La tortura in Italia

Augusto Illuminati

Ma che razza di problema è la tortura in Italia? Li conosciamo bene i nostri veri problemi: mantenere o togliere l’Imu, smacchiare il giaguaro, lo spread, la moneta padana, il voto utile. Magari, sì, il sovraffollamento delle carceri, ‘sto tormentone dei radicali che adesso pure Napolitano ci ha messo bocca. Ma la tortura? Nella patria di Beccaria, per di più! mica stiamo a Guantanamo...

E invece il bel libro di Patrizio Gonnella, La tortura in Italia, ci viene a ricordare bruscamente che il nostro Paese rifiuta di includere il reato relativo nel proprio Codice, malgrado varie e sfortunate iniziative parlamentari che da ben 23 anni, sotto governi di centro-destra e di centro-sinistra, tentano di tradurre in legge positiva la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, pur ratificata nel lontano novembre 1988. Mentre si trovano agevoli maggioranze per un giusto divieto di maltrattamenti agli animali, non si riesce a concludere nulla per il ben meno rilevante divieto di tortura per gli uomini. E così la Cassazione ha dovuto, rammaricandosene, dichiarare prescritte, in assenza di una fattispecie specifica sulla tortura, le condanne per semplici lesioni inflitte a poliziotti e dirigenti per la macelleria della scuola Diaz e di Bolzaneto nel 2001.

Questo è stato l’episodio più clamoroso, ma la prescrizione è la regola non solo per la tenuità delle sanzioni per semplici atti di violenza e perfino per omicidi “colposi” ma per il ritardo con cui spesso i fatti vengono denunciati da detenuti a buon diritto esitanti a chiedere giustizia fin quando restano sotto il controllo dei seviziatori denunciati o dei loro colleghi. Più in generale, la riluttanza a introdurre il reato di tortura, procedibile in ogni caso d’ufficio (le lesioni lo sono soltanto se determinano danni superiori a 20 giorni di degenza), testimonia una malintesa riaffermazione della sovranità nazionale – crollata sul piano politico ed economico – proprio sul terreno più arretrato e moralmente discutibile.

Per usare le parole dell’autore, nel rifiuto di adeguazione alla norma sovranazionale si manifesta l’identificazione profonda di poliziotto e Stato, «in quanto il primo assicura la ragion di vita del secondo».Vi si aggiunge, terzo, il magistrato che dovrebbe controllare, chiudendo il cerchio dell’incensurabilità gerarchica «nel nome della sovranità intangibile e illimitata del potere punitivo».

Per un verso, Gonnella, forte di una lunga esperienza di tali temi quale presidente dell’associazione Antigone, distingue nettamente la tortura da altre forme di crudeltà, sopraffazione, degradazione e violenza, facendone un reato specifico dei pubblici ufficiali cui legalmente sono affidati soggetti privati di libertà, per l’altro estende tale definizione a tutte le forme di diminuzione o distruzione della dignità più ancora che del corpo della vittima, quindi a molte pratiche carcerarie riferibili a decisioni legislative e giudiziarie (l’art. 41 bis, l’arresto obbligatorio di consumatori di sostanze stupefacenti e di migranti clandestini, l’esclusione dei recidivi dai benefici) ma soprattutto all’esercizio indeterminato dei poteri di custodia.

Vi sono vessazioni, “legali” o arbitrarie, che umiliano o danneggiano fisicamente la vittima (interruzione del sonno, divieto di contatti con l’esterno o di lavoro, cella d’isolamento, ispezioni invasive, ecc.) in concorrenza o in associazione a punizioni corporali, spesso delegate ad altri detenuti, il tutto per tenere sotto controllo soggetti “riottosi” o per indurli a “collaborare”, secondo la modalità strumentale (mezzo per fini ulteriori) che è tipica della tortura a differenza del puro esercizio individuale di sadismo, che certo non scarseggia.

