Nora W., o dell’estetica coreana

Claudio Canal

Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997
Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997

Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. Posso salire su un Tir e diventare un decorato della Terza Guerra Mondiale, l’autobomba può essere piazzata nella trincea immaginifica del mercato sotto casa, e il bombardamento a tappeto profilarsi laggiù all’orizzonte. Campi di concentramento dovunque, evacuati, sfollati e profughi di mezzo mondo fuggono alla cieca, mille linee Maginot prendono forma di muri inespugnabili, si accaniscono senza tregua pulizie etniche e deportazioni di massa, mercenari, contractors, truppe speciali, foreign fighters trasudano testosterone e rappresaglia, kamikaze in febbrile fervore di morte, ipertecnologiche nuove armi all’opera accanto a coltellacci e mannaie, balletti diplomatici a gara nel farfugliare, vittime in sterminato esubero, gas tossici per grandi e piccini, anche i neonati conoscono la parola carneficina, reality show dell’orrore tutti i giorni sugli schermi, ordigni nucleari che si scaldano i muscoli.

La Seconda Guerra Mondiale invece l’ha vinta lui, Adolf Hitler, nonostante il suicidio nel bunker. E questo probabilmente Nora W. Tyson l’ha capito. Il nuovo che avanza è il nazismo, resettato e rimaneggiato, adattato ai tempi. Gode del successo planetario del razzismo xenofobico, dell’invocazione cosmica dell’uomo forte anzi fortissimo, un Führer al comando, del culto mistico del popolo e delle sue incarnazioni oligarchiche ai vertici, della sicurezza da imporre con brutale universalità, della immane potenza della propaganda che la dà a bere con le sue neolingue, della plebiscitaria liquidazione del nemico tramite soluzione finale, del diritto naturale all’aggressione e alla violenza di bande internazionali, Stati, Sovrastati, e corporations, dello spazio vitale da presidiare con le unghie e con i denti. Mondo, tutto questo sarà tuo fra non molto.

La flotta solca i mari. L’amnesia condivisa anche, perché una guerra di Corea c’è già stata. Due, tre milioni di morti? Il batticuore dell’umanità aumenta. Un piccolo sovrano di una moderna dinastia fondata sul neurocomunismo si agita perché teme di non poter più vivere da barone rosso. L’hard power della casa regnante ha forgiato una pedagogia strepitosa che ha marionetizzato la popolazione. Gli piace giocare a battaglia navale che piace anche ad un affarista miliardario gesticolante e truculento che pensa il mondo come proprio governatorato, da cui l’ammiraglio Nora W. Tyson dipende. Entrambi, Donald Trump e Kim Jong Un, sono seguaci di una fede necropolitica. Li vedrei volentieri relegati in una comunità agricola a coltivare fragole e peperoni. Per non farsi stordire dai due e dai loro fan conviene spostare la traiettoria dello sguardo.

KIM IN SOK 2016
Kim In Sok, 2016

Un importante libro, Visual Politics and North Korea. Seeing is believing, di David Shim, Routledge 2014, discute della politica visuale verso la Corea del Nord, che enfatizza le differenze, la distanza, il pericolo, l’isolamento invece delle affinità, di ciò che è familiare e comune a noi e al resto del mondo. Le immagini non sono mai neutrali e questo risalto visivo non giova a nessuno. Rimanda a un buco nero, a una terra incognita che fa paura. Curiosare non è conoscere. Non fa altro che avvolgerci ancora di più nella ferrea logica amico/nemico così ben teorizzata da un rinomato giurista e filosofo nazi e che sta infettando tutti gli esseri umani. I nordcoreani sono esposti giorno e notte alla contaminazione che su di noi ha un effetto da rilascio prolungato per cui la casella nemico si va velocemente riempiendo di ogni immaginabile altro. Sui fautori dell’apocalisse islamica l’intossicazione è esplosa sopprimendo tutti gli anticorpi. Si chiamava Dabiq la rivista patinata dell’ISIS. Adesso si chiama Rumiyah, cioè Roma: di qua noi, di là i crociati infedeli. Guerra santa.

E’ la Corea del Nord così paria, così intoccabile come si racconta? Isolata e sola come un’ostrica? Circondata e in stato d’assedio? In realtà mantiene contatti con molti Stati. Non si tratta solo del suo (ex?) sponsor, la confinante Cina, ma anche della Russia di Putin, confinante per soli 17 chilometri e cooperante per diversi rilevanti progetti infrastrutturali. Ufficiali e attive rappresentanze diplomatiche con Brasile, Germania, Gran Bretagna, India, Bulgaria, Cuba, Vietnam, Svezia, Romania, Indonesia, Egitto, Pakistan, Iran, Nigeria ecc. Relazioni commerciali, tecniche, culturali con Myanmar, con l’India, che addestra ufficiali e ricercatori nordcoreani, e, soprattutto, al pari della Cina, ma in formato bonsai, con molti Stati africani. Commerci, cooperazione tecnica, armi. L’inaspettato surrealismo del mercato ha qui la sua manifestazione più eloquente. La Corea del Nord esporta estetica. Riproducibilità politica ad altre latitudini. Una fabbrica d’arte nei pressi della capitale Pyongyang impiega 4000 tra artisti e artigiani su un’area di 120.000 metri quadrati ed è il lievito madre di questa impresa transnazionale: il Mansudae Art Studio, con un’importante rappresentanza a Pechino.

Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz
Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz

Una ventina di Stati africani esibiscono sulle piazze commemorazioni dell’indipendenza, memoriali anticoloniali, monumenti al futuro radioso, statuaria di leader a cavallo o di popolo in lotta, interamente pensati e scolpiti al Mansudae. Ispirati al pop e all’imponente realismo socialista un po’ machista e un po’ Maciste. Spesso a costo zero. Anche la Germania se ne è servita. Della pittura e delle arti affini ha l’esclusiva per l’Occidente un leonardesco italiano, Pier Luigi Cecioni, fiorentino, studi negli USA, traduttore, informatico della prim’ora, editore di Tuttouncinetto e di altre riviste di settore, curatore di mostre d’arte contemporanea. Vindice, naturalmente, dell’eliminazione degli azzurri dai mondiali nel 1966 da parte della squadra nordcoreana.

In un articolo un po’ visionario [Love’s Cruel Promises: Love, Unity and North Korea in International Feminist Journal of Politics, 1/ 2015] Shine Choe propone una lettura non imbalsamata dei romanzi dello scrittore sud coreano Hwang Sok-Yong [editi in Italia da Einaudi e Dalai] e discute della riunificazione della due Coree non attraverso una melodrammatica fusione “amorosa” che elimina l’altro, il Nord, ma attraverso il suo riconoscimento, che è anche un riconoscimento di sé. Il collasso della Corea del Nord, auspicato da molte cancellerie occidentali, può essere un cataclisma disastroso non solo per il Sud, come ha fantascientificamente immaginato Lee Eung-jun [in Vita privata di una nazione, Roma, Atmosphere Libri, 2016], ma per tutta l’area, per tutto un emisfero, come dimostra Tara O [in The Collapse of North Korea. Challenges, Planning and Geopolitics of Unification , London, Palgrave McMillan, 2016].

Un discusso analista, F. William Engdahl, ha sostenuto che la Corea del Nord è uno Stato vassallo degli USA [North Korea is an Pentagon Vassal State, nella pubblicazione russa New Eastern Outlook del 1 novembre 2016] perché con la sua politica clownistica consente agli Stati Uniti di coagulare gli sforzi bellici sui veri obiettivi a lungo termine, la Cina e la Russia. Kim Jong Un è stato educato per dieci anni in Svizzera e vuoi che la CIA non gli abbia offerto qualche caramella, sostiene Engdahl, arando un campo discorsivo già molto trafficato, quello del complotto globale. Motore immobile che guida la contemporaneità, secondo molti. Asse portante del nazipensiero, l’universale cospirazione giudeoplutocratica, trasportato di peso ai giorni nostri. Suo smagliante successo postumo. Macchinazione universale che preclude ogni iniziativa a noi piccoli terrestri.

Semaforo #2 – marzo 2017

woman_traffic-300x202Femminismo

Attenzione al pericolo di quello che io definisco il Femminismo Lite. È una idea di uguaglianza femminile al condizionale. Rigettatela senza mezzi termini, per piacere. Si tratta di un'idea vuota, consolatoria e fallimentare. Essere femminista è come essere incinta. O lo si è o non lo si è. O si crede nella piena parità di uomini e donne, o no.

Chimamanda Ngozi Adichie, Beware of “Feminism Lite” , Ideas Ted, 7 marzo 2017

Machismo
La Real Academia (di Spagna ndr) ha annunciato oggi che rivedrà nel dizionario la definizione di "sesso debole" come sinonimo di "insieme di donne". Un portavoce della Rae ha confermato che saranno apportate modifiche nella versione online del Dizionario di lingua spagnola (Dle), prevista per dicembre. Questa informazione coincide con una campagna lanciata da una diciottenne sulla piattaforma internet Change.org che ha raccolto 73.000 firme nei giorni scorsi e nella quale l'istituzione è stata criticata per aver consentito "questo machismo" .

Manuel Morales, La RAE revisará la definición de “sexo débil” , El País, 3 marzo 2017

Tr...

Ormai tutto è segreto, o sul punto di esserlo, nel suo industrioso e febbrile paese. È tutta una difesa, tutto un armarsi contro la paura, chiudersi in fortezze identiche a quelle del Medio Evo... Tutto un trincerarsi, un prepararsi alla difesa, chiusi dentro, intenti a sorvegliare le entrate, a perquisire a dritta e a manca, non si sa mai... Che non entri nessuno, né i buoni né i cattivi, non sia mai che il mostro riesca a infiltrarsi!... Più nessuno dorme tranquillo.. Scomparso ufficialmente il comunismo, resterà per sempre la paura. E così non si può vivere. E di paura si muore, si muore di morte nera, con il sangue nero. E si va dritti verso il fascismo...Tutti poliziotti, tutti delatori!...Signor Truman, può guardare in faccia, gli occhi negli occhi, il ritratto di Lincoln? No. Francamente, non capisco la politica degli Stati Uniti. Fa paura pensare che una forza così smisurata sia, forse, al servizio di alcuni idioti.

