Speciale Il populismo al tempo degli algoritmi / 2: Il diciassette che viene

populismoFranco Berardi Bifo

Il crollo interminabile

Molti segnali di aggravamento della crisi sociale e di stagnazione irreversibile dell’economia sembrano annunciarlo: il diciassette che viene coinciderà probabilmente con una precipitazione globale. Il ceto finanzista globale ha reagito ai segnali rincarando la dose: l’aggressione golpista contro i governi latino-americani colpevoli di aver resistito al diktat finanziario, l’imposizione violenta del Jobs-act in Francia, la ferrea applicazione del Fiscal compact che ha già strangolato la società greca e sta finendo di strangolare l’Italia, la Spagna e la Francia. Ma il cavallo non beve, la ripresa cento volte annunciata non viene, e un’ondata anti-globalista, anti-europea, implicitamente quando non esplicitamente razzista, è ormai maggioritaria nel mondo bianco: America Europa e Russia unite nella guerra.

In assenza di una soggettività progettuale capace di ricomporre i processi sociali secondo un modello diverso da quello che si sta decomponendo, il crollo del capitalismo può essere interminabile e infinitamente distruttivo. Questa soggettività, che nel ventesimo secolo si riconobbe nel movimento operaio, oggi appare disgregata fino al punto che non riusciamo a intravedere possibili linee di ricomposizione.

Le rivolte anti-finanziarie del 2011 non hanno potuto invertire la rotta del sistema finanziario né sottrarsi ai suoi effetti. Quanto ai partiti della sinistra europei, si sono fatti strumento della violenza finanziaria, si sono piegati al Fiscal compact e alle politiche austeritarie anche a costo di scomparire come sta accadendo.

La storia mostra di non avere molta fantasia, e sta riproponendo la dinamica che portò al nazismo e poi alla seconda guerra mondiale: esattamente come negli anni Venti del secolo scorso, la disperazione produce un effetto di tipo identitario che si manifesta in un fronte Nazional-Operaista: uno schiavista alla presidenza americana, la Brexit, l’affermazione clerico-fascista in Polonia, la crescita del Front National e così via.

Agli operai impoveriti dal sistema finanziario le destre di oggi ripetono quel che Hitler disse ai lavoratori impoveriti dalle decisioni del Congresso di Versailles: non siete lavoratori sconfitti ma guerrieri nazionali che vinceranno. Non vinsero ma distrussero l’Europa. Neppure questa volta vinceranno, ma possono distruggere il mondo.

Populismo o ricomposizione

Ogni tentativo democratico di sottrarsi alla governance neoliberale è fallito: la volontà cosciente del corpo sociale non è in grado di agire sull’astrazione finanziaria, quindi reagisce secondo le linee dell’identità anti-globale.

La parola «populismo», molto usata di questi tempi, è una truffa che non spiega niente. L’idea di restaurare la sovranità popolare è una scemenza. La sovranità, in quanto facoltà di governare la vita sociale secondo le linee della volontà sovrana, è irreversibilmente perduta perché nelle condizioni di accelerazione ipercomplessa la volontà è impotente, e viene sostituita da automatismi tecnici e linguistici ai quali la società non può che sottostare. Inutile spazientirsi e provare frustrazione. L’impotenza non si cura con l’impazienza né col viagra dell’identità nazionale e popolare.
Il popolo, la nazione sono nozioni romantiche che identificano un coacervo di soggettività socialmente prive di potenza solidale. Il problema che il populismo non sa affrontare, figuriamoci poi risolvere, è proprio quello della solidarietà, o meglio della ricomposizione delle forze soggettive del lavoro. Popolo e nazione ritornano come tentativo reazionario di riterritorializzare forze sociali che hanno perduto ogni rapporto con la territorialità.

Solo quando la soggettività politica corrisponde alle forze sociali che muovono la macchina sociale diviene possibile un cambiamento cosciente. Solo la ricomposizione della minoranza sociale costituita dai lavoratori cognitivi, cioè coloro che programmano la macchina globale e le permettono di evolversi e di funzionare, potrà mettere in moto un processo di trasformazione reale. Non è questione di sovranità, ma di smantellamento e riprogrammazione dell’algoritmo tecno-linguistico che sta al cuore della macchina sociale.