Lo scenario allestito nelle stipate prigioni italiane (già questa una sofferenza, ripetutamente condannata dalla Corte europea di giustizia, cinicamente messa in conto nell’uso della carcerazione preventiva) assomiglia talvolta a Guantanamo e Abu Ghraib, come l’officina artigianale sta alla grande fabbrica, ma la logica securitaria e intimidatoria è la stessa. Non dimentichiamo il sequestro Dozier, Genova 2001 e i recenti casi Uva e Cucchi. E teniamo d’occhio la Grecia, dove (esempio non contemplato dal libro, chiuso prima) la polizia ha diffuso le foto segnaletiche di quattro “sovversivi” indagati e vistosamente tumefatti a deliberato ammonimento dei facinorosi.

Un libro come questo è prezioso proprio in controtendenza all’imperante populismo penale che a destra pretende di tenere a bada il disagio sociale con un sovraccarico di criminalizzazione o si illude, in varie sfumature della sinistra, di combattere la corruzione con la retorica manettara e una restrizione del garantismo. In quest’ultimo caso, inquieta un’eccessiva presenza di operatori giudiziari e della sicurezza perfino nelle liste più alternative. Il faut défendre la société? Grazie, abbiamo già dato.

Patrizio Gonnella
La tortura in Italia
prefazione di E. Resta e postfazione di M. De Palma
DeriveApprodi (2012), pp. 143
€ 15

A sarà düra!

Carlo Formenti

Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione - altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.

1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte - gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).

2) Malgrado la composizione sociale frammentaria, il movimento ha assunto carattere di lotta di classe, nella misura in cui ha capito che il capitale sfrutta il territorio come mezzo di produzione, calpestando l’ambiente e i suoi abitanti per estrarne profitto. Così la rigidità dei comportamenti valligiani diviene il prolungamento della rigidità dei comportamenti di fabbrica (già iscritti nella storia delle lotte operaie della zona).

3) Il rifiuto nei confronti delle istituzioni rappresentative e del ceto politico non è avvenuto sul terreno ideologico dell’antipolitica, bensì sul terreno concreto dell’invenzione di controistituzioni di democrazia diretta e partecipativa: presidi, comitati di lotta, coordinamento valligiano, assemblea popolare.

4) I militanti venuti da fuori hanno saputo farsi accettare/integrare nel movimento senza nascondersi dietro ideologie spontaneiste ed esaltazioni dell’orizzontalità ma, al contrario, rivendicando la funzionalità del proprio ruolo “verticale” di elementi in grado di donare forma, potenza e organizzazione alla lotta pur restandone all’interno (i curatori parlano di “gerarchie provvisorie e funzionali”).

Aggiungo solo due osservazioni e una riflessione. Prima osservazione: ho trovato apprezzabili le critiche alla retorica dei beni comuni: comuni sono solo i beni oggetto di riappropriazione sociale, altrimenti si scade nelle solite, nauseabonde litanie sull’interesse generale. Seconda osservazione: condivido l’atteggiamento “laico” nei confronti della contro informazione in rete: i new media non sono intrinsecamente “democratici” (il libro ne descrive bene l’integrazione nella propaganda anti movimento dei media mainstream), ma solo più efficaci in quella guerra fra network poveri e network egemoni che è divenuta la comunicazione politica.

Infine la riflessione: ciò che è “esportabile” della lotta No Tav è il metodo politico descritto in questo libro che, a mio avviso, somiglia a quello che Lenin e Gramsci indicavano come l’unico modo corretto di costruire l’organizzazione rivoluzionaria in quanto parte integrante della composizione antagonista di classe.

