Semaforo #2 – novembre 2016

woman_traffic-300x202Identità

Togliete il suono e potreste guardare un video dal blog di un hipster maniaco delle bici a scatto fisso, gran mangiatore di avocado – un attivista ambientale o un giornalista musicale, forse. Ma Martin Sellner non è un liberal. Ventisette anni, residente a Vienna, Sellner utilizza social media come YouTube, Facebook, Twitter, Instagram, per promuovere il movimento "identitario" di cui è leader. Gli identitari sono la risposta europea alla American "alt-right", che ha aiutato a portare Donald Trump alla Casa Bianca.

Meet the IB, Europe’s version of the American alt-right, “The Economist”, 12 novembre 2016
Media

C'è tanto da imparare da ieri sera: per esempio, la diversificazione delle redazioni in modo da riflettere più accuratamente il paese che dovremmo coprire; la rottura dei serbatoi informativi rappresentati dalle agenzie ufficiali e dai portavoce; la minore enfasi sui social media perché la gente possa seguire storie importanti e vere, che non si traducono in una raffica di retweet in un arco di 15 minuti. Nei prossimi due mesi, Donald Trump inizierà a prepararsi per il suo trasferimento alla Casa Bianca. Ha già messo in chiaro che non è amico della stampa. Ha minacciato di citare in giudizio i media che non gli piacciono, ed è ufficiale la sua opposizione ad alcune norme sulla diffamazione che sono fondamentali perché la stampa svolga adeguatamente il suo lavoro. Non sarà mai troppo presto per avviare la nostra rifondazione.

Kyle Pope. Here’s to the return of the journalist as malcontent, “Columbia Journalism Review”, 9 novembre 2016

Normalità

Alla fine del Rinoceronte (di Eugène Ionesco, ndr), Daisy trova il richiamo del branco irresistibile. La sua pelle si tinge di verde, le cresce un corno e se ne va. Berenger, imperfetto, tutto solo, viene invaso dai dubbi. È deciso a mantenere la propria umanità, ma guardandosi allo specchio, improvvisamente si ritrova abbastanza strano. Si sente un mostro per essere tanto dissonante rispetto al consenso generale. Ha paura di quello che gli costerà questa sua indipendenza. Ma mantiene la sua determinazione, e si rifiuta di accettare questa nuova orribile normalità. Ingaggerà una lotta, dice. "Non capitolerò!".

Teju Cole, A Time for Refusal, “New York Times”, 11 novembre 2016

 

Il Semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

Roth vs. Trump

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G. B. Zorzoli

Quando nel 2004 Philip Roth pubblicò The plot against America (tradotto da noi l’anno seguente, da Einaudi, col titolo Il complotto contro l’America), Donald Trump era solo un miliardario eccentrico, che interessava esclusivamente gli amanti del gossip. La storia narrata da Roth ha per protagonista una famiglia ebrea che abita a Newark. È un’ambientazione che ritorna in molti suoi lavori ma, a differenza degli altri, questo è un romanzo distopico.

Nelle elezioni americane del 1940 Charles Lindbergh ha battuto clamorosamente Roosevelt con una campagna volgare e populista, intrisa di isolazionismo e di antisemitismo, che accusa il presidente uscente di portare il paese alla rovina, glissando su quanto ha fatto per ridare fiato all’economia americana, messa in ginocchio dalla crisi del 1929. Forte della popolarità acquisita con il primo volo senza scalo New York-Parigi, accusa gli ebrei di volere la guerra contro Hitler, con la complicità di Roosevelt. «Vote for Lindbergh or Vote for War» è il suo slogan vincente.

Con l’insediamento di Lindbergh alla Casa Bianca, giorno dopo giorno l’esistenza della famiglia ebrea di Newark ricalca quella dei loro simili che vivono sotto il dominio nazista. La morsa si stringe intorno a loro, mentre il presidente Lindbergh firma un accordo con Hitler, col quale gli dà carta bianca per la conquista dell’Europa, ed emana norme che pongono severi limiti alla libertà di stampa e di critica. Durante le elezioni mid-term del 1942 i comizi degli oppositori sono oggetto di aggressioni squadristiche, e si moltiplicano gli arresti degli ebrei, accusati di connivenza con i nemici dell’America. Lindbergh arriva a chiudere il confine col Canada, per impedire l’esodo degli oppositori e degli ebrei. La vicenda si risolve quando l’aereo guidato personalmente da Lindbergh, che non perde occasione per rinverdire la sua immagine di pilota spregiudicato, risulta disperso. Con la sua uscita di scena, gli Stati Uniti tornano gradualmente alla normalità.

