Le donne vogliono cambiare la città

Sandra Bonfiglioli

Se osserviamo i progetti urbani promossi da donne in quanto cittadine pensanti, è facile riconoscere un modo di agire, un modo di posizionarsi rispetto ai poteri che sono del tutto originali.
Le donne vogliono cambiare la città con intelligenza strategica e risultati brillanti. Ma non sono influenti nell’agenda del cambiamento.

I progetti sono, di solito, di piccole dimensione spaziali. Annunciano un’idea della città contemporanea. Perché è questa, affatto piccola, la sfida sottesa al grande lavorio. La forza espressa da questo disegno nulla ha a che vedere con la potenza che ha costruito la città nell’epoca del moderno. La potenza, in epoca moderna, sta in alleanza con la tecnologia.
La incontriamo ovunque. Ma non nelle pratiche delle donne.

La forza come potenza deve accrescersi nel tempo. Niente bocce ferme. La figura di questa forza maschia è la scala da salire. La sua ratio è quella di kronos, tempo lineare e illimitato, misurabile. Gestire è prevedere, conoscere, misurare, portare un obiettivo in gol.
È anche il tempo della natura pensata dalla scienza moderna, il tempo dell’organizzazione scientifica del lavoro industriale tayloristico, il tempo della pianificazione urbanistica e il tempo della legge. In breve, è la freccia del tempo cronologico che regge le espressioni più potenti e strategiche dell’era moderna.

Esiste davvero la possibilità per le donne di sfidare questa potenza? Sì. Possiamo farlo. Sebbene il dominio del progetto urbano sia governato da potenti forze tecniche ed economiche, è tuttavia favorevole all’azione pubblica delle donne. Lo slancio della loro iniziativa politica è l’esito congiunto della maturazione del loro pensiero e del desiderio
di iscrivere il loro simbolico nel volto della città. Sono motivate dalla necessità di cambiare qualcosa di fronte alla fatica e iniquità del vivere in città.

L’iniquità più grande è la crescente impossibilità di avere cura delle giovani generazioni. Il «doppio sì» al lavoro e alla vita (e alla maternità) che le donne hanno chiaramente espresso
è la leva creatrice di una nuova idea di città, di welfare e di convivenza. Tutto assieme, perché non si può avere un nuovo welfare senza un’urbanistica che se ne faccia carico per gli aspetti di organizzazione spaziale e temporale dell’habitat urbano.

Nel campo del progetto urbano esiste un vuoto lasciato da tanta potenza. Da questa postazione, fasciata di tecniche e di oggettività, i decisori pubblici non riescono a vedere le pratiche quotidiane di vita degli abitanti. Non riescono a vedere l’uso del tempo personale
e degli spazi pubblici che sono stati rivoluzionati dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e degli orari di lavoro. E da nuovi valori del vivere. Le donne sono abitanti speciali perché non accettano che la potenza dell’era moderna sia usata per semplificare la vita avendo al centro il lavoro e la sua ratio ordinatrice della giornata. Vogliamo praticare la complessità del vivere. La piccola dimensione spaziale dei progetti delle donne è quella dove stanno i corpi di noi abitanti.

Ma è proprio a questa scala dei corpi viventi che il metodo urbanistico dell’osservazione oggettiva presenta una rottura epistemologica. È proprio a questa dimensione che fallisce la comprensione di cosa succede agli abitanti della città. Per conoscere i problemi e le attese dei cittadini occorre allora che lui/lei voglia narrare la propria esperienza di abitante che ha messo alla prova gli assetti minuti della città. Le donne hanno buone idee dei problemi della città contemporanea perché nascono dall’esperienza di una vita complessa. Non è il tempo metrico e lineare di kronos che regge l’esperienza del vivere delle donne. Il nostro tempo è kayros, il tempo del progetto, dell’attesa attiva che si diano le circostanze favorevoli all’azione, alla presenza sapiente.

La strategia d’azione è gettare reti di relazioni con donne delle istituzioni necessarie al progetto che siano capaci di ascoltare e tradurre il linguaggio comune d’ingresso in quello della comunità istituzionale. Il problema diventa allora trattabile dalle diverse competenze tecniche necessarie. Un’impronta viene lasciata nella nuova comunità ed essa continua
ad agire nel tempo. Gli schemi tecnici sono in qualche modo, traduzione dopo traduzione, scivolati verso nuove possibilità.