Centro sociale Askatasuna (a cura di)
A sarà düra!
Storie di vita e di militanza no tav
DeriveApprodi (2013), pp. 320
€ 18,00

Non è il vino dell’enologo

Alberto Capatti

Sono anni che si sente parlare di ritorno alla terra, a respirare l’ideologia in purezza, a tenere un orto pudico, senza allontanarsi troppo dalla città, a farsi fare il vino con il proprio nome sull’etichetta, investendo in tenuta, enologo di grido e vacanza in campagna. Dopo secoli di vita rurale, i contadini sono quasi tutti emigrati, prima operai e muratori, poi, alla generazione seguente, impiegati, commercianti e tutto il resto. Ma il ritorno alla terra, alla terra madre, non ha bisogno né di laurea né di insuccessi scolastici, perché, agli occhi di molti, è un mito in auge, come quello di Lucio Quinzio Cincinnato, di Garibaldi a Caprera e di qualche altro ex militare ripescato nelle lettere classiche.

Farei una eccezione: Corrado Dottori. Figlio di un ingegnere, bocconiano, bancario, sceglie la terra di famiglia e, con Valeria, lascia Milano per Cupramontana nelle Marche. È un colpo di testa? Non ha debiti di gioco né una nevrosi da curare, ma voglia di progettare una vita intellettuale diversa, e Non è il vino dell’enologo (DeriveApprodi, 2012) racconta questo progetto maturato dopo il ritorno. Nella nuova professione non porta titoli di studio, eppure ha molto da apprendere. Corrado Dottori a Cupramontana ha formulato una scelta biodinamica ed impara l’occorrente portando quello che al contadino di una volta non era necessario, l’intelligenza aperta al mondo, la curiosità politica, la voglia di discettare, anche di lieviti e di solforosa.

Ma l’intellettuale contadino sta oggi con il culo per terra. L’eco e il bio, i maledetti prefissi di ogni prodotto, agroindustriale o di «presidio Slow Food», dal Gas al supermercato, richiedono, per non essere fraintesi, una grande capacità analitica. Territorio e natura, a loro volta possono essere considerati da tanti punti di vista, non parliamo poi dell’aggettivo «naturale» accoppiato a un alimento. Tutto il lessico della nuova cultura gastronomica è fallito o in revisione. Il termine stesso contadino, appiccicato a un prodotto, è meglio lasciarlo perdere. Corrado Dottori si è posto tutte le domande difficili, aiutato da una sola guida, il suo verdicchio. I concetti, all’atto di fare, non sedimentano ma passano d’importanza, soggiacciono a delle priorità con la conseguenza che un vino naturale lo si ragiona diversamente davanti alla bottiglia del proprio vino, di Cupramontana.

Non è il vino dell’enologo raccoglie frasi, discorsi, diverbi fra giovani viticoltori, fra amici e militanti, e i pensieri formulati da Dottori in anni di attività e di commercio, l’una lenta quanto le discipline biodinamiche cui si è assoggettato, l’altro stentato, incompreso in un mercato dell’etichetta prima che del prodotto. Raccoglie anche i frammenti di una autobiografia, a tal punto la famiglia d’origine è lo schermo su cui si proiettano le proprie scelte di rottura, con l’economia politica, con Milano, con il vecchio vino, con il marketing che da ex bocconiano intuisce al volo. «Mio padre, mia madre e io ci siamo buttati nell’avventura del San Michele vinificato da Pietro alla vecchia maniera». Il passo successivo, il San Michele, rappresenta un’emancipazione dal passato prossimo ma non dalla figura paterna che è la guida etica e intellettuale e affettiva, in questo libro, di tutte le scelte, anche le più critiche.

Corrado Dottori, malgrado il titolo in copertina, insegna a pensare prima di bere, e ogni sorso di questo insegnamento produce un prurito critico che si trasmette al linguaggio d’uso, e mette il lettore di fronte all’abuso dei luoghi comuni. Non ci chiediamo alla fine se avrebbe potuto stagionare caprini o spremere olive, e nemmeno consideriamo, a lettura compiuta, il momento propizio per stappare un suo verdicchio, gli Eremi, tanto distante è stata questa lettura dalle notizie delle guide e dalle interviste enologiche. Consideriamo invece l’ettaro di vigna da cui Dottori guarda il mondo, uno strano punto d’osservazione, invidiabile, senza esser certi del perché. Eppure, nel corso di una degustazione, avevamo notato una nota disarmonica, né acida né fruttata, mai letta eppure infinitamente attraente, una nota di rabbia…

