Balestrini Uno, Due e Tre: letteratura, politica, Vogliamo tutto (1972-2018)

a cura di Andrea Cortellessa

Nanni Balestrini, Tempo, n. 7 , 1967

Si riproducono qui alcuni dei materiali contenuti nel fascicolo del «verri» del febbraio 2018, dedicato a «La ricerca infinita di Nanni Balestrini». Alla rivista fondata nel 1956 e diretta sino al 1995 dal maestro Luciano Anceschi, il giovanissimo Nanni prestò la sua opera di redattore e «factotum» sin dalla sua prima annata.

Nella prima parte si riproducono le pp. 20-4 dell’opuscolo di N.B. Prendiamoci tutto. Conferenza per un romanzo. Letteratura e lotta di classe, pubblicato nell’ottobre 1972. Nel volumetto appaiono una Conferenza (datata «novembre 1971»), in cui Balestrini rielabora i discorsi da lui tenuti nelle presentazioni, succedutesi in varie città, del suo secondo romanzo Vogliamo tutto, pubblicato l’anno prima dallo stesso editore (la prima parte – seguita da una Postilla (agosto 2003) ripresa dalla prefazione d’autore all’edizione tedesca, Wir wollen alles, pubblicata dall’Assoziation A di Berlino – è stata riproposta come «Appendice», alle pp. 163-72 dell’edizione del romanzo pubblicata nel 2004 da DeriveApprodi); e un’Intervista risultante a sua volta da dialoghi riportati, all’uscita del libro, da giornali come «Avanti!» e «Paese Sera», e soprattutto da quello con un giovane Mario Lunetta, uscito sulla rivista «aut.», 17, il 23 maggio 1972. Sono queste le pagine riportate qui di seguito, esattamente nella forma in cui apparvero nell’opuscolo del ’72. A distanza di 46 anni, infine, si riporta la trascrizione (per la quale si ringrazia Rosalia Virga) di un ulteriore colloquio con me sugli argomenti di allora, svoltosi a Roma il 3 febbraio 2018.

A.C.

Intervista 1972

Credi che la poesia, qualsiasi poesia, sia condannata, in una società come la nostra, a restare monologo e discorso circolare, o contenga ancora qualche possibilità di investire (perciò, di modificare) il reale?

Indipendentemente dal fatto che la poesia abbia un discorso esplicito o oscuro, essa ha sempre rappresentato e rappresenta tuttora il grado più alto di consapevolezza e di trasformazione del linguaggio della società. Per questo, che è la sua unica funzione e il suo significato, la poesia sempre investe e modifica la realtà: quella del linguaggio appunto.

Il mondo no, quello non l’ha mai trasformato, né mai lo trasformerà la poesia. Ma perché quest’idea bizzarra, perché proprio lei dovrebbe farlo? Perché non la scultura, il balletto o il giardinaggio?

Secondo alcuni critici tra il suo primo romanzo Tristano e Vogliamo tutto non c’è, a ben vedere, una vera frattura. Rimane il fatto che tra il primo libro (1966) e il secondo (1971) sono successe alcune cose, che mi provo a elencare: maggio parigino e contestazione studentesca, crescita e crisi della “nuova sinistra”, autunno caldo e, nel più specifico campo della nostra letteratura, fine della neoavanguardia. Tutto ciò ha senza dubbio pesato anche sul suo lavoro di scrittore e, se non esistono due Balestrini, io propendo a credere che esistano due fasi piuttosto distinte anche nella tua produzione. Qual è il tuo punto di vista interno?

Il mio punto di vista, però esterno, è che sono forse migliori i casi in cui ogni libro di uno scrittore è radicalmente diverso dal precedente, rappresenta una rottura rispetto a quello. E ciò probabilmente contraddice il fatto che uno scrittore “riscrive sempre lo stesso libro”. Ma questa è una contraddizione strettamente letteraria.

Le cose che sono successe alla fine degli anni Sessanta, per se stesse, non credo che abbiano cambiato la situazione della letteratura. Che non è così immediatamente sensibile alle vicende della storia, perché lavora su tempi lunghi. Così, infatti, nemmeno il dopoguerra aveva rappresentato una svolta nella letteratura. Il neorealismo, in pratica, c’era già da dieci anni, e ha continuato ad esserci per altri dieci anni.

Per quanto riguarda il ’68, secondo me, è la stessa cosa. La neoavanguardia che da dieci anni era l’unica letteratura valida, continua nonostante tutto a esserlo. Se non altro in mancanza di qualcosa che nel frattempo l’abbia sostituita. Solo che non costituisce più uno scandalo, ed è per questo che tutti gridano che è morta. Ma qualsiasi cosa si voglia scrivere oggi, non ci si può muovere ancora altrimenti, sul piano formale, che partendo da quella esperienza.

Per questa ragione, anche, non credo ai discorsi che si fanno oggi su una cosiddetta “restaurazione culturale”. Mi sembra che in questo modo si faccia solo una gran propaganda ai fascisti e alle loro poche e piccole case editrici. Che pubblicano roba che si è sempre pubblicata, perché ha un suo pubblico, visto che in questo paese il fascismo è tollerato e anzi difeso dalle istituzioni, e anzi ne è parte intrinseca. Oltre a questo, quali sono gli autori e le opere della cultura di destra?

Il discorso sul ’68 e sugli anni successivi può essere unicamente politico. In quegli anni le lotte dell’autonomia operaia hanno dimostrato la possibilità reale, l’esistenza pratica di un comportamento politico in cui la classe operaia non rimaneva più bloccata negli schemi illusori del riformismo. Le conseguenze del fallimento resistenziale potevano cominciare a essere superate. Per la prima volta la classe operaia riusciva a opporsi al suo destino di dover sempre costruire e ricostruire per i padroni. Prendeva coscienza della sua totale estraneità allo sviluppo dello stato dello sfruttamento. La lotta di classe riproponeva la prospettiva dello scontro violento per il potere.

Fenomeni come questi, si è visto, non modificano la letteratura. Ma offrono, a chi ha occasioni per venire a contatto con alcune situazioni e alcune lotte, la possibilità di portare alla letteratura un’immensa quantità di materiali nuovi. E soprattutto, con un punto di vista e una prospettiva nuovi. Fornendo così la possibilità di far conoscere le lotte e i protagonisti delle lotte, che hanno radicalmente trasformato la lotta politica del paese. E che rappresentano la più vitale e creativa possibilità per una letteratura che voglia interpretare ed esprimere le esigenze delle masse proletarie.

Fino a che punto credi nell’incidenza di un messaggio politico trasmesso mediante la letteratura? E in quale misura, nelle tue intenzioni, il “tuo” romanzo volta le spalle alla letteratura, e si pone come atto politico tout court? Non c’è il rischio di un equivoco?

Credo che la letteratura, qualsiasi letteratura, essenzialmente trasmetta messaggi politici. In ogni libro, ciò che c’è di più diretto, di più importante, è il messaggio politico. Ma naturalmente tradotto in una operazione linguistica, perché questo è la letteratura.

Con Tristano io avevo voluto mimare la fine del romanzo borghese: un inventario-mosaico dei suoi gesti ormai senza senso né valore. Ma questo era essenzialmente trasmettere un messaggio politico: l’impotenza, l’impraticabilità, l’insensatezza della cultura borghese oggi.

Tutt’altra cosa è dire che la letteratura può essere direttamente un atto politico. Penso che per la lotta politica, e ancor più per la rivoluzione, ci siano altri mezzi estremamente più efficaci, che in genere gli scrittori non sono avvezzi a usare.

Non c’è da avvilirsi per questo. Gli scrittori servono per raccontare, dopo, la storia di quello che è successo. Anche questo è un compito importante: perché così altri conoscono quegli avvenimenti e se ne conserva la memoria.

Pensi che lo scrittore, superata l’ambiguità dell’engagement di matrice morale-politica del primo dopoguerra, possa contribuire attivamente al rinnovamento della società attuale? Ritieni possibile una organizzazione e un uso del lavoro letterario alternativi e antagonistici alle strutture dell’industria culturale? E se sì, in quali termini?