Il laboratorio delle donne ha trovato due principi generali da far agire in combinata: prossimità e tempi urbani per una città amica. Assumere a problema il tema della prossimità significa occuparsi del disegno della città come grammatica pubblico-e-privato degli spazi-e-tempi della città abitata. Dobbiamo darci i luoghi dove esprimere una nuova libertà che già abbiamo intravisto.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

L’onda rosa elettorale

Letizia Paolozzi

Sulla campagna elettorale non soffia proprio un vento di rinnovamento. Nell’ordine: poco si parla dei veri problemi aperti dalla crisi nella vita di uomini e donne; non si capisce quale sia la visione del paese che si vuole proporre; i partiti procedono sfarinati e indeboliti. Sarà sufficiente l’ingresso della società civile, dopo anni in cui ha sparato a zero sulla «casta», negli stessi luoghi della «casta»? Convinta di essere antropologicamente migliore, la società civile si prepara a raggiungere, a sostituire (solo in parte, naturalmente) il ceto politico. «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno», promette Grillo suonando lo spartito dell’antipolitica. Quanto alla politica, la stranezza è che stenta a riconquistare autorità, nonostante il candidarsi di molti magistrati, giornalisti, esperti vari.

Se dalla composizione delle liste elettorali si sperava in una specie di redenzione, il Pdl ha preferito affidarsi al «pifferaio magico» e alle sue gag. I candidati di Monti somigliano ai manager licenziati a Manhattan, in attesa del provino per il film Wall Street: il denaro non dorme mai. Quanto al centrosinistra, ha impastrocchiato tra listini e consenso procurato dalle primarie. Ma nelle liste ci sono giovani donne. Possiedono freschezza, serietà, onestà, pragmatismo. Mica somigliano ai marpioni di una volta. Annunci enfatici: con i ticket e la presenza dei due sessi, «non meno di quaranta, non più di sessanta», siamo alla rivoluzione. In effetti, Sel non si discosta da questo trend che ha coinvolto pure i grillini (nelle primarie sul web).

Meno sensibile all’onda rosa il centro dei cosiddetti eredi dello Scudo crociato. Nonostante il ridicolo di guardare a liste elettorali composte unicamente da maschi in giacca e cravatta. Gli uomini dovrebbero farsi più in là dopo aver combinato tanti disastri. Adesso proviamo noi donne ad andare nei «luoghi dove si decide». Ovvero in Parlamento. Dove però il margine di decisione è stretto, a causa della tirannia del debito. Comunque la carica femminile è evidente. Intanto, il tecnico ora «totus politicus» Mario Monti, nella sua agenda, ha chiamato in causa le donne. Non è il primo. In fondo, a modo suo, l’ha già fatto Silvio Berlusconi puntando sfacciatamente sull’estetica (ma anche sulla voglia di vincere) più che sulla competenza femminile. Arrivano (dopo la Banca mondiale e tanti istituti di ricerca e faldoni di cifre) i professori Alesina e Giavazzi sul «Corriere della Sera». Lamentano le «troppe donne con grandi potenzialità chiuse all’interno delle mura domestiche». Un capitale umano sottoutilizzato. Che invece bisogna portare al mercato.

Perché il capitalismo ha bisogno delle donne. In termini quantitativi, si intende. Della soggettività femminile ai professori Alesina e Giavazzi non interessa un baffo. Non hanno capito (sarà colpa del «liberismo di sinistra»?) che una vita degna tiene insieme il lavoro (con le domande sui tempi e modi del produrre) e la cura (di un bambino, della vecchia madre, di una relazione, di una piazza in una città, del greto di un fiume). Peraltro, oggi, accanto al lavoro di tipo fordista cresce quello immateriale, cognitivo: prendersi cura non può ridursi implicitamente al dominio biologico della riproduzione. Ma chi glielo dice ai due professori?

