Domenico Antonio Mancini, all’ombra delle periferie silenziose

Domenico Antonio Mancini, Landscapes, Galleria Lia Rumma, Napoli. Installation view, ©Domenico Antonio Mancini. Courtesy Galleria Lia Rumma Milano/Napoli and Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli, photo credit Danilo Donzelli.

Antonello Tolve

Intesa come un’opera d’arte totale che trasforma lo spazio espositivo in un dispositivo organico dove le opere sono disposte secondo un abile tragitto mentale teso a far emergere la terra degli ultimi e degli emarginati, la nuova personale di Domenico Antonio Mancini organizzata a Napoli, negli ambienti della Galleria Lia Rumma, è riflessione sulla sfera vitale dell’uomo, sulle sue metamorfosi e sui suoi collassi silenziosi. Landscapes (il titolo scelto per la mostra è secco, asciutto, non lascia scampo) pone infatti al centro dell’attenzione un circuito che parte dall’analisi del paesaggio in quanto genere artistico, e in particolare del suo rifiorire a Napoli con i maestri della Scuola di Posillipo, erede (e vale la pena ricordarlo) di una tradizione che risale alla metà del Seicento con artisti del calibro di Micco Spadaro e Salvator Rosa, per approdare a un’isola creativa che tratteggia termini di paragone con le condizioni attuali di una «porzione naturalmente delimitata della superficie terrestre, le cui componenti naturali formano un insieme di interrelazioni e interdipendenze» (così è definito il paesaggio nell’Enciclopedia Sovietica del 1939) tra centro e periferia: e più esattamente tra perdita di centralità o di identità e percorsi periferici reali, mentali, metaforici.

Quasi a far propria (e a riconsiderare) l’idea lanciata da Zev Naveh nel 1990, secondo cui «il paesaggio è un’unità ecologica e culturale, spaziale e temporale», definita tra l’altro con Troll come «la complessiva entità spazio-temporale della sfera vitale dell’uomo», Mancini apre un ragionamento che parte dalla classica rappresentazione pittorica dei luoghi, dove la luce limpida e tersa crea spesso un’atmosfera di pia atemporalità e di sospensione (caratteristica riscontrabile non solo nella Scuola di Posillipo ma anche nella successiva Scuola di Resina), per approdare a un discorso articolato sulle lacerazioni di una città che diventa metropoli e di una metropoli che diventa megalopoli: visione imperfetta di un mondo altalenante tra locus amoenus e locus horridus, in cui costanti e variabili fanno i conti con lo scorrere della vita invischiata in storture politiche e brutture economiche.

Come un chirurgo che fa aspirare il sangue dalla ferita dopo l’incisione per guardare meglio il punto in cui agire, Domenico Antonio Mancini prosciuga il tòpos paesaggistico per guardare in profondità la realtà quotidiana, per mostrare le radici del male, le trasfigurazioni – è di questo che si tratta, di trasfigurazioni, di strappi cartografici, di rigurgiti, di trabocchi – provocate dai processi di sviluppo sociale, economico e ambientale degli ultimi decenni, fino a far percepire il bordo del tempo che circonda il nostro presente.

Facendo propri gli strumenti della pittura e non del dipingere (l’artista assume esclusivamente e squisitamente elementi primari quali linea colore olio di lino e superficie, trattandoli in maniera asettica e analitica), in questo nuovo progetto Mancini presenta dieci tele, tutte denominate Landscape (a ogni titolo è aggiunta una coordinata numerica come 40.8437783, 14.1887261) su cui è possibile scorrere con gli occhi una stesura orizzontale, bianco di zinco, sulla superficie della tela già di per sé bianca ma volutamente ritinteggiata per mostrare la striatura leggera del colore che brilla in base alla quantità, maggiore o minore, dell’olio, ma anche una coordinata alfanumerica (come non pensare al controllo satellitare, al controllo totale della tecnologia street view ripresa dall’artista pure in altre occasioni), minuziosamente dipinta seguendo l’eleganza del font Helvetica, che divide perfettamente in due la tela e che, se realmente rimanda a un determinato luogo, idealmente richiama alla memoria la linea d’orizzonte di una qualsiasi prospettiva o quel «purissimo azzurro» leopardiano in cui terra e mare si incontrano, «veracemente».