Corrado Dottori
Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente

DeriveApprodi (2012), pp. 136
€ 13

Sono, si dice, un altro

Tiziana Migliore

3,24 mq (2004) è la ricostruzione 1:1, a firma di Francesco Arena, della presunta cella di Aldo Moro. Esposta per la prima volta a Roma, Fondazione Nomas, interpreta il capitolo più drammatico dell’Italia postbellica in absentia disgiunta, per elusione dell’istanza enunciante. Dopo quasi trent’anni, non v’è traccia del detenuto né delle immagini, visive e verbali, diffuse al punto da confonderne la memoria. Dov’è Moro nell’installazione di Arena? Che rapporto si tesse con le due Polaroid? Un’unità di misura fornisce il dato di partenza, notazionale, con cui Arena artifica la prigione di via Montalcini 8: «Un cubicolo lungo tre metri e largo meno di uno, quanto una comune porta di appartamento, stipiti compresi». L’architettura d’arrivo differisce dall’oggetto descritto non nella totalità, che può benissimo essere definita «cella di Moro», ma nelle parti che la compongono, eteroclite. L’ambiente di reclusione è contenuto, a sua volta, in un parallelepipedo di legno, solitamente usato come cassone da imballaggio e trasporto di valori. Vecchi fini sostengono la funzione di mezzi, significati si trasformano in significanti. Arena, nel rifigurare l’insieme, apre la cassa.

Francesco Arena, 3,24 mq (2004)

Container. Status dell’ostaggio
[…] Le pareti sono di compensato, il pavimento è di linoleum grigio. Anche l’arredo corrisponde alle testimonianze rilasciate dai brigatisti. Nel locale più grande, chiuso sugli altri lati, stanno, a sinistra, una branda con materasso, coperta, lenzuola,cuscino e federa; accanto, in alto, una mensola su cui poggiano dei fogli A4, una penna, un asciugamano, una bottiglia di acqua minerale e un rotolo di carta igienica; sotto, un water fisiologico, una bacinella di plastica, una ventola elettrica. La stanza è intonsa, ma in entrambi i vani c’è una lampadina accesa. Che la replica sia fedele o no alla vera cella in cui Moro trascorse la prigionia, ci interessa ragionare sul montaggio sotteso all’opera, con funzionamento a matrioska: l’ibrido tra una struttura mobile, da trasferimento di merci, e un abitacolo. In una cassa simile il corpo di Moro, rannicchiato, giunse a quell’indirizzo. Si rovescia il rapporto tra circoscrivente e circoscritto: l’involucro della cassa, caricato di senso, contiene la cella, che contiene il detenuto, «presente nel modo della sparizione» (Baudrillard, L'altro visto da sé, 1987). Manca la persona, restano procedimenti vuoti.

Le foto di Moro. Mise en abîme e doppio regime dello sguardo
È corretto considerare le polaroid scattate dai brigatisti e pubblicate su «la Repubblica», il 19 marzo e il 20 aprile, come operazioni di messa in scena. Belpoliti (La foto di Moro, 2008, pp. 9-10) parla giustamente di tableaux, elaborati a uso propagandistico. Non ne consegue, però, che, generaliter, essi siano «fatti per mentire» o che costituiscano «un sistema globale di informazione fuorviante», tanto che «non riusciamo più a distinguere la costruzione dell’immagine realizzata nella pubblicità dal resto delle “immagini vere” del giornale, quelle che riproducono la cosiddetta “realtà”». Curare l’assetto sintattico è proprio di qualsiasi discorso pubblico attento all’efficacia. La veridicità è una delle funzioni perseguibili e l’organizzazione interna, piuttosto, smentisce usi aberranti. Snidarli dipende dalle competenze di lettura testuale e dalla possibilità di comparare la singola organizzazione con altre dello stesso genere. [...]

