Dalla città alla città

Diritto alla Città : Territori Spazi Flussi è il titolo di un convegno promosso dalla Fondazione per la Critica Sociale con il patrocinio della rivista “Il Ponte” che si terrà domani e dopodomani a Roma, 24 e 25 novembre 2016 presso la Facoltà di Architettura Sapienza Aula Magna di Fontanella Borghese. Organizzato in tre sessioni tematiche – territori, spazi, flussi –, coordinate dagli architetti e urbanisti della Facoltà di Architettura della Sapienza di Roma, il convegno riunisce architetti, urbanisti, sociologi, filosofi e politici in un confronto sulle nuove condizioni, fisiche e sociali, dei territori urbani e le problematiche del progetto e del governo della città a partire dal punto di vista del diritto alla città ovvero delle possibilità di uso della città da parte di tutti i cittadini e della produzione dello spazio secondo i desideri e le attese della collettività. Fra i molti interventi in programma, anticipiamo qui il testo della relazione del sociologo urbano francese Jacques Donzelot.

trh_cities_artwork_wide-6b87ea962fb0169be6b8c1db87e4b8fe84aa6a41-s1000-c85Jacques Donzelot

L’espressione «diritto alla città», che suggerisce il tema di questo incontro di architetti, filosofi e sociologi, è stata lanciata nel 1968 da Henri Lefebvre sostanzialmente come presa di posizione contro il pensiero del dibattito urbanistico dell’epoca, quello dei Congressi Internazionali d’Architettura Moderna (i CIAM riunitisi dal 1928 al 1958) che avevano dato spunto ai dirigenti politici, tramite l’urbanismo funzionale, di un modo di padroneggiare il processo di urbanizzazione di massa generato dall’industrializzazione. La ripartizione funzionale dello spazio urbano permetteva di separare tra loro i luoghi adibiti al lavoro, quelli destinati al commercio e allo svago, e quelli ad uso residenziale. Gli spazi per il trasporto non servivano ad altro che a condurre da una funzione a un’altra. Ciò che veniva a mancare era la strada come luogo di incontro, la piazza come spazio di aggregazione. Ovvero tutto ciò che aveva contribuito alla definizione di «spirito della città» nel corso della storia, tutto ciò che aveva fatto della città il luogo degli eventi storici, quello delle rivoluzioni e soprattutto quello della Comune di Parigi del 1871, quando il popolo si era ricompattato contro l’armata prussiana e contro la borghesia riunitasi a Versailles (quindi il momento storico al quale Lefebvre aveva consacrato un saggio di celebrazione di quella città – Versailles, appunto – che fino ad allora era stato un luogo di festa e di piacere).

Si tratta dunque di un’espressione che potremmo definire «nostalgica» di un’epoca ormai passata. Allora in che modo spiegare come essa abbia assunto – a lungo andare sempre di più – una dimensione «anticipatrice», e come essa sia diventata, dalla fine del XX secolo, un principio organizzatore del pensiero urbanistico così come della pratica politica?

Come abbiamo avuto modo di vedere per il Programma di Rinascita Urbana in Gran Bretagna, per la politica delle grandi città in Olanda, o la sua omologa in Francia, la città non è più il problema ma è la soluzione. Si cerca di farne un principio di unificazione esistenziale della società e non più di separazione funzionale. Per quale ragione?

Per comprendere questa dimensione anticipatrice dell’espressione di Henri Lefebvre, e non più la sua funzione «nostalgica», occorre vedere come, a partire dall’epoca di questo libro, dagli anni Settanta, la città si sia disaggregata sotto la spinta di tre movimenti – dal villaggio alla città, dalla città al villaggio e dalla città alla città – che come conseguenza non hanno avuto più quello di mescolare e di comprimere gli abitanti come durante l’industrializzazione, ma di separarli in diversi mondi ben distinti, una separazione che ha messo in luce le fratture che affliggono la società, le frustrazioni e i rancori che ad essa sono associati.

Al fine di mostrare la differenza tra i mondi urbani prodotti da questi movimenti, propongo di descriverli sotto tre aspetti, ovvero in funzione del cambiamento che producono:

a) nel rapporto con il territorio;

b) nel tipo di disciplina cittadina che vi si trova associata;

c) nella relazione che il cambiamento medesimo induce con il resto della società.

