Ubulibri 1992), laddove si troverebbe costretto a specificare meglio il mistero della potenza di tanta fragilità del cinema che Ozu, come si è visto, individua subito come punto di partenza del suo lavoro (il problema è che Wenders non crede che il cinema sia fragile o evanescente, anzi…). Amir Naderi, filmicamente assai più spericolato, ai piedi della tomba è colto da saggissima visione: «Fare film come quelli di Ozu è pressoché impossibile» (così nel testo raccolto per l’edizione dvd di Viaggio a Tokyo e Inizio di primavera). C’è poi il caso Paul Schrader (Il trascendente nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer, Donzelli 2002), che invece tenta la strada opposta, il vicolo cieco della sistematizzazione teorico-critica (e quando non trova le parole ricorre alla filosofia Zen o al supposto agire «sociale» dei temi di Ozu). O ancora Café Lumière (2003), portentoso film-omaggio di un maestro come Hou Hsiao Hsien, che risolve l’impossibile confronto con una immagine di massima concentrazione, dove, proprio come in Ozu, la composizione si esalta a contatto con gli affanni e la fuggevolezza della vita. Così vicino così lontano.

Dunque evanescenza, il cinema è evanescenza. Cosa intende Ozu? Com’è prevedibile, un libro così pieno di spunti limpidamente profetici, inciampa in qualche intento divulgativo, come se dovesse spiegare l’inspiegabile e non semplicemente lasciarlo parlare, cogliendo anzi l’occasione per rispolverare supposte indicazioni di grammatica del cinema (che Ozu non solo si affanna a dichiarare inadatte e letteralmente non-cinematografiche, ma che afferma di disattendere per principio), sul mestiere del regista, sul rapporto con la recitazione, sulla sintassi dei piani ecc. (A quel punto sarà invece molto più eccitante scartabellare la folla di nomi – registi, attori, attrici, tecnici, operatori – ai più sconosciuti, che Ozu cita come suoi compagni di viaggio e che, nel buon apparato di note, rimandano all’intrapresa di riscoprire centinaia e centinaia di film e registi mai visti). A proposito di profezie, ecco cosa ne pensava Ozu, con quella sua semplice tragicità rispettosa dei drammi altrui: «Se penso al futuro del cinema come arte, mi vengono i brividi». Infatti. Il terrore corre sul filo. Per i soloni di «il cinema è un linguaggio» (brivido!), precisiamo. Questo vuol dire che Ozu non scriveva sceneggiature? Al contrario, lo faceva con grande attenzione e sempre con il suo fidato collaboratore Kogō Noda. Significa che sul set improvvisava? Anzi, poteva passare un’intera giornata di riprese su una sola scena ripetendola all’infinito. Non era interessato a problemi di composizione? All’opposto erano sostanziali, e dal modo in cui Ozu ripensa nei termini di un’architettura di scavalcamenti dei piani spaziali i tipici interni ed esterni giapponesi, deriva l’unicità e il mistero di una sorta di irripetibile drammaturgia fantasmatica dell’ellissi. Allora, cosa lo differenzia da chiunque prima e dopo? Ecco: «Quando giro un film, non penso alle regole del cinema, così come un romanziere quando scrive non pensa alla grammatica. Esiste la sensibilità, non la grammatica» (meglio sorvolare, ché già sul cinema non ci si mette mai d’accordo, sull’inciso del romanziere).

