Hamburger

L’hamburger omologa il mondo, ma quello che illustreremo, no. Più della metà dei panini consumati negli Stati Uniti, secondo John Mariani, lo prevedevano e lo prevedono, e le sue varianti, quali il vegeburger, ne assicurano l’indiscusso valore simbolico. Siccome non ha stagione e fornisce calorie anche tiepido, lo consideriamo degno di figurare il 17 agosto, purchè si colga l’occasione per sperimentarlo nella sua diversità. Ripartiamo dalla Germania e da una ricetta socialista, servendolo in tavola. Quale forma deve avere? quella di una bistecca.

E il pane? niente, perché non è un panino americano. Semmai carne antimperialista. Ci fornisce la ricetta La cuoca rossa pubblicata da DeriveApprodi nel 2003, ed ora riedita con La cucina impudica e La cuoca di Buenaventura Durruti, e le prefazioni di Luigi Veronelli. Per l’identità delle cuciniere rimandiamo al nuovo volume; per la riuscita della ricetta, alle vostre prove. Non vi abbiamo trovato citato il nome di Bismarck associato all’uovo, ed era il minimo per una cuoca rossa, anche se i tedeschi hanno imposto il cognome del cancelliere ad un guazzabuglio di cibi e bevande, dai panini all’aringa e alla cipolla, alle miscele di champagne e birra per combattere l’ubriachezza.

Hamburger

Ho quasi litigato con Whilelm per il nome hamburger, lui voleva che li chiamassimo alla russa, cioè bitok, e ne voleva fare un caso politico. In ogni modo non li facciamo rotondi come a New York, ma a forma di bistecca. Ci vuole una cipolla ad hamburger, per ogni hamburger 200 grammi di filetto di manzo. Tritate finemente la cipolla e cocetela a fuoco dolce con una noce di burro facendola imbiondire senza rosolare. Ripulite la carne dal grasso, dalla pellicola e dalle parti nervose, poi tritatela finemente. Conditela con sale e pepe macinato al momento aggiungeteci la cipolla e impastate il tutto. Sagomate con l’impasto la forma di una bistecca e cocetela nella padella in cui sono appassite le cipolle, aggiungendo un’altra noce di burro. Appena è pronta sistematela in un piatto caldo e deglassate il fondo della padella con un cucchiaio di brodo di vitello. Versatelo sulla carne e servite guarnendo il piatto con un uovo al tegamino e un paio di cetrioli sotto aceto.

*Lo speciale ricettario estivo di alfa+più è a cura di Alberto Capatti

Europa mon amour

Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

La situazione attuale

L’Europa si sta impoverendo. I poteri forti stanno trascinando le classi lavoratrici verso la rovina. Sono gli agenti di un sistema definito dai principi del massimo profitto e della concorrenza. Si tratta di un sistema instabile che può sopravvivere soltanto finché continuerà a espandersi in maniera spasmodica: in pochi continueranno ad arricchirsi attraverso la progressiva espropriazione, lo sfruttamento e l’immiserimento della maggioranza. Una dinamica che rischia di subire una battuta d’arresto a causa del crollo dei profitti, per questo le classi dominanti corrono ai ripari per mantenere ben salde le disuguaglianze e accelerare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali.

Il risultato saranno fenomeni complessi di precarizzazione e impoverimento di massa. Le classi subalterne si vedranno deprivate dei loro fondamentali diritti all’esistenza e saranno costrette a sopportare la pressione di una disoccupazione sempre crescente, insicurezza sociale e rapporti di lavoro sempre più malpagati e limitati nel tempo.

Da quando è iniziata la grande recessione, tra il 2007 e il 2009, il processo di impoverimento europeo ha raggiunto una nuova dimensione. Il numero dei disoccupati è cresciuto costantemente: si parla oggi di 26,2 milioni di persone (10,8%) in tutta l’UE e di 19 milioni di persone (12,0%) nell’eurozona. Di questi disoccupati, rispettivamente il 23,6% e il 24,2% sono giovani tra i 15 e i 24 anni. La loro ripartizione geografica varia notevolmente. In alcuni Paesi periferici, la soglia di disoccupazione è ben sopra la media, così come in Grecia (27%), Spagna (26,2%), Portogallo (17,6%) e Irlanda (14,7%).