Da Discurso de la Plaza de la Concordia, atto unico di Max Aub, 1950 (nel testo, mai tradotto in italiano, il protagonista – uno svizzero rappresentante di commercio di nome Rudolf Haas – si rivolge a Stalin e Truman, presenze silenziose collocate ciascuna a un estremo di place de la Concorde)

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

Dr. Seuss e Mr Trump

d63122875Francesca Lazzarato

Tales for little rebels. A collection of radical children's literature è il titolo di un sontuoso libro a cura di Julia L. Mickenberg e Philip Nel (con l'autorevole imprimatur introduttivo di Jack Zipes), pubblicato nel 2008 dalla New York University Press: una raccolta brillantemente commentata di storie per bambini poco conosciute, apparse nei primi settant'anni del XX secolo e ispirate a temi quali il pacifismo, i diritti civili, l'uguaglianza di genere, l'accoglienza, la dignità del lavoro, l'ambientalismo, che esortano i più piccoli a credere nella possibilità di organizzarsi per cambiare le cose, usando non solo la forza dell'indignazione, ma anche quella della fantasia e dell'umorismo. A completare il testo, infine, una nutrita bibliografia dà conto di testi consimili, ma ristampati ancora oggi e talmente noti che i loro autori non hanno bisogno di presentazioni, come il Dr. Seuss (pseudonimo di Theodor Seuss Geisel), costantemente citato dai curatori e definito da Nel "il primo scrittore americano antifascista per bambini": un illustratore e umorista di origine tedesca, nato a Springfield nel 1904 e scomparso nel 1991, le cui opere restano vendutissimi evergreen.

Gli album con il marchio di fabbrica del Dr. Seuss sono quasi cinquanta, costruiti su un intreccio di figurine tracciate con segno inconfondibile e di testi in versi fatti di assonanze, giochi di parole, invenzioni e nonsense (una "missione impossibile" anche per il più capace e creativo dei traduttori), ormai entrati a far parte del linguaggio di uso comune, e per generazioni di bambini americani hanno rappresentato e continuano a rappresentare un immaginoso esercizio di libertà e la possibilità di mettere allegramente in ridicolo i prepotenti, i conformisti, gli ipocriti e i demagoghi, come accade, per esempio, in Yertle The Turtle, che a suo tempo venne escluso da molte biblioteche scolastiche perché considerato "troppo politico".

636216253913877787-ostrich-hats-seussCon immagini e rime esilaranti ci viene raccontata l'assunzione del potere da parte di una tronfia tartaruga dall'ego smisurato, che obbliga le altre a mettersi l'una sopra l'altra per farle da piedistallo. Un piedistallo sempre più alto, perché Yertle vuole raggiungere e superare la luna... finché a Mack, la tartaruga che sorregge tutte le altre e l'unica che osa parlare dei diritti di "quelli che stanno sotto", sfugge un colossale rutto, grazie al quale Yertle precipita nel fango dello stagno.

Da How the Grinch Stole Christmas, critica del consumismo non solo natalizio, a The Cat in the Hat Comes Back, interpretabile come una parabola sull'autoritarismo sconfitto dalla democrazia, a The Lorax, sulla minaccia per l'ambiente rappresentata dall'incontrollato prevalere del profitto, fino a The Butter Battle Books, in cui gli Yooks e gli Zooks, separati da un alto muro, si odiano e si combattono per il diverso modo di mangiare pane e burro, il Dr.Seuss ha lanciato con straordinaria levità i suoi messaggi etici, politici e morali – ma non moralisti – destinati a raggiungere nel modo più semplice e divertente l'interlocutore infantile, ma anche gli adulti, in grado di coglierne i significati più complessi e meno evidenti. E il fatto che si rivolgesse a lettori di età diversa e differente consapevolezza emerge anche dall'adattamento di un libro per lettori principianti, Marvin K.Mooney Will You Please Go Now, alle vicende dell'affare Watergate; bastò sostituire il nome di Nixon a quello del bambino Marvin, infatti, per ottenere un testo satirico che nel 1974, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente, venne pubblicato dal “Washington Post”.

Non c'è da stupirsi, quindi, che nell'ottobre scorso un considerevole numero di little rebels ormai cresciuti abbiano creato l'hashtag #trumpdrseuss, che dispiega una vasta produzione collettiva antitrumpiana a base di versi e disegni ispirati alla metrica, al linguaggio e ai personaggi del Dr. Seuss, incluso un Grinch arancione con parrucca in tinta. Ma già nel dicembre del 2015 Jimmy Kimmel, conduttore di un talk show di successo, aveva letto davanti all'attonito Trump un Dr. Seuss apocrifo, Winners Aren't Losers, che metteva alla berlina gli slogan e le promesse dell'allora candidato repubblicano. E c'è di più: nelle ultime settimane è scoppiata un'epidemia di tweet che ripropongono alcune vignette tra le oltre 400 eseguite da Theodor Seuss Geisel per “PM”, rivista liberal pubblicata tra il 1940 e il '48 , cui collaborarono anche Erskine Caldwell, Dorothy Parker, James Thurber e Hemingway.

drseusswartime13I bersagli preferiti di Seuss erano il nazismo e il fascismo, il razzismo e l'antisemitismo, gli avversari del new deal e soprattutto l'America First Committee (del quale Trump ha ripreso enfaticamente lo slogan), controversa organizzazione nazionalista, isolazionista e anti-interventista: argomenti trattati con lo stesso segno graffiante dei libri per l'infanzia e, quando una semplice didascalia non sembrava sufficiente, con strofette irridenti. Inutile sottolineare che, se molte vignette sono leggibili solo nel contesto dell'epoca, altre risultano curiosamente attuali, alla luce sinistra dell'appena inaugurata era trumpiana. Tra le più pertinenti, quella su una riccioluta signora che ha sul petto la scritta America First e legge ai suoi figli una fiaba in cui il lupo Adolf sgranocchia i bambini: ma la cosa non è grave, perché si trattava solo di foreign childrens. E che dire dei cappelli a forma di testa di struzzo, venduti a chi vuole alleviare il mal di testa procurato dal fastidioso pensiero di Hitler, o della gigantesca gru reazionaria con palla di ferro che vuole buttar giù la U.S. Social Structure eretta da Roosevelt, così come Trump intende demolire l'Obamacare?