Il fatto è che per Ozu fare film era in qualche modo un cumulo di incidenti di percorso che agivano di contorno all’ossessione (spinta fino a togliersi il sonno) di trattenere l’immagine di ciò che nella vita scompare naturalmente, di ciò che è possibile e impossibile mostrare dell’invisibile rete di rapporti umani tutti uguali, ripetitivi, famigliari che ci guidano e ci assediano come fantasmi. Cos’è così potente nell’umano da sostanziarlo e al tempo stesso da avvicinarlo al disumano? L’infinito intrattenimento, dolorosamente tutto diversamente uguale, del quotidiano: Ozu ne vede le sfumature. E nel volerle filmare ammette in fondo una forma di bramosia che lui stesso diagnostica a sua volta come segno di quella «inutilità» di cui è fatto il cinema. Cosa gli interessa davvero? Gli interessa una foto scattata il 12 gennaio 1938 sul fronte cinese che lo ritrae all’alba sorridente col suo commilitone Yamanaka Sadao prima della battaglia: «Era il primissimo mattino. Yamanaka morì poi al fronte». Gli interessa la nota lunga, incommensurabile che intercorre nello spazio fra questi due momenti. Non il presente, né il futuro, ma quando una persona è quel che è in quel momento, perché dopo non c’è più niente (ecco perché in Ozu, lo si dica una volta per tutte, non c’è mai lo straccio della benché minima sociologia). Che ciò passi per una ragnatela asfissiante di situazioni e sentimenti che si ripetono e che ripetono anche le infinitesime varianti che contemplano o solo alludono, questo forse si chiama cinema, o è ciò che più gli si avvicina. Ma la definizione la lasciamo a Ozu, da una sua nota del settembre 1937 («intorno all’equinozio d’autunno») prima di partire per il fronte: «Vado un attimo in guerra e torno».

Yasujirō Ozu

Scritti sul cinema

a cura di Franco Picollo e Hiromi Yagi

Donzelli, 2016, XXIV-246 pp., € 26

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Guerra / Brindisi
Comando supremo del R. Esercito a S. E. Monsignor A. A. Rossi Arcivescovo di Udine. Eccellenza, gli auguri che V. E. in nome proprio e in quello del clero dell'arcidiocesi volle cortesemente indirizzarmi per la ricorrenza del mio onomastico mi sono giunti assai graditi e altamente apprezzati, tanto più che agli auguri V. E. si è compiaciuta di unire parole di fervida speranza nelle fortune militari d'Italia. Voglia pertanto l'E. V. accogliere l'espressione della mia viva riconoscenza ed i miei ringraziamenti per il dono gentile delle preziose bottiglie del vecchio vino della abbazia di Rosazzo. Oggi con gli ufficiali del mio Comando ho brindato con lo squisito liquore di Picolit che unanimemente è stato riconosciuto - come appunto scrisse l'E. V. - degno di mense regali. Sono dell'E. V., con particolare ossequio, dev.mo L. Cadorna
Paolo Ferrari, Alessandro Massignani, 1914-1918. La guerra moderna (con documenti inediti), Franco Angeli 2014, p. 225

Guerra / Bugie
Se vi chiedono perché ci è toccato morire / dite loro che i padri fan questo: mentire.
Rudyard Kipling, Formula, in La guerra d'Europa raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014, p. 41.

Guerra / Cantastorie
Avevo compiuto da poco ventisei anni quando la scheggia di una granata mi uccise. Ovviamente, è uno dei ricordi più chiari che mi siano rimasti di tre anni trascorsi a far la guerra in Italia, dove non ero neanche nato e dove avevo scelto di venire a combattere arrivando dal Brasile nel luglio del 1915. (....) Questa storia la voglio dunque da me raccontare come se fossi un reduce che narra le sue imprese a distanza di decenni o meglio ancora come un cantastorie che abbia raccolto varie memorie altrui facendole proprie con giusta ragione senza che mai, si intende, debba venir fuori il mio nome. Il motivo di questa reticenza è facile da intendersi: per tutti in Italia sono il Milite ignoto ed è opportuno che, anagraficamente parlando, io tale rimanga.
Emilio Franzina, La storia (quasi vera) del milite ignoto, raccontata come un'autobiografia, Donzelli 2014, pp. 3-4.

Guerra / Divorzio
Don Giovanni Bevilacqua, parroco di Peio dal 1906, commentò lo scoppio della guerra, stando sulla sponda austriaca, con le seguenti parole: “I popoli hanno scosso il giogo soave del Signore; si diedero in braccio alle passioni, si ribellarono a Dio. I Governi scacciarono Dio ed il suo Cristo dalle aule legislative, dalla scuola, dissacrarono la famiglia col matrimonio civile, sancendo le leggi del divorzio. E non potendosi avere pace, ove non c’è Dio, necessariamente vi dev’essere guerra. E la guerra ci fu e terribile”.
Bruno Bignami, La Chiesa in trincea. I preti nella Grande Guerra, Salerno 2014, p. 43

