Dissonanze americane

Alessandro Casiccia

Notoriamente, la letteratura può aiutare a cogliere il lato profondo di certe svolte della Storia immaginandole come possibilità del passato, narrandole come fossero reali e vicine in certo modo a quelle realmente accadute. Ciò sembra particolarmente evidente nella narrativa americana, specie considerando il tratto che va dall’era fordista ai giorni nostri. Il complotto contro l’America può costituire un esempio e offrire un’occasione. Scritto nei primi anni duemila ma ambientato nel 1940, il romanzo di Philip Roth è fra le opere che in modo più abile e sottile svelano alcune relazioni apparentemente paradossali tra gli Stati Uniti, patria della democrazia, e le dittature di estrema destra trionfanti allora in Europa. Ogni accostamento con l’esito delle presidenziali americane alla fine del 2016 (come già segnalato qui, a caldo) è addirittura scontato. Pensiamo all’influenza avuta in quella campagna elettorale da un ammiratore di Evola, d’Annunzio, Guénon, Mussolini stesso. Si parla di Steve Bannon naturalmente, ora uscito di scena e divenuto critico, così parrebbe, nei confronti di quel Donald Trump di cui era stato autorevole consigliere. Pensiamo anche alla riapparizione dello slogan “America first” che tre quarti di secolo fa, nel momento più acuto della Seconda Guerra Mondiale, era stato lanciato da esponenti isolazionisti, anti-rooseveltiani e filofascisti contro l’imminente possibile entrata in guerra degli Stati Uniti,

L’elezione dell’attuale presidente non poteva non ridestare l’interesse per molti altri romanzi distopici, dove tempo prima era stata descritta una deriva nazionalista e razzista dell’Unione. Si può pensare a opere come quella di Philip K.Dick La svastica sul sole; ma ancor più a Tutti gli uomini del re di Robert Penn Warren e a Da noi non può succedere di Sinclair Lewis. Pur appartenendo a quel filone narrativo, il romanzo “allostorico” di Roth si distingue per vari aspetti. Il germe della deriva nazista sembra più sottile, più interno. Inoltre, lo svolgimento dei fatti nella finzione è meno “alternativo” rispetto al corso reale della Storia. Lungo tale corso, viene immaginata una “deviazione”. Inizia un vero incubo, certamente, che però si protrae per un paio d’anni scarsi; poi le vicende narrate si riallineano a quanto in quegli anni era realmente avvenuto.

Grande scrittura ma anche documento sociologico. Come Pastorale americana o altri romanzi di Roth, The Plot Against America è ambientato a Newark, capitale del New Jersey. Solo il fiume Hudson separa da Manhattan quello stato. Ma, nel quartiere dove vivono i Roth, i tratti culturali della comunità ebraica appaiono meno caratterizzati rispetto a quelli del Lower East Side o di altri distretti yiddish di New York City. E ciò rende ancor più estendibile il senso di tutta la vicenda.

Anche se la trama è piuttosto conosciuta, alcuni cenni possono aiutare a ricollocarla. Siamo nel 1940. Parigi è ormai caduta. L’Europa continentale è in mano al nazi-fascismo; e sul suo lato orientale, Hitler non ha ancora violato il patto con l’Unione Sovietica. L’Inghilterra, che rappresenta l’ultimo baluardo di un mondo libero, appare sull’orlo della sconfitta. Alle elezioni presidenziali, Roosevelt si presenta per il suo terzo mandato. Fin qui, tutto come nella realtà. A questo punto però qualcosa cambia. I repubblicani candidano il leggendario aviatore Charles Lindbergh, che vince le elezioni. Il suo successo è in buona misura dovuto alle dichiarazioni contro l’entrata in guerra. Le quali però sono dovute all’ideologia filo-nazifascista che permea il nuovo governo. Inizia un periodo oscuro e angosciante, specie per le famiglie ebraiche come i Roth. Che attraverseranno momenti drammatici ma troveranno solidarietà anche in personaggi fuori dal loro stesso ambiente.

Rispetto ai grandi eventi effettivamente accaduti sulla scena mondiale la vicenda narrata presenta, come si è detto, temporanee modifiche, “variazioni sul tema”; cui seguirà un rientro nel corso storico reale, ma solo verso la fine. Ai primi d’ottobre del 1942, Lindbergh in volo scompare misteriosamente. Solo più tardi si avrà una spiegazione, ma nel frattempo viene riaperta la campagna elettorale e Roosevelt questa volta viene eletto per il suo terzo mandato. Con qualche mese di differenza rispetto alla realtà storica, si va rapidamente al riallineamento: il Giappone attacca Pearl Harbour e l’America entra in guerra.

Per inciso dobbiamo ricordare che negli ultimi decenni del Novecento, e anche nei primi anni del Duemila, a contestare gli interventi militari americani nel mondo, erano stati i movimenti pacifisti e antimperialisti. Ma decenni prima, negli anni Quaranta dello stesso secolo, era esistito un altro anti-interventismo, di segno enormemente diverso: quello di molti repubblicani isolazionisti; fra essi Lindbergh, che tra l’altro aveva realmente dichiarato le proprie simpatie per il Terzo Reich. Analoga posizione era stata a quel tempo assunta da altre personalità come Charles E. Coughlin, prete cattolico fortemente antisemita che da Detroit, capitale del Michigan, trasmetteva un programma settimanale diffuso in tutti gli Stati, dove tra l’altro F.D. Roosevelt era accusato di “comunismo”. Ma attenzione: Detroit era soprattutto il regno di Henry Ford, il grande uomo d’industria, antisemita a sua volta, che nel romanzo Lindbergh sceglie come ministro dell’interno.