Particolarmente drammatica è la situazione dei giovani disoccupati. Già negli anni precedenti, dopo la deregolamentazione dei rapporti di lavoro, si erano visti negare l’accesso a un posto fisso, equamente retribuito. Ora i giovani stanno perdendo anche le occupazioni a breve termine e malpagate: soltanto in Spagna, dall’inizio della crisi, due milioni di giovani precari sono finiti in mezzo a una strada. Per loro e per tutti gli altri disoccupati europei questo destino è più di un episodio biografico: caratterizzerà la loro vita per decenni. In tutta Europa, sta emergendo l’idea di una generazione perduta, deprivata delle premesse elementari per l’inizio di una vita autonoma. In Grecia, al momento, l’80% dei giovani sono tornati a vivere a casa dei loro genitori.

La demoralizzazione sociale è una diretta conseguenza di questa situazione finanziaria: negli Stati periferici il numero di suicidi è drammaticamente aumentato – nei quartieri più poveri si diffondo prostituzione, microcriminalità, violenza domestica e tossicodipendenza. In tutta Europa, le associazioni neofasciste approfittano dell’autodistruzione sociale ed economica delle democrazie rappresentative per ottenere consensi con discorsi demagogici e atti di violenza contro i rifugiati e le minoranze. Giocano al vecchio gioco del fascismo: si appropriano delle lotte sociali e le portano avanti attraverso i canali di una politica di odio razziale e nazionalista fino allo stremo.

Cosa ha dato origine a questo cambiamento? Quali fattori e avvenimenti hanno aperto la strada al nuovo impoverimento di massa? Le motivazioni all’origine di tale fenomeno sono molteplici. In parte sono da ricondurre all’esito di eventi mondiali, ma in parte anche a fenomeni specifici dell’Europa, le cui radici risalgono agli anni Settanta.

Gli sconvolgimenti globali nati negli anni Settanta

All’inizio degli anni Settanta, vi sono state profonde mutazioni, dal punto di vista economico, finanziario e politico, provocate soprattutto dall’egemonia statunitense, con conseguenze a livello mondiale. Tra il 1971 e il 1973, l’amministrazione Nixon, sotto la spinta dell’inflazione interna e delle spese militari dovute alla guerra nel Vietnam, sospese la convertibilità del dollaro in oro. La valuta di riserva ufficiale del sistema Bretton-Woods divenne ufficiosamente la valuta corrente, mentre il tasso di cambio stabilito a livello internazionale variò totalmente. Da quel momento in poi, i protagonisti del mercato dei cambi cominciarono a determinare il mutevole andamento della valuta. Con l’onda d’urto del crollo del sistema Bretton-Woods nell’autunno del 1973, e la caduta dei prezzi del petrolio durante la guerra del Kippur, si giunse a una crisi dell’economia mondiale che due anni più tardi sarebbe sfociata in una stagnazione globale.

È in questo quadro economico e politico che è cominciata una nuova era. Significativi furono i nuovi strumenti tecnologici, quali il microchip e la nascente informatizzazione, che dagli inizi degli anni Settanta la dirigenza delle imprese ebbe a disposizione. Nel contesto caratterizzato dall'innovazione tecnologica, le aziende non tralasciarono inoltre di decentralizzare i complessi di produzione, altamente concentrati, dei rami strategici più importanti. Separarono la forza lavoro concentrata in un solo punto e la sottoposero alle rinnovate tecnologie di produzione, indebolendo in questo modo il potere di contrattazione collettiva degli operai.

La conseguenza di questa frammentazione transcontinentale del lavoro in differenti componenti produttive provocò un sensibile aumento del grado di sfruttamento dei lavoratori. In questo contesto giocarono un ruolo importante anche le rivoluzioni tecnologiche nel settore dei trasporti: la larga implementazione del sistema dei container rese possibile completare la catena di trasporto intercontinentale e abbassare i costi di spedizione a tal punto che il dislocamento degli investimenti e degli impianti dall’altro capo del mondo divenne remunerativo.

Nel cuore del sistema mondiale, dopo la sconfitta delle lotte dei lavoratori degli anni Settanta, cominciò tuttavia un conflitto prolungato e sotterraneo. Le classi e i gruppi operai non erano ancora pronti ad accettare passivamente la silenziosa ma costante de-industrializzazione e la continua disoccupazione a essa associata. Questi conflitti, silenziosi e poco presenti nei dibattiti pubblici, ebbero il risultato di sminuire il crescente profitto portato dalla destrutturazione. I possessori di capitali e i promotori della ramificazione economica cominciarono perciò a cercare ulteriori possibilità di guadagno. Nello stesso tempo, rivolsero l’attenzione anche a una nuova scuola dell’economia di mercato radicale che si stava sviluppando e che, dopo che la controrivoluzione in Cile era stata messa alla prova per la prima volta, anche Margaret Thatcher e Ronald Reagan, stavano adottando.