1. Dal villaggio alla città

Si tratta del più antico dei movimenti, quello che è cominciato con gli inizi dell’industrializzazione con i flussi degli abitanti dei villaggi limitrofi verso le grandi città che in seguito si è allargato ai flussi dei migranti dai paesi più lontani (a partire dagli anni Settanta).

a) Per quanto riguarda il rapporto con il territorio, si può dire che questo tipo di movimento sia legato ad un processo di «de-territorializzazione». La distanza presa con il paese d’origine va di pari passo con la perdita dei legami che vi erano associati, quindi da una parte l’aspetto positivo che può essere legato alla partenza, ma dall’altro anche il venir meno della mutua protezione tra gli abitanti, aspetto che non trova una medesima corrispondenza nelle destinazioni d’arrivo. I migranti non si trovano più ma non sono neanche veramente qui. È per compensare un tale scombussolamento che essi hanno la tendenza a raggrupparsi il più possibile secondo i luoghi d’origine e/o a cercare di ricreare dei legami che assomiglino più o meno a quelli che hanno perso, per fare un villaggio dentro la città.

Si abbandona perciò il paese d’origine, per investire in vecchi quartieri degradati, dove si vive con scarsa igiene e nessun confort, ma si riesce quantomeno a beneficiare di una socialità che restituisce al migrante una parte di questa forza di legami che è venuta meno.

Era vero per i migranti venuti dalle nostre campagne, lo è ancora di più per coloro che sono arrivati da Paesi lontani.

b) La disciplina urbana associata a questo movimento, quella della «città sociale», è stata concepita come contrasto ai danni sanitari, morali e politici associati a queste condensazioni di popolazioni estranee alla città stabilitesi in vecchi quartieri popolari deserti e degradati.

Pensando a questi grandi raggruppamenti, possiamo allora parlare di una disciplina anti-urbana della costruzione sociale. E ciò dal momento che offrono un alloggio si confortevole e igienicamente dignitoso, ma in uno spazio posto a una certa distanza dalla città, senza strade né piazze, né caffetterie o locali, senza altra ragione per uscire se non quella di andare al lavoro o a scuola.

c) Quanto alla ripercussione sociale di questa disciplina urbana, possiamo dire che si passa da una funzione di stabilizzazione nel ramo occupazionale durante l’era dell’industrializzazione fordista che avveniva attraverso il possesso di un’abitazione, a una forma di isolamento nel momento in cui, con la globalizzazione, le imprese si delocalizzano e si allontanano dalle grandi città. E nello stesso istante in cui si allontanano gli impieghi che non necessitano di una qualifica specifica, gli abitanti originari di queste «città sociali» (le comuni) vengono sostituiti dagli immigrati.

La concentrazione degli immigrati in queste città aggiunge una frattura sociale alla distanza fisica dai Paesi d’origine, producendo come effetto l’isolamento e la stigmatizzazione. Da cui poi i tumulti che affliggono vari centri urbani in Francia e Gran Bretagna già dagli anni Ottanta. Ma da qui viene anche la risposta e la replica delle persone stigmatizzate che ha provocato una rinnovata ascesa nel recupero degli usi e dei costumi dei propri Paesi d’origine. Per una volta, questi quartieri divengono il luogo in cui il villaggio si pone contro la città. Ciò che potremmo chiamare «effetto Molenbeek».

2. Dalla città al villaggio

Si tratta di un movimento delineato negli anni Cinquanta con la diffusione dell’automobile privata ma che si sviluppa soprattutto dagli anni Ottanta e che contribuisce a ripopolare i paesini situati a una distanza più o meno vicina alle grandi città e nei quali il costo della vita è più proporzionato agli stipendi. C’è innanzi tutto «l’anello dei signori», come Jacques Lévy definisce le aree periurbane non troppo lontane e che offrono i più grandi vantaggi in termini di paesaggio riservato alle classi agiate. Poi, più ci si allontana per andare nella periferia profonda, più si trova il piccolo ceto medio che cerca di cogliere l’occasione di una sistemazione estremamente a buon mercato per poter coronare il proprio desiderio di una proprietà individuale.

a) Per quanto concerne il rapporto con il territorio, possiamo dire che si tratta di un processo di ri-territorializzazione, di un ritorno alla terra d’origine, anche se in questo caso ha un significato opposto rispetto a quello che aveva per gli antenati. Essa non è più il luogo dell’appartenenza radicata e del lavoro duro assimilabile a una servitù della gleba. Diviene invece quello della socialità discreta e di un rapporto con il terra che viene concepita come lo spazio dello svago attraverso il giardinaggio, il fai-da-te o il passeggio. È la fine del villaggio paesano e l’inizio dell’emergenza del villaggio urbano. In campagna ci si prende le libertà della città evitando però i fastidi dei grandi centri come il rumore e l’affollamento.

b) Quando si chiede come caratterizzare la disciplina urbana che va di pari passo con questo movimento, si nota che l’abitante risponde esattamente che essa deve preoccuparsi di fare in modo che il villaggio riduca i disagi della città introducendo però in esso i benefici della vita nel grande centro.