È ora il momento di uscire del tutto dal romanzo, aprendo alcune considerazioni proprio su Ford e sull’era del fordismo: a partire da quella sua storica capitale, che fu sede della più grande produzione automobilistica e patria di rivoluzioni industriali, di grandi innovazioni organizzative, di produzioni per un mercato di massa. Il sistema tayloristico di organizzazione scientifica del lavoro, era stato sviluppato dalla linea fordista operando un inglobamento del lavoro nel processo di produzione. E non solo del lavoro, ma anche della vita stessa. Quel processo si sarebbe molti decenni dopo capovolto in un’azione escludente, per effetto della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni: di tutti quei processi che dovevano segnare la fine di un mondo e confluire nella crisi economica culminata poi tra la fine del novecento e l’inizio del nuovo millennio.

Oggi Detroit, dopo tanti decenni di semi abbandono e di degrado sociale e urbano, sta divenendo oggetto di una super-gentrificazione, che però lascia fuori il superstite proletariato e non risolve i problemi di fondo. Forse sottolineando ancor più i drammi di chi resta escluso. Il declino strutturale e occupazionale della grande industria è stato imputato al globalismo neoliberista delle élites manageriali e finanziarie e il voto operaio per Trump è sembrato attribuibile alla sommaria condanna di quelle élites da parte del candidato presidente; oltre che alla speranza da lui suscitata, con illusorie promesse, in una politica di reindustrializzazione. Chi s’interroga su quel voto non dovrebbe comunque dimenticare certi peculiari caratteri del proletariato americano bianco che in parte lo differenziano da quello europeo: la mancanza di riferimenti politici in primo luogo; poi un pregiudizio razziale a tratti riaffiorante e riconducibile all’uso tardo-ottocentesco di forza-lavoro ex–schiava come “esercito di riserva” per la rottura di molti scioperi. A ciò alcuni storici aggiungono un superstite orgoglio puritano del lavoro, parzialmente poi assimilato anche da molti lavoratori non WASP.

La storia di chi originariamente aveva posto Detroit al centro di un dinamico mondo industriale, Henry Ford appunto, è stata segnata da sorprendenti dissonanze culturali e da contraddittori atteggiamenti politici. L’innalzamento del salario e la riduzione dell’orario furono misure cui gli altri attori in scena, come la GM e la Chrysler, reagirono inizialmente con sdegno, considerandole un tradimento delle posizioni padronali. Per Ford quelle misure dovevano costituire la condizione di un nuovo mercato di massa, cui però doveva accompagnarsi una razionalizzazione della vita economica e una moralizzazione della vita privata. Lo stesso proibizionismo peraltro rientrava in quella visione. E il rapporto con le organizzazioni sindacali assunse le forme di uno scontro durissimo. Nel 1932, ad esempio, le milizie private di Ford mitragliarono una manifestazione operaia causando morti e feriti. L’azienda aprirà infine trattative con l’UAW solo nel 1941.

Circa la vicinanza di Ford al nazi-fascismo, possiamo ricordare che un suo scritto fortemente antisemita, The International Jew, aveva preceduto e parzialmente ispirato il Mein Kampf. In seguito Ford fu anche decorato da Hitler con un’alta onorificenza. Non va tuttavia ignorato che il suo modello organizzativo venne attaccato non solo da sinistra, da critici del lavoro alienato, dell’asservimento razionale della vita stessa; o da coloro che (come Simone Weil) avevano sperimentato di persona la linea di montaggio. Venne infatti respinto anche da scrittori “rivoluzionari di destra” come Céline. E soprattutto da gran parte della stampa e della cultura del periodo fascista. Durante gli anni Trenta molti intellettuali italiani vedevano trionfare nel sistema fordista quel meccanicismo e quel materialismo che attribuivano alla modernità americana; e che accusavano di dissacrare un’allora diffusa visione idilliaca e “spirituale” dell’Italia e in certa misura dell’intera Europa.

Nello schierarsi di Ford contro Roosevelt potremmo poi cogliere un altro paradosso, considerando la fattuale funzionalità del suo sistema all’applicazione del New Deal, perlomeno nei suoi aspetti keynesiani: a partire dall’accento sul ruolo della domanda, reso possibile anche grazie alla politica di alti salari praticata nel fordismo. D’altra parte (ed ecco un ulteriore, apparente motivo di curiosità) va ricordato che le politiche d’intervento pubblico nell’economia avviate da Roosevelt (e realizzate come s’è visto anche con il contributo indiretto dell’antirooseveltiano Ford) destarono l’interesse di Mussolini, che il 24 aprile del 1933 scrisse a Roosevelt una lettera molto cordiale, dove esprimeva il suo interesse per l’avvio del piano d’intervento pubblico nell’economia, cui riteneva accostabili i primi provvedimenti concernenti le partecipazioni statali e l’istituzione dell’IRI. Non va dimenticato peraltro che nove anni prima (altra apparente “dissonanza”) l’Italia fascista era stata fra i primi stati a riconoscere l’Unione Sovietica. Ma non va neppure ignorato come Gramsci, recluso nelle carceri mussoliniane, avesse osservato la funzionalità del modello di sviluppo fordista al salvataggio, almeno temporaneo, del capitalismo insidiato dalla crisi e corroso dalle sue stesse interne contraddizioni. Sarebbe certo errato interpretare quelle note come una piatta apologia gramsciana del modello americano. Ma non meno errato sarebbe ignorare del tutto quel lato marxista del suo pensiero, che solo nella fase avanzata del capitalismo prevedeva maturassero le condizioni di un suo possibile superamento.