Per prima cosa questi ultimi eliminarono le regolamentazioni sorte negli anni Cinquanta e Sessanta, che stabilizzavano le condizioni di lavoro, i mercati e i sistemi contrattuali, al fine di adattare i rapporti lavorativi a un sistema di produzione più flessibile e decentralizzato, abbassando allo stesso tempo il costo della manodopera. In secondo luogo, cominciarono, a partire dalla Gran Bretagna, un’estesa campagna di privatizzazione del settore pubblico e sottoposero l’erogazione di energia, elettricità, acqua, le poste, le telecomunicazioni e i servizi di trasporto ai principi della massimizzazione del profitto. Un terzo punto chiave prevedeva la ristrutturazione e la privatizzazione della previdenza sociale pubblica, che dalla fine della seconda guerra mondiale tutelava la stragrande maggioranza delle famiglie degli operai nelle eventualità più frequenti: disoccupazione, malattia, invalidità, pensionamento.

Dalla Comunità Economica Europea all’Unione (monetaria) Europea

Le nazioni dell’Europa occidentale e centrale parteciparono in maniera considerevole a questi eventi globali. Sei di loro – la Francia, il Benelux, l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca – si erano unite fin dal 1958 nella Comunità Economica Europea (CEE), per ristabilire finalmente la pace in Europa. Inoltre, l’era del Piano Marshall e della sua controparte finanziaria, l’Unione Europea dei Pagamenti, si avviava alla fine.

Il modello economico della Germania Ovest mise in discussione fin dall’inizio l’equilibrio dei poteri politici. Lo stock di capitale accumulato in virtù del boom degli armamenti di epoca nazionalsocialista fu difficile da gestire per l’economia interna tedesca. La riproduzione estesa dei settori chiave della grande industria – acciaio, costruzione di macchine e impianti, industria chimica e automobilistica – sembrava garantita soltanto se i prodotti venivano esportati su larga scala. Ciò presupponeva la riduzione continuativa dei costi del lavoro e della domanda economica interna, per poter conquistare mercati esteri sempre più estesi, sulla base di costi di manodopera e prezzi più bassi, e assicurare di conseguenza l’esportazione di capitali. Questa strategia neomercantilista condusse, all’interno della CEE, a medio termine, a ulteriori squilibri. Il costante surplus nel bilancio della Germania Ovest, infatti, provocò, tra i pochi Stati membri in grado di competere con il Paese, un deficit cronico.

Nel contesto del crollo del sistema Bretton-Woods e delle turbolenze internazionali delle valute, dal 1971 al 1973, in Europa si manifestarono per la prima volta drastici squilibri. La banca federale usò l’ormai conquistata libertà d’azione: lasciò fluttuare liberamente il marco contro il dollaro americano e si dedicò alla politica sugli alti tassi di interesse così come alla limitazione del denaro in circolazione. Il deficit di bilancio di Francia e Italia raggiunse di conseguenza tassi di crescita che costrinsero a prendere contromisure e – soprattutto in seguito alla svalutazione della Lira italiana – minacciavano di far saltare la CEE. Dopo pesanti controversie, gli esponenti dell’asse franco-tedesco si accordarono per una politica monetaria di compromesso. Nel 1972 i comitati della CEE decisero di stabilire un “serpente monetario” che manteneva le oscillazioni dei tassi di cambio entro un range del 2,5% verso l’alto e verso il basso, mentre le valute comunitarie potevano muoversi liberamente nei confronti del dollaro americano.

Verso la fine degli anni Settanta, il processo di integrazione europea venne messo alla prova per la seconda volta a causa dei richiami della comunità economica internazionale. Il “serpente monetario” europeo minacciava di crollare a causa di nuove fluttuazioni delle valute; inoltre, la seconda crisi petrolifera del 1979 ebbe come conseguenza la trasformazione della stagnazione economica in una recessione che coinvolse l’Europa intera. I maggiori attori politici dell’asse franco-tedesco si riattivarono. Si accordarono per introdurre una “valuta virtuale” comune, l’ECU (European Currency Unit), che sarebbe stata stabilita attraverso un paniere – di volta in volta con le dovute proporzioni – di tutte le valute della Comunità.