Concepita all’inizio del secolo, dopo che Donald Trump ha vinto, l’ucronia di Roth appare un artificio formale, scelto dall’autore per manifestare la sua inquietudine per le trasformazioni che stavano investendo il sentire di una larga parte della società americana. La crisi del 2007-2008 al posto di quella del ’29; la negazione dei meriti di Roosevelt sostituita dalla visione catastrofista della presidenza Obama; i mussulmani e i latinos invece degli ebrei nel ruolo di nemici dell’America; la chiusura isolazionista che promette oggi di dare carta bianca all’espansionismo di Putin, mentre agli inizi degli anni Quaranta l’interlocutore era Hitler; il confine col Canada chiuso vs. il muro alla frontiera messicana.

Il complotto contro l’America è un romanzo profetico anche nella sua conclusione. L’ultimo capitolo si intitola «Eterna paura». Lindbergh è morto, ma la Stimmung ha subito un cambiamento irreversibile. Anche se Trump fosse stato sconfitto sarebbe rimasto vivo il trumpismo, che viceversa ha prevalso. Molti, fra cui il sottoscritto, erano convinti che Trump fosse il candidato ideale per la Clinton. Era vero il contrario, the Donald ha tratto vantaggio dall’avere come avversaria la tipica rappresentante di un establishment responsabile della profonda divisione sociale e identitaria esistente oggi in America.

Lindbergh ha davvero vinto. E adesso, pover’uomo?

 

E inoltre, sul prossimo alfadomenica un commento da New York  di Fabrizio Tonello sulle elezioni Usa 

Se vincesse Trump

trumpG. B. Zorzoli

Non diversamente da quelle individuali, le rimozioni collettive di prospettive sgradite ci fanno trovare impreparati, quando l’averle esorcizzate non impedisce che si avverino. Per questo mi preoccupa che non si discuta di cosa accadrebbe se, com’è possibile, Trump diventasse il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti.

Probabilmente le posizioni neoisolazioniste sarebbero ridimensionate dalla dura realtà dei fatti, ma non la politica anti-immigrazione, le discriminazioni nei confronti delle minoranze, la legittimazione del farsi giustizia da soli. Ne uscirebbero rafforzate le analoghe pulsioni che stanno prendendo piede in Europa.

Non meno preoccupanti, per l’impatto globale che potrebbero avere, sono le politiche energetico-ambientali sostenute da Trump. A inquietare, nel suo «America-First Energy Plan» non sono le bufale, che pure non mancano, come l’obiettivo di aumentare la produzione di shale gas e nel contempo di restituire all’industria del carbone il suo «ruolo glorioso», dimenticando che è stata proprio la caduta del prezzo del gas, dovuta al boom dello shale, a mettere in crisi il settore carbonifero e non una presunta «job-destroying» politica di Obama. Un certo allarme lo desta l’inversione di rotta nella politica ambientale, con la cancellazione immediata di tutte le restrizioni all’uso del fracking per l’estrazione di shale gas, alle perforazioni off-shore, alla produzione di gas e petrolio nelle aree di proprietà federale. Tuttavia si tratta di provvedimenti che devono passare al vaglio del Congresso, il cui esito non è quindi né scontato, né immediato.

In ogni caso, però, questa difesa a oltranza degli interessi economici dell’industria del petrolio e del carbone inciderebbe negativamente sul futuro delle fonti rinnovabili, come conferma lo scetticismo nei loro confronti manifestato da Trump. L’energia solare è «very expensive», quella eolica «uccide le aquile ed è rumorosa». Si salva solo il bioetanolo, in linea con la politica di G.W. Bush a favore dei produttori americani di mais. Una maggioranza parlamentare, presumibilmente repubblicana in caso di sua vittoria, potrebbe sostenere questa linea, non rinnovando le misure a sostegno delle rinnovabili, o depotenziandole.

La cornice «teorica» a giustificazione di queste scelte è il giudizio trumpiano sul cambiamento climatico, sintetizzato in un tweet: «This very expensive GLOBAL WARMING bullshit has got to stop. Our planet is freezing, record low temps, and our Global Warming scientists are stuck in ice». Il suo negazionismo non si limita dunque a contestare l’origine antropica del riscaldamento globale: va oltre, sostenendo che la terra si sta raffreddando. In altre circostanze ha detto che il cambiamento climatico è una «bufala» messa in giro dalla Cina, per minare gli interessi industriali e i posti di lavoro americani. Di conseguenza, si è impegnato a revocare l’adesione americana all’accordo sulla lotta al cambiamento climatico, raggiunto nel dicembre scorso alla COP21 di Parigi.