La prima foto polaroid di Aldo Moro nella «prigione del popolo» scattata dalle Brigate Rosse e consegnata ai giornali dopo due giorni dal rapimento, il 18 marzo 1978.

Il corpo del reato
Fin dall’inizio Br e Dc convennero nel tenere scissi fare ed essere di Moro, il sé ipse sotto tiro dal sé idem, disgregando il «me di referenza». Per i brigatisti «il problema al quale la Dc deve rispondere è politico e non di umanità; umanità che non possiede e che non può costituire la facciata dietro la quale nascondersi, e che, reclamata dai suoi boss, suona come un insulto» (comunicato n. 1). Il governo prese quelle intimazioni alla lettera: utilizzò l’umanità, attraverso le pose dimesse delle polaroid, come argomento di un’identità perduta, l’«aura» del personaggio politicosuperiore all’individuo e coincidente con l’immagine ufficiale dell’onorevole. E, all’indomani della prima foto, celebrò il Moro morto, da monumentare: Montanelli intonò un requiem; l’onorevole comunista Antonello Trombadori, nei corridoi della Camera dei deputati, esclamò: «Moro è morto!»; un comitato del partito firmò un testo di misconoscimento dal titolo Il Moro che parla dalla «prigione del popolo» non è il Moro che abbiamo conosciuto.

Maurizio Cattelan, Untitled (Natale 95), 1995

Alla notizia del processo brigatista, un atteggiamento di diffidenza saldò la linea della fermezza e crebbe, tramutandosi in ostilità. «Costoro sembrano più preoccupati della “memoria” di Moro che non della sua vita» (Martelli, Perché non credere alle sue lettere? Corriere della Sera, 1 maggio 1978). [...] Su disegno dell’antiguerriglia psicologica, si dissociò Moro dalle sue lettere, con perizie che le giudicavano ora prive di raziocinio, ora estorte con la violenza; lo si assimilò all’aggressore, insinuandone la complicità; se ne sminuì la conoscenza di segreti sensibili, in ambito politico e militare. L’appello del papa, di liberarlo «semplicemente, senza condizioni», suggellò una strategia di vanificazione dell’ostaggio, che sortì l’effetto, tragico, di neutralizzare integralmente il valore di Moro.

Pubblichiamo un brano tratto dal libro Le polaroid di Moro, a cura di Sergio Bianchi e Raffella Perna, in libreria da oggi 26 settembre per DeriveApprodi

A piedi scalzi

Roberto e Valentina Gramiccia

A piedi scalzi è una mostra curiosa. Si intitola così perché chi se l’è inventata ha messo a disposizione di ciascuno degli artisti che vi partecipa una scatola di scarpe vuota. Quindi l’idea è che uno senza scarpe è costretto a camminare scalzo. Che è forse seccante e fastidioso ma se il terreno non è troppo accidentato (pensate a una spiaggia tropicale) è anche molto piacevole e dà un’idea di grande libertà. Ecco, la libertà è il tema di questa mostra. Libertà dai vincoli di mercato e di linguaggio. Indipendenza di pensiero e di azione. Autonomia, sovversione anche, quando serve, quando è necessario.

La scommessa è quella di dimostrare che partire dalle stesse condizioni – a tutti è messa a disposizione la stessa scatola - non significa inibire ma esaltare la possibilità di scelte individuali. L’uguaglianza, cioè, come precondizione di una libertà sostanziale. Non è chi non veda, infatti, che in arte non è la stessa cosa disporre di macchine da guerra finalizzate al successo (potenti alleati, gallerie, materiali di prima scelta, assistenti abilissimi e soprattutto accesso al mondo della comunicazione e del potere finanziario) oppure non possedere altro che il proprio talento e la propria voglia di fare.