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Trump nei panni del Grinch

A lungo dimenticate, ma non sconosciute (nel 2001 lo storico Richard H. Minear le ha raccolte e commentate in un saggio con prefazione di Art Spiegelman, Dr.Seuss Goes to War), le vignette fanno oggi parte della Dr. Seuss Collection conservata nella Geisel Library, la biblioteca dell'Università di San Diego alla quale Audrey Geisel donò 20 milioni di dollari e quasi tutti gli originali del marito, e, grazie a una tempestiva digitalizzazione, sono accessibili in rete. Di tweet in tweet, però, chi le diffonde ne ha giustamente ignorate alcune che sembrano in contraddizione con le idee e l'opera di Seuss: quelle che, dopo l'attacco a Pearl Harbour, sostengono l'internamento dei nippo-americani (una tra le tante pagine oscure della storia degli Stati Uniti), rappresentati dal disegnatore come l'Onorevole Quinta Colonna, pronta a organizzare attentati e sabotaggi. Ma di questo passo falso propagandistico, approvato peraltro dalla redazione di “PM”, Seuss si pentì in fretta, tanto che Horton Hears a Who! (uno dei suoi libri più famosi, dedicato a un amico giapponese) va letto come una trasparente allegoria della scoperta del Giappone da parte di uno straniero, e, mentre sottolinea il valore delle differenze, si oppone alla discriminazione e ai pregiudizi; un modo per confessare un errore, per scusarsi e per mettere in pratica quello che, secondo i biografi Judith e Neil Morgan, era il suo motto: "Possiamo essere meglio di così". Parole che negli Stati Uniti di Trump e Bannon, delle deportazioni e del Muslim Band, moltissimi americani staranno forse ripetendo a sé stessi.

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Semaforo #1 – febbraio 2016

woman_traffic-300x202Ghettizzazione
A partire dalla primavera la Galleria degli Uffizi di Firenze, uno dei musei d'arte più antichi al mondo, esporrà un maggior numero di opere realizzate da donne artiste, cercando di rimediare a uno storico squilibrio di genere in un’iniziativa di lungo respiro. Una mostra che si propone di rilanciare la fama di Suor Plautilla Nelli (1523-1587), la prima pittrice rinascimentale che si conosca a Firenze, sarà visibile agli Uffizi dall'8 marzo (e fino al 30 aprile), in coincidenza con la Giornata internazionale della donna. Due settimane dopo, nel museo confratello degli Uffizi oltre l’Arno, Palazzo Pitti, si aprirà una mostra di autoritratti dell'artista e femminista austriaca Maria Lassnig (24 marzo - 28 giugno). L’esposizione di Plautilla Nelli sarà la prima di una serie annuale dedicata a donne artiste, dice Eike Schmidt, direttore degli Uffizi e di Palazzo Pitti. (…) Consacrando alle artiste mostre periodiche e una presenza permanente fra i pezzi esposti della raccolta, il museo intende "evitare la ghettizzazione", dice Schmidt. "Questa non è solo un'iniziativa speciale da fare per tre o cinque anni. Non so quanto a lungo sarò direttore, ma penso che potremmo facilmente andare avanti per vent’anni.

Hannah McGivern, Uffizi to show more female artists , The Art Newspaper, 2 febbraio 2017

Misofonia
La misofonia, un disturbo di cui soffrono le persone che odiano determinati suoni legati per esempio alla masticazione, a una respirazione rumorosa o anche ai ripetuti clic di una penna, è stata riconosciuta come tale nel 2001. Nel corso degli anni, gli scienziati si sono dimostrati scettici di fronte all’idea che si trattasse davvero di un disturbo medico, ma adesso una nuova ricerca condotta da un gruppo dell'università di Newcastle nel Regno Unito ha dimostrato che il lobo frontale del cervello delle persone affette da misofonia è diverso rispetto a chi non ne soffre.

Kate Samuelson, Does the Sound of Noisy Eating Drive You Mad? Here's Why , Time, 3 febbraio 2017

Teleprompter

Dwight D Eisenhower è stato il primo presidente degli Stati Uniti ad affrontare la nazione con l'ausilio di un “gobbo”. Lo provò durante la campagna presidenziale del 1952 (anche se durante il discorso rimproverò goffamente la macchina perché si muoveva troppo piano). (…) Di recente, il teleprompter è entrato in una nuova fase. Nel corso di uno dei suoi comizi elettorali lo scorso ottobre, Donald Trump si è interrotto a metà del discorso, ha indicato lo schermo e ha detto: “A proposito, il teleprompter non funziona da venti minuti. E per la verità a me il mio discorso piace di più senza il gobbo”. Ha preso uno dei vetri trasparenti e lo ha rotto. Il gesto di Trump ha frantumato il tacito accordo tra chi parla e chi ascolta, rivelando pubblicamente il trucco magico del teleprompter. Rifiutando ostinatamente il dispositivo per la maggior parte della sua campagna, ha segnato un contrasto tra la routine ben orchestrata dei rivali politici e i suoi ingovernabili discorsi a braccio. Anche quando lo hanno convinto a usare un teleprompter, Trump spesso ha deviato dal testo, aggiungendo commenti, improvvisando, scherzando e sovvertendo tutte le regole del linguaggio formale. Obama, di solito un oratore eccezionale, si è trovato in difficoltà le rare occasioni in cui il teleprompter ha smesso di funzionare.