Guerra / Esperienze
Dal 10 agosto 1914 al 5 gennaio 1915 ho passato una vita completamente diversa dal solito, una vita barbara, violenta, spesso pittoresca, spesso anche di una cupa monotonia con parti comiche e parti crudelmente tragiche. In cinque mesi di guerra chi non accumulerebbe una ricca messe di esperienze? (...) È tempo di aprire un'inchiesta seria sulle false notizie della guerra perché i quattro anni terribili già si allontanano verso il passato e prima di quanto si creda le generazioni che li hanno vissuti cominceranno lentamente a sparire.
Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), traduzione di Gregorio De Paola, Fazi 2014, pp. 80 e 128.

Guerra / Filo spinato
Nel corso della prima guerra mondiale il filo spinato assieme ad altri congegni come il tribolo e il cavallo di Frisia divennero l'elemento caratteristico nella cosiddetta terra di nessuno, che divideva le linee contrapposte di trincee e in cui si svolgevano gli assalti. Il filo spinato mostrò la sua enorme funzionalità: era leggero da trasportare e facile da installare, i bombardamenti con mortaio e obici difficilmente distruggevano le file successive di filo spinato. Anche se distrutti, i grovigli filo spinato rappresentavano un ostacolo per gli attaccanti: occorreva tagliarlo con apposite pinze o farlo esplodere da vicino con tubi di gelatina. Entrambe queste modalità erano estremamente pericolose. Il numero di vittime fra i tagliafili fu molto alto.
Dizionario della Grande Guerra a cura di Gustavo Corni e Enzo Fimiani, Textus Edizioni 2014, pp. 285-87

Guerra / Moda
I guerrafondai giornalmente insistono per imporre alla donna italiana un solo vestito, quello di gramaglie, unica moda in tempo di guerra.
Intervento di Rosa Geroni, citato in Marta Boneschi, Da pioniera della moda a militante pacifista, in Donne nella Grande Guerra, introduzione di Dacia Maraini, Il Mulino 2014, p. 218

Guerra / Soldati
Nell'orrore della guerra l'orrore della natura: la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise, la forca del Palalto e del Palbasso, i precipizi della Folpola: un paese fantastico, uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'Inferno . Non una macchia d'albero, non un filo d'erba tranne che nel fondo delle vallate: lassù un caotico cumulo di rupi e di sassi l'ossatura della terra messa a nudo, scarnificata, dislogata e rotta. Gran parte delle trincee s'eran dovute aprire spaccando il vivo masso, a furia di mine: il monte delle schegge aveva dato il materiale per i muretti e il pietrisco era servito a riempire i sacchi-a-terra. L'acqua mancava del tutto e doveva essere trasportata a schiena di mulo nelle ghirbe, insieme con i viveri. Tuttavia i soldati si erano accomodati anche lì e non parevano starci di peggio umore che altrove.
Federico De Roberto, La paura e altri racconti della Grande Guerra, Edizioni E/O, p. 19

Guerra / Trincee
10 dicembre 1914. Fronte occidentale. Il comandante in capo delle forze britanniche John French visita il fronte e trova le trincee "un unico pantano". I combattimenti proseguono, resi più difficili dalle condizioni atmosferiche. Nelle trincee il fango e l'acqua gelata, che arrivano fino al ginocchio otturano un gran numero di fucili rendendoli inutilizzabili.
Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno. Cronaca di un massacro, prefazione di Guido Ceronetti, Edizioni Clichy 2014, p. 42.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Geografie / Cina
Si ha talvolta l'impressione, qui in Cina, di vivere in un mondo rovesciato, dove i problemi, i valori e le realtà tradizionali si siano capovolti senza che l'aspetto delle cose sia mutato, quasi che, come in una formula algebrica, il segno meno sia stato sostituito col segno più, o viceversa; e che questa sostituzione sia avvenuta (se non si conoscessero i cent'anni di rivolte, di stragi, di guerre, di dolori, di lotte che l'hanno consentita), con facilità, naturalmente, come con una invisibile grazia.
Carlo Levi, Buongiorno, Oriente, Donzelli 2014, p. 159