Ad accogliere lo spettatore non sono però queste tele, ma un proemio ambientale, dove – presa a prestito con altre opere dal Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli – Veduta di Castellammare di Stabia realizzata da Anton Sminck van Pitloo intorno al 1840 è inserita in uno spazio quadrangolare in cui l’artista ha ridisegnato a matita, e si capisce subito che siamo di fronte al congegno perfetto di un intellettuale che si ferma sulla soglia a prevedere prima di procedere, la zoccolatura della sala museale dalla quale l’opera di Pitloo (fondatore, appunto, della Scuola di Posillipo) è stata momentaneamente decontestualizzata e inserita in una macchina installativa come parte integrante dell’installazione. Soltanto dopo questa aria d’apertura si scorgono, nella seconda sala della galleria, quella ampia e luminosa, le prime cinque tele di Mancini (in mostra si sente ancora l’odore dell’olio), seguite a ruota da altre cinque installate nella prima delle due sale a sinistra, dove lo spettatore è invitato a sedersi e a guardare questi grandi spazi bianchi su cui la gelida e erotica serie alfanumerica (spostamento transemiotico, irrinunciabile e inconfondibile, che è una cifra stilistica dell’artista) rimanda, appunto, ad alcune immagini digitali: e non solo della periferia di Napoli (Via Sacco e Vanzetti, Via Argine, Via Tarquinio Prisco o Via Figurelle), ma anche di Catania, di Palermo, del Lazio e della Lombardia, quasi a dire, con vitreo silenzio: c’è sempre una periferia e una periferia della periferia in questo mondo condizionato dal dilagante fenomeno dell’urbanizzazione e del decentramento programmato.

Concentrate, quasi a creare una quadreria immaginifica, Veduta di Napoli da Chiaia (1730c.) di Tommaso Ruiz, Veduta di Messina (1830c.) di Salvatore Fergola, Ponte Maria Cristina sul fiume Calore (1859-50c.) e Ponte Real Ferdinando sul fiume Garigliano (1859-50c) di Girolamo Gianni, sono immerse in una luce crudele color albicocca che irradia da una scritta al neon rossa, strappata dall’artista a una parete di Piazza Missori (a Milano), in cui si desume la dura realtà e la pungente diversità del mondo contemporaneo: La periferia vi guarda con odio.

Domenico Antonio Mancini. Landscapes

Galleria Lia Rumma

Napoli, fino al 15 giugno 2019

Domenico Antonio Mancini

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Domenico Antonio Mancini, Senza Titolo 2015. Courtesy Galleria Davide Gallo, Milano

Manuela Gandini

E’ invisibile il Mediterraneo-spazzatura: il Mediterraneo dei rifiuti tossici e radioattivi che si smaltiscono in ventimila anni causando morte e inquinamento, lo stesso Mediterraneo-tomba che risucchia i migranti, offre refrigerio ai turisti e cibo ittico alle nostre tavole. E’ un mare mimetizzato. Il parquet della Galleria Davide Gallo è stato scrostato e lievemente scavato, il tanto da tracciare i confini della Calabria, Sicilia, Albania e Grecia che affacciano al Mare Nostrum. Domenico Antonio Mancini, artista napoletano, lavorando michelangiolescamente per sottrazione, fa emergere la materia (il Mediterraneo del sud) dal parquet. Lo sversamento dei rifiuti e l’affondamento di navi occultato dalle cronache, è un problema diventato invisibile, inaffrontabile e scarsamente percepibile, come l’opera che – sotto ai nostri piedi - non appare immediatamente. Duro, struggente e poetico, l’intervento di Mancini riporta ai fatti più oscuri e imperscrutabili di uno dei business più lucrosi e subdoli della mafia legata alla politica: quello che Greenpeace definisce “L’intrigo radioattivo” internazionale.