L’unità di conto europea (ECU) entrò in vigore nel 1979. Poiché nel frattempo l’economia nazionale e la valuta della Germania Ovest dominavano nella CEE, il marco tedesco divenne di fatto la valuta di riserva, o dell’ancoraggio. Ciò che era già implicito con l’introduzione del “serpente monetario” all’inizio degli anni Settanta, divenne infine la tendenza dominante: la banca federale tedesca dominava gli eventi con la sua politica di alti tassi di interesse e la sua strategia restrittiva riguardo alla moneta in circolazione, e impose la sua linea di condotta alle banche centrali degli altri paesi.

Nello stesso tempo, gli altri Stati membri avevano ben poche possibilità di neutralizzare il dumping delle esportazioni tedesche con la svalutazione della loro moneta. Il manifesto peggioramento delle competitività sul mercato delle altre nazioni poteva essere compensato solo attraverso un maggiore dinamismo dell’economia interna. A questi fenomeni della “svalutazione interna” appartenevano soprattutto drastici abbassamenti dei salari, precarizzazione dei rapporti di lavoro, riduzione dei servizi sociali e tassazione obbligata del reddito privato per stabilizzare il budget pubblico.

A dominare era la “svalutazione interna”. Essa rappresentava una particolare variante europea dell’attacco globale alle condizioni di vita e lavorative delle classi più deboli. Tale misura doveva servire a compensare gli squilibri che si erano creati soprattutto quando i poteri forti neomercantilistici, attraverso l’introduzione di tassi di cambio stranieri più saldi e flessibili solo in misura limitata, avevano cominciato a sfruttare il sistema monetario europeo a proprio vantaggio.

Pubblichiamo un estratto da Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou, Manifesto per un'Europa egualitaria. Evitare la catastrofe(DeriveApprodi, 2014), in libreria in questi giorni.

alfadomenica maggio #3

FUMAGALLI sul REDDITO -- SCOTINI e DINLENMIS su DISOBEDIENCE -- BIANCHI Video -- GUIDA Poesia – CAPATTI Ricetta**

CHI DI PRECARIETÀ FERISCE
Intervista ad Andrea Fumagalli di Davide Gallo Lassere

Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi.
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TUTTO VA BENE! DISOBEDIENCE A ISTANBUL
Conversazione tra Marco Scotini e Cem Dinlenmis

L’esposizione Disobedience Archive arriva a Istanbul in coincidenza con l’anniversario degli eventi di Gezi Park. In un clima molto mutato in cui le tracce fisiche dei giorni fatidici del giugno 2013 sono rimaste sempre meno, la resistenza perdura sotto una repressione sempre maggiore.
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PAESANI SOVVERSIVI - Video

«La gambe del Felice» di Sergio Bianchi (DeriveApprodi, 2014), il primo romanzo Abarth della storia della letteratura italiana contemporanea. Video della presentazione ad Acrobax (Ex Cinodromo)
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A OGNI PASSO DEL SEMPRE - Poesia
Alfonso Guida

C’è una breve macchia intorno alla testa –
breve come uno spavento. Stellata
ghirlanda di spine calve, il tuo minimo
soffio, le perdizioni anchilosate..
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LE FRAGOLE... COME? - Ricetta
Alberto Capatti

Come condire altrimenti le fragole? Ada Boni considera la risposta a questa domanda, conclusiva, e prima di mettere la parola fine al suo Talismano, si pronuncia così: “Generalmente le fragole si condiscono con vino, rosso o bianco e zucchero. Anche eccellenti sono con marsala e zucchero.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Paesani sovversivi

«La gambe del Felice», il romanzo di Sergio Bianchi pubblicato per la prima volta nel 2004 presso Sellerio e appena ripubblicato da DeriveApprodi - è la descrizione in vitro, passo per passo, delle fasi di un processo che ha un nome e una data: il Miracolo economico italiano, il mitico Boom che alla fine degli anni ’50, che esplode come un virus inarrestabile, proliferando attraverso le piane e le valli cisalpine e cispadane, travolgendo ovunque costumi e consuetudini, tradizioni locali e tabù cattolici, mentalità e dialetti… Una scrittura nominale, concreta, materiale, «parlata», una struttura per quadri, una coralità di microstorie. Una punteggiatura secca, battente, senza virgole. Una parola che sembra discendere da un altro tempo.

Qui un estratto video della presentazione del 9 maggio al Loa Acrobax (Ex Cinodromo).

Sabotare la gestione del tempo: politiche della memoria

Elvira Vannini

La memoria collettiva “ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi e degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche”.
Jacques Le Goff, Storia e Memoria, 1986.