Geografie / Curlandia
Era stato un film a destare la mia curiosità per la Curlandia: Il colpo di grazia di Volker Schlöndorff, che vidi quando ancora non sapevo niente degli stati baltici. Quell'atmosfera cupa mi rimase dentro, come una foschia che cala sui boschi e sui campi innevati e, alla fine, anche sul volto dell'attrice protagonista, Margarethe von Trotta.
Jan Brokken, Anime baltiche, Iperborea 2014, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, p. 287

Geografie / Kenya
Da più di due secoli l'almanacco dell'agricoltore sembrava avere una risposta per ogni quesito del contadino, dal momento giusto per piantare le cipolle (“non appena il terreno può essere lavorato in primavera”) a quello per raccogliere le patate (“dopo dieci settimane, di solito all'inizio di luglio). Agnes Mwaki preferisce usare un'app. Da quando la quarantanovenne agricoltrice ha deciso di passare dalla coltivazione di banane a quella più redditizia di cipolle, ha avuto bisogno di aiuto per sapere quando trapiantare i germogli e quando effettuare il raccolto. Grazie a un programma statale che l'ha dotata di uno smartphone, Mwaki ora usa WhatsApp per mandare ogni settimana una fotografia delle sue cipolle a una esperta agronoma. “Quando individuo un problema, scatto semplicemente una foto e la invio alla funzionaria del settore, che mi indica quale rimedio dovrei usare”.
Jacob Kushner, Africa's Farming Revolution Starts Here, Ozy, 25 novembre 2014

Geografie / Russia 1
In genere, il krokodil costituisce la tappa finale di un percorso di dipendenza da altre sostanze. Chi arriva a farne uso ha un destino già scritto, marcato dalla perdita del lavoro e del proprio status sociale. Fin tanto che il tossicodipendente ha un’occupazione può permettersi l’eroina, ma più sprofonda in questa voragine e più le risorse disponibili per la droga si assottigliano. La dipendenza deve essere però sedata in qualche modo, anche solo per poco tempo, affinché non ti consumi le ossa con un dolore insopportabile. È in questo stadio che viene in “aiuto” il krokodil: allontana il dolore, è facilmente reperibile ed è molto economico. Per procurarselo non è necessario rivolgersi  ai pusher, perché si prepara in casa.
Marina Achmedova, Krokodil, Meridiano Zero 2014, traduzione dal russo di Dario Magnati, p. 6

Geografie / Russia 2
È mezzanotte a Mosca e centinaia di ciclisti si sono radunati nel parco di Solkolniki, punto di partenza per un giro in bicicletta ispirato a Puskin lungo le strade della capitale russa. Nelle prossime cinque ore, alla massa di ciclisti se ne aggiungeranno altre migliaia per questo percorso al chiaro di luna. Con gli auricolari collegati a una registrazione audio sulla vita dello scrittore, passeranno davanti alla casa dove Puskin nacque, alla grande Chiesa dell'Ascensione dove si sposò e a diversi altri luoghi significativi nella vita del poeta. L'evento, Velonotte, è stato l'ottavo del suo genere a Mosca, e vi hanno preso parte circa 5000 ciclisti. In precedenza altri tour avevano avuto come temi la resistenza all'esercito napoleonico nel 1812 e l'architetto Konstantin Melnikov.
Maryam Omidi, Gear shift: how pedal power is transforming Moscow, The Calvert Journal, 8 ottobre 2014

So di non essere mai stato
Il ritorno di Lorenzo Calogero

Maria Grazia Calandrone

Ecco a noi Calogero, medico calabrese, classe 1910, che visse la poesia come assoluto, componendo oltre 800 quaderni manoscritti, molti dei quali ancora inediti: morto a 51 anni nella propria casa, la sua opera venne scoperta dopo la sua scomparsa, ma l’editore Lerici fallì prima di poterla pubblicare tutta. Dalla mole sommersa, adesso finalmente disponibile, affiora Avaro nel tuo pensiero: scritto nella seconda metà dell’ottobre 1955 e forse preparato, negli anni Ottanta, per un’edizione mai realizzata a cura di Amelia Rosselli.