Rocket Man vs Dotard

Maria Anna Mariani

I speak not like a dotard nor a fool,” dice Leonato in Molto rumore per nulla. La sua voce è tremula d’offesa.

Quando ieri Kim Jong-un ha chiamato Trump ‘dotard’ nessuno, scrive il “New York Times”, sapeva cosa voleva dire questa parola. E così tutti i vocabolari, elettronici o di carta pastosa, si sono trovati in simultanea spalancati su un epiteto prelevato da Shakespeare. Dotard: vecchio rimbambito. Con sgomento adesso ci accorgiamo che dotard è proprio la parola che cattura l’essenza del vegliardo schizoide al comando degli Stati Uniti. Facciamo caso anche al significante nudo e crudo: basta permutare due lettere, e DOnAlD diventa DOtArD.

Dotard è la risposta iper-letteraria all’appellativo pop che una settimana fa Trump ha scagliato contro Kim Jong-Un: Rocket Man, dal titolo di una canzone di Elton John. I contesti da cui sono carpite queste parole, che sembrano missili lanciati a razzo l’uno in reazione all’altro, condensano gli immaginari stereotipi di due culture in attrito: una glitterata e ammiccante e l’altra arcaica e solenne. Ma questa è solo la prima osservazione che viene in mente quando si accostano le due parole. Andiamocelo a riascoltare tutto quanto il testo di Rocket Man.

https://www.youtube.com/watch?v=DtVBCG6ThDk

Ecco: ci ricordiamo adesso che la canzone è dolente, che l’uomo missile è una figura che ispira compassione. Povero Rocket Man: se ne va su Marte, blindato dentro una navicella che lo porta via dalla terra, via dalla moglie, via dai figli mai nati (su Marte fa freddo, non è posto dove far crescere i bambini, poveri bambini con chi giocherebbero mai su Marte. È solo, Rocket Man, fa un lavoro che lo distanzia da se stesso e dal mondo, è un ingranaggio di quella scienza che non capisce, non capisce, che mai capirà).

Ma ecco Trump cosa fa: non gliene importa un bel niente del povero Rocket Man che ci fa struggere per il suo destino di reietto cosmico. La capsula spaziale che ingabbiava quest’uomo e lo allontanava dai suoi affetti diventa d’un tratto una siringa atomica che ci minaccia tutti quanti, che farà divampare in cielo due soli e ci trasformerà in ombre anonime tatuate sul cemento, come quelle che stanno a Hiroshima ad ammonirci che l’umanità intera è eliminabile.

Trump brandisce il nomignolo Rocket Man come un’arma e fa della citazione una pura operazione della perdita: solo se restauriamo il contesto ci ricordiamo che Rocket Man va compianto, non temuto.

Ma Kim Jong-Un e i suoi generali che gli si stringono intorno a quel tavolo felpato di mappe, tutti ridenti, non l’hanno mica restaurato il contesto della canzone di Elton John. Rocket Man è ormai una scheggia linguistica immemore del suo intorno di parole. Rocket Man si è tramutato in un uomo bionico che coincide con l’arsenale atomico che ha alimentato negli anni.

Non ci sono contesti capaci di arginare il più aggressivo degli atti linguistici: l’insulto. Che è personalistico: si appunta sui tratti di un individuo e li irrigidisce in caricatura. E genera così una reazione viscerale, uguale e contraria: sei deficiente-sei ritardato, sei uno stronzo-sei un testa di cazzo. Ma poi ci si mena. Solo che qui le mani che menano sono mani bioniche, che si trascinano via nel pugno scagliato nazioni intere, forse il mondo intero. Il mondo intero con la leucemia per colpa di una canzone mutilata.

Dotard è un insulto ancora più personalistico di Rocket Man. Già percepiamo l’escalation dell’irritazione. Dotard mette in ridicolo i tratti più vulnerabili e creaturali dell’uomo: il corpo e la mente in disfacimento. Tutta la demenza senile è condensata dentro questa parola che offende ben più di Rocket Man. Anzi, al confronto Rocket Man diventa un complimento: postumana corazza tecnologica, impermeabile al tempo. È così che Kim trionfa, mentre mostra a Trump e a tutti noi che padroneggia perfettamente il lessico dell’inglese-linguaggio universale. Non solo lo padroneggia, ma ci ritorce contro Shakespeare.

Qualche ora fa Trump gli ha risposto: Little rocket man, cercando di incrinare la potenza bionica che gli aveva prima associato. Non sei onnipotente Rocket Man: sei piccino, hai un arsenale ridicolo, sei solo un bambinone bulimico coi suoi giocattoli fiammanti.