Ridurre i vincoli, equivale a diminuire le norme legate all’edificazione e agli standard, significa fare spazio all’informale. Ma vuol dire anche facilitare la viabilità introducendo per esempio rotonde stradali agli incroci, o prevedere delle corsie riservate.

Introdurre nel villaggio i benefici della città significa permettere alle persone di ritrovarsi a passeggiare lungo percorsi sgombri e non affollati, di disporre di spazi per attività culturali.

Ovvero ciò che potremmo chiamare una disciplina «ipo-urbana della costruzione individuale».

c) L’effetto sociale prodotto da questo villaggio urbano su coloro che ci vivono è come quello che sente colui che si trova a stare insieme al proprio protettore. Le persone fuggono dai disagi fisici della città: il rumore, il traffico, l’affollamento… Ma anche dai pericoli sociali, la sgradevolezza nei confronti di una popolazione straniera, in un rapporto vissuto come inquietante e poco rassicurante.

Ma questo beneficio derivato dall’allontanamento dalla città globalizzata, dal riavvicinamento con una popolazione più affine, può ribaltarsi in malessere per coloro che si trovano a confrontarsi con la precarizzazione del lavoro e della vita familiare. La distanza che viene presa con le opportunità offerte dalla città appare allora come una trappola. È ciò che mostra in maniera spiritosa la serie TV americana Desperate Housewifes dove si vedono delle mogli senza mariti girare attorno a uno spazio depauperato di ogni opportunità di ripensare le proprie vite. Ovvero ciò che potremmo chiamare «l’effetto Trump», questa diffidenza delle élites nei confronti degli immigrati visti come causa delle sfortune del ceto medio che pretende di incarnare l’ideale della società perfetta.

3. Dalla città alla città

Si tratta del movimento più importante da una quarantina d’anni a questa parte. È apparso con la crescita degli aeroporti come infrastrutture di grande utilizzo e con l’Alta Velocità ferroviaria. Un cambiamento che alimenta il turismo di massa ma anche e soprattutto lo sviluppo della famosa «classe creativa», quella dei laureati e quindi anche degli studenti in prima istanza, ma pure di tutte quelle professioni che hanno come vocazione quella della manipolazione dei simboli, che si tratti di ambito scientifico, culturale o bancario (come i mutui subprime!). Una popolazione la cui presenza è segno di successo. Ciò che porta le città a mettersi in concorrenza tra loro per attirare questi tipi di professionalità.

a) Per qualificare il rapporto con il territorio che va di pari passo con questo movimento, possiamo parlare di extra-territorializzazione. Una maniera per dire che questo flusso non cambia tanto in rapporto al territorio che anzi passa in secondo piano. Ciò avviene poiché questa popolazione non ragiona più tanto in chilometri quanto in ore.

Il territorio sfuma attraverso gli oblò dell’aeroplano o i vetri dei TGV mentre la città diviene via via più luminosa. Esso non ha più ragion d’essere se non in relazione alla sua vicinanza con una grande città dotata di una stazione di Alta Velocità o di un aeroporto. Il territorio diviene un semplice momento di passaggio.

b) Quanto alla disciplina urbana, risulta evidente come sia interamente concentrata a questa concorrenza che esiste tra le città per attrarre una tale popolazione portatrice di valore aggiunto e per invogliarla a restare. Ma come farla venire? Dandole voglia di approfittare delle sue strutture prestigiose ma anche della propria proclamata bellezza, «museificando» la città, dedicando le sue piazze e i suoi viali alle persone venute da fuori per la loro reinvenzione, creando dei monumenti asserviti alla valorizzazione della città come il celebre Museo Guggenheim di Bilbao.

Come dare a queste persone la voglia di restare? Offrendo come habitat dei vecchi quartieri semicentrali ristrutturati affinché essi attirino questa classe creativa che ama beneficiare del fascino antico dei luoghi storici. E in più con delle strade pedonali e dei negozi «radical-chic».