Aprendo il libro veniamo avvolti dalle nebbie di una perdita: dalle pagine esala malinconia sovranaturale. Qualcosa che era non è più. Il mondo vero è decaduto e decaduto è il tempo. La terra è fantasmatica, fatta di ombre lacustri e baci perduti, gioie che non tornano, cose concluse. È terra fatta dal suono delle parole, che la descrivono con assonanze e allitterazioni soprattutto in r e in v: trilli e fischi di uccelli boschivi. Muoviamo in un silenzio post apocalittico, mosso da «euritmie». L’autore stesso è tutto sguardo e memoria, piaga di nostalgia per qualcosa che inverava il mondo, se prima «vergine e distesa tu potevi tutto ricoprire» e ora «tutto riverso sono dentro un mio pensiero». Gli aggettivi usati per la res amissa sono «carnoso, tumido, denso», le mani erano «dure e piene» e c’era il «gruppo magico» dei corpi. Ora il corpo, solo, si corrompe «in un gruppo fragile» e le cose si staccano stente da un fondale di cartone: acquosi schizzi di colore in forma d’albero, di pervinca o di rosa. Raramente umana.

L’assenza amara di quel «cieco incanto» arriva a privare la terra della terza dimensione, avvolge specie e oggetti in una bruma inconsolata. Anche l’uso dei tempi verbali è confusivo: da presente a imperfetto, da presente a passato remoto. La nostalgia del paradiso avvelena il tempo, il rimpianto annichilisce a ritroso: «So di non essere mai stato». La figura più viva di questa parte di libro è un insetto, che masticando rivive una legge di gioia fiabesca. Perché l’amata, che si vorrebbe avere la forza di allontanare, e contro la quale si ingaggia una pur debole lotta interna, è pur sempre presente: abita i nostri giorni con lo stesso corpo, ora algido, semimorto. Insopportabile. Insuperabile. Quello di Calogero sembra finora un canto rosselliano. Privo però di rabbia, dimesso. Il canto di chi non chiama più, semplicemente osserva la rovina.

Ma, tenendo l’occhio così fisso alla fine, scrivendo e riscrivendo il dolore, si depotenzia il dolore e così, da metà libro il tono cambia, la lingua diventa ardimentosa e viva. La composizione delle pagine precedenti ha squarciato il deposito di «lattescente» chiarore innaturale, tanto da dire, a un tratto «Ora vedi chi sono, chi amo», e nominare i «dolci aliti dei vivi». Qui cominciano impeti verbali, Calogero sembra emerso dalla sua sepoltura di aria e riprende contatto con se stesso, consistente nel mondo consistente: «intima una vita liquida / si riaccende». Mentre prima anche il solco sulla fronte dell’amata oscillava tra aridità e fertilità, adesso egli chiede: che le «pieghe rosse» di lei spandano un senso originario e lieviti la vita, mescolata al canto. Ora che il corpo nudo si fa toccare, rinnova l’aria che il poeta era diventato e chi scrive si sente simile al simile, compreso, nel suo stare individuale e nello stare al mondo della specie. Perché chi ama ha sopportato tutto il rimpianto e chi è tornato l’ha trovato al suo posto. Fermamente. Sentinella e guardiano di un tempio che pareva abbandonato: «Non ho più altro soccorso / che questa tua strenua /volontà di vivere che si riordina».

L’intelligenza di Caterina Verbaro (curatrice del testo insieme a Mario Sechi) suggerisce, in prefazione, una lettura non banale di questo che abbiamo fin qui descritto come il minuzioso diario di una perdita amorosa. L’apparente cronaca d’amore è in realtà il principio di un processo di individuazione dell’io scrivente rispetto a quel «tu» onnivoro al quale sempre si volge. Calogero desidera nascere, opporsi al proprio stesso desiderio fusionale: separarsi, attraverso la poesia, dalla sua stessa poesia, ovvero dal proprio sentire; e dire l’indistinto. La parola è la porta d’accesso al mondo Uno e fagocitante, ma è anche la voce di chi nomina e, per ciò, si distingue dal magico silenzio originario.

