Il nuovo volto del populismo

G.B. Zorzoli

Suona maledettamente obsoleto definire populista “qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto dall’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”, come si ostina a proporre il Devoto-Oli. Dopo Mussolini e Hitler, che hanno entrambi messo al centro del loro regime dittatoriale il rapporto diretto con il “popolo” - scelta diametralmente opposta al carisma cercato da molti autocrati del passato attraverso la separatezza assoluta, l’invisibilità, - la parola populismo ha tendenzialmente assunto una connotazione “di destra” (di qui, per esempio, il ritegno di molti, a sinistra, a utilizzare populismo per definire il regime peronista).

Nei fatti l’etichetta “populismo” viene oggi appiccicata a qualsiasi movimento che contrappone all’autoreferenzialità della classe politica (il berlusconiano teatrino della politica, Grillo scatenato contro i politici incapaci e corrotti), ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie (i “poteri forti”), le virtù naturali del popolo, per definizione turlupinato, ma incorrotto e ricco di tutte le virtù civiche. Perché un’operazione del genere abbia successo, è essenziale un leader dotato di potere personale e di carisma, in grado quindi di appellarsi periodicamente alle masse, scavalcando istituzioni e forme di rappresentanza delegata.

Chiunque fosse il destinatario dell’etichetta, la parola ha però continuato a conservare la sua connotazione sostanzialmente negativa. Per questo motivo, si esita a definire “populista” il modus operandi di papa Francesco. Eppure, come altrimenti si potrebbe descrivere il suo continuo scavalcare le gerarchie ecclesiastiche, annunciando in diretta al mondo intero le sue determinazioni, e stravolgere i rituali e le misure di sicurezza alla ricerca del contatto personale con la folla?

Le critiche a una chiesa troppo mondana, ai porporati che preferiscono lusso e privilegi, mentre “in un mondo in cui la ricchezza fa male, noi dobbiamo essere coerenti con la povertà”? Il suo rifiuto di vivere nell’appartamento papale? Le parole da uomo della strada con cui esprime i suoi concetti? Dal “a me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello" fino alla straordinaria definizione di “cristiani da pasticceria” per coloro che non si comportano come suggerisce l’esempio di san Francesco?

A completare il quadro, la popolarità, perfino la simpatia verso il suo modo di essere e di agire di una parte rilevante degli opinion leader non credenti, provano che papa Francesco è senza dubbio dotato del carisma necessario perché il populismo si inveri. Si potrebbe obiettare che al rapporto con la gente di papa Bergoglio manca l’altra caratteristica fondante ogni populismo., La critica alla “mondanità spirituale” che, secondo lui, contraddistingue una parte rilevante delle gerarchie ecclesiastiche, è infatti accompagnata da un monito, altrettanto forte, alla gente comune: la “mondanità spirituale minaccia ogni persona”.

“È l’idolatria, fatta di vanità, prepotenza, orgoglio, sete di denaro, indifferenza”. Si tratta però di una diversità, rispetto alla retorica del popolo buono che contraddistingue degli altri populismi, imposta dall’a priori dell’uomo peccatore, che regge l’intera Weltanschauung giudaico-cristiana. Nel linguaggio della fisica, è una transizione vietata.

A confermare che terreno fertile per il populismo sono i periodi di crisi istituzionali (il berlusconismo si manifesta con la fine della Prima Repubblica, il grillismo con il tramonto della Seconda), la sequenza di scandali - dai preti pedofili, allo IOR, ai Vatican leaks – accompagnata da non più occultabili scontri interni ai vertici vaticani, ha creato i medesimi presupposti, ma in linea di principio la potestà attribuita al pontefice e l’obbligo di obbedienza da parte di tutti i cattolici, in primo luogo della gerarchia ecclesiastica, rendevano non obbligato il ricorso al populismo.

Se il papa ha optato per questa soluzione, non l’ha fatto soltanto per ragioni caratteriali, come vuole farci intendere la vulgata dei media. È segno evidente del logoramento del potere papale, a tutto vantaggio di una burocrazia vaticana, al pari delle altre autoreferenziale.