Lo scrittore può contribuire alla lotta di classe solo se la pratica complessivamente, non soltanto in quanto scrittore. Cioè come sfruttato, se lo è, e come militante, se vuole esserlo. Scrivere è uno dei tanti lavori che servono a far guadagnare i soldi per vivere: il fatto di compiere questo lavoro è lo specifico dello scrittore. Essere un intellettuale è un mestiere, non una missione o un privilegio. Teoricamente niente esclude che uno scrittore, come chiunque altro, possa diventare un buon militante rivoluzionario. In questo caso il suo contributo alla lotta di classe può comprendere anche l’apporto della sua competenza specifica.

Perché certo anche l’opera letteraria serve a qualcosa, sul piano politico. Bisogna naturalmente vedere di che cosa si scrive, e soprattutto da che punto di vista lo si scrive. In genere il punto di vista degli intellettuali non è quello adatto a produrre un’utile opera di propaganda.

Quanto alle strutture culturali alternative, confesso di non averci mai creduto, anzi di averne sempre diffidato molto. Come di tutto quello che vuole essere rivoluzione della cultura, delle sovrastrutture, da farsi prima della rivoluzione politica, cioè prima della presa del potere e della trasformazione delle strutture. Non riesco a concepire un lavoro letterario all’infuori delle strutture industriali capitalistiche, oggi. Sarebbe come se un operaio volesse mettersi a costruire pezzi di automobile a casa per conto suo, magari insieme con alcuni amici. Per quello che riguarda i libri poi, l’industria culturale capitalistica garantisce l’opera di propaganda di qualsiasi libro nel migliore dei modi qui possibile. È una sua contraddizione, perché non usarla?

Qual è in particolare, per te, il ruolo dell’intellettuale “creativo” oggi in Italia? E più in generale, come vedi la situazione della nostra cultura in un momento povero di prospettiva come quello attuale?

Innanzi tutto non la vedo poi così brutta la prospettiva della cultura oggi in Italia. Anche se c’è una notevole povertà di opere, questo dipende molto dal fatto che dieci anni di neoavanguardia hanno fatto giustizia di tanta zavorra, hanno reso impossibile, se non con una grande faccia tosta, continuare a scrivere e a pubblicare un certo tipo di roba. D’altra parte, la letteratura della neoavanguardia non è ripetibile all’infinito, perché altrimenti quella che è stata la sua azione di distruzione, di rottura, di blocco, non avrebbe più senso. Sarebbe semplicemente una nuova fase della letteratura borghese che succede a quella precedente, non l’ultima, quella dei “novissimi”.

Dopo di che, la scelta è fra il nulla e un salto. Verso dove? A questo il discorso politico offre oggi un’immediata risposta.

Intervista 2018

Il fatto che l’anno dopo Vogliamo tutto tu abbia pubblicato quest’opuscolo segnala quanto ti premesse precisare il senso, letterario e in primo luogo politico, dell’operazione. Preoccupazione lecita: se è vero che quel libro, a posteriori, ha generato più di un equivoco. Mi pare pure significativo che mentre nel 2004 tu hai voluto riproporre la Conferenza, dedicata in sostanza ai contenuti del romanzo (comincia «Vogliamo tutto vuole essere anzitutto la storia dell’operaio-massa in Italia» e più avanti precisa: «è anche il tentativo di usate questo strumento letterario per un’operazione di divulgazione e di propaganda»), all’interno di un’edizione che si apre con una prefazione di Bifo che riprende i temi del libro ricollegandoli a quelli della sua stessa analisi economica e sociale, e militanza politica, oggi ti preme invece riproporre l’Intervista che si sofferma invece sull’aspetto letterario di Vogliamo tutto, o meglio sulle possibili intersezioni fra il piano specificamente estetico e quello appunto politico.

In entrambi i testi, comunque, emerge in modo evidente che fra il ’71 e il ’72 la convinzione diffusa nel movimento – dentro Potere Operaio in cui militavi, nella fattispecie – era che si fosse nell’imminenza di un quadro rivoluzionario, alla vigilia insomma della disgregazione dello stato borghese e quindi di un grande rivolgimento sociale e politico. Però poi in questa intervista tornavi a ribadire alcuni punti di poetica che si presentavano abbastanza immutati dai tempi non tanto dei Novissimi del ’611 ma da quelli, ancor più radicali, del Romanzo sperimentale del ’65-662: e che con questo quadro dell’imminenza rivoluzionaria producono, mi pare, scintille evidenti. Tanto che alla fine del ragionamento non puoi far altro che rinviare al «discorso politico», quello più strettamente tale volevi dire, che si svolge in separata sede. Cioè appunto nelle pagine che seguono, e che si concludono con un “senno di poi” (seppure a distanza di appena un anno, dalla pubblicazione del libro) come «Tutto quello che viene dopo è la storia che oggi stiamo vivendo». Ma che al tempo stesso, poche righe prima, precisa: «È chiaro ovviamente che i rapporti di forza li si sposta sempre con le lotte. Non è divulgandole o preconizzandole che li si sposta. Ma non per questo vale la pena rinunciare a un terreno, che ha pure la sua necessità, per lasciarlo totalmente nelle mani dell’avversario»3. Questo terreno è appunto la letteratura, la sfera estetica.

C’era la convinzione, condivisa da una grande quantità di gruppi e di compagni che parteciparono, di un cambiamento possibile. Convinzione che è durata appunto per tutti gli anni Settanta e che poi non ha avuto realizzazione. Mi pare interesse vedere come in quel contesto si situi la mia opera rispetto a quella precedente. All’epoca si diceva che c’erano due Balestrini, il che allora non mi poteva far piacere. Oggi direi che sì, si possono vedere due Balestrini che per certi versi non hanno fra loro alcuna continuità. Perché in fondo questa continuità non la trovo una cosa così necessaria, indispensabile e lodevole. La pubblicazione di Vogliamo tutto segue di soli cinque anni quella di Tristano, ma questi libri nascono in due contesti completamenti differenti…

... di mezzo c’è il 68...

... appunto. Nella sua concezione Tristano si colloca all’inizio degli anni Sessanta, in una situazione di pieno controllo politico da parte della borghesia, e di un riformismo abbastanza cauto, che tentava di impedire trasformazioni ormai inevitabili. Io credo che nella mia scrittura, come in quella di buona parte di coloro che parteciparono al Gruppo 63, nonostante tutte le differenze che si possono trovare fra noi, si possa rintracciare una linea comune che consisteva nella critica, una critica molto serrata e dura, alla cultura ufficiale italiana, a quello che allora chiamavamo appunto l’establishment e soprattutto alla cultura che ci aveva immediatamente preceduti. Ma fin dal principio, come dicevo anche nel ’72, sono stato convinto che la letteratura abbia sempre un significato politico che si esprime attraverso il suo modo di “formare”.

C’è un saggio memorabile dell’Eco di quegli anni, Del modo di formare come impegno sulla realtà4.

Ecco, io sono sempre stato convinto di questa cosa. L’esempio di Tristano mi pare evidente. Di esplicitamente politico non c’è nulla, in questo testo, ma colla sua concezione e la sua concreta struttura5 volevo dare una forma, se così si può dire, alla fine del romanzo borghese. Il che voleva dire tradurre in operazione linguistica il contenuto politico di quel rifiuto. Scompare l’autore perché tutto il libro è fatto di frammenti, cascami raccolti dall’immondezzaio del romanzo borghese, scompaiono i personaggi, scompare la trama, scompare l’unità stilistica… è il cassonetto della storia del romanzo!

Tra l’altro proprio negli stessi anni, ’64-65, Baruchello con Grifi fa Verifica incerta, che in qualche modo è l’equivalente sul piano visivo.