Avaro nel tuo pensiero è dunque cordone che avvince l’autore all’eden dell’indifferenziato infantile ed è insieme recisione. Egli desidera sentire il proprio corpo tiepido di sognatore e non più solo dirne il grande sogno. Che questo «tu» sia un’amata, che sia la poesia col suo dettato pervasivo, comunque aver posato lo sguardo sul vivo dopo una lunga mancanza cambia lo sguardo che si deposita sul mondo intero: poco dopo l’apparizione centrale, Calogero torna a scorrere il nastro della memoria. Ma il tono è cambiato. Il ritorno ha aperto gli occhi. Così, fatto il suo pur incerto ingresso nel canone reale, un poeta arriva alla compassione nei confronti dell’astratta musa, della quale, infine, nota con tenerezza l’umanità – e quella del proprio essere sognante «perché un povero cuore / non poteva dire sì due volte». Dunque in quei 12 giorni di ottobre, forse, Calogero comincia a perdonarsi la propria solitudine e, insieme, perdona la solitudine nella quale è stretto ogni essere umano; impara da sé la fratellanza di essere solo fratelli – fratelli nati, non più entità monozigote di un’unica sfera: magica, prenatale.

Lorenzo Calogero
Avaro nel tuo pensiero
a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro
Donzelli, 2014, XXV-200 pp., € 24.00

 

In principio era la praxis

Francesco Raparelli

Raramente capita di leggere un testo di filosofia con la passione instancabile con cui si legge un giallo: è il caso dell'ultimo saggio di Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere (Donzelli 2014). Lo stile investigativo aveva già fatto la sua comparsa ne I due carceri di Gramsci (2012) e L'enigma del quaderno (2013), ma solo in quest'ultimo lavoro all'originale e a volte discutibile ricostruzione biografica si accompagna una parte filosofica tanto densa quanto potente.

Lo Piparo riprende e sviluppa una tesi di Amartya Sen: Gramsci fu l'ispiratore inconsapevole delle Ricerche filosofiche, l'opera a cui Wittgenstein dedica tanta parte della sua vita e che definisce una vera e propria svolta nel suo pensiero – oltre a essere opera che segna in modo dirompente il secolo appena trascorso e ancora il nostro presente. Il «traghettatore»? Piero Sraffa, l'economista italiano che, nello stesso tempo, insegna a Cambridge – e lì discute assiduamente con Wittgenstein – e intrattiene con Gramsci un rapporto continuativo durante gli anni del carcere, poi durante la sua (di Gramsci) permanenza nella clinica Cusumano di Formia e Quisisana di Roma.

Attraverso una puntigliosa ricognizione tra le lettere, Lo Piparo svela il ruolo decisivo di Sraffa: conosce bene, e in tempo reale, le ricerche che Gramsci sta conducendo nella sua cella di Turi, anzi, ne sollecita lo svolgimento. Altrettanto, la frequentazione intellettuale tra Sraffa e Wittgenstein è tutt'altro che marginale; a ricordarlo, in modo inconfondibile, le parole che Wittgenstein dedica all'amico nella Prefazione delle Ricerche. La tesi di Lo Piparo dunque è più radicale di quella di Sen: non è il Gramsci di Torino e de «L'Ordine nuovo» quello che Sraffa consegna a Wittgenstein nei seminari e nelle ripetute conversazioni di Cambridge, ma quello intento nella scrittura dei Quaderni.

Di più: nel confronto serrato che Sraffa intraprende con Gramsci ormai fuori dal carcere, l'economista gli sottopone problemi teorici che assillano Wittgenstein e i seminari della svolta, quelli degli anni 1933-1934 e 1935-1936 (seminari stenografati e poi raccolti nel Blue Book e nel Brown Book). Un indizio tra i più convincenti? Nella primavera del 1935 Gramsci scrive d'un fiato il Quaderno 29, quello dedicato alla grammatica; nel 1936 Wittgenstein porta a compimento la prima stesura delle Ricerche filosofiche. Forse più di una semplice coincidenza.