Nell’analisi del regime di visibilità delle insorgenze e dei movimenti di protesta post-Seattle, Maurizio Lazzarato introduce una rottura con il vecchio paradigma della rappresentazione, sia nei modi di produzione politica che estetica: “linguaggio, segni e immagini non riproducono qualcosa ma piuttosto contribuiscono a renderla possibile […] sono costitutivi della realtà e non sue rappresentazioni”.

Così le pratiche documentarie contenute nell’antologia Politiche della memoria. Documentario e archivio (DeriveApprodi 2014), a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini, contribuirebbero piuttosto a una trasformazione della storia, attraverso la memoria e la sua riscrittura, nel cuore dei processi di produzione delle soggettività contemporanee. Il libro, nato da cinque anni di incontri con artisti e filmmaker internazionali presso la NABA di Milano, è una delle poche pubblicazioni in italiano sull’argomento a cui potremmo associare The Migrant Image di T.J Demos e The Greenroom di Maria Lind e Hito Steyerl, in area anglo-americana.

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John Akomfrah, Mnemosyne (2010) - HD video, 45'.

Quale sarebbe allora il ruolo delle immagini all’interno di un sistema capitalista mediatizzato in cui la rappresentazione delle soggettività è sottomessa alle “macchine che cristallizzano il tempo”, ossia ai dispositivi mediatici che duplicano la realtà, controllano la memoria sociale e agiscono sulle temporalità per ristabilirne il dominio? È qui che emerge il conflitto. Nella varietà degli approcci ambivalenti alla memoria (quella nata dalla dissoluzione del blocco sovietico, dalla guerra israelo-palestinese fino ai più recenti sviluppi insurrezionali del mondo arabo, insieme ai flussi migratori e i processi di insubordinazione post-coloniale) le discontinuità elidono la svolta semiotica del capitale nella sua ristrutturazione neoliberale ma senza abbandonarsi a nessuna delle narrazioni storiche consolidate. Perché il passato si contrae sempre nel presente e agisce, continuando ad esistere, sul concatenamento tra percezione e memoria sollevando una contro-genealogia politica, attraverso cui la filmografia si è misurata col documentario fino a superarlo.

Per John Akomfrah, che ci offre uno dei contributi più significativi ed è stato tra i fondatori del Black Audio Film Collective, la memoria è lo spettro di una diaspora segnata da un’assenza, ossessionata dal problema della sua storia come modo di legittimazione del presente. L’archivio è il punto di partenza anche per il regista israeliano Eyal Sivan, uno strumento di potere gestito dalle istituzioni nel rapporto tra ricordo e violenza. Perché quando la memoria diventa un oggetto di coercizione il problema non è tanto di ricordare ma l’oggetto stesso del ricordo e l’atto cinematografico assume un valenza politica.

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Gianikian – A. R. Lucchi, Frammenti elettrici n. 3: Corpi (2001)

La questione culturale dell’amnesia di stato, la correzione del trauma e la sua rimozione sono al centro del caso libanese raccontato da Mohanad Yaqubi. Migliaia di metri di pellicola sulla guerra civile del 1976 sono sopravvissuti e sono oggi conservati a Roma presso l’archivio del movimento operaio. L’autore ne racconta il viaggio, da Beirut in Italia, attraverso le vicende di tre filmmaker militanti palestinesi, vicini a Godard e Gorin, durante il loro soggiorno in Giordania negli anni 70. Produrre la lotta, filmare la lotta, contribuire alla lotta: questo era l’imperativo che esortava ad assumere l’arma cinematografica come strumento di organizzazione antagonista.

Il problema del processo di documentazione è invece affrontato da Hito Steyerl attraverso la nozione di “immagini povere”: queste immagini sono quelle che circolano sul web e “offrono un’istantanea della condizione affettiva della moltitudine”. Ma è anche Florian Schneider a parlarcene: se la produzione artistica è un atto di resistenza rispetto alla comunicazione, allora “le tecnologie del sé possono riscrivere la storia”. Il retaggio etnografico ritorna nella filmmaker indipendente Trinh T. Minh-ha, teorica femminista e di studi postcoloniali, “consapevole che l’oppressione sta tanto nella storia raccontata quanto nelle forme del suo racconto”.

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Lamia Joreige, fermo immagine da A Journey, video, 41' (2006)
Collection AIF/Rose Kettaneh. Courtesy: Arab Image Foundation

Non si tratta del “mal d’archivio” di Derrida che conserva le ceneri del passato ma di uno strumento attivo, che non reifica l’apparato documentario della storia e il suo racconto dominante, nella coscienza del suo carattere assolutamente politico. Qui abbiamo a che fare con l’archivio nascosto, pieno di ombre e di modelli spesso non riconosciuti dalla storiografia normativa, che assume piuttosto la persistenza del passato come tempo-latenza, virtualità costituente di quei rapporti di soggettivazione, conflitto e linee di fuga, capaci di far insorgere la memoria.