La sfida di papa Francesco è appena incominciata e nessuno è in grado di sapere come andrà a finire. Certamente un risultato l’ha già ottenuto: la connotazione negativa di “populismo” è diventata meno credibile. Cambiamento semantico che, per tornare alle piccole faccende di casa nostra, giocherà a favore di Matteo Renzi nella sua corsa verso la leadership del PD.

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Christian Caliandro, L'orrore

La cultura delle destre

Elisabetta Ruffini

A chi provi ancora indignazione trovando il nome di Benito Mussolini nell’elenco dei cittadini onorari di una città della provincia italiana, e stupore nell’ascoltare ragazzini di una decina d’anni difendere tale scelta sulla base di esempi tratti da documentari televisivi e da visite guidate per la tutela del patrimonio, si può oggi suggerire la lettura de La cultura delle destre. Il saggio intende leggere il berlusconismo come una strategia culturale che aspira a un’egemonia in grado di «forgiare la fisionomia di una società» attraverso non solo la sedimentazione di «comportamenti e mentalità», ma anche la diffusione di «conoscenze e consapevolezze». E consente di riflettere sull’orizzonte culturale che dalla metà degli anni Novanta va definendosi nel nostro paese.

Il «comune denominatore della cultura delle destre di governo» passa, secondo Gabriele Turi, in primo luogo per «l’interpretazione della storia italiana» e per il «senso di appartenenza religiosa». Se i due temi caratterizzano da sempre la «formazione e l’identità profonda delle classi dirigenti del paese», da storico Turi tiene in particolare a concentrarsi sul primo. Il revisionismo diventa così il fulcro del libro, e viene indagato quale strumento per modellare la sensibilità collettiva e produrre consenso.

L’evanescenza dei confini tra conservatori ed estrema destra, che caratterizza l’esperienza berlusconiana, ha innescato un «edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini» che non alimenta una vera e propria nostalgia per il fascismo ma porta a cancellare la rottura dell’esperienza resistenziale. La continuità del percorso italiano è privilegiata a discapito delle differenze tra vinti e vincitori; mentre il processo di «pacificazione della memoria» procede attraverso un annullamento della complessità del passato.

Il discorso revisionista tende a un’idea di cultura priva di ogni dimensione dialettica, di ogni voce dissonante. L’attacco a una lettura comunista e marxista del passato, conseguenza della presunta occupazione delle istituzioni culturali da parte della sinistra, anziché rifiutare davvero un discorso retorico e ideologico si rivela il presupposto per la creazione di una «cultura nazionale» assai ben caratterizzata, se i suoi cardini ripropongono Dio-Patria-Famiglia: un’«ideologia che si richiama a valori semplici come la “cultura italiana” e la “tradizione cristiana”».

In questa prospettiva Turi analizza la politica della destra sulla scuola, in cui si inseriscono tanto la battaglia per la revisione dei manuali di storia quanto la difesa del crocifisso nelle aule, ma soprattutto mette in luce la riscoperta della «funzione connettiva» del ceto intellettuale: che si traduce in una rete di think tank e in un network di riviste e istituzioni in cui l’elaborazione di un discorso revisionista è la piattaforma di una rilettura del passato a uso della politica. Pur nella consapevolezza dell’eterogeneità di tali soggetti, e della differenza dei loro pubblici, la panoramica di Turi mette a fuoco, «attraverso l’intreccio di collaboratori, editori e centri di ricerca pubblici e privati, un progetto del centro-destra di espansione e occupazione di spazi culturali e politici».

Ci ritroviamo di fronte alla consueta battaglia della destra contro l’egemonia della sinistra comunista e marxista: storicamente anacronistica dopo l’89, certo, ma che qui tocchiamo nel suo potere di penetrazione in larghi strati dell’opinione pubblica quale forza culturale in grado di cancellare la dimensione antifascista dall’orizzonte mentale degli italiani.