Certo, nel capitalismo sfruttamento e liberazione si incrociano, si contrastano. Assieme al conflitto, alla socialità, alla società. Io ci metterei anche quello che spregiativamente viene chiamato «consumo»: di musica, ballo, web. La rivolta in India contro l’orrore dello stupro ha sollevato un movimento di protesta nel quale hanno sfilato insieme padri e madri, studenti e studentesse, maschi e femmine. Non voglio negare le differenze enormi tra ciò che sta avvenendo lì e l’episodio del magistrato di Bergamo che, dopo l’ennesimo allarme sulle violenze, ha sentenziato: «Le donne non devono uscire da sole la sera» (del genere: «Ve la siete cercata»). Tuttavia, per battere un sistema che perpetua meccanismi di potere, che pretende obbedienza e conformismo, conosco un solo modo: quello che fa perno sulla soggettività e sulla presa di parola. Per questo mi sono simpatiche le Pussy Riot e la loro «bestemmia sociale».

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Urgurù nella Città di Zingarò

Carlo Antonio Borghi

È stata Bustiana, la mia archeologa ministeriale personalizzata, a battezzarmi con il nome Urgurù. Sulle prime aveva pensato di chiamarmi Andalù, come l’aiutante ascaro ad eritreo di Angelo Lombardi Amico degli Animali. Dice che da piccola non ne perdeva una puntata in Tv. Io Urgurù della Tv non so dire nulla. Laggiù a Monti Prama, all’alba del primo Millennio avanti Cristo, di Tv non ce n’era. Prama in lingua sarda significa Palma. Monti significa Monte. Monti come Mario Monti quello che vi consiglia di tirare la cinghia, parlando nella vostra Tv. Anche noi da statue guerriere quali eravamo e ancora siamo, portiamo una cintura stretta intorno ai fianchi di arenaria. A guardarlo bene quel Monti recita anche lui con una sola espressione stampata in faccia. Ci assomiglia. Forse avrà antenati nuragici. Ai miei tempi tutti i lavoratori erano contadini e pastori, uomini o donne che fossero. Noi classe guerriera eravamo privilegiati rispetto a quelle classi subalterne. Noi Giganti vivevamo nelle Reggie Nuragiche e ci seppellivano nelle Tombe dei Giganti, da gran signori.

Io ho aperto gli occhi da poco, sarà qualche mese ma ho subito visto che la mancanza di lavoro e la disoccupazione vi portano alla disperazione. Allora io Urgurù ho preso su un bagaglietto e sono andato a fare un giro nel Sulcis, quello della Carbosulcis, dell’ALCOA e dell’Euroallumina. Bustiana non mi ha accompagnato. Aveva da ricucire certe ferite ancora aperte degli altri guerrieri ricoverati al Centro di Restauro. Sono arrivato a Carbonia con mezzi miei e grazie agli Stivali delle Sette Leghe Nuragiche. Qualcuno per strada mi ha scambiato per Gulliver ma non importa. Ciò che importa è che sono venuto a Carbonia non per i minatori in lotta ma per un’altra storia di lavoro. Carbonia città capitale del carbone autarchico, fin dai tempi del Ventennio. Storia vecchia. La storia nuova è che questa Carbonia è diventata la Città di Zingarò. Zingarò è il nome di una nuova sartoria, una bottega artigianale dove un manipolo di donne zingare taglia, imbastisce, cuce a mano e a macchina. Riparano e fanno di bel nuovo per uomo e per donna. Abitano nei campi Rom di Carbonia. Hanno imparato il mestiere di sartina e di modista frequentando corsi professionali. Quando mi hanno visto entrare nel laboratorio, le ragazze mi hanno fatto festa grande.

I sardi nativi mi festeggiano molto meno di quanto non faccia questa gente immigrata. Mi hanno fatto un pranzo al loro campo nomadi: un intero porchettone cotto allo spiedo e vino rosso Carignano del Sulcis, si capisce. In negozio, tra le macchine da cucire, provano a stare sul mercato dell’abbigliamento. È molto dura per loro. Le Corporazioni professionali e le Cooperative sociali non danno una mano sufficiente per poter tenere su l’impresa Zingarò. Loro sono belle come le palme del mio Monti Prama a Cabras. Della loro avventura di vita e di lavoro hanno scritto quotidiani e ne hanno parlato i telegiornali. Hanno perfino sfilato in Tv a RAI 2 indossando i loro modelli, ma c’è di più. Questo più che piace a Urgurù, è che in giro c’è un film documentario intitolato proprio Zingarò. Nel film le ragazze vivono, lavorano, viaggiano e fanno sogni. Quei sogni sono spesso incubi.