Allo stesso modo come insorgono i movimenti contro il potere – conclude Scotini nel suo saggio significativamente intitolato Governo del tempo e insurrezione delle memorie. Perché sabotare la memoria non può essere oggi un’operazione neutrale, oggettiva, ne tantomeno un gesto innocente. La sua funzione è quella di “produrre la storia, dunque renderla visibile. Le politiche della memoria rispondono al monopolio dell’apparenza neoliberista”.

a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini
Politiche della memoria. Documentario e archivio
DeriveApprodi (2014), pp. 216
€ 18,00

Il postumano

Anna Simone

In una società come la nostra, prevalentemente basata sulla crisi prodotta dal neoliberismo, determinata dalla non-etica della prestazione e della concorrenza, dal malessere prodotto dai processi di individualizzazione e scomposizione sociale, dall’aumento esponenziale della vendita di psico-farmaci, dall’impoverimento generalizzato, dalla gabbia d’acciaio prodotta dal debito collettivo e individuale, dalla supremazia della quantità sulla qualità, dall’aumento del tasso suicidario per ragioni economiche e da un sistema di valutazione basato sulla “meritocrazia”, ovvero un sistema che “premia” solo chi sa vendersi meglio nel mercato sottostando ciecamente alle sue regole, azzerando definitivamente la cultura dell’esigibilità dei diritti sociali, un titolo come Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, 2014) potrebbe persino apparire ostile, se non fosse che l’autrice porta il nome di Rosi Braidotti.

Sul tema, infatti, si scrive da più di un decennio, a ridosso della grande rivoluzione analogica e a ridosso dell’avvento della bio-genetica, delle bio-tecnologie, delle neuro-scienze, del successo delle scienze psico-cognitive, la cibernetica e via dicendo, ma l’approccio si è sempre collocato su un doppio binario: o l’accettazione esaltata della nuova realtà, o la critica radicale. All’interno di questa letteratura, invece, leggere il nuovo libro di Braidotti – che peraltro non avevamo il piacere di leggere in Italia dal 2008 - può generare un respiro, un sollievo, ma anche qualche punto di domanda, come vedremo più avanti.

La sofisticata ricostruzione epistemologica di Braidotti, infatti, pur collocandosi sempre al presente e nel presente resta prepotentemente legata ad una certa idea di intendere la ricerca e la scrittura che non prescinde mai né dal corpo, né dall’esperienza. Questa postura, propria di molto pensiero della differenza, incarnata da una scrittura densa e intervallata da una miriade di esempi, in Braidotti incontra sempre un esterno, ovvero un grande tema della contemporaneità, togliendo ogni dubbio sulle critiche ad un approccio femminista che non tiene mai conto dei grandi mutamenti sociali in relazione alle stesse trasformazioni del sé.

Ma ha anche una specificità perché Braidotti, fin da Madri, Mostri e Macchine, ha sempre fatto suo l’approccio rizomatico e in divenire di Deleuze e Guattari, producendo a sua volta una “differenza” rispetto ad altri autori maschi che hanno fatto la stessa scelta epistemica, collocandosi dentro e oltre Marx. La differenza è data soprattutto dalla postura epistemica: fuori da ogni dualismo l’autrice riesce sempre a dare conto anche di ciò che produce “striature” nello “spazio liscio” del perenne divenire, riesce sempre a situarsi a partire dal corpo e dall’esperienza – come dicevamo -, riesce ad avere sempre una tensione etica, non esce mai dal bisogno di chiarire dove può collocarsi una nuova soggettività in grado di essere responsabile e rivoluzionaria insieme. Affermativa e dentro l’avanguardia, ma mai assertiva e imperativa, la parola di Braidotti chiarisce subito due punti essenziali prima di scendere nelle declinazioni possibili di quel che lei definisce “condizione postumana”.