Così dice Dotard. Ma Dotard, dotard, ripensiamoci un istante al contesto di questa parola: la commedia Tanto rumore per nulla. Il titolo è entrato nel linguaggio comune e si è ossificato in un’espressione che indica qualcosa di irrilevante e trascurabile. Ma sarà proprio vero che questi insulti fanno tanto rumore a vuoto? È davvero solo uno scambio di atti linguistici? O invece che parole facili a dileguarsi nel nulla, è un nulla di altro tipo quello a cui ci condannano? Pensiamoci, mentre aspettiamo il prossimo missile – e speriamo che sia ancora solo verbale.

Proiettili politici

Alessandro Casiccia

Huey Long

Giugno 2017 Alexandria (Virginia). Colpi d’arma da fuoco vengono esplosi ai bordi di un campo di baseball dove stanno allenandosi esponenti repubblicani. L’attentatore, ucciso dalla scorta, risulta un sostenitore di Sanders, il quale però condanna con sdegno ogni violenza di tal genere. Tra i feriti, Steve Scalise eletto in Louisiana presidente della commissione studi del partito e sostenitore tra i più accesi del “secondo emendamento”, che apre al generalizzato diritto di possedete armi.

Lo sparo ricorre nella storia americana. Nel mirino gente illustre. Non solo personaggi da film western o da detective story; ma uomini politici di primaria importanza, governatori, candidati alla Casa Bianca, presidenti. Il caso di Andrew Jackson, nel 1835, è il primo fra le decine di attentati non riusciti. E fra quelli invece riusciti, va naturalmente ricordato quello in cui perse la vita Abraham Lincoln nel 1865. Il novecento poi si apre con l’uccisione di William McKinley (1901), mentre nella seconda parte del secolo, abbiamo quelle di Malcom X, di Martin Luther King e dei due fratelli Kennedy. Fra i tentativi falliti vanno ricordati quello contro Ford, nel 1975 e quello contro Reagan nel 1981.

Una certa attenzione merita il caso di George Wallace, ferito il 15 maggio 1972 da alcuni colpi di revolver. Quattro volte governatore democratico dell’Alabama e successivamente candidato alle presidenziali, seppure con una lista indipendente, Wallace veniva giudicato dai suoi critici incline al razzismo e fascisteggiante. Si dichiarava però amico dell’operaio, del contadino, del piccolo borghese impoverito. E, naturalmente, nemico delle élite, specialmente di quelle intellettuali, universitarie, giornalistiche. Sotto quest’ultimo aspetto, parve possibile cogliere qualche tratto comune con l’attuale, discussa presidenza USA, seppure di opposto schieramento. Paralizzato in seguito alle ferite, George Wallace entrerà nella comunità dei Cristiani Rinati e chiederà perdono agli afro-americani per il suo passato segregazionista.

Le contraddizioni interne al Partito Democratico americano si riproducono nel tempo. Uno degli esempi possibili, saltando indietro di decenni, lo troviamo in un altro Wallace dai tratti però del tutto diversi. Democratico egli pure, membro dell’amministrazione Roosevelt, Henry Agard Wallace aveva raggiunto la carica di vice-presidente nel quadriennio ‘41-’45. Morto Roosevelt e finita la guerra, si era in seguito candidato alla presidenza (ma in una lista minore, il Progressive Party, non riconoscendosi nell’amministrazione Truman). Questo Wallace si era allora schierato con l’America operaia e proletaria, in termini però del tutto diversi rispetto a quanto avrebbe fatto l’altro Wallace tanti anni dopo. Al punto che venne da molti giudicato nell’immediato secondo dopoguerra, un filocomunista. (In realtà poteva dirsi piuttosto l’esponente di un “comunitarismo” diffuso a quel tempo negli stati del Midwest.)

Queste note potrebbero anche contribuire a ricordarci quanto spesso le vicissitudini del Partito Democratico, vengano interpretate al di qua dell’Atlantico come riguardanti una versione americana di ciò che in Europa le sinistre hanno rappresentato fino a tempi recenti. Ma la realtà è stata ed è diversa, a partire da quanto riguarda le organizzazioni e gli indirizzi elettorali dei colletti blu. Che in USA non hanno mai avuto riferimenti politici simili a quelli europei. E sul piano sindacale hanno in parte subìto e in parte riprodotto una molteplicità di riferimenti, spesso profondamente contrastanti. Sul perché negli Stati Uniti non ci fosse il socialismo sappiamo che già indagò Werner Sombart ai primi del novecento. Ma non va neppure dimenticata la varietà di movimenti sindacali (alcuni peraltro molto radicali) che in quel tempo nacquero e successivamente si estinsero.

Le contrastanti tendenze interne al Democratic Party risultano particolarmente evidenti negli Stati del Sud. Non si dovrebbe dimenticare che in quegli Stati il partito, pur quando assumeva posizioni per qualche aspetto progressiste e riformatrici, sostenne più volte rappresentanti che non nascondevano (lo abbiamo già visto) indirizzi discriminatori della popolazione nera. E tra gli anni venti e i trenta anche simpatie per il fascismo. Ma quest’ultimo punto è uno dei più complessi nella politica americana degli anni che seguirono la grande depressione e che avrebbe portato poi alla svolta dell’amministrazione Roosevelt.