Certo, è lo stesso tipo di operazione. Alcuni hanno sostenuto che rotture di questo tipo, che sono alla base delle concezioni del Gruppo 63, abbiano anticipato, a livello sovrastrutturale, quello che sarebbe stato il Sessantotto dal punto di vista politico. In effetti per me Tristano è stata un’operazione definitiva, ultima, nel senso che vedo in quell’opera il risultato della distruzione radicale di quello che è l’istituto formale chiave della borghesia, cioè appunto il romanzo, come storia di un personaggio-individuo che in vari modi entra in conflitto con la società per quasi sempre finire male (se è una donna, poi, finisce sempre malissimo), e che viene raccontato attraverso i suoi momenti e passaggi psicologici. Con Tristano ho voluto fare un libro che non raccontasse alcuna storia, non avesse personaggi, non ammettesse alcun tipo di psicologia e debordasse completamente da tutte le regole della sintassi tradizionale. Si tratta di una negazione completa – sotto tutti gli aspetti, a cominciare da quelli formali appunto – dell’ideologia borghese sottesa alla forma-romanzo. Era per me l’unica operazione possibile in quella situazione storica. Sono sempre stato convinto (e lo ribadivo in queste pagine del ’72) che non si possa fare dell’arte fuori dal contesto sociale in cui ci si trova, sicché in un contesto di dominio borghese si può solo criticare la borghesia, e concretamente lo si fa attraverso quelle che sono le sue forme. La contestazione si può poi operare attraverso altri tipi di scrittura: in sede teorica, filosofica, di pensiero politico. Ma a quel punto non è più letteratura.

Resti dunque convinto che l’ambito estetico e quello politico si rispecchino magari l’uno nell’altro ma restino campi separati. Ci sono gli artisti e ci sono i militanti, e un certo artista può svolgere, in separata sede, attività militante. È quello che farai, in effetti, lungo tutto il decennio a seguire, sino alla persecuzione del 7 aprile e alla tua fuga in Francia nel ’79. Però a quell’altezza mostri di aver cambiato opinione su un punto specifico: nel ’72 dichiaravi un’assoluta sfiducia nell’ipotesi di «strutture culturali alternative», cioè in un «lavoro letterario all’infuori delle strutture industriali capitalistiche». E ironizzavi: «sarebbe come se un operaio volesse mettersi a costruire pezzi di automobile a casa per conto suo, magari insieme con alcuni amici». Invece a partire dal ’77, insieme ad altri dai vita al progetto di Ar&a (dal quale fra l’altro, due anni dopo, nascerà la prima «alfabeta»), una coalizione di piccole case editrici militanti che mettevano in comune fra loro i servizi di distribuzione, promozione ecc., in tal modo intervenendo in concreto su quel nodo economico che, a distanza di quarant’anni, resta la morta gora in cui siamo impantanati. Quindi gli intellettuali non si occupavano dei massimi sistemi politici – della rivoluzione che ciascuno di loro, appunto, poteva perseguire in separata sede – ma cercavano di mettere in discussione le regole del gioco, e quindi le strutture economiche dominanti, a partire dalle loro specifiche competenze tecniche. Questa cosa (che a me, per quel che vale, è sempre sembrata la strada maestra, o quanto meno quella a me più confacente) è durata poco, è stata messa a tacere, però è un ulteriore modo di impegnarsi che si somma agli altri due di cui abbiamo parlato. I Balestrini sono in realtà tre, dunque: c’è l’artista che prosegue la sua poetica, destrutturando le strutture formali equivalenti delle strutture materiali a loro sottese, c’è il militante che nel suo campo non si occupa di letteratura, e c’è poi una figura di raccordo, il Balestrini organizzatore e promotore di cultura che non ha mai cessato di lavorare, dal ’56 del primo «verri» sino a oggi, mettendo a frutto le sue competenze in una sede che è squisitamente politica ancorché “localmente”, specialisticamente tale. Quella scelta del ’77 dipendeva anche dal fatto che «l’industria culturale capitalistica», che nel ’72 viveva la contraddizione di «garantire l’opera di propaganda di qualsiasi libro nel migliore dei modi», a distanza di pochi anni non rappresentava più quella vitale contraddizione? È il caso di ricordare che Giangiacomo Feltrinelli era morto il 14 marzo di quell’anno.

No, l’editoria tradizionale continuava a funzionare, ma c’era un proliferare di nuove pubblicazioni che avevano bisogno di essere diffuse, e l’Ar&a nasce come un consorzio che offriva i servizi base editoriali (redazione, grafica, promozione eccetera) che le piccole iniziative non erano in grado di praticare e di permettersi, affidandosi poi collettivamente alla distribuzione ufficiale, cosa che le singole iniziativenon potevano permettersi individualmente

La prima a far parte nell’Ar&a fu la Cooperativa scrittori, creata da Elio Pagliarani, che pubblicava scrittori del Gruppo 63, poi ci furono le edizioni espressioni di riviste come «aut aut» e «L’erba voglio», altre più direttamente politicizzate. Si arrivò a una dozzina di testate con un centinaio di libri pubblicati in un anno. Ma l’esperimento non dirò più di due anni, nel 1978 venne brutalmente represso per motivi politici e dovette cessare.

Del resto la Cooperativa scrittori inizia le sue pubblicazioni col rapporto della commissione antimafia, un librone la cui pubblicazione costituiva di per sé un atto politico6.

Le esperienze di «Quindici» prima, e dell’Ar&a poi, hanno funzionato perché erano animate, in chi le faceva e in chi ne fruiva, dalla passione di quel momento. Le persone compravano «Quindici» o i libri dell’Ar&a perché si sentivano partecipi della trasformazione in atto, una trasformazione che si esprimeva attraverso un circuito altro rispetto a quello del sistema culturale, e dunque editoriale, dominante.

Resto convinto che in modi diversi la critica dello stato presente delle cose sia sempre possibile. Il mio Vogliamo tutto nasceva in un momento che di fatto si presentava come prerivoluzionario, un momento in cui non soltanto c’era il desiderio ma dei segni concreti di un cambiamento possibile. Molti si mostrarono stupiti, mi chiesero come mai prima scrivessi cose incomprensibili mentre ora usciva un libro così, ma io non ci vedevo allora nessuna incoerenza. In quella fase si imponeva necessaria una nuova “forma”, una forma “pre-borghese” se vuoi, che opportunamente Mario Spinella all’epoca definì «epica»…

già Tristano nel titolo citava il romanzo medievale, poi metterai a punto modalità “epiche” legate all’oralità, che non avevano a che fare col romanzo borghese.

Entra in scena quello che potremmo definire un personaggio collettivo, raccontato attraverso le sue azioni che sono in primo luogo azioni collettive, che lo accomunano a molti altri e non esprimono la sua specifica individualità, ma la condizione che lo accomuna agli altri. Anche quelle dell’epica propriamente detta sono storie di gruppi sociali dove a un certo punto tutti lottano insieme contro un nemico: la narrazione si focalizza non sulla soggettività ma sulle gesta. Rispetto alla destrutturazione totale di Tristano, in Vogliamo tutto c’è una storia e c’è un linguaggio che non è quello dell’autore. Io non dico una parola, è il personaggio che esprime le sue idee, senza l’intervento dello scrittore neorealista che decideva lui come dovessero parlare gli operai o i proletari… qui invece c’è la pura voce, anzi l’impura voce: perché quella che è la vera voce dei protagonisti della storia acquista una sua forma grazie al mio mestiere di scrittore, o trascrittore se vuoi, il cui compito è quello di operare sul linguaggio. Con questa operazione intendevo trasformare il cursus della narrazione tradizionale.