Nana Ariel, What the teleprompter tells us about truth, Trump and speech , Aeon, 2 febbraio 2017

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I primi dieci giorni di Donald Trump

GB Zorzoli

donald-trumps-hairDurante le primarie repubblicane ci rassicuravano così: i discorsi sopra le righe gli servono per battere i competitors; ottenuto il risultato, modererà i toni.

Analogo ritornello nel corso delle elezioni presidenziali: dopo, dovrà fare i conti con la Realpolitik.

Adesso è la Realpolitik a dover fare i conti col presidente Donald Trump. E non solo lei. Per riuscirci, occorre però cambiare registro, lezione che i media tradizionali non hanno ancora imparato.

Giornali, radio, televisioni hanno addolcito la notizia sull’ executive order anti-migranti, accompagnandola con i servizi sulle manifestazioni di protesta. OK sul piano dell’informazione, ma – forse sono stato disattento - non è stato fatto notare che nessuna di queste iniziative si è svolta in Alabama o nell’Arkansas, cioè negli stati che hanno fatto vincere Trump. È un bene che l’America sconfitta reagisca; per fortuna c’è ancora una giudice federale a New York; fa piacere che i vertici di Google, Facebook, Netflix, Airbnb e di altre aziende digitali si siano espressi contro il blocco all’immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chi ha votato Trump tutti costoro, come pure i media tradizionali, fanno parte dell’élite, che strilla perché alla Casa Bianca è arrivato qualcuno deciso a mantenere la promessa «America first», chiudendo le frontiere e riportando all’interno del paese la vecchia, buona industria.

Considerazioni analoghe valgono per il muro al confine col Messico o per la “Velocizzazione della valutazione ambientale e della successiva approvazione dei progetti infrastrutturali con alta priorità”, affiancata dalla revoca del blocco per i due controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access. Obiettivo che, tradotto dal latino in lingua volgare, significa realizzarli – con effetti positivi, seppur temporanei su economia e occupazione - fregandosene dell’ambiente e del rischio per i circa 8.000 membri della tribù Sioux di Standing Rock, derivante dal possibile inquinamento delle acque del lago Oahe, da cui dipendono anche le forniture idriche di molti altri cittadini americani.

È infatti illusorio puntare su una catena di fallimenti clamorosi a breve termine. Il punto centrale del programma di Trump prevede un considerevole abbassamento delle tasse e misure protezionistiche per le industrie americane, che dovrebbero rilanciare gli investimenti. La deregolamentazione del settore finanziario e di quello energetico (a danno dell’ambiente), insieme a un gigantesco programma di investimenti nelle infrastrutture (facilitato dall’abolizione delle normative territoriali e ambientali più restrittive), potrebbero a loro volta stimolare l’economia e creare occupazione. È probabile che almeno una parte di questo programma venga realizzata. Wall Street ci crede: gli indici azionari si impennano, mentre in USA i tradizionali beni rifugio, come l’oro, fino alla primavera scorsa molto ricercati, stanno battendo in ritirata.

Prepariamoci dunque a reggere l’offensiva di quanti utilizzeranno questo tutt’altro che improbabile risultato per indicare come responsabili della mancata crescita economica e occupazionale la globalizzazione e i vincoli posti a tutela dell’ambiente e del territorio. Non ci vuole una particolare perspicacia per prevedere che alla lunga i costi degli obiettivi perseguiti da Trump produrranno un effetto valanga, che travolgerà la sua politica, non solo per gli effetti negativi interni di una linea economica basata sull’autarchia. La guerra commerciale che scelte protezionistiche sono inevitabilmente destinate a produrre, ridurranno non solo l’export americano, ma anche il peso degli USA a livello planetario. Questa sarà ad esempio la conseguenza della decisione, una delle prime prese da Trump, di togliere l’adesione al TPP - l’accordo commerciale tra paesi che si affacciano sul Pacifico – non per proporne una versione più rispettosa della qualità commerciale ed ecologica dei beni scambiati, ma per sostituirla con intese bilaterali che privilegino gli interessi americani.

Occorre però attrezzarsi in modo da evitare che nel breve termine il ciclone Trump produca ricadute negative anche al di fuori degli Stati Uniti; e non crogiolarsi nella convinzione che siano subito disponibili antidoti alla sua politica. Anche perché la vittoria di Trump, che segue a ruota la Brexit, potrebbe non rimanere isolata.

15 marzo 2017: elezioni per il rinnovo del parlamento olandese. Stabilmente in testa nei sondaggi è il Partito della Libertà, che propugna un referendum per l’uscita dalla UE, l’espulsione dei clandestini, la chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche. Il suo leader, Geet Wilders, euroscettico e xenofobo, potrebbe quindi aspirare alla guida di un paese europeo di ridotte dimensioni, ma per altri aspetti estremamente rilevante. A partire dalla sua indipendenza, nel 1566, l’Olanda si è sempre caratterizzata come spazio di tolleranza e di libertà, dove fino a poco tempo fa all’ondata migratoria, si è risposto col multiculturalismo. Inoltre l’Olanda è una delle sei nazioni che, 60 anni fa col trattato di Roma, hanno dato il via all’integrazione europea. Sarebbe un vero terremoto politico, ben più della vittoria di Orban in Ungheria e del partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) in Polonia.