Molti ritengono che l’esempio più significativo di tali controverse vicissitudini sia stato quello di Huey Long, governatore della Louisiana negli anni trenta. Qui lo ricordiamocomunque in quanto cadde vittima di un attentato. Vicenda dai contorni peraltro poco chiari: incerto il movente; soverchiante la sparatoria degli agenti di scorta; inspiegabile il reperimento, nell’autopsia, di un proiettile dal calibro non compatibile con l’arma dell’aggressore. Sulla personalità di Huey Long e i tratti caratterizzanti la sua storia, si è riaccesa nel 2017 l’attenzione della stampa e in genere dei media. Facendo ampio ricorso all’abusata espressione “populismo”, sono stati operati accostamenti e si son volute trovare analogie diverse: sul piano storico, con l’esperienza successiva di George Wallace (che già abbiamo visto) e ancor più con quella attuale di Donald Trump; sul piano letterario un riferimento ricorrente è con il romanzo di Sinclair Lewis It can’t happen here, tradotto una prima volta in Italia come Qui non è possibile e recentemente ristampato con il titolo Da noi non può succedere. La storia è quella di un politico carismatico e demagogico che riesce a raggiungere la presidenza promettendo di fare grande l’America varando grandi riforme sociali; e finisce con l’instaurare una dittatura personale incarcerando gli avversari e deformando l’”eccezione” americana.

Dal romanzo si trassero un’opera teatrale nel 1936, e un Film TV nel 1968. Ma ispirato alla vicenda di Long fu anche il romanzo di Robert Penn Warren Tutti gli uomini del re: da cui un film di Robert Rossen nel 1949 e uno di Steven Zaillian nel 2006. Si narra l’ascesa e la caduta di un politico che prima diviene governatore di uno stato del sud e aumenta la sua popolarità sollevando dalla miseria i diseredati ma poi viene trascinato in un vortice di compromessi e corruzione da cui nessuno potrà salvarlo. E finisce assassinato. (Il titolo viene da una filastrocca per bambini introdotta da Lewis Carrol nella seconda storia di Alice.)

E’ probabile però che le elaborazioni letterarie e cinematografiche della parabola Huey Long non ne abbiano realmente colto il senso. Ma soprattutto impropri oltremodo sono gli attuali accostamenti a Trump. Le riforme introdotte nei primi anni trenta dal governatore della Louisiana riguardarono l’occupazione, la sicurezza sociale, la progressività del prelievo fiscale, la ridistribuzione della ricchezza (Share our wealth fu denominato un suo programma). La sanità, e l’istruzione divennero gratuite. E poterono trarne vantaggio non solo i bianchi disagiati ma anche gli afroamericani. Quest’ultimo punto fu quello che irritò i membri del Ku Klux Klan, normalmente favorevoli, nel Sud, al Partito Democratico. Quanto ciò possa poi contribuire a far più luce sull’attentato è impossibile dirlo. Troppo tempo è passato. Forse l’atteggiamento pesantemente critico di parte del mondo intellettuale e politico su esperienze di quel tipo è anche riconducibile al classico tema dell’intervento pubblico nell’economia. Presenza che da un lato stava per attuarsi in misura seppur limitata nel corso del New Deal, ma d’altro lato appariva (e soprattutto oggi appare) difficilmente compatibile con le versioni convenzionali della cultura puritana. Ma ancor più incompatibile con l’ “antistatalismo” neoliberista pervicacemente dominante. Nonostante tutto.

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Temperatura globale, una corsa contro il tempo

G.B. Zorzoli

Durante la seconda metà del secolo scorso, nel mondo politico americano il pragmatismo è stato una scelta condivisa. Il cambio dell’appartenenza politica dell’inquilino della Casa Bianca o della maggioranza al Congresso provocavano rettifiche degli indirizzi precedenti, non un loro stravolgimento. In particolare la politica estera fu sempre bipartisan. Il pragmatismo dominò anche nei temi ambientali. Così nel 1992 George Bush partecipò al summit di Rio, dove manifestò riserve sull'impegno americano, ma non si oppose all'approvazione dei documenti che impegnavano gli Stati a combattere i cambiamenti climatici.

Il segnale più clamoroso di una mutazione genetica si ebbe nel 2003, a seguito dell'intervento militare in Iraq, ma anche su altri temi si creò una contrapposizione rigida tra repubblicani e democratici: ad esempio, George W. Bush assunse posizioni sostanzialmente negazioniste sul cambiamento climatico, in perfetta sintonia con molti parlamentari del suo partito.

L’atmosfera peggiorò dopo le presidenziali del 2008. L'elezione di Obama fu vissuta da parte repubblicana come una provocazione. Lo scontro divenne la regola, con degenerazioni inusitate – le “fake news”, secondo cui Obama non era nato in America - tanto che l'approvazione del bilancio federale si trasformò in una sorta di roulette. Di conseguenza, le uniche decisioni di politica ambientale e climatica prese da Obama furono quelle attuabili mediante “executive order”.

L'elezione di Trump, oltre a confermare che la spaccatura politica rifletteva un'analoga spaccatura nel paese, buttò ulteriore benzina sul fuoco. Un miliardario senza precedenti esperienze politiche, per di più nemico dichiarato del “politically correct”, ha portato lo scontro a un livello che fa impallidire quello tra berlusconiani e antiberlusconiani dopo le elezioni italiane del 1994, con possibilità di mediazioni praticamente nulle.