Poiché, per bypassare l’opposizione della maggioranza repubblicana al Congresso, il presidente Obama a più riprese ha utilizzato lo strumento degli ordini esecutivi, con i quali ha posto limiti all’utilizzo di combustibili fossili e alle emissioni delle centrali elettriche, e ha ratificato l’accordo raggiunto a Parigi, si tratta di decisioni che Trump, se eletto, potrà prendere in totale autonomia.

Quali effetti potrebbero avere la cancellazione delle peraltro insufficienti normative ambientali, introdotte negli ultimi anni da Obama, e l’abbandono di qualsiasi futuro impegno sul clima che oltre tutto, nelle intenzioni di Trump, dovrebbero essere accompagnato dalla cancellazione di tutti i finanziamenti americani ai programmi climatici delle Nazioni Unite?

Dopo la Cina, gli Stati Uniti sono il principale emettitore di gas serra. Se si tirano fuori, quanti altri paesi saranno tentati di seguirne l’esempio? È vero che prima e dopo Parigi una parte non piccola del mondo finanziario e delle grandi imprese ha dimostrato di essere più avanti dei governi nella consapevolezza dei rischi di un cambiamento climatico irreversibile, per cui la defezione americana non riuscirebbe a bloccare il percorso avviato. Però lo rallenterebbe, e in un mondo impegnato in una corsa contro il tempo (secondo recenti previsioni della NASA, ci stiamo avvicinando a 1,3 °C di sovratemperatura) questo ritardo potrebbe rivelarsi esiziale.

Semaforo #4 luglio 2016

Trump

“Ho messo il rossetto su un maiale", ha detto (Tony Schwartz, ghostwriter di Donald Trump, ndr). “Sento un profondo rimorso per avere contribuito a presentare Trump in un modo che ha attirato sulla sua persona un'attenzione ancora maggiore e lo ha reso più attraente di quanto lui sia”. E ancora: “Sono sinceramente convinto che se Trump vince ed entra in possesso dei codici nucleari, ci sono fortissime possibilità che questo porterà alla fine della civiltà”.

Jane Mayer, Donald Trump's Ghostwriter Tells All, The New Yorker, 25 luglio 2016

Trump / 2

Questo (la quantità di affermazioni false contenute nei discorsi di Donald Trump, ndr) pone un serio dilemma per quelli di noi che seguono la campagna elettorale. Come si può scrivere di un discorso cosi pieno di insinuazioni folli?  Come è possibile riferire delle affermazioni infondate di Trump senza trasmetterle a un pubblico più vasto? Qual è il modo responsabile per controllare la veridicità di Donald Trump?

Tara Golsham, Donald Trump has ushered in a whole new era of fact-checking in journalism, Vox 21 luglio 2016

Turchia

La politica della Turchia ha sempre funzionato come un pendolo che oscilla dalle moschee alle caserme e dalle caserme alle moschee.

Can Dündar, This the biggest witch-hunt in Turkey's history, The Guardian, 22 luglio 2016

 

Il semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

La cerimonia dell’innocenza è annegata. Quindici anni dopo Genova

Franco Berardi Bifo

Things fall apart; the centre cannot hold;

Mere anarchy is loosed upon the world,

The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere

The ceremony of innocence is drowned;

The best lack all conviction, while the worst

Are full of passionate intensity.

Yeats, The Second Coming

Fine del thatcherismo

Quindici anni dopo Genova, quando il globalismo neoliberista festeggiò sanguinosamente il suo trionfo, molti segnali fanno pensare che tutto stia precipitando: il dominio neoliberista, che ha garantito un equilibrio di potere a livello globale, sta franando, e la guerra civile frammentaria si espande in ogni area del pianeta, fino a coinvolgere gli Stati Uniti d’America dove la diffusione capillare di armi alimenta la quotidiana mattanza di cui gli afro-americani sono la vittima privilegiata.

I segnali si moltiplicano, ma come interpretarli? Quale tendenza intravedere?

E soprattutto come ricomporre l’autonomia sociale, come proteggere la vita e la ragione dalla follia omicida che il capitalismo finanziario ha attizzato e il fascismo nelle sue varianti nazionaliste e religiose sempre più spesso aggredisce?

