Derive del desiderio

Augusto Illuminati

Dieci anni fa moriva prematuramente Fernando Iannetti, dopo una vita dedicata non solo alla filosofia e alla psicoanalisi (si era formato con Lacan, Deleuze e Guattari), ma anche alla passione politica, ivi compresa una non breve carcerazione preventiva da cui uscì assolto. Giovanni Sgrò ne ha ora selezionato alcuni scritti degli anni ‘80-’90, dispersi in riviste o libri oggi difficilmente reperibili, e li ha raccolti organicamente in un’agile pubblicazione che li ripropone a una nuova generazione (Fernando Iannetti, Derive del desiderio e metamorfosi del soggetto.
Per una nuova critica del politico,
Cronopio, 2012, pp. 207)
.

A suggello del primo saggio della raccolta, dedicato a Kant e Rousseau, l’autore conclude programmaticamente che la ragione dev’esserlo del senso e non solo sul senso, dal momento che lo slittamento nell’irrazionale dipende proprio dalla sua scissione dal senso, cioè da una cattiva astrazione, che disconosce l’attività umana sensibile, inibendo nel contempo la critica della politica e il costituirsi dell’individuo sociale.

Questo è in effetti il programma che Iannetti svolge nei saggi successivi, con una serrata critica del post-moderno degli anni ’80 e del suo sostanziale nichilismo, nelle due varianti del pensiero debole di Vattimo e del decisionismo infondato alla Cacciari. Farla finita con il soggetto, con la metafisica e la dialettica, anzi dichiararli già estinti sembra la via più rapida per sbarazzarsi del fallimento delle vecchie ideologie e forgiarne una nuova di zecca – la solita fine delle ideologie, annunciata ricorsivamente da tempi immemorabili.

La crisi della ragione sbocca su un versante nel convenzionalismo epistemologico e nel decisionismo politico, sull’altro nella mitologizzazione delle differenze in una prassi artistica, di piccola democrazia del valore d’uso: Italienische Ideologie, afferma marxianamente l’autore, ignaro che un decennio più tardi avrebbe invece trionfato il termine (apologetico e anglicizzato, of cause) di Italian Theory. Piccolo e grande nichilismo (le due variante sopra indicate) «lasciano il tempo che trovano» – osserva pungente Iannetti – e la rimozione di una politica, che purtroppo era stata ridotta in epoca pseudo-materialista a una «folle mimesi dell’ideologia borghese fondamentale dello Stato», nonché la crisi di una ragione concepita come Ragion di Stato, lasciano emergere il rimosso, l’Altro, l’inconscio, ma nella sua frammentazione dialettale. L’iper-politico e la fine del politico nel crepuscolo dell’imperialismo dell’astratto. Alla crisi della teleologia si contrappone l’apertura del soggetto alla possibilità.

Il terzo saggio (l’originale francese è del 1990) declina il filone precedente nei termini di una critica dell’astrazione, che tuttavia non scambi l’immediato per il vero e non schiacci la razionalità sulla governabilità, compensando l’autoritarismo con una socializzazione narcisistica dei sudditi. La ragione va piuttosto ri-legittimata attraverso un percorso doloroso e senza sconti, prendendo le mosse dalla centralità dell’angoscia nella costituzione subalterna del soggetto ma rovesciandola nella ricostruzione critica del politico, individuando la connessione essenziale tra l’infelicità degli uomini nel mondo moderno e la contrazione della razionalità nel dominio.

Nel cinismo post-moderno trionfa un paradossale individualismo senza soggetto, in cui il presunto senso della realtà coincide con la cancellazione della dimensione della possibilità, la capacità di pensare modificabile ciò che già è e di considerare, a volte, più importante ciò che non è ancora. Il quarto saggio (2001), che anticipa il tema oggi assai dibattuto di una società senza padre, riprende infine in ambito più strettamente psicoanalitico i grandi temi liberatori del conflitto e del desiderio contro ogni patogenesi della normalità narcisistica e risentita. Ai saggi sono intervallate alcune poesie, che testimoniano l’approccio “sensibile” alla razionalità in crisi.