La radicalizzazione dello scontro, accanto a stati tradizionalmente ambientalisti come la California e a grandi municipalità, come New York, ha portato nel fronte che si oppone alla decisione di non rispettare l'Accordo di Parigi, anche esponenti del mondo della finanza (Goldman Sachs) e perfino, con la Exxon, di quello petrolifero. Questo schieramento è importante a livello sia simbolico, sia pratico. Tuttavia, occorre resistere alla tentazione di utilizzarlo in modo consolatorio (“States and Cities Compensate for Mr. Trump’s Climate Stupidity”, titolo del New York Times), senza prestare sufficiente attenzione a chi appoggia Trump o ha scelto di non pronunciarsi, come l’industria automobilistica americana, finora prodiga di dichiarazioni verbali sul proprio impegno ecologico; forse perché in attesa di un’altra possibile azione di Trump, che avrebbe come bersaglio la California.

All’avanguardia nelle politiche ambientali, con 39 milioni di abitanti e un prodotto annuale di 2,4 trilioni di dollari, la California è la sesta economia mondiale, per cui ha un tale peso sul mercato che le sue norme per gli autoveicoli vengono automaticamente adottate dai costruttori americani, anche se sono più restrittive di quelle federali o di altri stati.

Ebbene, i consumi chilometrici massimi di benzina, che saranno ammessi in California a partire dal 2025, sono stati resi molto restrittivi, per promuovere la rapida diffusione dei veicoli elettrici: scelta che preoccupa i costruttori di automobili, i quali se ne sono già lamentati con Trump, e almeno altrettanto l’intera catena del business petrolifero (in USA l’80% di un barile di greggio va nel trasporto). Poiché la California è stata autorizzata a stabilire normi più stringenti di quelle federali da un decreto emesso a suo tempo da Richard Nixon, circolano voci sull’intenzione di Trump di revocare questa deroga. E non è detto che sia l’ultima iniziativa di riduzione dei poteri locali, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del nuovo capo dell’EPA, Scott Puitt, sull’uso abnorme del federalismo da parte di singoli stati USA.

Basterebbe comunque l’annullamento della deroga di Nixon per bloccare il percorso verso lo sviluppo sostenibile in un settore che in America ha un peso molto rilevante. Aggiungendosi all’abrogazione di tutti gli ordini esecutivi di Obama, che avevano posto limiti all’utilizzo di combustibili fossili e alle emissioni delle centrali elettriche, e alla revoca dell’adesione americana all’accordo raggiunto a Parigi, frenerebbe ulteriormente il percorso, di per sé insufficiente, avviato con tale accordo con la Exxon. In un mondo impegnato in una corsa contro il tempo, per evitare che la temperatura globale raggiunga i due gradi, il conseguente ritardo potrebbe rivelarsi esiziale.

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Semaforo # 2 – maggio 2017

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Creativi

Richard Florida è famoso per avere diffuso la teoria in base alla quale la creatività stimola lo sviluppo urbano: gli artisti e gli altri bohémien rendono divertenti e attraenti determinati luoghi, e i lavoratori della conoscenza confluiscono in comunità aperte e tolleranti, dotate dei servizi culturali e delle comodità che generalmente vengono di pari passo. Questi vantaggi possono aumentare nel tempo, creando super-città come New York, Londra e Los Angeles, dove gli affitti sono alti ma la produttività e i redditi sono ancora più alti. Nel suo ultimo libro, The New Urban Crisis , Florida analizza gli effetti negativi degli ultimi due decenni di questo rinnovamento urbano di cui proprio lui è stato un araldo. Queste metropoli in fermento – molte delle quali si sono sviluppate sulla base delle sue teorie – sono ora vittime del loro stesso successo, dal momento che una disuguaglianza pazzesca è cresciuta accanto alla prosperità e all'innovazione, raggiungendo i suoi picchi perversamente nelle città più liberali e creative.

Anna Louie Sussman, Richard Florida on Why the Most Creative Cities Are the Most Unequal , Artsy, 9 maggio 2017

Influencer

"La bolla degli influencer crollerà del tutto nei prossimi dodici mesi, se non si starà molto attenti al denaro che i vari brand spendono e spandono nel loro sforzo di acquistare influencer placement", afferma Caroline Issa, fashion director e chief executive della rivista “Tank”, ex star dello street style, diventata poi influencer a tempo perso. Da quando quello che un tempo si definiva tastemaker è diventato un lavoro e il passaparola si è trasformato in influencer marketing, l'attenzione si è concentrata soprattutto sui rischi che i brand corrono nel momento in cui si legano a una persona. Vedi, per esempio, la lezione di PewDiePie, star di YouTube che aveva firmato accordi con Disney e Google di cui poi si è scoperto che aveva fatto dichiarazioni antisemite. (I marchi aziendali hanno tagliato tutti i legami, com'era prevedibile).

Vanessa Friedman, The Rise and (Maybe) Fall of Influencers , New York Times, 10 maggio 2017

Operai
La classe bianca operaia non è stata più incline a votare nell'ultima elezione presidenziale che in quella precedente. La vittoria di Trump non è dovuta a un aumento di affluenza della sua base. Ci sono stati però cambiamenti significativi nel comportamento di altri gruppi demografici. Grossi cali nell'elettorato nero e ispanico potrebbero essere all'origine della sconfitta di Hillary Clinton in alcuni stati in precedenza democratici. (…) Diversi sono i fattori che possono aver contribuito a una vittoria fondata su un differenza di appena 78.000 voti. Ma ora sappiamo quello che non è successo: un picco di voti nella base elettorale di Trump.