Il 2 luglio del 2016, pochi giorni dopo il referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’Economist testata che ha sempre entusiasticamente appoggiato le politiche neoliberiste – dichiara improvvisamente e drammaticamente la disintegrazione del processo di globalizzazione. In un editoriale intitolato The politics of anger, sulla rivista, che in copertina mostra un paio di mutande con i colori della bandiera inglese e il grido punk Anarchy in the UK, possiamo leggere (con un certo sbalordimento): «dall’America di Trump alla Francia di Marine Le Pen, moli sono arrabbiati. Se non trovano una voce nelle forze di governo finiranno per farsi ascoltare uscendo dal sistema. Se non credono che l’ordine globali funzioni per loro il Brexit rischia di diventare solo l’inizio di un disfacimento della globalizzazione e della prosperità che essa ha creato».

La rabbia degli esclusi dalla globalizzazione, aggiunge l’Economist, è giustificata. «Coloro che propongono la globalizzazione, compreso il nostro giornale, debbono riconoscere che i tecnocrati hanno fatto degli errori e la gente comune ha pagato il prezzo. La scelta di dar vita a una moneta europea è stata una scelta tecnocratica che ha prodotto stagnazione disoccupazione e ora sta distruggendo l’Europa. Elaborati strumenti finanziari hanno confuso i regolatori, rovinato l’economia mondiale e hanno finito per far pagare ai contribuenti il salvataggio delle banche».

Confesso che non mi sarei mai aspettato un’autocritica da parte della rivista che ha sempre con arroganza propagandato le politiche neoliberali. E invece: «Mentre il prodotto americano è cresciuto del 14%, i salari medi sono cresciuti solo del 2%. I liberali credono nei benefici di una rinuncia alla sovranità per il bene comune. Ma come mostra il Brexit, quando la gente sente di non controllare la propria vita e di non ricevere i frutti della globalizzazione, colpisce duro. E l’Unione europea è diventata un obiettivo».

È dunque finita l’epoca neoliberista? È dunque prossimo il crollo del capitalismo globalista? Le cose non sono così semplici. Nessuno ha idea di come sostituire le politiche neoliberali, nessuno ha in mente un modello sociale che possa prendere il posto della dittatura dei mercati che negli ultimi quattro decenni, partendo proprio dallInghilterra della Thatcher, ha trasformato la società il lavoro e la politica. Inventare un processo di fuoriuscita dal capitalismo è il compito gigantesco che attende l’intelligenza autonoma. Mentre intorno infuria la guerra.

Una bomba a orologeria

Il Brexit fa paura per tante ragioni: perché spalanca le porte del nulla di fronte all’Unione europea, perché rende possibile uno sgretolamento dello stesso Regno Unito, perché apre prospettive recessive all’economia globale che già si trova in condizioni di stagnazione e sovrapproduzione deflattiva. Ma anche, e forse soprattutto, perché l’Inghilterra è stata negli ultimi due secoli l’avanguardia del capitalismo mondiale: lì iniziò l’offensiva neoliberista, perché quando qualcosa accade a Londra ben presto gli effetti si fanno sentire dovunque. Prima di tutto si fanno sentire negli Stati Uniti, dove nel 1980 Ronald Reagan importò le politiche thatcheriane, e dove oggi si svolge una campagna elettorale dominata dalla ridicola figura di Donald Trump.

Forse anticipando la futura vittoria trumpista, all’inizio di luglio il presidente Obama ha partecipato a Varsavia a un vertice NATO di cui non si è parlato abbastanza. In questo vertice si sono prese decisioni che possono portare l’Europa sull’orlo di un abisso militare. Dopo aver dispiegato 25.000 soldati NATO nell’esercitazione Anaconda, in Polonia, ora la NATO decide di schierare permanentemente truppe nei paesi Baltici, in un’area in cui la più piccola provocazione potrebbe portare a due esiti: il confronto militare con la Russia di Putin, o il disfacimento della NATO. Il colpo di stato in Turchia mostra che quel paese è diventato un terreno di scontro tra Russia e NATO. Sconfitti i generali filo-americani, Erdogan trasforma il paese in una dittatura islamista e fascista, e stringe un patto con Putin.

Perduta la motivazione originaria, la NATO è oggi una fragile architettura che rischia di intrappolare l’Europa. Lo scrive il tedesco Jochen Bittner in un articolo dal titolo Does NATO still exist? (Sul New York Times dell’8 luglio): «La NATO tenta di contrastare il suo declino col suono delle sciabole più pesanti. Il suo gruppo dirigente vuole fare degli stati baltici quel che un tempo era Berlino Ovest: un detonatore nucleare». Il vertice di Varsavia, poi il colpo di Stato in Turchia: la NATO è ormai una bomba a orologeria la cui esplosione può avere effetti inimmaginabili.