Sulla scena globale si muovono oggi due attori: l’astrazione globalizzante e i corpi identitari incapaci di universalità. La corporeità demente confligge con l’astrazione prodotta dal cervello finanziario: un’onda identitaria nazionalista sessista e religiosa monta nel mondo. Il nazionalismo non sostituisce affatto il potere finanziario: l’astrazione adatta i suoi codici a un corpo demente, e infatti i mercati hanno reagito favorevolmente alla vittoria di Trump. Wall Street è perfettamente a suo agio con il nazismo, come la storia insegna.

Il modello neoliberista continua a imporsi per automatismo, anche se il consenso si è dissolto. Nonostante il dilagare dell’illusione sovranista l’offensiva neoliberale continua, anzi accelera furiosamente. Come spesso accade quando un regime si avvicina al crollo, il ceto finanziario dominante, dopo aver portato l’economia mondiale al limite del collasso, impone come rimedio un’accelerazione isterica delle sue politiche: lo schiavismo porta a compimento la parabola del neoliberalismo, e il trumpismo, alimentato della rabbia impotente del popolo demente, non farà che accentuare l’impoverimento e lo sfruttamento di chi l’ha sostenuto.

Le modalità di semiotizzazione dell’esistente che sinteticamente definiamo «capitalismo» sono incapaci di interpretare la potenza implicita nel sapere e nella tecnologia, e piegano quelle potenze entro le categorie della crescita e dell’accumulazione. In un micidiale pervertimento, esse trasformano le potenze del sapere e della tecnica in fattori di scarsità e distruzione.

Un secolo dopo il 1917

Trasformare la guerra civile imperialista in guerra civile rivoluzionaria, disse Lenin, intuendo la possibilità di usare la guerra contro il capitalismo. Le condizioni della guerra si riproducono oggi su scala planetaria, ma non possiamo riproporre il rovesciamento leninista, perché la presa del Palazzo d’Inverno non ha più alcun significato nell’epoca del decentramento bio-info-politico del potere. Ma occorre ripensare il senso di quell’evento. Nella rivoluzione sovietica è iscritto il dispositivo che ha modellato l’intero Ventesimo secolo: la rivoluzione di Lenin impose un’identificazione militare delle classi sociali. Questa fu la sua forza tattica che permise ai bolscevichi di prendere il potere. Questo fu il suo errore strategico, e forse il suo crimine. Il partito operaio si impadronì dello stato, della sua struttura burocratica, del suo esercito, e si contrappose militarmente all’imperialismo mondiale, trasformando la lotta di classe in guerra nazionale, e soffocando i processi di autonomia rivoluzionaria in Germania, negli Stati Uniti e in molti altri paesi del mondo.

Nel corso di quella guerra il capitale suscitò le forze del fascismo per sconfiggere la classe operaia. Com’è finita lo sappiamo. Il comunismo di Stalin si alleò con la democrazia anglo-americana per sconfiggere il nazismo. In seguito la democrazia capitalista ha sconfitto il comunismo sovietico, e la democrazia divenne il mito politico fondamentale della seconda metà del Novecento. Ma presto si rivelò un’illusione: la riforma neoliberista cominciò a cancellare la democrazia con il colpo di stato in Cile l’11 settembre 1973, e continuò a cancellarla sistematicamente fino al luglio del 2015 in Grecia.

Si è instaurata allora una dittatura dell’astratto sul concreto che prende nome di governance liberista, che ha funzionato senza grandi conflitti negli ultimi decenni del Novecento. Dopo il nuovo 11 settembre del primo anno del nuovo secolo (e dopo la prima crisi della new economy che nel 2000 inaugurò il ciclo depressivo dell’economia globale), la triangolazione è cambiata, e il mondo si è sgretolato in frammenti identitari tra i quali si è scatenata una guerra civile globale.

L’eredità del colonialismo

La guerra civile che in forme diverse sta investendo ogni area del pianeta è in parte un effetto del crollo della fede nel globalismo economico, ma ancor più è un effetto dell’esplosione dell’ordine colonialista.