Ted Mellnik, That big wave of less-educated white voters? It never happened , Washington Post, 10 maggio 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

 

Semaforo #5 – aprile 2017

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La Tate è sotto attacco dopo che ha chiesto ai dipendenti, molti dei quali non raggiungono la paga minima per vivere a Londra (“London Living Wage”, attualmente pari a 9,75 sterline l'ora, ndr), di contribuire all'acquisto di una barca per il direttore uscente Nicholas Serota, solo una settimana dopo che gli sconti sulla mensa sono stati aboliti. In un avviso affisso mercoledì negli spazi riservati al personale della Tate Modern e della Tate Britain gli impiegati (inclusi gli addetti alla security, alle pulizie, al bar e al bookshop) sono stati invitati a “contribuire a una barca a vela” come “sorpresa” per Serota.

Hannah Ellis-Petersen, Anger as Tate asks staff to contribute towards boat for Nicholas Serota, The Guardian, 27 aprile 2017

Manghi

Siamo di nuovo arrivati al momento dell'anno in cui i nazionalisti pachistani del mango cominciano a far rullare i tamburi di guerra, sostenendo a gran voce la superiorità dei loro frutti, con livelli di decibel che vanno ben oltre la soglia dell'inquinamento acustico.

Shivam Vij, Why Pakistan Exports More Mangoes Than India, Huffpost, 27 aprile 2017

Pulsanti

“Seduto dall'altra parte della scrivania di Donald Trump nello Studio Ovale, i miei occhi sono attratti da un piccolo pulsante rosso su una scatola posata sul tavolo. 'Quello non è il pulsante nucleare, vero?', chiedo per scherzo, indicandolo. 'No, no, tutti pensano che lo sia', ribatte Trump, prima di chinarsi avanti per premerlo e ordinare delle Coca Cola. 'Sono tutti un po' nervosi quando schiaccio il pulsante'”.

Demetri Sevastopulo, 100 days in the court of King Donald, Financial Times, 27 aprile 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

Nora W., o dell’estetica coreana

Claudio Canal

Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997
Kim Song-keun, Cha Yong-ho, Kim Chol, Ri Ki-song, Rescue in the Dark Sea, 1997

Nora W. Tyson, ammiraglio alla guida della Terza Flotta degli Stati Uniti, si sta avviando sulla portaerei Carl Vinson verso i mari coreani. Non l’avrebbe immaginato da ragazza quando studiava alla scuola episcopale di Memphis, sulle rive del Mississippi. Ancora meno avrebbe previsto di servire da detonatore della terza guerra mondiale. Se non fosse che la Terza Guerra Mondiale è scoppiata da un po’ e noi fingiamo di non saperlo perché, a differenza del passato bellico, oggi i fronti sono volubili e intercambiabili e i combattenti si sono “democratizzati”. Posso salire su un Tir e diventare un decorato della Terza Guerra Mondiale, l’autobomba può essere piazzata nella trincea immaginifica del mercato sotto casa, e il bombardamento a tappeto profilarsi laggiù all’orizzonte. Campi di concentramento dovunque, evacuati, sfollati e profughi di mezzo mondo fuggono alla cieca, mille linee Maginot prendono forma di muri inespugnabili, si accaniscono senza tregua pulizie etniche e deportazioni di massa, mercenari, contractors, truppe speciali, foreign fighters trasudano testosterone e rappresaglia, kamikaze in febbrile fervore di morte, ipertecnologiche nuove armi all’opera accanto a coltellacci e mannaie, balletti diplomatici a gara nel farfugliare, vittime in sterminato esubero, gas tossici per grandi e piccini, anche i neonati conoscono la parola carneficina, reality show dell’orrore tutti i giorni sugli schermi, ordigni nucleari che si scaldano i muscoli.

La Seconda Guerra Mondiale invece l’ha vinta lui, Adolf Hitler, nonostante il suicidio nel bunker. E questo probabilmente Nora W. Tyson l’ha capito. Il nuovo che avanza è il nazismo, resettato e rimaneggiato, adattato ai tempi. Gode del successo planetario del razzismo xenofobico, dell’invocazione cosmica dell’uomo forte anzi fortissimo, un Führer al comando, del culto mistico del popolo e delle sue incarnazioni oligarchiche ai vertici, della sicurezza da imporre con brutale universalità, della immane potenza della propaganda che la dà a bere con le sue neolingue, della plebiscitaria liquidazione del nemico tramite soluzione finale, del diritto naturale all’aggressione e alla violenza di bande internazionali, Stati, Sovrastati, e corporations, dello spazio vitale da presidiare con le unghie e con i denti. Mondo, tutto questo sarà tuo fra non molto.

La flotta solca i mari. L’amnesia condivisa anche, perché una guerra di Corea c’è già stata. Due, tre milioni di morti? Il batticuore dell’umanità aumenta. Un piccolo sovrano di una moderna dinastia fondata sul neurocomunismo si agita perché teme di non poter più vivere da barone rosso. L’hard power della casa regnante ha forgiato una pedagogia strepitosa che ha marionetizzato la popolazione. Gli piace giocare a battaglia navale che piace anche ad un affarista miliardario gesticolante e truculento che pensa il mondo come proprio governatorato, da cui l’ammiraglio Nora W. Tyson dipende. Entrambi, Donald Trump e Kim Jong Un, sono seguaci di una fede necropolitica. Li vedrei volentieri relegati in una comunità agricola a coltivare fragole e peperoni. Per non farsi stordire dai due e dai loro fan conviene spostare la traiettoria dello sguardo.