23 aprile/7 maggio 2017: primo e secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Dopo quanto è accaduto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, non si può escludere che l'onda lunga della rivolta anti-establishment porti alla vittoria della Le Pen. Anche se, grazie al meccanismo elettorale francese, non ci riuscisse, resterebbe comunque la forza politica più votata; un risultato destinato a incidere le scelte politiche del paese.

24 settembre 2017: elezioni parlamentari in Germania, dove la Grosse Koalition potrebbe non avere una solida maggioranza per l’avanzata dell’estrema destra di Alternative fűr Deutschland.

2017: possibili anche le elezioni in Italia; da noi la previsione prevalente tra i politologi vede la somma dei partiti euroscettici come minimo vicina al 50% dei voti.

Il rischio di trumpismo in salsa europea, cioè il tramonto di quell’Europa in cui nel bene e nel male abbiamo vissuto per decenni, è alle porte.

Semaforo #5 – gennaio 2017

woman_traffic-300x202Educazione

“La natura sa come educare le cellule. Inserendo le cellule umane negli embrioni di maiale, lasciamo che la natura immagini come educarle a svilupparsi”, spiega Carlos Izpisua Belmonte (docente presso il Salk Institute e autore senior di uno studio appena pubblicato su Cell, che riferisce i risultati dell'inserimento sperimentale di cellule umane in un embtione suino, ndr).

Alice Park, Human Muscle Cells Are Growing Inside of a Pig , Time, 26 gennaio 2017

Entusiasmo

Quando ero giovane, poco prima dello smantellamento della Jugoslavia, lavoravo come giornalista per una rivista bosniaca che spesso si occupava di quei distinti individui la cui politica era indistinguibile dalla pura e semplice follia. Fra loro c'era Vojislav Šešelj, un ex dissidente diventato leader del Partito Radicale serbo, strenuamente impegnato nel fare di nuovo grande la Serbia, e pronto a tuonare sulle ingiustizie inflitte da una pletora di nemici sulla sua gente. Una volta pubblicammo una sua lunga intervista sotto il titolo Pianeta Serbia. Nel 1991 venne ospite a una popolare trasmissione della televisione serba. Erano cominciati i combattimenti in Croazia e una unità volontaria dei seguaci di Šešelj era laggiù, già in azione. Di fronte al pubblico in studio dal vivo, scherzò sull’entusiasmo dei suoi uomini nel tagliare le gole e disse: “Abbiamo nuovi metodi migliorati ora. Tagliamo le gole con il calzascarpe, e che sia arrugginito, in modo che l'autopsia non possa stabilire se a uccidere la vittima è stata la gola tagliata o il tetano”. Poco dopo Šešelj tirò fuori il fucile mostrandolo orgogliosamente. Il pubblico era molto preso. Mi sono ricordato di lui dopo avere sentito l’istruttiva fiaba di Trump sul generale Pershing che immergeva le pallottole nel sangue di maiale per sparare (in via extragiudiziale) ai terroristi, i filippini che resistevano alla occupazione statunitense.

Aleksandar Hemon, Trump: A War Criminal in the Making , Rolling Stone, 29 gennaio 2017

Sorveglianza

Questa settimana tre uomini sono stati arrestati in Svezia con l'accusa di avere violentato una donna in un appartamento a Uppsala, circa un'ora a nord di Stoccolma. Non è stato difficile per la polizia trovare i sospetti perché avevano ripreso l'assalto su Facebook Live. Diversi utenti avevano denunciato il video e la polizia era arrivata l'appartamento in tempo per arrestare gli uomini. (...) Secondo i ricercatori la pratica di documentare i propri delitti è in crescita. Ma qual è la spimta ad assumere questo comportamento autolesionista? (…) Molti giovani sono cresciuti sotto continua autosorveglianza: sono sempre davanti a un obiettivo, scattano foto e selfie, si muovono sotto il grande ombrello della condivisione continua”, spiega Raymond Surette, docente di diritto alla University of Central Florida e studioso del fenomeno.

Olivia Solon, Why a rising numbers of criminals are using Facebook Live to film their acts , The Guardian, 27 gennaio 2016

Per una sociologia della bufala

mussino-pinocchioFabrizio Tonello

Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

Il problema di questo storytelling è che assomiglia un po’ troppo a un caso di panico morale, come definito a suo tempo dal sociologo Stanley Cohen, per essere credibile. La caratteristica delle ondate di panico morale, infatti, è un’esagerazione della gravità della questione portata all’attenzione dell’opinione pubblica, come quando nel 1964 i giornali inglesi crearono il mito dei giovani come nemico pubblico sfruttando le risse di poche decine di motociclisti annoiati e turbolenti nelle fredde stazioni balneari del sud dell’Inghilterra.

I rockers e i mods ovviamente non stavano minacciando di dare l’assalto al Parlamento di Westminster, ma Cohen comprese che l’isteria giornalistica era un fenomeno più profondo di quanto non potesse sembrare a prima vista. Il panico morale si scatena quando “una condizione, episodio, persona o gruppo di persone viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media; il pulpito morale viene affollato da direttori di giornali, vescovi, politici e altri benpensanti; esperti socialmente riconosciuti pronunciano le loro diagnosi e le loro soluzioni; si ricorre a vari modi di affrontare la situazione; la condizione poi scompare, o degenera e diviene più visibile. Talvolta l’oggetto del panico è assai nuovo mentre in altri momenti si tratta di qualcosa che esisteva da tempo, ma improvvisamente sale alla ribalta”.