Giovedì 16 maggio, ore 17.30, presso il Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro, ex convento San Lorenzo, v. De' Renzi, Salerno, nel decennale della scomparsa di Iannetti che in quella città visse e lavorò, “Amici di Nando Iannetti” e il “Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro” promuovono un incontro sul tema "Poesia e Rivoluzione" attraverso l’opera di quattro grandi che hanno cantato la lotta per un mondo di liberi e di uguali: Vladimir Majakovskij, Nazim Hikmet, Bertolt Brecht, Franco Fortini. Interventi dell’assessore E. Guerra, di L. Napoli, responsabile Archivio Generale,
A. D'Angelo, responsabile CDPL, V. Massimo, sociologo. Letture e musica a cura di
C. Roselli 
e I. Canto.

Maschile plurale

Alberto Leiss

Massimo Recalcati ha interpretato la crisi della sinistra come frutto dell’incapacità di gestire un tipico conflitto edipico. I “padri” (Bersani, D’Alema ecc.) non hanno saputo vedere l’esigenza di un passaggio simbolico del testimone ai figli (Renzi). E d’altra parte anche i figli, imbracciando la bandiera della “rottamazione”, hanno irrigidito il conflitto negando ogni riconoscimento. Così lo scontro simbolico si imbarbarisce e, come si è visto, non produce nulla di buono.

Ma anche spostando lo sguardo sugli altri attori della politica, le cose non vanno molto meglio. Berlusconi è un “padre Duce”, senza discendenza e politicamente sterile. E Grillo si presenta come un “padre-ragazzo”, che si maschera da adolescente e parla il linguaggio semplificato degli insulti. Starebbe ai suoi giovani figli il compito di “farlo ragionare” per il bene della democrazia…

Recalcati sembra non vedere che il vero limite di tutte queste situazioni descritte è l’esclusivo protagonismo di figure maschili. Penso che siamo nel tempo in cui l’autorevolezza della politica, come qualunque altro “potere” che ha bisogno di credibilità, può costituirsi solo riconoscendo pienamente il ruolo delle donne, delle madri e delle figlie. Il diaframma tra pubblico e privato, personale e politico, oikos e polis, è caduto irreversibilmente.

Le clamorose dimissioni del Papa hanno alzato il velo anche su questa realtà. Ma la Chiesa cattolica ha il pregio di rendere esplicito il valore fondante per il potere di un “separatismo” maschile che è stato finora praticato, anche se in forme meno consapevoli e meno liturgicamente appariscenti, in tutti i luoghi in cui il potere si esercita: partiti e istituzioni, accademie, giornali e tv, eserciti, industrie e banche.

Un potere che però sembra fallire clamorosamente. Una parte del femminismo italiano ha teorizzato da tempo la “fine del patriarcato”, di cui vedremmo qui i sintomi. Una traduzione mediatica un po’ banale è la ricorrente “crisi del maschio”. Maschi accecati dal rancore che diventano violenti. Maschi attanagliati dalla paura che fuggono dalle proprie responsabilità, mentono su se stessi, restano adolescenti insicuri. Un dato comune di fragilità e di incapacità al cambiamento di sé che descrive una nuova “questione maschile”. Ma è proprio vero che il destino di noi uomini sia oggi condannato all’arroganza fallimentare del potere, o all’insignificanza di un ripiegamento malinconico?

In realtà da anni esiste anche in Italia una rete di gruppi di uomini e di singoli che hanno sviluppato una riflessione critica sui modelli maschili dominanti. “Abbiamo iniziato - dice un testo che con gli amici di Maschileplurale abbiamo messo al centro di un incontro pubblico e di una discussione in rete - prendendo la parola, come uomini, contro la violenza maschile sulle donne. Ma la violenza è parte di un universo culturale condiviso non solo dai violenti: per contrastarla è necessario mettere in discussione il nostro immaginario, la nostra idea delle relazioni tra i sessi, le nostre aspettative e proiezioni nei rapporti con le donne e con gli altri uomini. Oggi sentiamo la necessità di andare oltre la denuncia della violenza e delle sue radici e costruire un percorso in grado di dare voce al desiderio di cambiamento di noi uomini”.

Nessun equivoco edificante: uomini buoni contro uomini cattivi. Ma ricerca e verifica di un mutamento possibile. Di un desiderio che si esprime anche nella voglia di molti giovani maschi di un modo nuovo di essere padri, di impegnarsi nei lavori di cura che vengono finalmente riconosciuti come essenziali per lo stare al mondo, al di là dei ruoli stereotipati di genere. Non è cresciuta ancora una corrispondente capacità di esprimere queste novità come fatto collettivo, pubblico, di farne un conflitto leggibile con l’esistente. Di tradurlo, in definitiva, in un fatto politico. Capace di cambiare davvero lo stato presente delle cose.