Vogliamo tutto è il primo libro che realizzi registrando la voce dei personaggi reali, mentre in precedenza tanto in poesia che in Tristano avevi fatto cut-up di materiali scritti, stampati. Anche questa è una differenza importante; richiama una presenza del corpo che prima era molto più astratto, più formalizzato…

Non c’era.

ecco, non c’era. Senti, a questo punto non possiamo aggirare una questione spinosa. Quando esce Vogliamo tutto, nel ’71, la neoavanguardia come movimento, come gruppo, era finita già da due anni, con la chiusura di «Quindici». Questa fine è stata raccontata tante volte, e la si può leggere in modi diversi7, ma non c’è dubbio che sia stata causata dallo scontro, fondamentalmente, tra due punti di vista contrapposti. Una parte del gruppo redazionale di «Quindici», quello che faceva capo ad Alfredo Giuliani, non accettò che dopo il marzo del ’68 tu insistessi a ospitare all’interno della rivista tutta una serie di materiali provenienti dai movimenti, materiali senza interesse letterario ma significativi in quanto testimonianze dei movimenti, delle lotte in corso. Questo equilibro tra una parte letteraria, oltretutto sempre più formalizzata, e una parte che vuole sempre più schierarsi in quanto si muove sulle strade, un equilibrio che sin dall’inizio connota la Neoavanguardia, diventa sempre più una forma di schizofrenia. Sicché prima Giuliani e altri escono, e poi – sebbene la rivista fosse giunta alla sua massima diffusione – voi che eravate rimasti la considerate esaurita e vi dedicate ad altro. Nella famosa separata sede. Ora ti vorrei chiedere se non sia possibile rileggere a posteriori quella tua scelta del ’68-69, di dare accesso a quei materiali nella cornice della rivista, come qualcosa che già anticipava Vogliamo tutto. Non erano ancora le voci corporee dei militanti, ma i loro documenti scritti; eppure proprio quella forma approssimativa, che tanto faceva spazientire Giuliani e altri, è un po’ una via di mezzo fra oralità e scrittura, sono già in qualche modo, quelle, le parole dirette delle persone in lotta.

Sì, allora quei militanti che scrivevano non facevano narrativa ma elaboravano documenti politici. Ripeto, per uno scrittore non è obbligatorio essere anche un militante. Scrittori come Giuliani o Manganelli non erano certo di destra, erano in sostanza degli anarchici, solo che non erano portati, per temperamento più che altro, ad assumersi un impegno politico in prima persona. Altri, che erano la maggioranza di quelli che facevano «Quindici», erano invece più o meno d’accordo con questa forma di impegno. Anche Eco, per esempio, dopo le dimissioni di Giuliani pubblica su «Quindici» un lungo pezzo, Pesci rossi e tigri di carta, che interviene nella discussione…

guardandola un po’ da Marte, diciamo…

va bene, questa forma di ragionevolezza era il suo temperamento, però dice chiaramente che non si poteva tornare ai «pesci rossi», cioè alle belle lettere che non avevano alcun tipo di legame con quello che stava succedendo8. Era un periodo di così profonde novità che tutto sembrava possibile. In fondo l’esperienza dell’Ar&a è stata un po’ un prolungamento di quella stagione, e di quello spirito. Sarebbe stato assurdo fare l’Ar&a nel ’63 o scrivere Tristano nel ’77... le circostanze determinano i nostri atti, decidono quanti Balestrini devono esserci, que, quattro o otto…

ecco, come diceva Pound, «what the age demanded». O, come diceva Sanguineti in Laborintus citando addirittura Stalin, «le condizioni esterne esistono realmente». A proposito di citazioni, un’altra cosa che mi colpisce è il titolo della tua seconda raccolta poetica organica, Ma noi facciamone un’altra, che esce proprio nel ’68. Questo titolo – che vuole congiungere le due concezioni, un cambio di marcia in sede tanto estetica e letteraria che storica e politica – è una citazione da Brecht, un altro interprete storico del tentativo di riproporre nella modernità una concezione epica. Che, se in Tristano è ancora tutta concettuale e in Vogliamo tutto si fa prassi esplicita, incontra un suo reagente decisivo, forse, proprio nel pensiero di questo autore, in Brecht.

Tutto il discorso di Brecht nasce nel periodo rivoluzionario del primo dopoguerra tedesco, dopo la Prima guerra mondiale, dal movimento che poi è stato soffocato. Anche in questo caso, secondo me Brecht non avrebbe potuto scrivere tutte le cose che ha scritto se intorno a lui non ci fosse stata una grande partecipazione collettiva, un grande afflato comune. Uno scrittore si trova in mezzo alla storia, esposto all’aria dei tempi, e a un certo punto può essere naturalmente spinto a parteciparvi. Non può inventarsi tutto dal nulla nella sua testa.

Al riguardo cito sempre la fine di quella famosa poesia di Hölderlin, Metà della vita, quando appare il segnavento che gira all’impazzata e sembra proprio un’allegoria della poesia, della poesia e della vita appunto. L’idea che il poeta sia mosso dalla storia e magari quel suo muoversi confuso qualche volta, chissà, può dare una spinta ulteriore…

può esserne coinvolto, o anche solo ricordarla dopo, quella storia….

anche questo dicevi nel ’72: «gli scrittori servono per raccontare, dopo, la storia di quello che è successo. Anche questo è un compito importante: perché così altri conoscono quegli avvenimenti e se ne conserva la memoria». All’aria del tempo, cioè alla spinta del presente, si somma sempre nella tua opera il rapporto con la storia, il movente di portare alla luce quello che rischia altrimenti di finire dimenticato, nel passato, ma soprattutto di lasciare un documento per la storia, per chi verrà dopo di noi nel futuro. È un aspetto che mi pare sia stato a lungo sottovalutato, ma che a mio modo di vedere è centrale nel tuo lavoro9. Se si leggono libri come La violenza illustrata e Blackout si vede questa intenzione di farsi interprete di una storiografia, ancorché non quella lineare dell’ideologia borghese ma di una storiografia irregolare, intermittente, più nello spirito di Benjamin che di Hegel diciamo. Historicus più che storiografo. Ma perché si possa depositare un lascito per i posteri bisogna presupporre che ci saranno, in futuro, posteri in grado di raccogliere questa storia. Tu in questo, oggi, hai ancora fiducia? 

Prima di rivolgersi ai posteri in alcuni casi, purtroppo pochi, c’è la volontà e la possibilità di rivolgersi al presente. Con Vogliamo tutto veniva raccontata una storia, sì, ma una storia che nasceva proprio in quegli anni, quella appunto dell’operaio-massa. Per questo ha funzionato, ha avuto una funzione di divulgazione, si è inserita in qualcosa che accadeva esattamente in quel momento. Ma queste casualità non seguono regole. Poi, per quanto riguarda il rivolgersi al futuro, questo riguarda ogni poeta. Il poeta non fa che questo. E infatti noi attraverso i poeti di tutte le epoche possiamo considerare testimonianze dello spirito di quei tempi. L’aspetto divulgativo di cui parlavo si realizza in forme che, a loro volta, esprimono lo spirito dell’epoca…

dev’essere una forma resistente… per poter attraversare il tempo dev’essere un po’ coriacea...

non è la comunicazione dello storico di professione... il poeta racconta attraverso le emozioni del periodo in cui scrive. L’arte non trasmette concetti, ma emozioni!

1

 Cfr. N.B., Linguaggio e opposizione, in I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, a cura di Alfredo Giuliani, Milano, Rusconi e Paolazzi, 1961 (alle pp. 196-8 dell’edizione Torino, Einaudi, 20036).

2

 Cfr. N.B., nel volume a sua cura Il romanzo sperimentale. Palermo 1965, Milano, Feltrinelli, 1966 (ripreso nell’edizione Col senno di poi 2013 a mia cura, Roma, L’orma, 2013, pp. 132-5 (e l’intervista che gli ho fatto a cinquant’anni di distanza da quel terzo convegno del Gruppo 63, ivi, pp. 199-211).

3

 N.B., Prendiamoci tutto. Conferenza per un romanzo. Letteratura e lotta di classe, Milano, Feltrinelli, 1972, p. 33 e p. 32.

4

 Uscito sul numero 5 del «Menabò di letteratura» diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino, nel 1962, nello stesso anno il saggio entra in Opera aperta (alle pp. 235-90 nell’edizione del 1976 e nelle successive).

5

 Si rinvia al numero 38 del «verri», settembre 2008, che riporta gli atti del convegno Attività combinatorie, tenutosi per le cure di Paolo Fabbri a Venezia il 16 e 17 maggio 2008.