KIM IN SOK 2016
Kim In Sok, 2016

Un importante libro, Visual Politics and North Korea. Seeing is believing, di David Shim, Routledge 2014, discute della politica visuale verso la Corea del Nord, che enfatizza le differenze, la distanza, il pericolo, l’isolamento invece delle affinità, di ciò che è familiare e comune a noi e al resto del mondo. Le immagini non sono mai neutrali e questo risalto visivo non giova a nessuno. Rimanda a un buco nero, a una terra incognita che fa paura. Curiosare non è conoscere. Non fa altro che avvolgerci ancora di più nella ferrea logica amico/nemico così ben teorizzata da un rinomato giurista e filosofo nazi e che sta infettando tutti gli esseri umani. I nordcoreani sono esposti giorno e notte alla contaminazione che su di noi ha un effetto da rilascio prolungato per cui la casella nemico si va velocemente riempiendo di ogni immaginabile altro. Sui fautori dell’apocalisse islamica l’intossicazione è esplosa sopprimendo tutti gli anticorpi. Si chiamava Dabiq la rivista patinata dell’ISIS. Adesso si chiama Rumiyah, cioè Roma: di qua noi, di là i crociati infedeli. Guerra santa.

E’ la Corea del Nord così paria, così intoccabile come si racconta? Isolata e sola come un’ostrica? Circondata e in stato d’assedio? In realtà mantiene contatti con molti Stati. Non si tratta solo del suo (ex?) sponsor, la confinante Cina, ma anche della Russia di Putin, confinante per soli 17 chilometri e cooperante per diversi rilevanti progetti infrastrutturali. Ufficiali e attive rappresentanze diplomatiche con Brasile, Germania, Gran Bretagna, India, Bulgaria, Cuba, Vietnam, Svezia, Romania, Indonesia, Egitto, Pakistan, Iran, Nigeria ecc. Relazioni commerciali, tecniche, culturali con Myanmar, con l’India, che addestra ufficiali e ricercatori nordcoreani, e, soprattutto, al pari della Cina, ma in formato bonsai, con molti Stati africani. Commerci, cooperazione tecnica, armi. L’inaspettato surrealismo del mercato ha qui la sua manifestazione più eloquente. La Corea del Nord esporta estetica. Riproducibilità politica ad altre latitudini. Una fabbrica d’arte nei pressi della capitale Pyongyang impiega 4000 tra artisti e artigiani su un’area di 120.000 metri quadrati ed è il lievito madre di questa impresa transnazionale: il Mansudae Art Studio, con un’importante rappresentanza a Pechino.

Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz
Monumento alla rinascita dell'Africa, Senegal. Foto di Christophe Blitz

Una ventina di Stati africani esibiscono sulle piazze commemorazioni dell’indipendenza, memoriali anticoloniali, monumenti al futuro radioso, statuaria di leader a cavallo o di popolo in lotta, interamente pensati e scolpiti al Mansudae. Ispirati al pop e all’imponente realismo socialista un po’ machista e un po’ Maciste. Spesso a costo zero. Anche la Germania se ne è servita. Della pittura e delle arti affini ha l’esclusiva per l’Occidente un leonardesco italiano, Pier Luigi Cecioni, fiorentino, studi negli USA, traduttore, informatico della prim’ora, editore di Tuttouncinetto e di altre riviste di settore, curatore di mostre d’arte contemporanea. Vindice, naturalmente, dell’eliminazione degli azzurri dai mondiali nel 1966 da parte della squadra nordcoreana.

In un articolo un po’ visionario [Love’s Cruel Promises: Love, Unity and North Korea in International Feminist Journal of Politics, 1/ 2015] Shine Choe propone una lettura non imbalsamata dei romanzi dello scrittore sud coreano Hwang Sok-Yong [editi in Italia da Einaudi e Dalai] e discute della riunificazione della due Coree non attraverso una melodrammatica fusione “amorosa” che elimina l’altro, il Nord, ma attraverso il suo riconoscimento, che è anche un riconoscimento di sé. Il collasso della Corea del Nord, auspicato da molte cancellerie occidentali, può essere un cataclisma disastroso non solo per il Sud, come ha fantascientificamente immaginato Lee Eung-jun [in Vita privata di una nazione, Roma, Atmosphere Libri, 2016], ma per tutta l’area, per tutto un emisfero, come dimostra Tara O [in The Collapse of North Korea. Challenges, Planning and Geopolitics of Unification , London, Palgrave McMillan, 2016].

Un discusso analista, F. William Engdahl, ha sostenuto che la Corea del Nord è uno Stato vassallo degli USA [North Korea is an Pentagon Vassal State, nella pubblicazione russa New Eastern Outlook del 1 novembre 2016] perché con la sua politica clownistica consente agli Stati Uniti di coagulare gli sforzi bellici sui veri obiettivi a lungo termine, la Cina e la Russia. Kim Jong Un è stato educato per dieci anni in Svizzera e vuoi che la CIA non gli abbia offerto qualche caramella, sostiene Engdahl, arando un campo discorsivo già molto trafficato, quello del complotto globale. Motore immobile che guida la contemporaneità, secondo molti. Asse portante del nazipensiero, l’universale cospirazione giudeoplutocratica, trasportato di peso ai giorni nostri. Suo smagliante successo postumo. Macchinazione universale che preclude ogni iniziativa a noi piccoli terrestri.