L’incubo di non farcela a tenere aperto il negozio. Il film l’hanno girato Marilisa Piga, Nico Nessler e Nicola Contini nativo sulcitano. Hanno ricevuto parecchi premi. L’ultimo è stato assegnato al Festival del Cinema di Gavoi: Tumbarinu d’Argento che qui in Sardegna vale come una Palma o un Leone. Il Tumbarinu è il tamburo tipico che suonano in banda i Tumbarinos di Gavoi. Intanto qui a Zingarò le ragazze mi hanno preso le misure con il metro. Vogliono farmi un abito. Non sarà facile. Io sono alto due metri e venti. Un Abito tagliato alla maniera degli antichi sarti sardi. Meglio loro che Antonio Marras da Alghero o Modolo da Fonni. Resterò ospite al loro campo nomade per qualche giorno. Al Museo possono fare a meno di me. Stiamo valutando se sia una buona idea pubblicitaria cambiare il marchio da Zingarò a Zingarù per il fatto che io Urgurù le ho adottate.
Vi saluto e sono come sempre vostro aff.mo Urgurù detto Er Più, ben più di quell’Er Più chiamato Celentano che predica a vanvera, canzoni alla mano.

Senza uguaglianza di genere non c’è sviluppo

Marcela Villarreal

traduzione di Giulia Antioco

L’uguaglianza di genere non è solo una questione di diritti umani, è essenziale per tutti gli aspetti dello sviluppo sociale ed economico. Ciò nonostante, i modelli di sviluppo spesso la trascurano, perdendo così non solo una dimensione fondamentale dello sviluppo, ma anche l’occasione di raggiungere in maniera più efficace obiettivi come la riduzione della povertà.

Lavoro in questo settore da diversi anni, e non ho mai visto un’organizzazione così attiva ed efficiente come la Self-Employed Women’s Association (SEWA) del Gujarat, in India, nel dare maggior potere alle donne e nell’offrire una via d’uscita definitiva dalla povertà. La SEWA è stata fondata da Ela Baht negli anni ’60 sulla base dei princìpi ghandiani. Da allora ha raggiunto 1,1 milioni di donne che pagano 5 rupie (circa 10 centesimi di euro) all’anno per associarsi e beneficiare d’una serie di servizi che permettono loro di affrancarsi dalla povertà estrema nel giro di cinque o sette anni. La chiave è nella natura integrata di questo insieme di servizi, nessuno dei quali da solo potrebbe offrire una soluzione sostenibile contro la povertà, ma che insieme riescono a concentrarsi sui bisogni, tra loro connessi, dei poveri. Leggi tutto "Senza uguaglianza di genere non c’è sviluppo"

Berlusconi e la questione maschile

Francesco Galofaro

Scrivo questo intervento sull’onda del dibattito che ha preceduto e seguito la manifestazione delle donne del 13 febbraio, in particolare sul Manifesto e Liberazione. Diversi sono stati gli inviti agli uomini perché palesassero il loro punto di vista sui motivi per cui il desiderio sessuale maschile è ancora legato a ruoli gerarchici e di dominio. Anche su Alfabeta2 abbiamo letto l’intervento di Fausto Curi. Vorrei aggiungere qualche elemento di riflessione senza raccogliere una qualche bandiera; la misura in cui queste mie osservazioni riflettano anche l’opinione di qualcun altro non è affar mio. Leggi tutto "Berlusconi e la questione maschile"

Il posto delle donne. Una rivoluzione nel mondo del lavoro

Letizia Paolozzi

Negli Stati Uniti se ne sono accorti da tempo. Vi dedicano ricerche, libri, inchieste di giornali. Un dibattito pubblico che afferrasegnali, li accosta, li studia e poi l’annuncio: sì, il lavoro oggi è abitato dalle donne. Sì, un sesso si sta sostituendo all’altro. Sì, è una rivoluzione nel mondo del lavoro. Proprio in questo periodo di acuta crisi economico-sociale, sono le donne la risorsa del futuro.