Estate nera in America

Mentre in America inizia la campagna elettorale, un’impressionante successione di omicidi razzisti, che suscitò nell’autunno 2014 il movimento Black lives matter, porta la popolazione afro-americana a un tale grado di esasperazione che nelle manifestazioni si grida: «Kill the police», e a Dallas un ragazzo nero di nome Micah, addestrato alla guerra in Afghanistan, ha sparato sui poliziotti uccidendone cinque. Confesso che dopo aver ricevuto le prime informazioni sulla strage di Dallas, quando ancora circolava la notizia che si trattasse di un gruppo armato, ho pensato che dopo tanti anni si ripresentasse sulla scena un’organizzazione rivoluzionaria armata come il Black Panther Party dei primi anni Settanta. La realtà si è rivelata ben presto più banale. Nessuna azione collettiva armata, ma il solito atto di disperazione suicida, simile ai tanti che da Columbine in poi punteggiano la vita di un paese in cui chiunque può procurarsi armi micidiali perché la National Rifle Association possa incrementare i suoi profitti.

La reazione dell’establishment è stata di un’ipocrisia rivoltante. Dicono che l’azione di Micah Jones avrà il risultato di far perdere al movimento la sua influenza e i risultati che aveva acquisito. Ma quale influenza e quali risultati? Da Ferguson in poi il movimento è cresciuto, ha marciato in tutte le città del paese, ma lo stillicidio di omicidi razzisti polizieschi non ha mai rallentato il suo ritmo.

All’inizio di luglio molti si sono chiesti se si tratti dell’inizio di un’insurrezione nera, simile alle rivolte che da Newark a Watts a Detroit segnarono in maniera indimenticabile gli anni Sessanta americani. Io direi di no.

Negli anni Sessanta e Settanta la rivolta nera faceva parte di un movimento che si dispiegava in ogni area del mondo e si prefiggeva di trasformare i rapporti sociali in senso progressista e rivoluzionario, e che riuscì effettivamente a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone, tra cui naturalmente la popolazione afro-americana. Purtroppo quel movimento mondiale antiautoritario e socialista fu sconfitto dalla controrivoluzione capitalistica. Quel che è accaduto, dagli anni di Thatcher in poi, è noto: distrutto il movimento dei lavoratori con l’attiva collaborazione degli infami partiti della sinistra, il capitalismo finanziario ha potuto liberamente devastare l’ambiente, la vita sociale e l’equilibrio psichico dell’umanità. Qualcuno aveva detto: Socialismo o barbarie. Il socialismo è stato sconfitto. E la barbarie avanza inarrestabile.

Il movimento nero che un tempo gridava Black power ora implora Black lives matter. Queste parole sono il segno di una sconfitta gigantesca. Fate di noi qualunque cosa, ma per favore non ammazzateci.

Razzismo bianco Fascismo islamista Guerra civile globale

I lavoratori sono stati ricattati, precarizzati, impoveriti, e non hanno più alcuno strumento per difendersi. Perduta ogni possibilità di emancipazione e di organizzazione, oggi si aggrappano disperatamente alla sola forma di identità che gli rimanga: l’appartenenza etnica, religiosa o nazionale. Rotta la solidarietà internazionalista la disperazione si aggruma in forma identitaria, e il fascismo si ripresenta. Non siete operai sconfitti, ma popolo – questo dice il fascismo. E i popoli fanno la guerra, perché è la sola cosa che sanno fare.

L’eredità di secoli di colonialismo e di schiavismo si ripresenta oggi in tutto il mondo. Per i popoli colonizzati, depredati, sottomessi a schiavitù, la sola ribellione è la vendetta armata. L’islamismo radicale è l’avanguardia di questa vendetta. La migrazione di massa dal sud al nord del mondo è la conseguenza dell’irrisolta eredità coloniale, e delle nuove guerre che la vendetta armata non fa che alimentare.

E intanto l’impoverimento dei lavoratori bianchi d’Europa e d’America alimenta unonda di razzismo sociale e di nazionalismo i cui effetti sono il Brexit e lo sgretolamento dell’Unione. Numericamente declinanti, i bianchi invecchiano, mentre le popolazioni colonizzate, più giovani e demograficamente crescenti, premono alle frontiere. C’è una sorta di frustrato supremachismo al fondo dell’inconscio bianco, che si oppone al supremachismo aggressivo dei popoli che cercano vendetta. Esiste una possibilità di evitare che lo scontro tra razzismo supremachista e pressione aggressivamente disperata dei popoli colonizzati si risolva in una carneficina globale? Esisteva, e si chiamava socialismo. Quella possibilità stata cancellata e quello che rimane è barbarie, razzismo e la guerra civile globale.