Gabriele Turi
La cultura delle destre
Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia

Bollati Boringhieri (2013), pp.175
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Il Traghettatore

Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

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Maurizio Ferraris, L'eroe di sinistra
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L’eroe di sinistra

Maurizio Ferraris

Un giudizio analitico, secondo Kant, è quello il cui predicato è incluso nel soggetto. Ad esempio, «nessuno scapolo è sposato», oppure «ogni corpo è esteso» (non «ogni corpo è pesante», perché potrebbero esserci dei corpi non pesanti). In Italia e in Francia, «ogni intellettuale è di sinistra» è un giudizio analitico: non ci sono intellettuali che non siano di sinistra, tranne tipi come quello che, mi è capitato di leggere, «vestito di tutto punto, si spara un colpo al cuore sull’altare di Notre-Dame» (come se uno potesse entrare a Notre-Dame in mutande).

In Inghilterra e in parte in Germania, ad esempio, non è così: «X è un intellettuale di sinistra» è un giudizio sintetico, porta con sé un’informazione che non è compresa nel soggetto, perché in effetti possono esserci intellettuali di destra, nelle varianti rivoluzionarie, tradizionaliste, liberal-conservatrici ecc.

Questa differenza ha conseguenze rilevanti. Qualche esempio per restare sul concreto.
1. Nietzsche, Heidegger, Schmitt e Jünger, autori totalmente e apertamente di destra, diventano di sinistra appena attraversano la frontiera italiana o francese. 2. Il ritorno del culto dell’eroe e di un certo futurismo (lo schiaffo, la guerra come igiene del mondo…).
3. La passione per il mito, il fastidio per la ragione, l’odio o almeno la diffidenza per la scienza. 4. L’identificazione fatale tra «emancipazione» (che può anche essere del tutto individuale) e «rivoluzione» (necessariamente collettiva), per cui viene meno la differenza tra Robespierre e Sade.

Quando, «per la contraddizion che nol consente», diventa troppo difficile continuare a dichiararsi di sinistra, si dice che la ragione è uno strumento di dominio e di violenza e – soprattutto, venendo al dunque – che la sinistra è conservatrice. Doppio salto mortale. L’eroe sfida il sentire comune e assume il rischio dell’isolamento. E per amore della verità dice cose di destra, con la clausola che è tanto più di sinistra quanto più è di destra poiché la sinistra è conformista. Tutto questo sembra perfettamente in linea con l’etica dell’eroismo: non è proprio come spararsi a Notre-Dame, ma ci si avvicina, visto che, almeno in teoria, è mettersi contro la propria casta in nome dei propri principi.

Vorrei rassicurare l’eroe: il rischio è puramente teorico, perché la caratteristica fondamentale dell’Italia è di essere un paese di destra. Ci si stupisce sempre, ma è così. Il senso della collettività è largamente superato dall’individualismo e dal familismo amorale. Quando il Pci è stato al suo massimo, non rappresentava che un terzo degli elettori. Dall’Unità a oggi il prevalere di governi di destra non ha paragone, non dico con la Francia e l’Inghilterra, ma con la Germania e la Spagna.

E per i più (intellettuali e non) dichiararsi di sinistra, o almeno non dichiararsi di destra, è stato l’equivalente di dichiararsi cattolici in tanti altri secoli. Più o meno con la stessa convinzione e motivazione di Guicciardini: «El grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martin Luther quanto me medesimo».