6

 Cfr. Testo integrale della relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, a cura di Alfonso Madeo con le testimonianze di Francesco Cattanei, Libero della Briotta e Pio la Torre, Roma, Cooperativa scrittori, 1973 (tre volumi per quasi tremila pagine complessive).

7

 Rinvio alla mia postfazione, Volevamo la luna, postfazione a Quindici. Una rivista e il Sessantotto, a cura di Nanni Balestrini, Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 451-72.

8

 L’allusione di Eco era ai Pesci rossi di Emilio Cecchi (1920), antonomasia della “prosa d’arte” più formalista e avulsa dalla storia. Il pezzo esce sul numero 16 di «Quindici», marzo 1969, nello stesso fascicolo in cui Giuliani spiega Perché lascio la direzione di «Quindici» (rispettivamente alle pp. 384-98 e 382-3 di Quindici. Una rivista e il Sessantotto, cit.). Eco raccoglie questo suo intervento alla fine del suo Il costume di casa. Evidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni Sessanta, Milano, Bompiani, 1973 (alle pp. 458-80 dell’edizione del 2012), aggiungendo la seguente postilla: «Quattro numeri dopo “Quindici” sospendeva le pubblicazioni, nel momento in cui raggiungeva il massimo di tiratura. Era stata una scelta volontaria, almeno da parte della maggioranza redazionale, fatta nel momento in cui ci si accorgeva che ciascuno doveva rispondere per conto proprio, e con opzioni diverse, alle domande poste da questo articolo. Si era pensato che continuare a costruire gruppo quando ormai le ipotesi tattiche o strategiche divergevano, sarebbe stato mistificatorio. D’altra parte Renato Poggioli aveva mostrato che una delle caratteristiche dei movimenti d’avanguardia era anche il loro senso dell’agonia, e la loro capacità di suicidio. Non solo fare un giornale scritto dagli altri costituisce un modo di scrivere: anche chiudere un giornale può essere un atto di scrittura. D’altra parte le vicende successive hanno mostrato che quasi nessuno, dei redattori di “Quindici”, ha in seguito praticato il silenzio».

9

 Rinvio a Balestrini, o del romanzo controstorico, postfazione a N.B., La violenza illustrata, Roma, DeriveApprodi, 20113, pp. 126-41.

Resistere e ancora resistere!

Lelio Demichelis

Si chiudono i porti, si vota il decreto sicurezza, si trattano come schiavi i raccoglitori di pomodori. La produzione di paura (e di razzismo) continua a ritmi industriali da vecchia produzione di massa, con la paura che è diventata un bene (o meglio: un male) di consumo politico. Un processo degenerativo che non riguarda ovviamente solo l’Italia e non solo l’Europa. I più sono oggi tesi a invocare l’uomo forte, o il Capitano (Salvini) per navigare fuori dalla crisi. Ma è un Capitano diverso da quello richiamato da Walt Withman per la morte di Lincoln, dove la nave erano gli States usciti dalla guerra civile (la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato/ vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta/ mentre gli occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida) – perché oggi il porto non deve essere raggiunto altrimenti si fermerebbe la fabbrica della paura e del desiderio di autocrazia o di postdemocrazia – da mantenere a produttività crescente.

Le società occidentali invocano oggi non l’autorità (democratica) ma l’autoritarismo/populismo (Orban, Trump, Erdogan e Bolsonaro – e ovviamente Salvini) e l’autocrazia nel senso di un potere assoluto e personalizzato. Replicandosi e potenziandosi - dalla realtà virtuale alla realtà reale - la fascinazione per il potere verticale e de-sovranizzante anche se mascherato da orizzontale/partecipativo. Una forma di masochismo, direbbe Erich Fromm. Da qui il piacere di molti nel sottomettersi all’autorità. Ancora Fromm (1936): «Il piacere generato dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla rinuncia alla propria personalità, quel sentimento di ‘aperta dipendenza’, sono tratti tipici del masochismo»; «ognuno è inserito in un sistema di dipendenze verso l’alto e verso il basso; e quanto più in basso si trova un individuo tanto maggiori sono la quantità e la qualità della sua dipendenza da istanze superiori»; e ancora: «in una struttura caratterologica che contiene il masochismo, è compreso necessariamente anche il sadismo». Sottomissione e obbedienza all’autorità, nella totale rinuncia a se stessi, ma oggi non più per un ordine o per una ideologia, ma per un selfie sorridente accanto al potere. Forse aveva ragione Umberto Saba, quando si poneva la domanda (e che oggi non vale solo per l’Italia): «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. (…) Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

Ricordiamo poi che ciascuno degli autocrati/populisti oggi sulla scena e applauditi dal popolo come maieutica del cambiamento non mette in realtà in discussione la causa del disagio sociale e dell’impoverimento economico e relazionale che si vive nel mondo da trent’anni, ma la riproduce mascherando con l’anti-europeismo o l’essere anti-caste il proprio neoliberalismo. E l’obiettivo è sempre quello di far adattare la società alle esigenze dell’economia, anche se in altro modo rispetto alla destra e alla sinistra degli ultimi trent’anni. Sfruttando il fatto che il masochismo libera l’individuo (ancora Fromm) dall’angoscia in cui il sistema lo ha incatenato ancorandolo però a un potere forte del quale si sente parte e partecipe, dandogli l’illusione della potenza anche di sé.

Fine della lunga introduzione. Per arrivare a come fare resistenza. Ci aiuta – per l’analisi che compie e per un principio speranza che ci lascia dopo avere chiuso l’ultima pagina, facendoci immaginare di poter uscire da questo sadomasochismo popolare/populista quale ultima forma del neoliberalismo - un libro collettaneo curato e introdotto da Salvatore Palidda, docente all’Università di Genova e intitolato opportunamente: Resistenze. Un libro, scrive Palidda che cerca di mostrare, in altri modi e forme narrative, che esistono «legami diretti e indiretti tra l’aumento della ricchezza e della povertà, tra la potenza delle lobby finanziarie e lo sfruttamento senza limiti di carbone, petrolio, nucleare e dei vari altri prodotti inquinanti e cancerogeni, tra la produzione di armamenti e nuove tecnologie, tra la riproduzione delle guerre permanenti, le migrazioni ‘disperate’ e i disastri sanitari, ambientali e il rischio di distruzione del pianeta Terra». Un processo che quindi diventa «il fatto politico totale che caratterizza l’attuale epoca storica».

Eppure, «mentre molti – a parole – dicono di voler ‘correre ai ripari’, la quasi totalità delle autorità pubbliche e i dominanti di tutti i paesi non si adoperano in alcun modo per cambiare scelte e comportamenti dannosi, ma spesso si spacciano per ecologisti pur continuando ad aggravare i rischi». Non solo: «il governo della sicurezza che si pratica dagli anni Ottanta di fatto esalta solo le vittime del terrorismo e della criminalità per giustificare spese sempre più ingenti per la sicurezza di ‘comodo’, mentre occulta le morti per disastri provocati da attività criminogene legittimate da quasi tutti i governi perché assicurano profitti per i dominanti».

Ovvero, le politiche di produzione della paura (per attivare le conseguenti politiche securitarie-autoritarie), sono servite ad occultare i temi veri, sui quali si gioca invece la sicurezza ma soprattutto il futuro del pianeta. «La guerra in corso contro l’umanità e la natura» – si scrive nelle Conclusioni del libro - «si è accanita a partire dalla repressione brutale del movimento ‘altermondialista’ (…). La riproduzione delle guerre permanenti e del terrorismo foraggiate dai dominanti ha funzionato come una potentissima distrazione di massa che ha sfavorito le resistenze mobilitate per salvare l’umanità e il pianeta». Compresa forse, aggiungiamo l’offerta di una realtà virtuale/artificiale infinita e illimitata che ci ha fatto dimenticare/distrarre dalla realtà vera e dalle reali condizioni degli uomini e dell’ambiente minacciati da una volontà di potenza del tecno-capitalismo che - nichilisticamente – non si cura appunto della povertà generalizzata e crescente al pari delle disuguaglianze, né del riscaldamento climatico perché oggi, grazie anche alla rete, sa di poter estrarre valore da ogni cosa. Anche dal nichilismo irresponsabile che genera – e la ragione strumentale che domina il capitalismo, richiamiamo qui la Scuola di Francoforte, è quanto di più irrazionale possa esserci.