Nel nostro piccolo, quindi, noi abbiamo voluto mettere simbolicamente tutti sullo stesso piano, azzerando i vantaggi. Giovani e meno giovani, artisti storicizzati e non, pittori e scultori, installatori e inventori visivi non classificabili. Riteniamo, del resto, che l’uguaglianza sia una cosa per la quale valga la pena di battersi (forse la più importante) perché se manca, semplicemente, la libertà non ci può essere. Del resto i più inguaribili individualisti, essendo sicuri del proprio valore, da sempre si sono battuti per l’eguaglianza: da Voltaire, a Marx, da Bakunin a Mazzini, da Gramsci a Gobetti e così via. Per non parlare degli artisti e dei poeti. Ve lo immaginate Rimbaud che cerca la raccomandazione o Picasso che copia un disegno a scuola?

Questa mostra, alla quale con entusiasmo hanno aderito tanti autori, ben si inserisce in INDY. Fiera dei gusti non omologati. INDY, infatti, sta per cultura indipendente, cultura della parola, delle immagini, della musica e del palato, capace di vivere nonostante e al di fuori della distribuzione di massa. Una distribuzione che non ha niente a che vedere con la qualità, evidentemente, perché la qualità non sopporta le regole implacabili e omologanti del grande mercato. Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, in qualche modo ricostruisce in miniatura le dinamiche della distribuzione monopolistica.

A funzionare, nel suo caso, non sono i supermercati e l’ordinata fibrillazione dei centri commerciali, i non luoghi di Marc Augé, ma un apparato miniaturizzato che tutto controlla: le carriere, il successo, le aggiudicazioni d’asta, le recensioni sulle riviste specializzate, la selezione dei nomi da invitare alle biennali e cosi via. In arte non esiste la grande distribuzione ma esiste una divisione scientifica e lobbistica degli ambiti di potere. In coerenza con la filosofia della Festa dei gusti non omologati, A piedi scalzi si colloca al di fuori di queste dinamiche, nella sua semplicità e nella sua modestia. Ma anche nella presunzione di indicare una possibile «strada contro».

L’adesione di tanti artisti importanti ci conforta e rende prezioso obiettivamente questo microosservatorio di linguaggi, di tendenze e di inquietudini. Dentro una stanza poco più grande del normale saranno classificate, quindi, più di cinquanta possibili poetiche, una specie di mappatura povera ma anche presuntuosa di ciò che succede di rilevante da un punto di vista artistico nella nostra città e nel nostro paese.

Chi verrà a vedere la mostra non farà fatica e con pochi passi potrà godere di quanto di meglio viene prodotto a partire dalla fantasia creativa di cinquanta generosi artisti indipendenti. Una specie di giro d’Italia in una stanza.

La mostra A piedi scalzi si inaugura oggi alle ore 18 al Brancaleone (via Levanna 13, Roma) in occasione dell'apertura di INDY. Fiera dei gusti non omologati. Editori, produttori, vignaioli, mastri birrai... E ancora concerti, dibattiti, proiezioni, letture pubbliche e presentazioni di libri: dal 1 al 3 giugno oltre 50 stand dedicati alle produzioni autonome e artigiane. INDY è organizzata da alfabeta2, DeriveApprodi, Radio Popolare Roma e Brancaleone.

Slot Art Machine

Roberto Gramiccia

Il sistema dell’arte, per come è venuto configurandosi negli ultimi decenni, somiglia a una slot machine. Una macchina, cioè, costruita come tutte le slot per fare soldi imbrogliando la gente e premiando ogni tanto e casualmente qualcuno, allo scopo di mantenere in vita l’illusione di facili guadagni. Nel caso del sistema dell’arte la macchina è truccata due volte, la prima come tutte le slot machine, la seconda perché i soldi non vengono distribuiti a caso ma solo ad alcuni giocatori (gli stessi che l’hanno costruita). Essi sono i grandi mercanti, il più delle volte organizzati in cordate, i galleristi più potenti, le case d’asta internazionali, i musei che contano, i collezionisti professionali, le banche, gli international curators che fanno tendenza e la nuova e vincente categoria degli artisti manager.