L’eredità del colonialismo

Secoli di oppressione coloniale impoverimento e deportazione della forza lavoro stanno presentando il conto. Solo una cultura internazionalista renderebbe possibile la necessaria redistribuzione delle risorse, e solo una politica egualitaria e socialista può rendere possibile l’internazionalismo. La sconfitta del movimento operaio (di cui è responsabile la sinistra convertita al liberismo) ha distrutto quella possibilità aprendo le porte dell’inferno. Ora siamo all’inferno e non si vede via d’uscita.

La pressione migratoria sulle frontiere europee continuerà e l’Unione europea reagisce da potenza coloniale. Un documento della Commissione europea dell’inizio del giugno 2016 sostiene che entro il 2025 occorrono 83 milioni di lavoratori ad alta qualificazione, che l’Europa in calo demografico (e in piena descolarizzazione) non è in grado di fornire. Di conseguenza il documento afferma che occorre favorire l’afflusso di lavoratori qualificati dal sud del mondo. Gli altri crepino in mare o nelle mani di Erdogan. I paesi poveri verranno ulteriormente impoveriti dal drenaggio di cervelli mentre aumenteranno le forze del terrore.

L’Unione Europea è un morto che cammina.

Il sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa) batte cassa di nuovo, per l’ennesima volta. Naturalmente il sistema bancario otterrà quel che vuole e la società europea pagherà, per l’ennesima volta. La sinistra francese, sprofondata nell’abiezione morale, impone un salto di qualità nella precarizzazione del mercato del lavoro e cancella le 35 ore. Si tratta delle ultime battute di un ceto politico infame, che si segnala soltanto per la sua incultura e il suo servilismo. Presto penzoleranno sulla forca che i fascisti gli stanno preparando in Francia come in Austria come altrove: dovunque.

Questi sono gli attori sulla scena europea: il ceto finanziario predatorio e questuante e il nazional-socialismo montante. I governi sono ridotti a ripetere bofonchiamenti sulla democrazia e la crescita imminente. Che farà Merkel ora che il suo beniamino Erdogan provoca un colpo di stato per eliminare definitivamente ogni parvenza di democrazia? Concederà il visto ai turchi per ottenere che l’assassino ospiti i migranti siriani che i popoli europei non sono disposti ad accogliere?

L’orrore

In una sorta di crescendo dell’orrore, la demenza islamo-fascista lancia attacchi contro la vita quotidiana nelle città europee, mediorientali e asiatiche. La carneficina nizzarda compiuta dal macho fallito Mohamed Lahouaiej Bouhlel giunge contemporanea alla notizia che il signor Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea tra il 2004 e il 2014 (massima autorità del morto che cammina) è ora ufficialmente dipendente dell’agenzia finanziaria Goldman Sachs, un organismo internazionale al cui confronto Bouhlel appare come un dilettante, nell’arte del massacro.

Conclusione

Come scriveva Yeats nel 1919:

La marea insanguinata s’innalza e dovunque

La cerimonia dell’innocenza è annegata.

I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori

Sono pieni di intensità appassionata.

La resistenza può oggi organizzarsi soltanto in forma marginale: la società è paralizzata, incapace di difendere i suoi interessi e i suoi diritti. In Italia si gioca a fare i referendum, come se il problema fosse la forma della democrazia, quando è del tutto evidente che la democrazia è un arnese da tempo spuntato, privo di ogni efficacia e credibilità. Al referendum d’autunno andrò comunque a votare, non perché me ne importi delle forme della democrazia: voterò perché voglio che il governo Renzi crolli, e si acceleri il crollo di quel che resta dell’Unione.

Solo allora la società comincerà a porsi il problema della solidarietà, dell’autorganizzazione e della fuoriuscita dal cadavere del capitalismo.

Il prossimo decennio sarà dominato da una guerra sempre più sanguinosa e devastante. Chi non lo vede è in pericolo. Chi cerca di negarlo è pericoloso. Chi lo sa cominci a costruire le strutture della solidarietà che serviranno a sopravvivere, e a ragionare sulle forme di una società egualitaria, per ritornare un giorno a vivere. Forse.