Intanto l’impossibilità di scindere il dato dal costruito, ovvero la natura dalla cultura, contro l’ipotesi socio-costruttivista secondo cui tutto è solo cultura. Concentrandosi sui processi di naturalizzazione e di culturalizzazione prodotti dalle bio-tecnologie e dalla biogenetica è possibile, infatti, disvelare le pratiche e gli ordini discorsivi che rendono merce i corpi o pezzi di corpi nel mercato, così come assumendosi la logica secondo cui non v’è biopolitica senza tanatopolitica si rifiuta il principio di rimozione permanente sull’inumano o sul disumano presenti nelle società globali (guerre, gestione della paura, il fantasma del nucleare etc.). Ma c’è anche di più. Questo bisogno di collocare le varie declinazioni della complessità generata dalla condizione postumana diventa, per Braidotti, un’occasione fondamentale anche per riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali, nonché sul ruolo delle Università. Il volume, infatti, si compone di quattro parti, tutte collegate tra loro: il postumanesimo in tutte le sue declinazioni, il postantropocentrismo, l’inumano (ovvero le tanatopolitiche) e le scienze postumane.

Con l’ambizione riuscita di tracciare un grande quadro di riferimento l’esito di questa ricerca tocca da vicino anche la postura politica da assumere dinanzi a queste radicali trasformazioni dell’umano, della vita e dei saperi. La “politica affermativa” di Braidotti – come abbiamo già detto mai liscia e messianica, ma sempre caratterizzata da un alto livello di complessità - si attesta, come sempre nei suoi lavori, soprattutto su due linee: il ripensamento delle soggettività nel postumano e la necessità di tradurre la politica attraverso una nuova etica pubblica. Ma è proprio qui che collocherei i miei punti di domanda: da cosa può essere data la misura nell’epoca della dismisura prodotta anche dal postumano? Situarsi criticamente nell’oltre, inventando una nuova etica, è davvero così facile se la governance neoliberale e il capitalismo, sempre più veloci di noi, svolgono in prima battuta una funzione antropofagica sia dell’umano che del suo desiderio?

Insomma, al di là di ogni bisogno e desiderio di produrre nuove politiche affermative dentro la condizione postumana, non sarebbe anche utile capire quanto, di fatto, l’estrazione di valore e plusvalore, dentro la logica dell’accumulazione del capitale, tocchi e produca prepotentemente il senso stesso della vita e della morte? Qui le strade tornano ad essere due: o una nuova etica pubblica dentro la linea del divenire e delle metamorfosi prodotte dalla condizione postumana, come suggerisce Braidotti, o la sottrazione, la resistenza, il conflitto per difendere quel che resta dell’umano, nel senso della sua irriducibile materialità. Io propenderei per seguire entrambe le strade perchè non è detto che sia sufficiente seguire l’avanguardia per produrre potenza critica al suo interno. La storia recente e la crisi della nozione stessa di società, così come la crisi irrevocabile delle scienze umane e sociali, ci raccontano una storia un po’ più tragica.

Anna Simone
Il postumano
La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte

traduzione di Angela Balzano
DeriveApprodi (2014), pp. 220
€ 17,00

L’introvabile populismo

Jacques Rancière

Non c’è giorno in cui, in Europa, non si sentano denunciare i rischi del populismo, eppure non è facile capire cosa voglia dire esattamente questa parola. Nell’America latina degli anni Trenta e Quaranta è servita a designare una certa forma di governo che istituiva tra un popolo e il suo capo un rapporto di incarnazione diretta, scavalcando le forme della rappresentanza parlamentare.

Questa forma di governo, di cui Vargas in Brasile e Peròn in Argentina sono stati gli archetipi, è stata ribattezzata «socialismo del XXI secolo» da Hugo Chávez. Ma ciò che si indica oggi in Europa con il nome di populismo è un’altra cosa. Non è una forma di governo. È, al contrario, un certo atteggiamento di rifiuto nei confronti delle pratiche governamentali in vigore. Cos’è un populista, secondo la definizione che ne danno oggi le élite governamentali e i loro ideologi?

A prescindere dalle oscillazioni di significato del termine, il discorso dominante sembra attribuirgli tre caratteristiche essenziali: uno stile dell’interlocuzione che si rivolge direttamente al popolo al di là dei suoi rappresentanti e dei suoi notabili; l’affermazione che governi e classi dirigenti si preoccupino dei loro propri interessi più che della cosa pubblica; una retorica identitaria che esprime paura e rifiuto degli stranieri. È chiaro, tuttavia, che nessun rapporto di necessità lega queste tre caratteristiche. Che esista un’entità chiamata popolo che è la fonte del potere e l’interlocutore prioritario del discorso politico, è ciò che affermano le nostre costituzioni ed è l’idea che gli oratori repubblicanie socialisti di una volta esponevano senza retropensieri.