Nel libro vengono esaminati prima i processi di aggravamento dei rischi sanitari, ambientali ed economici a livello mondiale e le loro cause, dalla prima industrializzazione sino all’Antropocene (che anche Palidda propone di ridefinire più correttamente come Capitalocene), dai crimini contro l’umanità alla tutela dimenticata dei diritti fondamentali dell’uomo e dei doveri dello Stato democratico. Per poi passare ad analizzare una serie di casi concreti in diversi paesi (Italia, Francia, Spagna, alcuni paesi arabi, l’area euro-mediterranea nel suo complesso) – e le possibili resistenze.

Provando infine a immaginare appunto possibili alternative, «nella sperimentazione concreta della costruzione sociale di un governo dei rischi a partire dal livello microsociologico (…) sottolineando l’importanza cruciale di una costruzione ex novo dell’organizzazione politica della società a partire dal basso, dalle resistenze, dall’interazione di tutti i saperi [contro ogni forma di specializzazione/separazione], nell’interesse di tutti». Perché (ancora Palidda) «l’asimmetria di potere è oggi schiacciante, ma le resistenze si rinnovano e si diffondono. L’1% della popolazione mondiale dominerà sino a quando buona parte del restante 99% non sarà in grado di accumulare conoscenze e capacità di un agire collettivo».

Salvatore Palidda (a cura di)

Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo

DeriveApprodi

Pag. 289

20.00

Elvio Fachinelli, il dissidente

fachinelliEsce in questi giorni da DeriveApprodi un libro molto atteso, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989) di Elvio Fachinelli (255 pp., € 18), che ci restituisce la parte sinora oscurata di un’opera che per il resto è giustamente celebrata, a livello editoriale, da marchi come Adelphi e Feltrinelli. L’infaticabile Dario Borso ha rintracciato sessantuno testi dispersi, per lo più brevi o brevissimi, che Fachinelli andò pubblicando in quegli anni sulle sedi più diverse: dalle riviste di politica e cultura alle quali collaborò (Quaderni piacentini, Quindici, anche la prima alfabeta: con la relazione al convegno milanese ispirato nel 1984 al libro omonimo di George Orwell, Le vivenze, uscita sul numero di dicembre dello stesso anno) oltre ovviamente quella che fondò (L’erba voglio, uscita dal 1971 al ’77: quando venne chiusa, dopo la pubblicazione del numero 29-30 – e una perquisizione di polizia), ai settimanali e ai quotidiani: L’Espresso, la Repubblica, il Corriere della Sera (sembra un altro secolo, e in effetti lo era; era, però, appena trent’anni fa).

Si compone attraverso questi tasselli una specie di mosaico dunque, più che un affresco, della realtà psichica italiana (e non solo). Come scrive Borso nella sua prefazione, «il paziente suo più complicato fu l’Italia, e il trattamento più lungo fu della realtà italiana»: un trattamento che procedeva «per chiavi e spie assolutamente inedite, per brevi rilievi sismografici che segnalano pur senza spiegarla (senza risposta cioè) una realtà in continuo movimento, ossia un sommovimento».

Sono raccolti nel volume anche testi di grande momento teorico, nuclei di libri a venire, come Estasi metropolitane? (relazione a un convegno milanese sulla velocità, nel 1988, che l’anno seguente darà vita a La mente estatica, ultimo suo libro licenziato e secondo a venire pubblicato da Adelphi, dopo Claustrofilia nell’83); ma proprio per la natura frammentaria cui si accennava, di questo lavoro di Fachinelli, si preferisce presentare il volume – ringraziando l’editore per l’autorizzazione – riproducendo due interviste fattegli dai principali settimanali generalisti della nostra stampa, e che danno conto del suo atteggiamento su due momenti climaterici di quel «sommovimento». Quella sul Sessantotto (uscita su «Panorama» il 31 gennaio 1988, poi ripresa nel volume Intorno al ’68, pubblicato a cura di Marco Conci e Francesco Marchioro, Massari 1998) è a posteriori; quella sui controversi fatti consumatisi al festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano, invece, a caldo (uscita su «L’Espresso» l’11 luglio 1976).

Si nota come mentre Fachinelli eviti di accodarsi alle liquidazioni revisionistiche (e, più insidiosamente, auto-revisionistiche) del tempo di dopo, quando queste cominciavano a farsi senso comune (e anzi ci tenga a rivendicare un concetto, quello di «desiderio dissidente», che lui stesso aveva introdotto col saggio omonimo – a sua volta raccolto in questo volume – pubblicato su «Quaderni piacentini» nel febbraio del ’68, poi incluso nel suo Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974 e Adelphi 2010), invece nel tempo dell’adesso, quando non era certo esercizio comune (e in ogni caso non conveniva), non mancava d’indicare alcune delle contraddizioni, e delle aporie, che al «sommovimento» non consentiranno di farsi «rivoluzione». Se non «fallita», come sintetizza lui stesso nell’88. Ovvero, come aggiunge (ma l’intervistatore non raccoglie), «premessa a quella futura».

A.C.

Il Sessantotto

Quali sono stati gli elementi che hanno convinto uno psicanalista freudiano a lasciare il suo studio per immergersi nel ’68?

I primi segnali risalgono a prima del fatidico ’68. Già da qualche anno seguivo i mutamenti dei giovani americani e cominciavo a intravedere qualcosa. Poi, nel ’67, un libro illuminante, Lettera a una professoressa di don Milani: vi ho trovato un richiamo all’uguaglianza delle condizioni e una prima denuncia delle deficienze dell’istituzione scolastica. Alla fine di quello stesso anno mi sono trovato con amici alla manifestazione di Palazzo Campana, all’Università di Torino. Sono rimasto colpito dall’acutezza della contestazione e dalla risposta dei professori: alcuni (pochi) riuscivano almeno ad ascoltare, gli altri (i più) sembravano statue di sale. Contemporaneamente leggevo i primissimi documenti della Cattolica e della Statale di Milano. Era la fase del puro antiautoritarismo, un fenomeno affascinante per uno psicanalista.

Ne ha tentato subito un’analisi?

Sì, partendo dal cartello di protesta più diffuso: «Lotta alla repressione». Dal momento che era un giovane o un adolescente a portare quel cartello, la repressione rimandava immediatamente al problema dell’autorità paterna e la tentazione era quella di cominciare a disquisire sul complesso di Edipo.

E invece?

L’esperienza ci stava rivelando che il conflitto con la figura paterna nei soggetti in analisi era spesso in secondo piano, mentre il problema dell’autorità e del potere si poneva in modo più perentorio e angoscioso.

Vuol dire che da un punto di vista psicologico i bersagli dell’appello contro la repressione erano altri?

Sì, e a prima vista potrebbero sembrare tutti quei personaggi che cominciavano a mostrare la loro vuota essenza autoritaria: uomini che si dicevano di ferro perché erano fatti di cartone, uomini che parlavano più forte degli altri con una voce che non era la loro, uomini che dal vuoto atterrito dei loro palazzi senza finestre minacciavano la morte nucleare. Ma la protesta andava ancora più in là.

Verso che cosa?

Verso un fantasma di società che, per quei giovani, mentre prometteva una sempre più completa liberazione dal bisogno, nello stesso tempo minacciava una perdita dell’identità personale. Abbinava un’offerta di sicurezza immediata a una prospettiva inaccettabile: la perdita di sé come progetto e desiderio. Da qui è partita la dialettica del «desiderio dissidente», come l’ho chiamato nel ’68.

Come veniva messa in pratica dai gruppi del ’68?

In modo dapprima irriflesso, poi sempre più consapevole, realizzavano che ogni meta doveva essere superata nel momento stesso che veniva raggiunta, che l’essenziale non era l’oggetto del desiderio, ma lo stato del desiderio. L’appagamento del desiderio era sentito come la morte del gruppo.