Tutti costoro, sapendo che la macchina è truccata, agiscono con la pressoché totale sicurezza di incrementare progressivamente i propri profitti e la propria influenza. In questo quadro per nulla edificante l’arte diventa una merce. Una forma particolare di merce, che possiede un unico valore: quello di scambio. Un feticcio insomma. Una cosa che non corrisponde a nessuna funzione e ad alcuna utilità sociale ma che, come qualsiasi pacchetto azionario, serve a produrre nuovo profitto dentro il gorgo di un processo perverso di finanziarizzazione dell’attività dell’industria culturale, di cui il sistema dell’arte è parte costitutiva importante.

La natura di questi processi e del sistema che li produce e li governa, mentre è ben nota ai burattinai di questo teatrino, è ignota a quasi tutti gli altri perché non esiste, oggi, un ragionamento sull’arte contemporanea capace di decostruirla, decriptarne il senso e muoversi in direzione controegemonica. Mentre la letteratura su di essa straripa di sollecitazioni che tendono a valorizzare il rapporto consustanziale fra capitalismo, liberismo e ricerca estetica; mentre questo pensiero borghese e postideologico utilizza la categoria del darwinismo estetico, come si usa in altri ambiti quella del darwinismo sociale ed economico, cercando di dimostrare che il mondo del libero mercato è il migliore dei mondi possibili; mentre questa vulgata si diffonde e si rafforza come una pandemia, latita una risposta culturale di classe che sia all’altezza della sua pericolosità.

La crisi dell’arte è un aspetto di una crisi più generale che tutto coinvolge: la sfera sociale, quella politica, quella etica, quella estetica, quella culturale. Le classi egemoni e i poteri forti che ne decidono le strategie credono, nella loro ottusa miopia, che il mondo possa fare a meno dell’intelligenza collettiva. Che sia meglio disporre di popoli di passivi consumatori, che di eserciti di fastidiose intelligenze critiche. Per questo tendono a sostituire alla cultura la comunicazione, all’arte internet e la televisione, alla veglia il sonno della ragione. Al sistema dell’arte una slot machine. Questa cosa può funzionare per un breve periodo. Ma non a lungo. E già ce lo indicano segnali inquietanti e inconfondibili. Il torpore generale rischia di condizionare il destino dell’arte e del resto. Per questo l'insieme di questi scritti, nel suo piccolo, aspira a suonare la sveglia. Se trilla non la spegnete subito. Se no vi riaddormenterete.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Roberto Gramiccia «Slot Art Machine» in libreria da mercoledì 30 maggio per DeriveApprodi.

(IN)DOGMA

Indy: gli indipendenti fanno la differenza
Indy è il prototipo di una fiera del «gusto non omologato», che raduna produttori indipendenti provenienti da diversi settori: editori, produttori cinematografici e musicali, vignaioli e birrai. Risponde all’esigenza di mettere a confronto le esperienze di settori diversi eppure accomunati dallo stesso problema: la pressione dei monopoli e della grande distribuzione, di un mercato che cancella le differenze e impone la stessa uniformità di gusto.

Indy: per consumatori critici
Indy è un luogo di incontro per «consumatori non omologati», per chi in un vino o in un film, in un libro o in una birra, è ancora capace di trovarci un’anima. Indy vuole essere il modello di una diversa fiera del gusto. Uno spazio di riflessione tra produttori provenienti da ambiti eterogenei e di incontro con un bacino di «consumatori» attento e in cerca di diversità, capaci di superare la povertà di esperienza delle produzioni massificate. Non una mostra di prodotti o un nuovo salone dell’edonismo. Ma un percorso dentro quelle filiere produttive attente a ciò che fanno, consapevoli del modello culturale, relazionale e ambientale di cui sono portatrici.

Indy: per produttori artigiani
Indy è un luogo di valorizzazione di esperienze produttive autonome e artigiane che rifiutano la serialità e le regole di una produzione «di catena». Di quei produttori che in ciò che fanno investono la propria cultura, la propria passione e la propria abilità e che attraverso un prodotto veicolano un’idea di mondo.