Non vi è legata alcuna forma di sentimento razzista o xenofobo. Che i nostri politici pensino alla propria carriera più che all’avvenire dei loro concittadini e che i nostri governanti vivano in simbiosi con i rappresentanti dei grandi interessi finanziari, non occorre che sia un demagogo a dichiararlo. Quella stessa stampa che denuncia le derive «populiste» ce ne fornisce poi quotidianamente la più precisa rappresentazione.

Dal canto loro, i capi di stato e di governo talvolta tacciati di populismo, come Berlusconi o Sarkozy, si guardano bene dal propagare l’idea «populista» che le classi dirigenti siano corrotte. Il termine «populismo» non serve a caratterizzare una forza politica definita; al contrario, trae vantaggio dalle alleanze che esso rende possibili tra forze politiche che vanno dall’estrema destra alla sinistra radicale. Non indica un’ideologia e nemmeno uno stile politico coerente, ma serve semplicemente a tratteggiare l’immagine di un certo popolo.

Perché «il popolo» non esiste. Esistono invece delle rappresentazioni diverse, perfino antagoniste, del popolo, delle rappresentazioni che privilegiano alcune modalità di associazione, alcuni tratti distintivi, alcune capacità o incapacità: il popolo etnico, che viene definito in base alla condivisione della terra o del sangue; il popolo-gregge guidato dai buoni pastori; il popolo democratico che attiva la competenza di coloro che sono privi di qualunque competenza specifica; il popolo ignorante tenuto a distanza dagli oligarchi, ecc. Il concetto di populismo costruisce, invece, l’immagine di un popolo caratterizzato dalla pericolosa fusione di una capacità – la bruta potenza della superiorità numerica – e di una incapacità – l’ignoranza attribuita a questa stessa superiorità numerica.

La terza caratteristica, il razzismo, è essenziale per questa costruzione. Si tratta di mostrare ai democratici, sempre sospettati di buonismo, cosa sia in realtà il popolo nel profondo: una muta posseduta da una primaria pulsione di rifiuto che prende contemporaneamente di mira i governanti, dichiarati traditori per l’incapacità di comprendere la complessità dei meccanismi politici, e gli stranieri, temuti in virtù di un atavico attaccamento a uno stile di vita minacciato dall’evoluzione demografica, economica e sociale. Il concetto di populismo realizza, con il minimo sforzo, questa sintesi tra un popolo ostile ai governanti e un popolo nemico degli «altri» in generale.

Per questo deve rimettere in scena un’immagine del popolo elaborata alla fine del XIX secolo da pensatori come Hippolyte Taine e Gustave Le Bon, terrorizzati dalla Comune di Parigi e dall’ascesa del movimento operaio: quella immagine delle folle ignoranti impressionate dalle vigorose parole dei «sobillatori» e portate alla violenza estrema dalla circolazione di voci incontrollate e di paure contagiose. Questo scatenarsi epidemico di folle cieche, trascinate da leader carismatici, era evidentemente molto lontano dalla realtà del movimento operaio che costoro miravano a stigmatizzare. Ma è ancora meno adatto a descrivere la realtà del razzismo nelle nostre società.

Oggi i nostri Stati fondano la propria legittimità sulla capacità di garantire la sicurezza. Ma tale legittimazione ha per correlato la necessità di mostrare in ogni momento il mostro che ci minaccia, di mantenere costante il sentimento di un’insicurezza che mischia i rischi della crisi e della disoccupazione a quelli del ghiaccio sulle strade o della formamide, facendo culminare il tutto nella minaccia suprema del terrorismo islamico. L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi, calcando la mano sugli aspetti più istintivi e irrazionali.

Così, né quei «populisti» né quel «popolo» tanto paventati dalle rituali denunce del populismo corrispondono veramente alla loro definizione. Ma poco importa a coloro che ne agitano lo spauracchio. Al di là delle polemiche sugli immigrati, gli identitarismi o l’islam, la sostanza, per loro, è mischiare l’idea stessa del popolo democratico con l’immagine della folla pericolosa.

Da qui la conclusione che occorre affidarci a coloro che ci governano e che ogni contestazione della loro legittimità e della loro integrità spalanchi la porta ai totalitarismi. «Meglio una repubblica delle banane che una Francia fascista», recitava uno degli slogan antilepenisti più infelici dell’aprile del 2002. Il clamore attuale sui pericoli mortali del populismo mira a fondare teoricamente l’idea che non abbiamo altra scelta.

Dal libro Che cos'è un popolo? (DeriveApprodi, 2014) - che raccoglie testi di Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari, Rancière - da oggi in libreria, anticipiamo un brano tratto dal saggio di Jacques Rancière.