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Elezioni a 5 stelle

G.B. Zorzoli

Il film andato in onda il 24 e il 25 febbraio ha riproposto in parte un copione già visto. Come nel 2006 il centro-sinistra ha visto il largo margine di vantaggio iniziale logorarsi progressivamente nel corso della campagna elettorale, e alla fine è riuscito a spuntarla per un pelo al fotofinish (oltre tutto, solo alla Camera).
Questa volta la rincorsa del centro-destra si è però realizzata adottando il passo del gambero. Più che i cali percentuali, sono significativi i voti persi complessivamente dai due schieramenti: circa 11 milioni rispetto al 2008 (quando si parla di “successo” di Berlusconi, vanno messi nel conto i 6 milioni di voti su 11 di spettanza del PdL). In parte minore dovuta ai cali di votanti, questa vera e propria frana è stata soprattutto provocata dalla parte completamente nuova che nel film ha recitato il Movimento 5 Stelle, non a caso al centro di gran parte delle pensose valutazioni dei media e dei politologi di passaggio.

Valutazioni che per lo più mi hanno lasciato perplesso. Per una circostanza affatto occasionale, ho trascorso un’intera serata a discutere di alternative energetiche con una trentina di candidati del M5S. Di conseguenza, mi riesce difficile rinserrare le opinioni che ho tratto da questa esperienza entro gli schemi interpretativi, anche i più articolati, che ho letto a valle dei risultati elettorali.

Temo che l’età media degli osservatori esterni renda alquanto ostico cogliere l’universo grillino in tutto il suo spessore e nella sua, non solo ostentata, diversità. Onestamente, anch’io non penso di essere andato oltre qualche intuizione. Contro questo limite rischia di infrangersi anche la peraltro generica apertura manifestata dal PD (già parlare di scouting è stato un errore madornale). Generazionalmente parlando, in teoria potrebbe riuscirci uno come Renzi, ma la sua eventuale leadership trasformerebbe il PD nella versione XXI secolo del Labour di Blair, difficilmente accettabile dal M5S, al cui interno non mancano difformità di opinioni, ma comune a tutti è l’istintiva capacità di annusare la riverniciatura fatta frettolosamente per rifilarti come nuova la merce usata.

D’altronde, se la situazione parlamentare sembra a rischio paralisi, nel paese la partita è stata raramente così aperta e in movimento. Anche se nessuno, nemmeno il M5S, dispone di una bussola affidabile. Le novità che esso ha portato in un sistema politico sclerotizzato, sono infatti ambivalenti. La molteplicità delle esperienze e delle opinioni che circolano al suo interno, proprio perché prive di una sufficientemente lunga storia in comune, corrono il rischio di tradursi in un caos progettuale e organizzativo; da qui la tentazione, forse la necessità, di accentuare il controllo da parte del vertice. Riproponendo l’infelice uscita di un leader del ’68, una stretta bolscevica per salvare il movimento, col risultato, probabilmente, di strangolarlo nella culla.

D’altra parte l’assenza di interlocutori esterni, credibili perché in grado di leggere senza lenti deformanti la realtà sottesa al M5S (che non è non interpretabile con strumenti analitici tradizionali), aumenta la sua tendenza all’autoreferenzialità e all’autocompiacimento, già amplificati dal successo elettorale. E delle vertigini del successo (famigerata metafora staliniana) sono lastricati i peggiori disastri dei movimenti di sinistra (o sedicenti tali) nel corso del XX secolo.

A scanso di equivoci, il M5S non è classificabile di sinistra (e nemmeno di destra), ma questa non appartenenza alle classificazioni tradizionali non riduce affatto il pericolo che ripercorra gli stessi errori di troppi movimenti radicalmente innovatori. Ipotesi nel caso specifico particolarmente catastrofica, perché per la seconda volta in meno di cinquant’anni sarebbe la generazione dei giovani a pagarne lo scotto e a patirne le delusioni.

Monti. O Il Gattopardo

Lelio Demichelis

Molte parole, molte promesse. E molta ideologia. Con molte parole-chiave utili per la propaganda neoliberista: competitività, merito, crescita, mercato, liberalizzazioni. Un’Agenda, quella di Monti – la nuova come la vecchia – in realtà del tutto svincolata dalle leggi della realtà: una realtà fatta di -4,4% in un anno del potere d’acquisto degli italiani, di disoccupazione che cresce in tutta Europa, di un 40% di famiglie italiane che fatica ad arrivare a fine mese. Una realtà sociale drammatica che l’Agenda però di fatto de-rubrica sotto la voce: necessità (dettata da mercati e Ue).