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Quali sono i temi che testimoniano l'indiretta frequentazione intellettuale tra Gramsci e Wittgenstein e, nel farlo, sostengono l'originale tesi di Lo Piparo? Un «grappolo di concetti»: uso, regola, istituzione, praxis, gioco linguistico, forma di vita. Per entrambi, infatti, il senso di una proposizione o di una parola dipende dall'impiego che se ne fa. Così è per Gramsci critico di Croce («Questa tavola rotonda è quadrata»), così per Wittgenstein polemico con i logici e il suo Tractatus («Ma l'eguale senso delle proposizioni non consiste nel loro eguale impiego?»). E la nozione di 'uso' – o impiego o funzione – viene subito declinata al plurale: gli usi sono «molteplici», «eterogenei», «innumerevoli». Non c'è uso, però, senza regola, senza tecnica.

In questo senso parlare una lingua (fare uso di una lingua e, attraverso di essa, della propria facoltà di linguaggio) equivale a «seguire una regola» o a padroneggiare una tecnica. Altrettanto, vale la pena prestare attenzione alla preziosa precisazione di Lo Piparo: «è l'uso a stabilire la regola e non la regola a determinare l'uso». L'uso si presenta come «fenomeno originario», ma se uso allora regola e, passaggio fondamentale, se regola allora istituzioni («non si può seguire una regola 'privatim'»). A partire dal linguaggio si afferra l'umano come animale istituzionale, di conseguenza animale naturalmente artificiale, storico.

Giunti a questo punto, il lavoro di Lo Piparo si fa tanto potente quanto problematico. Come fece già con Aristotele, in un testo importante di qualche anno fa (Aristotele e il linguaggio. Cosa fa di una lingua una lingua, Laterza 2005), Lo Piparo torna all'originale, in questo caso il testo tedesco di Wittgenstein, per scovare elementi decisivi occultati dalle traduzioni più in voga. Non pare cosa marginale a Lo Piparo, e come dargli torto, che Wittgenstein utilizzi il termine praxis, quello stesso assai caro a Gramsci. Concetto imparentato con altre due decisive nozioni delle Ricerche: «gioco linguistico» e «forma di vita».

La svolta di Wittgenstein è ormai piena: «chiamerò 'gioco linguistico' anche tutto l'insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto»; «la parola 'gioco linguistico' è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un'attività, o di una forma di vita». Svolta – e qui il mio accordo con l'autore è massimo – che Lo Piparo non si limita a definire «antropologica», ma che qualifica anche come «storicistica». D'altronde il testo di Wittgenstein è fin troppo chiaro: «questa molteplicità [tipi di impiego di segni, parole, proposizioni] non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati»; in Della certezza, «il gioco linguistico cambia col tempo». Storicità degli usi e delle regole, storicità dei giochi linguistici, storicità delle forme di vita.

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Con la nozione di praxis, dunque, il linguaggio perde la sua autonomia e si disloca, secondo la metafora tessile dell'intreccio, nell'attività. Scrive Lo Piparo: «pratiche verbali e non verbali formano un tessuto co-articolato e unitario, ossia una forma di vita». Questa la svolta di Wittgenstein, fin qui i meriti del libro di Lo Piparo. Più problematico il riferimento a Gramsci. Non solo perché non convince l'affondo biografico: Gramsci professore mancato, totus politicus per un numero assai ridotto di anni, marginale nel partito anche prima del carcere. Di più: “libero” (dalla politica) in carcere perché finalmente dedito alla ricerca «disinteressata» e «für ewig». Una ricostruzione con qualche forzatura di troppo che dimentica il Gramsci radicalmente operaista, quello che prende appunti ai cancelli delle fabbriche, quello del «biennio rosso» e de «L'Ordine nuovo», il Gramsci convintamente leninista e soviettista.

Il problema più significativo, però, è a mio avviso un altro: Lo Piparo omette il rapporto, decisivo nei Quaderni, tra Gramsci e Marx. Un «ritorno a Marx» che intende liberare il rivoluzionario di Treviri e lo stesso Gramsci dall'idealismo italico, come dal materialismo volgare di Bucharin, dall'involuzione sovietica e staliniana, dal Pci di Togliatti. Non è casuale che, per qualificare la nozione di 'filosofia della praxis' (locuzione che risale a Labriola, 1897), Gramsci si dedichi a tradurre le Tesi su Feuerbach ‒ tradotte prima di lui da Gentile nel 1899 ‒ e alcuni brani della Prefazione a Per la critica dell'economia politica.