Ovvero ciò che potremmo chiamare una disciplina iper-urbana della città vetrina.

c) Quali sono le ripercussioni sociali di una tale disciplina urbana? Possiamo dire che essa riunisce nei propri quartieri di attrazione una popolazione giovane, laureata, che viene da regioni diverse, con nazionalità e appartenenza etnica molto articolata, che si stupisce di quanto le proprie aspirazioni siano simili e dell’estrema varietà delle proprie origini, che si considera l’incarnazione della società del futuro. Potremmo definirla tra l’auto-elettivo e il selettivo in opposizione all’auto-segregato dei quartieri dell’emarginazione (punto 1) o al protettivo delle zone periurbane (punto 2). Quanto allo stile di vita, fa riferimento a quello del villaggio nella città in opposizione al villaggio contro la città degli immigrati o al villaggio urbano delle classi medie andate via dai grandi centri urbani. Queste persone fanno un villaggio dentro la città nel senso che si ritrovano tra loro in un habitat di cui si appropriano in quanto divengono la legittima classe per eccellenza.

4. Il diritto alla città: accordare i movimenti

Che significato assume allora il diritto alla città quando questa si trova ad essere afflitta da flussi che tendono a separarla in una moltitudine di mondi a parte?

Si dirà: accordare questi movimenti in modo che essi non generino tanto una separazione quanto un passaggio tra questi mondi.

Bisogna innanzi tutto, per questa ragione, regolare i movimenti, evitare che uno di questi non abbia il sopravvento sugli altri, al punto da inibire o da estremizzare le loro tendenze. Si può prendere in questo senso l’esempio della città di Marsiglia dove la lunga stagnazione della popolazione dei migranti nel vecchio centro e nei quartieri settentrionali ha per effetto, da un lato, di scoraggiare l’arrivo della classe creativa in questa città e, dall’altro, di provocare la partenza più rilevante del ceto medio nella profonda periferia urbana.

Uscire da una tale stagnazione presuppone il connettere efficacemente questi quartieri tra loro. Bisogna, questo è certo, intraprendere un rinnovamento di tali zone semicentrali e delle città popolari come quella che è stata intrapresa a Marsiglia.

Ma affinché questo programma produca l’effetto desiderato è necessario che venga associato ad un piano di trasporti che connetta i tre mondi urbani in questione, come è stato fatto per altre metropoli come Nantes, Lione, Bordeaux, Strasburgo… Delle linee di tram che ad esempio restituiscano un accesso agevole al centro per la popolazione dei quartieri popolari e della vicina periferia. O magari l’aumento del capitale spaziale di cui ciascuno può beneficiare, oppure una qualunque cosa che possa fare della città un mondo comune.

Ma bisogna altresì fare leva sul capitale sociale per fare in modo che la crescita del suddetto capitale spaziale produca gli effetti desiderati. Il passaggio da un’urbanità a un’altra presuppone che vengano proiettati anche dei legami sociali che inizino e che familiarizzino gli uni con gli altri. Ovvero, ad esempio, il programma lanciato dall’associazione francese degli studenti volontari: essa offre un alloggio gratuito nelle «città sociali» ai giovani dell’estrema periferia che desiderano venire nei grandi centri per studiare, ma lo fanno riducendo il prezzo degli affitti. Come contropartita, i beneficiari si impegnano a fornire un aiuto scolastico ai bambini di questi quartieri e a farli familiarizzare con la città e con le sue opportunità.

Spazio comune e diritto alla città

Augusto Illuminati

Il General Intellect abita, ha trovato casa. Ma è una dimora miserabile (A. Negri, 2015).

Fare spazio raccoglie e riorganizza una parte dei contributi presentati nel ciclo di seminari Dalle pratiche del “comune” al diritto alla città, organizzato dal Nuovo Cinema Palazzo in collaborazione con l’Istituto Svizzero di Roma e la Libera Università Metropolitana nel 2013, in un felice intreccio fra sperimentazione laboratoriale e pratica politica, come attestano sia l’argomento tipicamente transdisciplinare sia la produttiva eterogeneità dei promotori –istituzioni culturali internazionali ed esperienze sociali urbane.