17 luglio 2016

Semaforo #5 maggio 2016

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Shakespeare in Trump

Harold Bloom ha scelto di sottotitolare il suo fondamentale libro su Shakespeare L'invenzione dell'uomo a riconoscimento della capacità senza precedenti del Bardo di immaginare la vita degli altri. La domanda che mi sono posto negli ultimi tempi è: in che modo Shakespeare, il più grande detective dell'animo umano nella storia della letteratura, avrebbe trattato Donald Trump ? C'è qualcosa nei suoi testi teatrali, che può offrirci qualche indizio sulle motivazioni e le macchinazioni di questo miliardario di New York riconvertito in agitatore politico? Le commedie, a cui è stato naturale pensare inizialmente, non sono riuscite a fornirmi una figura che unisca la singolare combinazione di arroganza e impreparazione, irruenza pugilistica e ruffianeria da showman di Trump. I drammi storici forniscono il più ricco tesoro del pensiero politico di Shakespeare, ma non c'è un equivalente falstaffiano per the Donald. (Trump potrebbe essere in grado di eguagliare la millanteria del compagno di bevute del principe Hal, ma i suoi insulti da parco giochi sono di qualità inferiore per estro linguistico e mordacità satirica). Il mio progetto cominciava a sembrare una causa persa ma poi a letto, malato e annoiato dal romanzo che stavo leggendo, ho ripreso in mano due tragedie di Shakespeare, il Giulio Cesare e Coriolano (...). Questi drammi storici, ambientati nella Roma antica, mi hanno sorpreso con la loro lettura quasi profetica del nostro momento attuale. In effetti, i litigi dei senatori si possono trasferire senza sforzo a Washington DC.

Charles McNulty, The theater of Trump: What Shakespeare can teach us about the Donald, Los Angeles Times, 26 maggio 2016

No talent, no Trump

Senza The Apprentice, Donald Trump sarebbe ancora un venditore fallito di giochi da tavolo e Katie Hopkins sarebbe al Met Office. È un programma che tira fuori il peggio nelle persone, poi le scatena nel mondo.

Stuart Heritage, The toxic political legacy of The Apprentice, The Guardian, 10 maggio 2016
Gossip + Trump

Quando era sposato con Marla Maples e stavamo per scrivere che si erano lasciati, la cosa a cui teneva di più era 'dite quanto sono ricco, date i numeri giusti, quanti miliardi valgo. Questo è quello che conta'"

How an Old-School Gossip Columnist Explains Donald Trump, intervista di Conor Friedersdorf a A.J. Benza, The Atlantic, 28 maggio 2016

a cura di Maria Teresa Carbone

 

 

L’era Trump. Una scoreggia ci seppellirà?

nbc-fires-donald-trump-after-he-calls-mexicans-rapists-and-drug-runnersFranco Berardi Bifo

L’era Thatcher comincia a declinare? Il consenso di cui godeva l’ideologia neoliberista negli anni Ottanta e Novanta entrò in crisi a Seattle nel 1999. Negli anni successivi al 2008 la fede nel Mercato è rapidamente crollata: oggi solo i lupi della classe finanziaria esaltano l’autoregolazione perfetta del capitalismo assoluto e solo gli imbecilli ci credono. Dopo il gigantesco intervento con cui i governi di tutto il mondo dopo il 2008 hanno gettato nella disperazione e nella miseria milioni di persone per salvare il sistema bancario, la maggioranza della popolazione sa che l’assolutismo finanziario è una trappola mortale anche se non sa come se ne possa uscire.

Poiché talvolta la disperazione sconvolge la ragione, ecco che forse inizia l’epoca Trump. Cerchiamo di descriverne le linee generali: il cervello sociale è stato sequestrato dall’astrazione tecno-finanziaria, e il corpo della società scollegato dal cervello si dibatte come un gigante idiota che mena colpi devastanti contro se stesso. Per analizzare il viluppo di ignoranza cinismo e irragionevolezza che sta emergendo, siamo costretti a usare una parola che fa orrore. Il concetto di «razza» è destituito di ogni fondamento scientifico, ciononostante nell’inconscio contemporaneo esplode con forza mitologica. Negli Stati Uniti d’America l’elezione di un presidente nero ha messo in moto da tempo nell’inconscio collettivo una reazione che oggi prende forma intorno alla figura di Donald Trump. Nei paesi occidentali sono all’opera le dinamiche dalle quali nel ventesimo secolo scaturì il fascismo, ma troppi aspetti del contesto tecnico, mediatico e produttivo sono mutati rispetto al Novecento perché la parola fascismo possa esprimere a pieno quel che sta accadendo. Può la parola «trumpismo» definire la tendenza che va emergendo a livello globale?

Nomen est omen: la parola «trump» in inglese significa diverse cose: briscola, carta vincente, e come verbo significa sconfiggere, travolgere, e anche ingannare. E per finire significa scoreggia, o peto se preferite. Credo che abbiamo trovato il modo per definire il fascismo che viene. Violenza, ossessione identitaria, razzismo e guerra – come il fascismo del secolo passato, moltiplicato però dalla potenza dei media. Ecco la carta vincente che sta travolgendo le difese della civiltà. Sarà una scoreggia che ci seppellirà?

