Nel segno di Carla Lonzi

Giacomo Pisani

Il femminismo come squarcio nella realtà, come modo di stare nel mondo, che riempie i vuoti aprendo infiniti mondi. È questo il senso della riflessione di Carla Lonzi, emerso dalla prima giornata del Festival dei saperi e delle pratiche delle donne in corso dal 26 gennaio al 22 febbraio a Bari, organizzato dal cittadino Centro Documentazione e Cultura delle Donne.

Secondo Antonella Masi, il femminismo è appunto un modo di stare nella realtà impostato sull’autenticità, in cui il soggetto si pone all’origine del proprio rapporto col mondo. Come afferma Francesca R. Recchia Luciani, Carla Lonzi, sputando su Hegel, ha finito per essere cancellata dalla filosofia, con un’operazione di rimozione che ha obliterato l‘idea stessa di differenza sessuale. Tema ripreso da Ida Dominijanni, che ha sottolineato come Carla Lonzi abbia indicato quella tra uomo e donna come la differenza di base dell’umanità, ponendola a fondamento di una nuova storia. La differenza sessuale costituisce dunque l’atto iniziale di una rottura che sposta radicalmente il piano del riconoscimento e delle definizioni categoriali, tradizionalmente costruite sulla dialettica servo-padrone, amico-nemico ecc.

Ma sputare su Hegel significa al contempo sputare su Marx. In un periodo di grande effervescenza marxista, Carla Lonzi vedeva nell’annullamento della differenza sessuale il sintomo di un riduzionismo che finisce con l’impiantarsi in una prospettiva teorica ingenua e ipostatizzata. L’assolutizzazione dell’impianto teorico marxista impediva di accogliere la differenza ontologica essenziale, quella tra uomo e donna, come il nocciolo costitutivo di qualsiasi visione comprensiva. Così, nella tradizione filosofica che va da Hegel a Marx, la donna viene obliata, calata fuori dal piano storico e interpretativo del reale, per essere consegnata ad una dimensione ipostatizzata, fondata sulla naturalità delle relazioni. Il gesto di Carla Lonzi irrompe nella storia del pensiero per farvi penetrale il desiderio di riconoscimento, in cui anche la dimensione sessuale è implicata.

Per questo, come afferma Ida Dominijanni, il femminismo è una festosa scoperta, che dà voce al desiderio di una chiave di lettura della differenza. Il pensiero di Carla Lonzi è impostato sull’apertura, segnato dalla frequentazione dell’altro, del maschile. È un pensiero radicale, che risalendo all’origine genera nuovo pensiero. Il piacere, da questo punto di vista, è fonte di sapere e di verità. Eppure è stato ignorato ed escluso dalla comprensione del reale. È un aspetto profondo, essenziale, e in tale accezione è stato colto ad esempio da Lacan. Quest’ultimo riconobbe che lì c’è la chiave per la scoperta di una differenza ontologica, che non ammette riduzioni. Il godimento fallico è identitario, mentre quello femminile non è mai uno, è un eccesso.

Il femminismo, come emerge dalle parole di Federica Giardini, diventa allora un interpretare politico, la ricerca di un linguaggio che restituisca la vita. Prendere parola in modo creativo significa consentire il farsi della vita nel rapporto con l’altro, fuoriuscendo dalla categorizzazione rigida che, nel linguaggio, ci induce a prevalere sull’alterità, annichilendo la differenza. Quella di Carla Lonzi è stata un’operazione di verità attraverso la propria vita.

Il femminismo di Carla Lonzi, ripercorso nel convegno, emerge come un modo di irrompere della vita nell’ordine piatto che la sottomette a categorie normative, isterilendola fino ad annullarla. Ma c’è un elemento irriducibile al pensiero, un pulsare della differenza che evade la parola per farsi creazione di senso, aprendo spiragli di riconoscimento, di ricomposizione. A condizione di lasciar vivere la diversità, di farla respirare, riconoscendola come il nocciolo della rimodulazione del possibile.

L’individuazione del parricida

Daniele Balicco

Un parricidio compiuto è un libro che risponde, attraverso un’analisi puntuale dei testi marxiani della maturità, ad alcune domande generali: qual è il soggetto che muove realmente il capitalismo? A cosa serve davvero lo sviluppo tecnologico? L’emancipazione dei soggetti può essere pensata come individuazione? Questioni capitali che Roberto Finelli discute in un volume che andrebbe letto come la seconda puntata di un’opera filosofica in due atti: sul conflitto fra un padre particolarmente ingombrante (Hegel) e un figlio particolarmente impetuoso (Marx).

Nel primo atto di questo dittico – Un parricidio mancato (Bollati Boringhieri 2004) – Finelli aveva seguito la ribellione teorica del giovane Marx, pensatore ancora impronto, politicamente esuberante, che poco sopporta l’astrazione hegeliana, anche perché sedotto dal materialismo «ingannevole» di Ludwig Feuerbach. Con il secondo atto, la scena si sposta a Londra. Marx è ora alla British Library dove studia economia politica, storia tecnologica e storia sociale. Ha progressivamente abbandonato i suoi interessi filosofico-politici, per provare a costruire una scienza nuova: lo studio del capitale come astrazione reale.