Fare spazio nel campo giuridico, fare comune nella pratica urbana: sono due operazioni simultanee e complementari nei luoghi fisici e nell’ordine del discorso, due declinazioni del diritto post-fordista alla città, luogo privilegiato sia della speculazione finanziaria e della produzione biopolitica sia della contrapposta sfida di un’articolazione fra beni comuni e nuove soggettività. La svolta spaziale (spatial turn) è qui infatti concepita come uno spostamento laterale che cambia la prospettiva sulle categorie di interpretazione della realtà, sconvolgendone la gerarchia sostituendo al tempo omogeneo dello storicismo una spazialità produttiva dei rapporti fra soggetti e ambiente e non loro semplice contenitore liscio.

Le tre sezioni del libro, di conseguenza, sono rispettivamente dedicate al disassemblaggio della rigida normatività del diritto in quanto esclusiva emanazione della sovranità statale (con contributi firmati dal collettivo LUM-Palazzo, da P. Grossi, U. Mattei e M. Luminati), alla performatività del giuridico nella materialità delle risposte metropolitane alle logiche esclusive ed estrattive neo-liberali (D. Festa, A. Petrillo, C. Raffesin, B.M. Mennini e S. Sassen) e allo spazio eterarchico europeo, con i suoi problemi di cittadinanza, confini e regressione dei processi costituenti (É. Balibar, V. Cherepanyn C. Bernardi e F. Brancaccio) – sezione di cui è superfluo rilevare l’attualità nei giorni del dibattito sulla Grexit e dell’incipiente crisi di tutto l’assetto definito dai Trattati. La postfazione di F. Farinelli, Per pensare il comune, chiude la raccolta, ritornando sulla prospettiva: stavolta quella archetipica, brunelleschiana del portico dell’Ospedale degli Innocenti, che normalizzava lo sguardo prospettico e il posto del soggetto, inaugurando la razionalizzazione dello spazio che culminerà nel taylorismo e nel pensiero unico neo-liberale – il dispositivo cartografico contro cui si muove lo spostamento laterale di cui abbiamo fatto cenno.

Il saggio di F. Brancaccio, Il federalismo contro lo Stato, riassume in qualche modo l’insieme dei nessi problematici del libro, in particolare la riflessione di Balibar sui processi continentali costituenti e di legittimazione e quella della Bernardi sulle scalarità eterarchiche e delle lotte che contrassegnano il laboratorio europeo di corporate governance globale e relative resistenze. Sotto il profilo costituzionale – della Verfassung o struttura organica reale, non della richiesta di una Konstitution iper-sovrana – lo spazio europeo, proprio a partire dai dispositivi multilivello di esercizio della governamentalità neo-liberale che lo regolano, impone la necessità di ripensare il rapporto potere costituente-potere costituito in termini non dialettici e monistici.

In esso infatti opera una pluralità di processi costituenti e destituenti, tanto di veto quanto di normatività autonoma, tutti potenzialmente riattivabili. Il federalismo potrebbe essere la matrice organizzativa di tale molteplicità, ricomponendo in un patto federativo tutte le scomposizioni sociali e territoriali su cui oggi si fonda l’egemonia finanziaria sulla politica e l’uso sistematico della crisi quale governo post-democratico delle popolazioni o, per dirla con Balibar, dittatura commissaria –ogni riferimento alla Grecia è ovviamente intenzionale…

Lo sviluppo logico di questa problematica è stato il ciclo organizzato nel 2014-2015 dagli stessi soggetti, con l’aggiunta della Fondazione Basso, del Centro Riforma dello Stato e del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università La Sapienza, sui Confini del diritto, di cui ha già scritto alfapiù il 22 giugno scorso e i cui contributi ci auguriamo di vedere presto raccolti in volume.

Fare spazio. Pratiche del comune e diritto alla città
a cura di C. Bernardi. F. Brancaccio, D, Festa e B.M. Mennini
Mimesis (2015), pp. 246
€ 22

Santiago Cirugeda. L’architettura è una strategia politica

Intervista di Virginia Negro

L’architettura è una forma di comunicazione di massa, ci ha spiegato Umberto Eco in Opera Aperta. La differenza con gli altri media, come la televisione o la stampa, è il suo particolare campo d’azione: lo spazio, per definizione modificabile quotidianamente attraverso l’uso che noi cittadini ne facciamo.

Negli ultimi anni l'architettura ha spesso trascurato fattori come funzionalità e sostenibilità, per esaltare estetica e spettacolarità. Tendenze come il city marketing hanno trasformato l’architetto in un designer, accantonando la funzione di guardiano e creatore dell'habitat urbano. Con la crisi però le esigenze sono tornate a essere ben più elementari - come ad esempio riutilizzare spazi in disuso - e sono nate teorie e pratiche alternative sul modo di intendere la città.