Quindi a una società che offriva la soddisfazione del bisogno opponevano un deciso «non basta»…

Esatto. I gruppi diventavano così una cerniera di passaggio: trasformavano quelli che entravano a farne parte e li restituivano all’esterno come germi vitalmente pericolosi. E la loro stessa esistenza diventava fonte di contagio: pareva dimostrare che la tensione utopica così organizzata fosse la sola possibilità di negare il presente.

La psicanalisi si è accorta subito di tutto ciò?

Io scrivevo queste cose già allora, ma la frattura fra il movimento e la psicanalisi ufficiale era profonda. Bisognava percorrere nuove strade.

Sono state trovate?

Ci abbiamo provato. Nell’inverno ’67-68 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, alcuni studenti avevano organizzato un controcorso intitolato Psicoanalisi e società repressiva che intendeva utilizzare la psicanalisi come strumento per una «alternativa e verifica di ipotesi, tesi, strumenti di contestazione al sistema».

Quando fui chiamato a Trento, proposi ai partecipanti di costituirsi in «gruppo d’analisi» per sperimentare, nel gruppo stesso, le modalità di repressione e di autoritarismo che fino ad allora erano state considerate e criticate in modo ideologizzato ed esteriore.

Accettarono?

Sì, ma ci trovammo subito di fronte a un problema decisivo. L’analisi di gruppo si restringe perlopiù a sei-sette persone: è un gruppo chiuso. Ma ciò appariva contrario all’antiautoritarismo e a molti sembrava più idonea la tesi di un gruppo aperto: veniva chi voleva e quando voleva. La discussione che ne seguì fu estenuante.

E alla fine, chiuso o aperto?

Chiuso. Per un’esigenza di impegno duraturo da parte dei singoli partecipanti, per non correre il pericolo di dover fare e rifare gli stessi discorsi, per consentire la liberazione dalle inibizioni dei singoli senza la possibilità di disturbo, di derisione o di denigrazione di chi avrebbe potuto intervenire in qualità di esterno.

L’estraneo visto come pericolo?

Proprio così. C’era, come del resto nei gruppi politici, la spinta a difendere l’ideale di gruppo che sembrava continuamente minacciato da nemici. Da qui anche le inevitabili espulsioni e frammentazioni in direzione di un processo di settarizzazione.

Non poteva esserci un’alternativa?

Certo, se si fosse innescato il processo inverso, quello di accomunamento. In altre parole, l’«esercito agguerrito esterno che minaccia la setta» avrebbe potuto essere guardato come una «massa sterminata offerta alla propria comunicazione». Ma è rimasto un progetto utopico. Ogni ostacolo incontrato tendeva a far sì che il gruppo fosse tentato di abbandonare l’azione di comunicazione per rifugiarsi nella propria sicurezza interna. La setta, proprio perché setta, soltanto di rado riesce ad aprirsi. Rimane, ed è questo il suo significato, come testimonianza della rivoluzione fallita. O come promessa di quella futura.

Rivoluzione fallita. Perché?

Perché il ’68 era qualcosa di completamente diverso dall’idea vigente di rivoluzione di tipo marxista che consiste in un sommovimento delle masse, prodotto dai loro bisogni, che viene sapientemente canalizzato dal partito in direzione della presa del potere. Il desiderio dissidente era una manifestazione veramente rivoluzionaria, tanto che un anno dopo suscitò l’ondata degli operai. Ma proprio perché era così rivoluzionario finiva per porsi addirittura in un’altra logica.

Che non aveva possibilità di successo?

L’esperienza dei gruppi di Trento ci aveva già fatto intuire di no. Quello che stava succedendo aveva un grande effetto-sorpresa. La logica del desiderio, contrapposta a quella del bisogno, aveva messo improvvisamente in luce una generale mancanza di senso nella società. Scopriva che c’era un grande vuoto. E allora tutti a interrogarsi su questo vuoto, a chiedersi: «Che senso ha?».

Ed è stata trovata una risposta?

La ricerca ha innescato processi molto fecondi, ma anche angoscianti, che hanno spinto a voler chiudere troppo in fretta il vuoto, facendo ricorso a forme organizzative vecchie: i gruppi, i partiti…

la chiusura invece dell’accomunamento, la settarizzazione fino agli orrori e ai terrori degli anni successivi.

Ma il movimento non ha partorito solo questo…

Certo che no. È stata una grande esperienza che ha coinvolto profondamente gli individui, tutti, anche quelli che la rifiutavano. I nemici dei processi rivoluzionari dovrebbero capire che il messaggio, per contagio, entra anche dentro di loro. Il ’68 è stato un grande innamoramento collettivo, non è servito solo per acquistare uno sguardo più consapevole sulla società, per averne, alla fine, una visione lucida e fredda. Anche se non è per caso che ex-sessantottini sono oggi brillanti agenti di Borsa o sagaci manager.

E alla psicanalisi, il ’68 che cosa ha dato?

Ha favorito il formarsi di gruppi di ricercatori più indipendenti, capaci di esplorare tecniche nuove, come le esperienze con le droghe. Ha dato spazio anche a scuole più o meno ortodosse, come la reichiana che predicava la liberazione istintuale dalle catene repressive interne. In pratica, il ’68 ha influito anche sugli studiosi della psiche e del cervello.

Perché un fenomeno così epidemico, che si è esteso da un continente all’altro con velocità fulminea contagiando in diagonale tutti gli strati sociali, è scoppiato proprio nel ’68?

Abbiamo detto che era un momento in cui la società tendeva a soddisfare i bisogni, anche quello di informazione. Stava nascendo la società dei mass media che diffondeva immagini e notizie. I fermenti americani e la rivoluzione culturale cinese, per esempio, erano «notizie» che arrivavano ovunque attraverso i giornali e la televisione. Ecco: il contagio del ’68 è stato trasmesso e moltiplicato dai media.

Dentro il vulcano

Circola voce che lei è stato per quattro giorni di seguito al Parco Lambro.

Naturalmente è un’esagerazione. Ci sono stato però molto più tempo di tanti che, dopo una passeggiatina dopo cena, oppure anche senza esserci stati, hanno rapidamente liquidato tutta la storia, sui giornali, per radio, sì, anche attraverso le radio libere.

Quindi, secondo lei non si è detta la verità?

Si è detto qualcosa di molto parziale e in questo senso si è provocata una distorsione.

Cioè, per lei l’alternativa, l’alternativa di cui parlavano i manifesti, c’è stata?

Ma non è assolutamente questo il problema. Di alternativa non ho visto neanche l’ombra, è come chiedere se un pezzo di periferia urbana, mettiamo Quarto Oggiaro, trasferito al Parco Lambro costituisce un’alternativa. Messo dentro il Parco Lambro, compresso, ristretto, inchiodato, Quarto Oggiaro resta Quarto Oggiaro.

In che senso quindi il festival può interessarla?

Beh, era proprio come stare dentro il magma su cui si costruisce tutta la nostra cultura… o «contro cui» si costruisce. Mi sentivo tirato e scottato in tutte le direzioni. La cosa più sgradevole era l’aspetto kolossal, per esempio i due-trecento nudi che a un certo punto hanno invaso la valletta, dopo la pioggia, e c’era la nebbia; non erano affatto erotici, come volevano essere, erano terribili; mentre giravano in cerchio con le ragazze a cavalcioni mi sono venute in mente le foto dei lager, le illustrazioni di Gustave Doré. E poi ci sono stati anche, sia pure soffocati dal resto, momenti gradevoli, nel senso diciamo così dei «minimali». Certi ritmi, certe percussioni casalinghe, dopo il temporale. La cosa più curiosa che mi è capitata è stato vedere arrivare, durante un pomeriggio di afa spaventosa, nel mezzo del prato dove stavo con altri, una scimmietta. Ci aveva visto succhiare dei ghiaccioli e veniva a chiedere di poter anche lei partecipare. E si è messa a leccare il suo ghiacciolo proprio come un nostro fratello, con una visibile paura che qualcuno glielo portasse via. Una paura non infondata!