Zbigniew Brzezinski fu consigliere di Carter negli anni Settanta, poi si dedicò all’elaborazione di scenari del futuro politico globale. Nel 1993 pubblicò Out of control, un libro che rovescia l’ottimismo predominante in America dopo il crollo dell’impero sovietico, e prevede la moltiplicazione incontrollabile di fuochi di conflitto identitario nel mondo tecnicamente integrato dalla globalizzazione.

Lo scorso aprile su The American Interest Brzezinski pubblica un saggio dal titolo Toward a Global Realignment. Dietro il titolo anodino, l’articolo contiene una considerazione decisiva che potremmo sintetizzare così: dopo secoli di dominazione coloniale e di violenza i popoli del mondo stanno presentando il conto in termini morali ed economici, e l’occidente non è economicamente in grado di pagarlo né culturalmente disposto ad accettarlo. Non possiamo pagare il concreto debito storico verso coloro che abbiamo sfruttato per cinque secoli, perché dobbiamo pagare l’astratto debito finanziario che ci costringe a dedicare le risorse comuni al sistema bancario, mentre respingiamo nelle acque del Mediterraneo coloro che sfuggono alle guerre da noi stessi alimentate.

Le parole di Brzezinski sono agghiaccianti e inequivocabili: «Quel che accade oggi nel medio oriente potrebbe essere solo l’inizio di un fenomeno più vasto che si dispiegherà nei prossimi anni in Africa, Asia e anche tra i popoli pre-coloniali dell’emisfero occidentale. Massacri periodici da parte dei colonialisti occidentali si risolsero nello sterminio dei popoli colonizzati su una scala paragonabile ai crimini del Nazismo nella seconda guerra mondiale, provocando centinaia di migliaia e talvolta milioni di vittime. Oggi sta emergendo una potente volontà di vendetta non solo nei paesi islamici». Nella pagina successiva Brzezinski elenca una serie impressionante di violenze provocate dalla colonizzazione spagnola del Sud America, da quella inglese in India, dalla guerra dell’oppio, dai francesi in Algeria, dai russi nel Caucaso e in Asia, fino alle guerre americane degli ultimi decenni. Brzezinski conclude con queste parole: «Quanto sconvolgente è la dimensione di queste atrocità, tanto veloce è la cancellazione della memoria da parte dell’occidente. Ma nel mondo post-coloniale una nuova narrazione storica fondata sul risentimento sta emergendo».

Solo l’internazionalismo della classe operaia avrebbe potuto evitare che la resa dei conti del colonialismo passato e presente si risolvesse (come sta accadendo) in un bagno di sangue planetario: operai dell’occidente industriale e proletari dei popoli oppressi da due secoli di colonialismo si riconoscevano nello stesso programma comunista. Ma il comunismo è stato sconfitto, e ora dobbiamo affrontare la guerra di tutti contro tutti in nome di niente.

La soggettività depressa

La mitologia che ha preso il sopravvento dopo la dissoluzione del sistema socialista è quella della competizione illimitata scatenata dal neoliberismo in nome della mitologia dell’arricchimento. Nel volgere di tre decenni questa mitologia ha fatto fallimento: la privatizzazione ha distrutto lo stato sociale mentre il salario reale è sceso, e il tempo di lavoro è aumentato senza più limiti. La soggettività bianca occidentale è rabbiosamente depressa. Jonathan Franzen la racconta nei suoi romanzi: «La gente è venuta in America per due cose, il denaro e la libertà. Se non avete denaro, vi aggrappate più rabbiosamente alle libertà. Anche se fumare ti uccide, anche se non hai di che nutrire i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci con fucili da guerra in mezzo alla strada. Puoi essere povero ma la sola cosa che nessuno ti può sottrarre è la tua libertà di rovinarti la vita in qualsiasi modo tu voglia farlo» (Libertà).

La promessa di arricchimento ha funzionato solo per una piccola parte della società. Per tutti gli altri l’avventura liberista si è risolta in precarietà, neuro-sfruttamento, meno salario e più lavoro. Gli altri allora rivendicano la loro libertà, che in America è quella di portare armi. Scomparsa la prospettiva internazionalista che era il nucleo della coscienza operaia (dappertutto lo stesso nemico, lo sfruttamento) ora ciascuno si rinchiude nel suo clan, etnico o virtuale, e prepara le armi per proteggersi dall’invasione che arriva da territori che la colonizzazione ha reso poveri e rabbiosi, e cui il globalismo ha promesso il paradiso consumista.