In altre parole, la percezione della minaccia si trasforma nella scelta di capri espiatori che vengono resi responsabili di problemi ben più grandi di loro, com’è il caso oggi con le bufale in rete, rese responsabili della vittoria di Donald Trump. Che le fake news siano una spiegazione assai comoda lo si capisce leggendo il rapporto ufficiale delle varie agenzie di intelligence americane, dove sostanzialmente si ammette che non c’è stata alcuna interferenza materiale dei russi nelle operazioni elettorali e quindi tutto si riduce alla propaganda anti-Clinton di media e politici legati al Cremlino.

Soprattutto, ciò che il rapporto non spiega (e gli editoriali dei giornali liberal ignorano) è per quale meccanismo la confusione creata dalle menzogne in rete avrebbe danneggiato Clinton più di Trump. Certo, quest’ultimo era a sua volta un produttore instancabile di frottole cosmiche ma allora sarebbe più esatto dire che le false notizie erano propaganda dei repubblicani (spesso ripresa da media “seri” come Fox News e Wall Street Journal) e non complotti di Putin. Com’è ovvio, tutte le presunte notizie legate alle email di Clinton, ai suoi scandali, crimini e misfatti, venivano da siti o individui legati all’area dei suprematisti bianchi, in particolare a quello Steve Bannon che Trump si è affrettato ad assumere prima come direttore della campagna elettorale e ora come consigliere speciale della presidenza.

I difensori più sofisticati della teoria che le fake news sono una minaccia per la democrazia puntano il dito sulla confusione e sull’impossibilità, per il cittadino, di formarsi un’opinione corretta dei candidati e delle politiche se tutto viene ridotto al livello di pettegolezzi scandalistici. In questa forma la tesi ha una sua plausibilità ma si dimentica che il problema è tutt’altro che nuovo: come scriveva 50 anni fa Hannah Arendt, “nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. E la Arendt continuava speigando che, per sua natura, la facoltà umana del linguaggio consente di comunicare infiniti “stati del mondo” che possono essere o no corrispondere alla realtà (non entriamo qui nell’antico dibattito filosofico su cosa sia la “verità”, discussione che – da Platone a Gianni Vattimo e Richard Rorty – ci porterebbe lontano).

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le false notizie sui politici e le celebrità difficilmente possono essere considerate un fenomeno del 2016 visto che, per fare un solo esempio, da decenni esistono, e fanno lauti profitti, i cosiddetti supermarket tabloids, che si chiamano così appunto perché vengono venduti alle casse dei supermercati e non nelle edicole. Esiste addirittura un vecchio, esilarante, romanzo di Donald Westlake intitolato Fidati di me (nell’originale Trust me on this) ambientato nella redazione di uno di questi settimanali.

I “giornali seri” hanno sempre fatto finta di ignorarli ma della loro influenza si parla almeno da vent’anni: il famoso caso Lewinsky, che condusse al procedimento di impeachment in cui alla fine Bill Clinton fu assolto nacque da un sito di gossip, il Matt Drudge Report, e poi invase l’intero sistema dei media. Già allora gli stessi grandi giornali avevano scelto di competere sul mercato dei pettegolezzi e la velocità con cui comparivano le notizie on line aveva rimodellato l’ecosistema, unificando di colpo il mercato dell’informazione/intrattenimento e precipitando siti web, quotidiani nazionali, quotidiani locali, settimanali, radio e televisione in un unico calderone informativo. Tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri per rivelare di che colore era il vestito indossato dalla stagista nell’ufficio ovale e se davvero conservava una macchia con materiale biologico dell’imprudente Bill.

Se internet ha cambiato le regole del gioco, questo non è certo avvenuto di colpo: la comunicazione diretta sotto forma di blog e siti improvvisati era in grado di saltare la mediazione dei giornalisti già vent’anni fa. La novità del 2016 è ovviamente il fatto che con Facebook e Twitter tutto è più facile e più rapido. Ma perché le notizie diventano “virali”? Forse converrebbe chiedersi perché molti credano a una notizia come quella dell’imminente arresto di Hillary, invece di precipitarsi a cercare lo zampino di Putin, o degli hacker rumeni.

Un vecchio signore tedesco con la barba che scriveva cose noiosissime nell’Ottocento affermò tra l’altro che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Si potrebbe obiettare che le conclusioni a cui portava questa impostazione non sempre si sono rivelate corrette, ma limitiamoci al caso americano: i maschi bianchi senza educazione universitaria che vivono nelle zone rurali che hanno votato per Trump sono quelli lasciati indietro dalla ripresa economica negli anni di Obama. Sopravvivono di lavoro precario, o dei magri sussidi della Social Security.

Secondo un recente studio dell’economista Alan Krueger sono oltre 7 milioni gli americani maschi tra i 25 e i 54 anni che non hanno lavoro e non lo cercano perché scoraggiati, quindi non sono contati fra i disoccupati. Il tasso ufficiale di disoccupazione, attorno al 5%, maschera un forte calo del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che nel 2007 era il 66,4% e adesso è il 62,9%, tre punti e mezzo in meno, dieci milioni di persone. C’è da stupirsi che il loro risentimento verso Washington e verso la coppia Clinton che aprì le porte alla globalizzazione sia legato all’insicurezza economica? È il risentimento che apre la porta alle fake news, non le cospirazioni di Putin.

L’antropologa Katharine Cramer, autrice di un lungo lavoro sul campo con la working class del Wisconsin, aveva registrato un forte grado di ostilità verso Hillary Clinton molto prima della campagna elettorale del 2016. Le notizie sui suoi discorsi superpagati a Wall Street, o sulle attività all’estero della fondazione Clinton non hanno fatto che rafforzare l’impressione di una “crooked Hillary”, qualcuno che aveva mille cose da nascondere.