Mio fratello è figlio unico - Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini?
Con questo titolo noi di Maschile Plurale proponiamo un incontro pubblico tra uomini e donne a Roma, il 16 e 17 marzo prossimi.
Vorremmo aprire una discussione sul mutamento delle relazioni tra i sessi e sul rapporto tra questo mutamento e ciò che intendiamo per politica.

Sabato 16 marzo 10-13,30 – 15-19 _Domenica 17 marzo 10-13,30.
Nei locali dello SCUP (via Nola 5) Roma - S.Giovanni

Oportet

Alberto Leiss

“Qu’ une bàtarde de catin / a la cour se voie avancée, /que dans l’amour et dans le vin/ Louis cherche une gloire aisée, / ah! Le voilà, ah! Le voici / celui qui n’en a nul souci”.

La canzoncina parla di una  “bastarda di sgualdrina” favorita a corte, e di un Luigi XV che cercava gloria nel sesso e nel vino, e non si preoccupava d’altro.  A Parigi, nei decenni che precedono la Rivoluzione, c’è una vera esplosione di canzonette, libelli, cartigli, pettegolezzi orali che si diffondono grazie a un capillare sistema mediatico e che prendono di mira i costumi dissoluti della corte. Protagoniste alcune favorite del re, come la Pompadour e la contessa du Barry, la cui origine sociale oggi potrebbe agevolmente rientrare nella categoria “escort”. Leggi tutto "Oportet"

Le leggi del desiderio

Alessandra Corbetta

Non sarà annoverato tra i capolavori della cinematografia italiana, ma il nuovo film di Silvio Muccino Le leggi del desiderio, nelle sale dal 26 febbraio, porta sotto i riflettori un tema che necessiterebbe, invece, di essere passato in rassegna dalla riflessione contemporanea tout court.

Nell’epoca delle passioni tristi, per riprendere la celebre espressione di Miguel Benasayag, cosa significa desiderare? O meglio, desiderare è ancora possibile? Il verbo desiderare, di derivazione latina, può assumere due significati contrapposti, ma ugualmente legittimi, in base alla valutazione del de: “fissare attentamente le stelle”, se viene inteso come intensivo; “distogliere gli occhi dalle stelle”, nella sua accezione di allontanamento.

Attivo e passivo dunque, com’è infatti il desiderio che ci attrae, ci attira, ci mette in tensione verso qualcosa ma che, allo stesso tempo, ci seduce, ci rende inermi. Desiderio che per essere tale necessita di attesa, di inventiva, di creazione, di mobilitazione cerebrale ed emotiva, di apertura all’altro per non trasformarsi in mero godimento, rapido, fine a se stesso, non riempitivo, egoista.

Giovanni Canton, carismatico trainer motivazionale impersonato con efficacia dallo stesso Muccino, sembra conoscere le leggi che lo governano, leggi che se messe in pratica possono condurre al raggiungimento dei traguardi personali di ognuno, siano essi relativi al potere, al lusso, al denaro o perfino all’amore. Le leggi del desiderio, appunto. Muccino tematizza e schematizza così la figura del life coach che, guru o ciarlatano che sia, costringe a ragionare sull’applicazione dello scientismo, oggi dictat imperante in ogni sfera dell’agire umano, anche al campo del desiderare.

Niente isola sperduta di Saramago, niente utopia, nessuna incertezza ma solo metodo, rigore, impegno, cosicché a ogni causa il suo effetto e a ogni problema la sua soluzione. E poi le fasi, spiegate da Canton alla lavagna: prima il modellamento, il rispecchiamento dopo, la convinzione, ed ecco il desiderio prendere le sembianze della realtà.

Non conta sperare, pregare, sognare, immaginare, aspettare, osservare; ciò che importa è l’implementazione delle norme e il perseguimento ottimale del modello preimpostato, pregno di determinismo. È ancora possibile desiderare? Desiderare senza soluzioni preconfezionate, senza la certezza che il desiderio si avveri, desiderare come capita, come viene, cambiando magari, in corsa, l’oggetto del desiderio?

Muccino, che per dare spazio alla tradizionale storia d’amore, con tanto di corsa finale all’aeroporto, mette per un attimo da parte la questione, sembra però, in ultima battuta, rispondere in maniera affermativa al quesito. Canton, l’esperto motivatore degli animi umani, ammette l’impossibilità di far piegare le leggi del desiderio a quelle del metodo scientifico, riafferma l’importanza dell’auto-direzione di contro agli accattivanti tentativi di etero-direzionamento da lui stesso sostenuti, riscopre in prima persona l’insondabile complessità dell’essere umano che può ancora desiderare a patto che rammenti a se stesso di essere umano.