Il sentimento di appartenenza ha preso il posto della ragione universale, la soggettività sociale sembra incapace di coscienza autonoma, e le condizioni tecno-psichiche in cui si forma la relazione sociale rendono impensabile la solidarietà.

Eppure la possibilità del comunismo, cioè di una società libera dal ricatto del salario e capace di sopperire ai suoi bisogni con l’esercizio libero dell’attività intelligente in rete, rimane iscritta nella conoscenza e nella tecnologia, anche se l’attualizzazione di quella possibilità è resa terribilmente improbabile dalla composizione culturale e psichica del lavoro cognitivo precario e frattalizzato.

Dobbiamo imparare a ragionare con due cervelli. Il primo cervello deve avere piena coscienza della deriva disastrosa in cui siamo entrati, e della nostra impotenza a fermarla coi metodi obsoleti della politica. Ma col secondo cervello dobbiamo confidare nella forza dell’imprevedibile: un movimento internazionale dei lavoro precario e cognitivo che stravolga dall’interno il funzionamento della macchina finanziaria globale e inizi un processo di solidarietà internazionalista. Gli Stati Uniti potrebbero essere nei prossimi anni l’epicentro di un movimento che attraversi insieme le minoranze oppresse e il ciclo del lavoro cognitivo: la Silicon Valley globale che non è soltanto un centro di potere ma anche un luogo di conflitto sociale, culturale ed estetico.

che vuol dire programma

Quanto più il lavoro diviene cognitivo tanto più la coscienza riflessiva è assimilata dalle modalità lavorative: i lavoratori industriali tenevano distinta la loro attività cosciente dal loro lavoro, mentre l’attività riflessiva dei lavoratori cognitivi tende ad essere integrata con l’attività lavorativa.

La subalternità della coscienza cognitaria dalla forma lavoro (competizione, efficienza, prescrizione automatica delle finalità cognitive) va messa in questione: rompere quella subalternità è la condizione perché la società possa uscire dal dominio neuro-totalitario.

Un processo di soggettivazione cosciente nella sfera del lavoro cognitivo nascerà forse come cura della sofferenza psichica, e quindi attraverso la riattivazione della corporeità erotica collettiva, e solo quando la mente collettiva interconnessa sarà in grado di riconoscersi socialmente ed eroticamente in una corporeità collettiva emergerà l’energia necessaria per un movimento di fuoriuscita dall’ordine distopico che si sta instaurando. L’attività di trasformazione si manifesterà allora come forza di ri-programmazione.

Il concetto di programma è sempre stato centrale nel pensiero politico. Ma il senso di questa parola è cambiato

Nel ventesimo secolo programma era un insieme di linee progettuali che la volontà politica imponeva al corpo sociale. Oggi dobbiamo ragionare sul programma come alternativa algoritmica all’algoritmo dominante. La programmazione (nel senso di design informatico dei processi produttivi e distributivi) è la forma di azione specifica del lavoratore cognitivo.

L’autonomia delle pratiche di programmazione è il progetto politico cui occorre dedicarsi, ma sappiamo che l’autonomia della pratica presuppone l’autonomia del soggetto.

Dobbiamo pensare alla Silicon Valley globale come nel ’17 pensavamo alle officine Putilov e negli anni ’70 pensavamo a Mirafiori: il reparto centrale della riproduzione del mondo, il luogo in cui si concentra il massimo di sfruttamento e il massimo di potenza trasformativa.

Mentre i poteri politici si afflosciano nell’impotenza e gli stati nazionali sono incapaci di governare i flussi semio-finanziari, la Silicon Valley globale prende il posto dei poteri del passato. Ma (contrariamente a quel che pensa Eugenj Morozov) la Silicon Valley globale non è un luogo privo di conflitti, perché dentro ci stanno cento milioni di lavoratori cognitivi sparsi nelle città di tutto il mondo. E’ dalla loro sofferenza psichica che può venire il loro risveglio etico. E dal risveglio etico di cento milioni di lavoratori cognitivi, di ingegneri e di artisti viene la sola possibilità di evitare una regressione spaventosa, di cui cominciamo a vedere i contorni.