L’era Trump è segnata da un ritorno della corporeità: una corporeità decerebrata. L’impoverimento della classe operaia bianca e l’impotenza della politica, insieme alla frustrazione del maschio bianco cui la birra ha gonfiato lo stomaco e stordito il cervello, hanno risvegliato il razzismo nascosto nel profondo del corpo idiota della popolazione occidentale. Il declino della razza bianca fu percepito da Arthur de Gobineau (autore dell’Essai sur l'inégalité des races humaines, 1855), come tendenza cui si doveva secondo lui reagire proteggendo la razza dei dominatori dall’assedio delle razze sottoposte al dominio del colonialismo.

Sulle tracce di Gobineau, nel secolo ventesimo il Nazionalsocialismo organizzò la paura aggressiva della razza bianca: l’attacco finanziario scatenato dalla Francia e dall’Inghilterra contro la Germania sconfitta aveva impoverito la classe operaia tedesca. Hitler si rivolse agli operai tedeschi immiseriti e disse loro: non appartenete a una classe sociale sfruttata, ma a una razza superiore che le razze inferiori stanno aggredendo. Gli ebrei sono i più pericolosi perché si sono infiltrati tra di noi e stanno erodendo dall’interno la superiore nostra civiltà, si sono impadroniti delle banche e le usano per rovinarci economicamente, poi apriranno la porta ai comunisti e ai negri. Sounds familiar? È quello che oggi sta ripetendo un fronte unito che va dal russo Putin al polacco Kazinski all’ungherese Orban all’italiano Salvini alla francese Le Pen all’austriaco Hofer all’americano Donald Trump, discendente del Ku Klux Klan e truffatore miliardario.

Non sappiamo al momento se questo individuo sarà presidente della più grande potenza militare del pianeta, io tendo a pensare che non lo sarà. La persona che rappresenta la dittatura neoliberista è destinata forse a vincere le elezioni di novembre, ma questo non distruggerà la forza del gigante decerebrato. L’era della reazione bianca è cominciata da quando la classe operaia è stata sconfitta insieme all’internazionalismo e alla ragione umana.

Il globalismo liberista e l’anti-globalismo razzista sono i due attori della scena che si delinea all’orizzonte del nostro tempo. Il globalismo liberista ha generato le forze del trumpismo anti-globale, ma ora questi due attori divorziano in modo violento e tra loro si scatena una guerra. L’antiglobalismo trumpista (o nazismo della razza dominatrice) si nutre e si allea obiettivamente con il suo apparente nemico: il fascismo delle razze dominate, il terrorismo islamista, il nazionalismo castale induista, il narco-machismo messicano…

Esiste un terzo attore, capace di rappresentare l’autonomia della società e la forza progressiva dell’intelligenza? E come può manifestarsi, emergere, organizzarsi? Quale strategia possiamo elaborare per sopravvivere all’incombente guerra civile planetaria? Come possiamo prepararci al dopo?

Il terzo attore si è presentato sulla scena delle elezioni nord-americane. La schiacciante maggioranza dei ventenni – la prima generazione connettiva, coloro che hanno imparato più parole da una macchina che dalla mamma – ha votato per un vecchietto che si autodefinisce socialista e predica ai passeri che si fermano ad ascoltarlo prima di svolazzare.

Perché i ventenni americani fanno questo? È chiaro che Sanders non sarà presidente degli Stati Uniti. Il capitalismo americano può tollerare un fascista scoreggione che mobilita gli operai bianchi sconfitti, ma non un socialista colto e gentile. Questo è chiaro. E allora perché i giovani votano per lui? Io credo che la motivazione di milioni di giovani che votano per Bernie sia prima di tutto etica ed estetica. A loro fanno pena, e anche un po’ ribrezzo, quei loro genitori cinquantenni che hanno vissuto la vita piegati dall’arrivismo, dalla competizione e dal cinismo. Non vogliono essere così. Non vinceranno queste elezioni ma nel prossimo decennio, mentre il mondo si fa sempre più scuro, diverranno i quadri della Silicon Valley globale, saranno i cervelli che muovono il mondo. E nel frattempo imparano l’amicizia tra ingegneri e poeti e si preparano a sabotare, smantellare e riprogrammare la macchina globale. Perché questo è il solo modo per liberare il mondo dalla violenza di Thatcher e di Trump.

Ammesso che fra dieci anni il mondo ci sia ancora.

10 maggio 2016