Indy: per produttori indipendenti liberi, creativi e antimonopolisti
Indy è un momento di aggregazione e visibilità di realtà produttive che sono espressione di una ricchezza sociale e culturale sempre meno valorizzata e sempre più schiacciata dai monopoli distributivi e commerciali. Le sale cinematografiche, le librerie di catena, gli scaffali dei supermercati, i media e i giornali propongono gli stessi prodotti culturali e materiali, prodotti serializzati e privi di ogni peculiarità. I produttori indipendenti, a prescindere dal settore in cui sono impegnati, sembrano oggi avere poche alternative per sopravvivere: accettare le regole e adeguare quello che fanno – il loro sapere, la loro competenza – a un «mercato» che è tutto fuorché «libero».

Indy: contro la semplificazione del gusto e la sua omologazione, a difesa della molteplicità
Indy è una fiera del «gusto» che rifiuta le regole della standardizzazione e rivendica il diritto alla differenza. Una differenza che traduce in un libro, in un vino, in una birra, in un film o in un brano musicale la cultura e la sapienza di chi li produce. Indy è una fiera di «produttori» che vedono stringersi i margini della loro libertà, perché il mercato, oltre al gusto, impone prezzi e forme di produzione.

Indy: contro la nocività
Indy vuole essere l’occasione per pensare alle nuove forme della nocività. L’edonismo e una certa cultura del «gusto buono» sono l’altra faccia della medaglia di una produzione materiale e immateriale che diffonde e vende nocività. Indy rivendica il diritto a una «vita buona», a prescindere dalle forme di piacere ed edonismo diffuse dal mercato.

Indy: un atto di aggregazione
Indy è anche il luogo di un conflitto: tra i produttori indipendenti di cultura, tanto immateriale che materiale, e le grandi concentrazioni monopolistiche. L’indipendenza, l’artigianalità, l’autonomia sono spesso sinonimo di creatività e innovazione, di ricchezza culturale e sociale. Nella loro battaglia quotidiana per esistere, i produttori indipendenti non possono contare su politiche pubbliche, né locali né nazionali, che li favoriscano. Indy vuole essere una forma «primitiva» di aggregazione, un modo per dire: «sono gli indipendenti a fare la differenza e vogliamo continuare a esistere». Indy vuole rompere con l’idea di un mondo di piccoli «imprenditori di se stessi» in competizione fra loro. Indy rivendichi la valorizzazione di questa molteplicità, vero motore della ricchezza sociale.

Indy: un'azione di salvataggio
Indy afferma una cultura della differenza e dell’indipendenza. È un modo per difendere chi la produce, dandogli visibilità in un contesto metropolitano. È un modo per offrire qualità e accessibilità, un «modo altro» di consumare e di stare dentro il mercato.

Indy: un’idea di tre realtà indipendenti
Indy è promosso da tre realtà che dell’indipendenza culturale hanno fatto la loro ragione d’essere: la rivista mensile «alfabeta2», la casa editrice DeriveApprodi, Radio Popolare Roma, organizzate in un coordinamento progettuale e operativo.

Indy: per cominciare, con tre giorni di fiera
Indy è per tre giorni: performance artistiche, letture, dibattiti, esposizioni, mostre, concerti, proiezioni, degustazioni, incontri con cantine e mastri birrai, narrazioni, proiezioni di film… Un flusso di iniziative dentro un’unica programmazione, per lasciar parlare le culture della differenza.

Pubblichiamo il manifesto di INDY - Fiera dei gusti non omologati dedicata alle produzioni indipendenti. INDY è un'iniziativa promossa dal mensile alfabeta2, dalla casa editrice DeriveApprodi e da Radio Popolare Roma ed è ospitata negli spazi del centro sociale Brancaleone a Roma dal 1 al 3 giugno 2012.