Neoliberismo allo stato puro. Un neoliberismo biopolitico che dagli anni Ottanta ha imposto – conquistando l’egemonia sulla base di un corrotto concetto di libertà individuale e di edonismo/godimento illimitato – la sua surrealtà, poi ri-declinata in austerità, impoverimento e disciplina sociale. Un neoliberismo che vive – facendoci vivere – in una bolla ad alto tasso di arroganza (la sua) e nella «presunzione di verità» delle proprie congetture (gli algoritmi dei mercati, i moltiplicatori dell’Fmi, la mano invisibile), inattaccabili anche dalle più evidenti confutazioni.

Surreale, dunque anche la nuova Agenda-Monti. Perché è surreale e quindi falso scrivere che il processo di integrazione europea ha subito una accelerazione grazie alla crisi (è accaduto il contrario). È surreale leggere che: «La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane», quando la crescita e il benessere dell’Europa, nei decenni passati sono venuti solo grazie a politiche keynesiane e non liberiste. È surreale insistere sulla (presunta) razionalità del pareggio di bilancio strutturale, se perfino il Fondo monetario ha dovuto infine ammettere che politiche di austerità basate sulla riduzione della spesa pubblica hanno effetti pesanti su reddito, domanda interna e sulla stessa competitività di un paese – per cui, si dovrebbe dire, non meno spesa pubblica ma più spesa pubblica (e ovviamente: buona spesa pubblica). Così come è surreale leggere che ricerca e istruzione sono i «motori della crescita»; o l’invocazione a maggiori liberalizzazioni dei servizi pubblici (dimenticando il no degli italiani al referendum sui beni comuni). Surreale, ancora, è voler decentrare ulteriormente la contrattazione sindacale e quindi i diritti, estendendo il devastante modello Marchionne-Bonanni-Angeletti.

Monti, dunque, come Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: per il quale tutto deve cambiare (in apparenza, con la crescita dopo la recessione, con la nuova agenda dopo la vecchia) perché nulla cambi, cioè il tecno-capitalismo. A Monti tecnocrate, poco interessa la distinzione tra destra e sinistra (cosa appunto del passato), essenziale è che destra e sinistra, ormai indistinguibili, e seguano ciò che l’apparato tecnico-capitalistico, nella sua irrefrenabile volontà di potenza e Monti come suo funzionario richiedono. Perché il capitalismo è trasformista per natura, cambia incessantemente per non cambiare nulla della sua essenza fatta di profitti, di accrescimento di sé come apparato di messa al lavoro e al consumo della vita degli uomini e di nichilismo, portando tutto a niente, uomini e società.

Occorre dunque e urgentemente cambiare Agenda, quella di Monti ma anche quella di Bersani&Vendola, troppo simili tra loro. In nome della società; dell’autonomia dell’individuo contro l’eteronomia indotta dal neoliberismo ma anche del comune; del futuro e della responsabilità. La nuova Agenda è già pronta, si chiama Costituzione. Dove chiarissimo è non solo il programma (termine preferibile ad agenda), ma anche la distinzione tra progresso (la Costituzione) e conservazione (ancora Monti e la sua Agenda).

O tra sinistra e destra – e qui vale ricordare quanto scriveva Pasolini, che la destra vuole lo sviluppo (oggi diremmo la crescita) – ovviamente, questo sviluppo, solo quantitativo – mentre la sinistra vuole il progresso («nozione ideale, sociale e politica») con valore ovviamente qualitativo. Il problema, ancora Pasolini, è che la sinistra poi confonde il progresso con lo sviluppo (oggi: con la crescita). E invece la sinistra deve evitare di rincorrere Monti, rivendicando nuovamente la distinzione tra destra e sinistra, che esiste e che è più viva che mai. Uscendo dalla sua ormai patologica paura di vincere.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.