Una è la cosiddetta Architettura sociale, e Santiago Cirugeda è sicuramente tra le figure più rappresentative di questa controtendenza. Sivigliano, classe 1971, la sua fama ha oltrepassato i confini iberici dopo aver partecipato più volte alla biennale di Venezia e di Rotterdam, senza contare le personali in tutto il mondo, da Tokyo a New York. Il suo sito Recetas Urbanas, è un vero e proprio ricettario di consigli fai da te volto al recupero di quartieri, strade, spazi abbandonati. Secondo Santiago il punto centrale sta nel coinvolgimento della cittadinanza nell’autocostruzione. Deviare e affrontare i problemi con soluzioni imprevedibili, approfittando di lacune nella legislazione urbanistica.

La sua pagina web e il suo stesso lavoro prevedono una parte di formazione in cui si insegna come recuperare fondi e strumenti e come organizzare il lavoro. Sono nati così parchi giochi per bambini dove prima c’erano parcheggi abbandonati, centri culturali con aule perfettamente insonorizzate dove si riuniscono compagnie teatrali, gruppi musicali eccetera. Intervistarlo non è stato difficile, Santiago è disponibile e appassionato.

Quali sono dal tuo punto di vista i problemi di un’architettura e di un urbanismo intesi in senso tradizionale?

Se per tradizionale si intende quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni… è piuttosto lontano dal pensiero proposto da quei sociologi e architetti - e sono molti - che parlavano di potenziare il diritto alla città, che poi significa il diritto a svilupparsi come individuo e collettività. Guardando alle città europee, dove – presumibilmente – lo Stato ha assicurato educazione, sanità, diritti sociali in generale, il cittadino si è trasformato in un consumatore sottomesso a una politica pubblica venduta al mercato più selvaggio. La mossa più offensiva è stata quella di trasformarci in investitori nel momento in cui sviluppavamo il nostro diritto a una casa. Quello che è successo qui in Spagna con la bolla immobiliare. Finalmente si poteva avere una proprietà (o più d’una), anche una ben al di sopra delle nostre possibilità, e ci hanno fatto credere che in qualunque momento avremmo potuto venderla.
Urge recuperare la coscienza critica e liberarci da un urbanismo manipolato da agenti economici e politici e in cui la cittadinanza ha perso la sua capacità di intervento.

Come vedi il futuro delle città in Spagna e in Europa? Cosa ti spaventa?

La paura è sempre quella che la cittadinanza perda la capacità di avanzare proposte e di mettere in discussione le cose, cioè che la condizione della creatività e libertà umana, disposizioni naturali e innate, finiscano per essere manipolate. Per questo è così entusiasmante vedere collettivi e gruppi di giovani che si organizzano. Noi, da Recetas urbanas alla rete arquitecturas colectivas  pianifichiamo strategie congiunte, con armi legali, attraverso l’architettura, la partecipazione sociale agendo sugli interstizi del diritto.

Come vivi la relazione tra il tuo lavoro e il momento di crisi del tuo paese?

Mi sono formato in parte in America Latina, dove la situazione è estremamente diversa, lì si parte dal fatto che lo Stato ha perso ogni possibilità di risolvere i problemi della collettività, quindi è la cittadinanza che si trova a doverlo fare. In questo momento preferisco lavorare nel mio paese che è un disastro, però non ho smesso di collaborare con l'America Latina, e tra le urgenze più pressanti c’è quella di insistere sul rischio che corrono nel seguire politiche simili alla nostra. Adesso sto lavorando soprattutto a Siviglia, e sto viaggiando molto in Spagna, dove, con alcune associazioni, studiamo delle alternative possibili. Mettiamo in pratica un altro tipo di politica, con la speranza di migliorare ogni giorno, raccogliendo il contributo di tutti e migliorando il nostro supporto legale.

Hai diversi collaboratori italiani, vedi una differenza nel modo di intendere e vedere l’architettura?

Per cultura, diritto e territorio abbiamo molto in comune. Ho avuto a che fare con molti collettivi e gruppi diversi in Italia, da Napoli a Milano, e cerchiamo di mantenere questo trait d’union sul lavoro. Il consiglio all’Italia è quello di rinforzare la rete tra le varie realtà, per poter lavorare insieme con più forza. Alla fine è questa la lotta a cui mi riferisco, perché siamo più forti quando lavoriamo insieme, anche nelle differenze.