Le conseguenze politiche del risentimento verso le élites sono state amplificate dalle debolezze strutturali del giornalismo americano. La prima è la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, tanto più pubblicizzate, analizzate, commentate, quanto più sono clamorose. “Trump è dannatamente buono per gli indici di ascolto” diceva nel febbraio scorso Leslie Moonves, il presidente della rete televisiva CBS. Da uomo di spettacolo, Trump aveva capito perfettamente che ogni giorno occorreva dare alle televisioni ciò che chiedevano, e rincarava la dose. Quelle che ai giornalisti apparivano proposte insensate (far pagare al Messico il muro da costruire sul confine) erano in realtà abili provocazioni per mantenere alta l’attenzione e catturare anche lo spettatore distratto o marginale.

Internet, da almeno due decenni, ha unificato il mercato giornalistico precipitando prestigiosi quotidiani nazionali e modesti quotidiani locali, storici settimanali e oscuri blog, insieme a radio, televisioni e quant’altro in un unico calderone informativo; tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri, a caccia di clic. Il cosiddetto giornalismo di qualità ha modificato i suoi parametri di riferimento e i suoi criteri di scelta delle notizie cercando di mantenersi a galla e di sopravvivere al calo delle vendite o degli indici di ascolto.

Secondo uno specialista di monitoraggio dei programmi televisivi, Andrew Tyndall, citato da Nicholas Kristof sul New York Times del primo gennaio, nei telegiornali della sera del 2016 il tempo dedicato alla povertà, al cambiamento climatico o alla dipendenza da stupefacenti è stato esattamente di zero minuti. I grandi media sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump, dalle sue accuse, dalle sue buffonate, dalle sue minacce; mentre l’approfondimento, o anche il solo discutere di issues, le questioni di fondo, veniva dimenticato.

Il secondo problema è che il modello economico dell’industria editoriale da tempo è in crisi. I media sono imprese private che, in una società capitalistica, esistono in quanto fanno profitti e i giornalisti, prima di essere paladini dell’informazione, sono umili salariati che si occupano di ciò che l’editore e il direttore decidono. Se la proprietà vuole dare credito alle bugie di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti e per il mondo, non saranno né il giovane cronista né il prestigioso editorialista a rovesciare la situazione. Il giornalismo mainstream – in America come in Italia – vive in un rapporto incestuoso con il potere politico per ragioni di efficienza industriale, non per servilismo o cattiveria: semplicemente non si possono fare giornali come Washington Post e New York Times (e nemmeno Repubblica o Corriere) se le fonti governative non collaborano. Lo ha ben capito l’Huffington Post che, dopo aver attaccato Trump per mesi e mesi, dopo la sua elezione ha cambiato bruscamente rotta.

Questa situazione è all’origine della terza debolezza del giornalismo americano: l’impopolarità di giornali e giornalisti. Quando Trump twitta contro i “media disonesti” va a toccare una corda sensibile dell’opinione pubblica, che già vent’anni fa si diceva convinta che i quotidiani “drammatizzano alcune storie solo per vendere di più” (85% degli intervistati) e che “i giornalisti inventano in tutto o in parte ciò che scrivono” (66%). La diffidenza verso la grande stampa ha radici antiche nell’America rurale, quella ignorata dai cronisti, e il successo dei siti alternativi, compresi quelli che sfornano bugie a raffica, è la conseguenza di un risentimento verso i giornalisti, percepiti (non del tutto a torto) come parte dell’establishment.

Ora tutti si chiedono cosa fare, come impedire che le campagne elettorali diventino di nuovo un festival di esagerazioni e menzogne. Purtroppo non ci sono soluzioni semplici, tanto più in una società politicamente divisa e antagonista come quella americana: non saranno i ritocchi agli algoritmi di Facebook o la chiusura di una manciata di account Twitter a risolvere il problema. Chi vuole credere che Obama è nato in Kenya o che Hillary Clinton protegge un’organizzazione di pedofili continuerà a crederci, soprattutto se i rispettabili Fox News e Wall Street Journal di Rupert Murdoch continueranno a lanciare il sasso e nascondere la mano. Forse è la sinistra che dovrebbe smettere di alimentare il panico morale attorno alle fake news e reimparare a comunicare. Una difficoltà che nasce non dalla scarsità di piattaforme ma dalla povertà della sua visione del mondo.

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Si apre oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma una mostra, Sensibile comune. Le opere vive, che precede e si affianca alla conferenza sul comunismo C17, in programma dal 18 al 22 gennaio 2017 all'Esc-Atelier Autogestito.  Cinque giorni di incontri durante i quali si rifletterà sulla storia dei comunismi realizzati e immaginati, sulle loro vittorie e le loro sconfitte, sul Capitale contemporaneo, sui comunisti di oggi e sulle loro pratiche. Tra i partecipanti, Étienne Balibar, Franco Berardi “Bifo”, Maria Luisa Boccia, Manuela Bojadžijev, Luciana Castellina, Pierre Dardot, Jodi Dean, Terry Eagleton, Claire Fontaine, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Christian Laval, Christian Marazzi, Giacomo Marramao, Morgane Merteuil, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Jacques Rancière, Saskia Sassen, Peter Thomas, Enzo Traverso, Mario Tronti, Manuel Borja-Villel, Paolo Virno, Slavoj Zizek.