Le leggi del desiderio, al di là del romanticismo da piacevole commedia italiana, ci ricorda, come dice la voce fuori campo a inizio proiezione, che “il desiderio è ciò che muove il mondo”; ma Muccino ci ricorda anche che il mondo si muove sotto la spinta di un desiderio istintivo, passionale sul quale la scienza non può che limitarsi a dare consigli.

L’erba vorrei. Lea Melandri

Vorrei. Dell' "erba voglio" si dice proverbialmente che non cresce neppure nel giardino de re. Eppure c'è stato un tempo, una stagione "breve, intensa ed esclusiva", in cui è comparsa nei luoghi più impensati: dalla scuola alle fabbriche, agli interni di famiglia. Tra gli anni '60 e '70, nella fase di massima espansione della società dei consumi, che prometteva cibo in cambio di una dipendenza incondizionata, due "soggetti" tenuti per secoli ai margini della storia - i giovani e le donne - hanno dato prova di una straordinaria "creatività generativa", destinata a cambiare il volto della politica e dell'idea stessa di rivoluzione.

Con loro hanno fatto ingresso nella polis le categorie del "desiderio" e della "felicità", guardate con sospetto dalla sinistra parlamentare ed extraparlamentare perché ritenute meno materialistiche di quella del bisogno, e hanno aperto prospettive inedite al "tragico" dualismo che ha diviso e contrapposto privato e pubblico, individuo e società, natura e cultura, destino del maschio e della femmina. Elvio Fachinelli, originale interprete del '68, in un articolo uscito sui Quaderni piacentini nel febbraio dello stesso anno, così definiva il "desiderio dissidente": una "diversa logica di comportamento rispetto al reale e al possibile, contrapposta alla logica del soddisfacimento dei bisogni fino allora dominante".

Il desiderio e la dissidenza oggi sembrano essersi inabissati nella bocca vorace di una civiltà che, pur dando segni di visibile decadenza, macina ogni segnale di cambiamento, ogni forma nuova di socializzazione, ogni sapere che non sia funzionale alla sua conservazione. Il venir meno dei confini tra vita e politica, anziché portare all'evidenza i nessi, che ci sono sempre stati, tra due poli astrattamente divisi dell'esperienza umana, sembra aver prodotto un amalgama difficile da districare, ma proprio per questo destinato a muovere resistenze, prese di distanza individuali e collettive.

A lasciare aperta la speranza è ancora una volta la lettura che Fachinelli fece dell' "utopia" di Walter Benjamin: "esigenze radicali", di cui si può dire che rappresentino in un particolare momento storico il "possibile attualmente impossibile", e che per questa stessa ragione si ripropongono nel tempo a venire, chiedendo risposte e soluzioni. Che la crisi economica sia anche la crisi di un modello di sviluppo e di una civiltà che ha avuto come protagonista unico il sesso maschile, che la sessualità sia parte essenziale non riconosciuta della vita pubblica, dei suoi poteri, della sue istituzioni, dei suoi linguaggi, sono acquisizioni oggi presenti nelle coscienze di uomini e donne, più di quanto la generazione del '68 potesse immaginare. Il "primum vivere", che viene dalle teorie e pratiche originali del femminismo, trova paradossalmente nell'orizzonte chiuso di chi dice di non avere futuro, la sua spinta più forte e più convincente.

Chi ha seguito un'altra logica, un altro ritmo, non può fallire e scomparire per sempre. Attualità e inattualità, presente e passato, continuità e imprevisto, intelligenza personale ed elaborazione collettiva, non ubbidiscono a "passaggi meccanici". Il rimando reciproco non è quello di causa-effetto e del discorso lineare, ma dei movimenti improvvisi, della frattura. A tenerli insieme è la possibilità della "ripresa" aperta a nuove, impensate soluzioni. Non resta che sperare che la logica del desiderio, come la "passione" di Marx, la spinta ad autorealizzarsi da parte dell'uomo, lavori sotterraneamente, da vecchia talpa, e torni a sorprenderci, quando meno ce lo aspettiamo.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimeranno un  loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno (dal 6 al 16 agosto) con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.