Filosofia della praxis è un nuovo modo di qualificare il materialismo storico, tentando di riempire quel vuoto teorico da Marx mai del tutto colmato: la connessione costitutiva, senza alcuna gerarchia possibile, tra produzione e linguaggio, rapporti di produzione e istituzioni politiche, lavoro e apparati ideologici. Questo Gramsci che con Marx pensa oltre Marx e che usa Marx per farla finita con lo stalinismo, dunque non il Gramsci professore e liberale, è stato vittima, anche dopo la sua morte, di un «secondo carcere»: il togliattismo e il socialismo all'italiana (il nazional-popolare, l'interesse generale e molto altro).

Proprio oggi che massima è la coincidenza tra produzione e linguaggio (e semiotiche a-significanti), tra moneta e speech act, e oggi che con Renzi e la svolta thatcheriana del Pd anche solo il ricordo di quel secondo carcere è stato completamente sommerso, è possibile tornare al materialismo storico gramsciano e, con Lo Piparo, conquistare il materialismo storico di Wittgenstein. Una grande occasione.

Franco Lo Piparo
Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere
Donzelli (2014), pp. VI-186
18,00

alfadomenica giugno #5

TOZZI e LA CECLA sulla BIENNALE - DEMICHELIS su KRISTEVA –  TROJANOW Racconto - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta *

GLI INESSENZIALI FUNDAMENTALS DI REM KOOLHAAS
Lucia Tozzi

Il miglior metro per misurare il potere è la vitalità della critica, soprattutto quando si apre una potenziale falla. Quando arriva la défaillance del politico, dell’artista, dello scrittore e nessuno osa ridere, sbadigliare o semplicemente dire che il re è nudo, allora il potere è veramente grande. Beh, a Koolhaas non è successo. Ha fatto una biennale loffia e moltissimi l’hanno detto, quasi tutti tranne i giornali votati alla diffusione delle cartelle stampa.
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IL GRADO ZERO DELL'ARCHITETTURA
Franco La Cecla

Riuscire a fare una Biennale di Architettura con un grado zero di significato non era un'impresa facile, e l’unico capace di riuscirci si è dimostrato Rem Koolhaas.
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LO STRANIERO, SECONDO JULIA KRISTEVA
Lelio Demichelis

Di Julia Kristeva arriva in libreria la nuova edizione del suo Stranieri a noi stessi. Un libro affascinante e fondamentale, tra storia, filosofia politica e riflessione sul presente. Un libro che apre molte questioni e impone molte riflessioni. E se il saggio in sé è una lunga e preziosissima storia del concetto e dell’essere stranieri - dai greci agli ebrei, da San Paolo agli illuministi e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, fino alle regressioni dei romantici, arrivando a Freud, a Camus e a Nabokov - interessante è appunto la nuova Introduzione e la riflessione sull’Europa.
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LA MÉDUSE - Racconto
Ilija Trojanow

Un'anticipazione dal nuovo libro di Ilija Trojanow L'uomo superfluo. Saggio sulla dignità dell'uomo nell'età del capitalismo avanzato in libreria da domani per l'editore Nutrimenti. In questo saggio breve e provocatorio, Trojanow analizza la crisi del sistema capitalistico e lancia un grido d’allarme sul futuro dell’umanità: non ci sarà pace né benessere senza un cambio di rotta, senza una più equa distribuzione delle risorse, senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

MAURIZIO CAMINITO Biblioteche _ ARJUN APPADURAI Cultura _ FRANCOISE GIROU Generi _ KYLE CHAYKA Gentrificazione _ ROSA LIKSOM Urss.
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DIETA MEDITERRANEA? - Ricetta
Alberto Capatti

Nel 1959, esce a New York Eat well and stay well di Ancel (& Margaret) Keys, e la “dieta mediterranea” diventa un programma nutritivo per americani ed europei. Ne beneficiano non solo i cardiopatici per cui era stata creata, ma popolazioni intere confrontate con gli effetti di un crescente benessere, di una pinguedine coniugata con il consumo di carne e di grassi animali. Nuovi prodotti consigliati : olio, verdure e pasta.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.