Se è questa la posta in gioco, il confronto con Hegel – vale a dire con il più originale pensatore dell’astratto in età moderna – non può più essere eluso. Finelli mostra molto bene come, a partire da una breve sezione dei Grundrisse, Marx inizi a pensare il modo di produzione capitalistico come una sorta di Geist hegeliano. Vale a dire come un soggetto che «tende a pervadere e a ridurre a sé l’intera realtà e la cui attività consiste nel togliere tutto ciò che di esterno possa condizionarlo e limitarlo».

Come un Geist hegeliano, infatti, il capitale ha una natura astratta, sintetica, non percepibile dai sensi e non antropomorfica. Inoltre, proprio come lo Spirito della Fenomenologia, è un processo che pone da sé i presupposti del proprio operare, piegando le forme qualitative del mondo della vita alla logica solo quantitativa della sua crescita illimitata. Per questo Marx londinese, dunque, il soggetto della modernità non è più una classe sociale, come ancora nel Manifesto del Partito Comunista, ma un’astrazione reale: l’accumulazione illimitata di moneta.

Finelli insiste molto su come vecchie categorie concettuali (il concetto di divisione del lavoro o quello di feticismo) agiscano ancora sulla mente di Marx come veri e propri auto-fraintendimenti, rispetto al nuovo quadro teorico che andava scoprendo. Ciò nondimeno, è proprio questo strano territorio astratto, su cui regna la categoria di forza lavoro e la storia che l’ha portata a trasformarsi in una merce, il luogo dove il parricidio si compie. La lezione di Hegel è qui portata, infatti, fino allo scontro col suo stesso limite conoscitivo. Marx maneggia ormai la dialettica con lungimiranza.

Il passaggio chiave è la descrizione della comparsa della forza-lavoro come merce libera su un libero mercato. Per comprendere questo salto, che ha reso così diversa la società moderna da tutte quelle che l’hanno preceduta, il movimento sincronico della dialettica va abbandonato. Per capirlo serve una conoscenza storica. Bisogna ricostruire una diacronia che sia in grado di spiegare come la società europea sia riuscita, in pochi secoli, a generare lo strano mondo sociale del lavoro astratto. Gli strumenti teorici di Hegel, dunque, non bastano. Sincronia e diacronia, astrazione pura e ricostruzione storica puntuale vanno ora integrati in una scienza nuova. Il parricidio è compiuto.

Fra le pagine più interessanti del volume, andrebbero lette con attenzione quelle dedicate al rapporto fra macchine, tecnologia e forza lavoro. Finelli approfondisce con grande chiarezza l’abisso concettuale che separa tecnica da tecnologia. Abisso che buona parte della filosofia del Novecento ha ignorato. Soprattutto a causa dell’egemonia weberiana che ha letto il moderno come età dominata dalla tecnica, vale a dire da un sapere finalizzato al raggiungimento razionale di uno scopo. Ma la tecnologia è tutt’altro.

Il suo studio nasce in Germania in ambito amministrativo-politico nel XVIII secolo. Destinata alla formazione dei cameralisti, il suo scopo è quello di introdurre il metodo delle scienze naturali nelle procedure imposte dai burocrati ai lavoratori. È insomma una disciplina che deve garantire, attraverso un uso selettivo della scienza, il dominio del Principe sui sudditi. Quando Marx descrive il passaggio da manifattura a grande industria, non ha dunque in mente una teoria del macchinario come tecnica, ma come tecnologia; come un sistema cioè dove scienze naturali e comando sulla forza lavoro si integrano.

Un parricidio compiuto è però anche un libro di psicoanalisi filosofica, che in modo indiretto propone una teoria politica dell’individuazione. Secondo Finelli, l’egualitarismo greve di Marx non ha una carta da giocare in questa partita, a differenza di Hegel: il suo modello di antropologia dialettica va però integrato con la lezione psicoanalitica. La posta in gioco è altissima: il nodo hegeliano identità/alterità andrebbe riposizionato, secondo Finelli, tanto sull’asse orizzontale, del riconoscimento sociale, quanto su quello verticale, del riconoscimento intrapsichico.

Eppure, non dovrebbe forse una teoria politica dell’individuazione integrare, oltre alla psicoanalisi, l’insieme di quelle discipline (come per esempio alimentazione, arti marziali, arti erotiche, estetica, meditazione, ecologia…) che potenziano l’intelligenza del corpo contro lo strapotere della mente? Adorno nella Dialettica negativa sostiene che l’unica antropologia auspicabile è quella che farà dell’uomo un buon animale. Un animale individuato? La discussione resta aperta.

Roberto Finelli
Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel
Jaca Book (2014), 404 pp.
€ 35