Succede – inatteso fenomeno – che le imprese con un management al femminile abbiano utili maggiori. Reggono meglio l’impatto della recessione. Naturalmente, nella finanza le leve del comando sono ancora in mani maschili. Però non è questo che conta. Conta che le donne non mollino. Vogliono lavorare. Alle loro condizioni. Pur continuando a correre sessanta ore alla settimana tra ufficio, casa, famiglia. Leggi tutto "Il posto delle donne. Una rivoluzione nel mondo del lavoro"

L’erba vorrei. Lea Melandri

Vorrei. Dell' "erba voglio" si dice proverbialmente che non cresce neppure nel giardino de re. Eppure c'è stato un tempo, una stagione "breve, intensa ed esclusiva", in cui è comparsa nei luoghi più impensati: dalla scuola alle fabbriche, agli interni di famiglia. Tra gli anni '60 e '70, nella fase di massima espansione della società dei consumi, che prometteva cibo in cambio di una dipendenza incondizionata, due "soggetti" tenuti per secoli ai margini della storia - i giovani e le donne - hanno dato prova di una straordinaria "creatività generativa", destinata a cambiare il volto della politica e dell'idea stessa di rivoluzione.

Con loro hanno fatto ingresso nella polis le categorie del "desiderio" e della "felicità", guardate con sospetto dalla sinistra parlamentare ed extraparlamentare perché ritenute meno materialistiche di quella del bisogno, e hanno aperto prospettive inedite al "tragico" dualismo che ha diviso e contrapposto privato e pubblico, individuo e società, natura e cultura, destino del maschio e della femmina. Elvio Fachinelli, originale interprete del '68, in un articolo uscito sui Quaderni piacentini nel febbraio dello stesso anno, così definiva il "desiderio dissidente": una "diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile, contrapposta alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino allora dominante".

Il desiderio e la dissidenza oggi sembrano essersi inabissati nella bocca vorace di una civiltà che, pur dando segni di visibile decadenza, macina ogni segnale di cambiamento, ogni forma nuova di socializzazione, ogni sapere che non sia funzionale alla sua conservazione. Il venir meno dei confini tra vita e politica, anziché portare all'evidenza i nessi, che ci sono sempre stati, tra due poli astrattamente divisi dell'esperienza umana, sembra aver prodotto un amalgama difficile da districare, ma proprio per questo destinato a muovere resistenze, prese di distanza individuali e collettive.

A lasciare aperta la speranza è ancora una volta la lettura che Fachinelli fece dell' "utopia" di Walter Benjamin: "esigenze radicali", di cui si può dire che rappresentino in un particolare momento storico il "possibile attualmente impossibile", e che per questa stessa ragione si ripropongono nel tempo a venire, chiedendo risposte e soluzioni. Che la crisi economica sia anche la crisi di un modello di sviluppo e di una civiltà che ha avuto come protagonista unico il sesso maschile, che la sessualità sia parte essenziale non riconosciuta della vita pubblica, dei suoi poteri, della sue istituzioni, dei suoi linguaggi, sono acquisizioni oggi presenti nelle coscienze di uomini e donne, più di quanto la generazione del '68 potesse immaginare. Il "primum vivere", che viene dalle teorie e pratiche originali del femminismo, trova paradossalmente nell'orizzonte chiuso di chi dice di non avere futuro, la sua spinta più forte e più convincente.

Chi ha seguito un'altra logica, un altro ritmo, non può fallire e scomparire per sempre. Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a "passaggi meccanici". Il rimando reciproco non è quello di causa-effetto e del discorso lineare, ma dei movimenti improvvisi, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della "ripresa" aperta a nuove, impensate soluzioni. Non resta che sperare che la logica del desiderio, come la "passione" di Marx, la spinta ad autorealizzarsi da parte dell'uomo, lavori sotterraneamente, da vecchia talpa, e torni a sorprenderci, quando meno ce lo aspettiamo.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimeranno un  loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno (dal 6 al 16 agosto) con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.