Ma della violenza che cosa dice?

Certo, c’era. Sia spontanea, legata alle straordinarie delusioni che si sono venute creando, sia premeditata. Proprio come a Quarto Oggiaro. La cosa più notevole è stato vedere i tentativi di unificazione che la massa effettuava continuamente, e perlopiù invano. Voglio dire che i cinquanta-centomila presenti cercavano continuamente di superare lo stato di frammentazione avvilita in cui si trovavano, e l’unica via per arrivarci era la musica, i suoni, il ritmo, e anche, ma sì, le luci del palcoscenico. Era una ricerca straordinariamente intensa, e mi è parso di capire questo stato di infelicità propriamente italiana, in cui ci sono le masse e non c’è più nessuna musica di massa, nessuna musica sentita e comunicata da tutti. Come stare a San Paolo del Brasile senza mai il carnevale. Qui non serve la comunicazione scritta: non servono nemmeno le immagini. E di qui l’importanza di quelle componenti musicali di origine meridionale (i Napoli Centrale, Tony Esposito ecc.), che consentono a molti come di rievocare un ricordo morto e che forse potrebbero essere l’inizio di una cultura e comunicazione unificante, vera, l’unica possibile. Tutti i libri, tutti i film, qui non servono a niente.

Ni vivos ni muertos

Franco Berardi Bifo

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, pubblicato da DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali.

Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. In realtà non si può più parlare della criminalità messicana senza allargare lo sguardo al necro-capitalismo come ciclo economico decisivo dell’economia globale contemporanea. Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi, francesi, austriaci, egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa, come los Zetas, sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. I cosiddetti Narcos sono in ultima analisi dei neoliberisti coerenti, dei neo-darwinisti sociali radicali.

Scrive John Gilber nel libro Morir en Mexico: “Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti”.

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe forse introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha fatto uccidere dai suoi salariati. Occorre infatti parlare di salariati del crimine. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare e quante a sequestrare, torturare uccidere.

Occorre però distinguere tra i narco-proletari e i narco-profittatori. I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale “morenos”. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o “gueros”. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le elite politiche e militari.

Il libro di Federico Mastrogiovanni, che uscì in Messico proprio nei giorni in cui la questione della violenza di massa esplodeva nella coscienza nazionale in seguito al sequestro dei 43 studenti di Ayotzinalpa getta una luce su questa realtà da un punto di vista particolare, quello del destino di un giovane sequestrato e della sua famiglia, dell’ambiente in cui è cresciuto e da cui è stato strappato.

Federico Mastrogiovanni
Ni vivos ni muertos
La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore
Prefazione di Gianni Minà
pp. 192
€ 17,00

L’eredità europea della Resistenza antifascista

Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

Un anno fa usciva il «Manifesto per un'Europa egualitaria» di K.H. Roth e Z. Papadimitrou (DeriveApprodi, 2014). Il risultato del referendum in Grecia ci sembra confermare l'attualità e l'urgenza delle sue proposte, per questo ne proponiamo oggi un brevissimo estratto, le ultime righe, augurandoci che la felicità sia d'ora in poi un'idea concreta in Europa.

L’Europa di oggi è resa fosca da disoccupazione di massa, condizioni di lavoro precarie, espropriazioni sociali e dal progressivo smantellamento dei diritti democratici. Non è più l’Europa della Resistenza antifascista degli anni Quaranta. Si tratta dell’esatto contrario della Federazione europea che avevano in mente il socialismo di sinistra della Resistenza italiana, della Resistenza francese e di alcuni gruppi di resistenti tedeschi. La loro eredità è oggi ampiamente dimenticata. Chi sa oggi che antifascisti berlinesi e del Brandeburgo hanno salvato moltissimi ebrei e creato un collegamento con le cellule della resistenza dei lavoratori deportati stranieri, poiché in questi passaggi vedevano la preparazione a una «Unione europea»? E chi ricorda il programma federale europeo dei socialisti italiani di sinistra, che dopo la fine della guerra cadde vittima dei vortici della Guerra fredda e fu cosi stravolto attraverso l’imporsi della concorrenza borghese, diventando materia a buon mercato per la liberalizzazione delle merci e del mercato capitalistico?

Oggi, settant’anni più tardi, possiamo ancora rifarci a quest’eredità. Naturalmente non in senso letterale. Eppure, i progetti dell’antifascismo europeo sono congeniali allo spirito e agli scopi di un’associazione per l’Europa egualitaria: la Federazione dovrebbe portare non solo la pace nel continente, ma anche diritti umani, democrazia del lavoro, proprietà comune e benessere. Vorremmo partire da questi progetti e svilupparli, in assonanza con i tempi attuali. Esortiamo gli attivisti e le attiviste della resistenza sociale, gli attori e le attrici dell’economia alternativa, le correnti di sinistra dei sindacati e dei partiti, cosi come gli intellettuali impegnati, a fare fronte comune per elaborare una prospettiva d’azione che apra la strada a un’Europa socialmente giusta, libera dalla violenza, federale ed egualitaria.

La condizione postumana

Rosi Braidotti

Non tutti noi possiamo sostenere, con un alto grado di si curezza, che siamo sempre stati umani, o che non siamo null’altro all’infuori di questo. Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.

Non se per «umano» intendiamo quella creatura che ci è diventata tanto familiare a partire dall’illuminismo e dalla sua eredità: il soggetto cartesiano del cogito, la kantiana comunità di esseri razionali o, in termini più sociologici, il soggetto-cittadino, titolare di diritti, proprietario, ecc. E tuttavia questo termine gode di ampio consenso e conserva la rassicurante familiarità del luogo comune. Affermiamo il nostro attaccamento alla specie come se fosse un dato di fatto, un presupposto. Fino al punto di costruire attorno all’umano la nozione fondamentale di diritto. Ma stanno davvero così le cose?

Mentre, oggi sempre più spesso, le forze sociali conservatrici e religiose si adoperano per reinscrivere l’umano all’interno dei paradigmi della legge naturale, il concetto stesso di umano è esploso sotto la doppia pressione degli odierni progressi scientifici e degli interessi dell’economia globale. Dopo la condizione postmoderna, postcoloniale, postindustriale, postcomunista, persino dopo la contestata condizione postfemminista, ci troviamo oggi a vivere la difficile situazione postumana.

La condizione postumana, lungi dal costituire l’ennesima variazione n in una sequenza di prefissi che può sembrare infinita e arbitraria, apporta una significativa svolta al nostro modo di concettualizzare la caratteristica fondamentale di riferimento comune per la nostra specie, la nostra politica e la nostra relazione con gli altri abitanti del pianeta. Tale questione solleva una serie di domande intorno alla struttura stessa delle nostre identità condivise – in quanto umani – colta nel bel mezzo della complessità delle scienze attuali, delle relazioni politiche e internazionali. Non umano, inumano, antiumano sono oggi al centro di molti discorsi e di molte rappresentazioni, mentre disumano e postumano proliferano e si sovrappongono nel contesto delle società globalizzate e tecnologicamente guidate.

I discorsi della cultura mainstream spaziano dalle ostinate discussioni economiche sui robot, le protesi tecnologiche, le neuroscienze e i capitali biogenetici fino alle più confuse visioni new age del transumanismo e della tecnotrascendenza. Il potenziamento umano è il punto centrale di queste discussioni. Nella cultura accademica, d’altro canto, il postumano è, alternativamente, celebrato come nuova frontiera per la teoria critica e culturale, o respinto come l’ultima moda nella serie dei noiosi post.

Il postumano suscita entusiasmo e ansia allo stesso tempo rispetto alla possibilità di un serio decentramento dell’Uomo, misura prima di tutte le cose. Vi è una diffusa preoccupazione circa la perdita di importanza e supremazia che sta interessando la visione dominante del soggetto umano e il campo di studi a esso attiguo, ovvero le scienze umane. Dal mio punto di vista, il comune denominatore della condizione postumana è l’ipotesi secondo la quale la struttura della materia vivente è in sé vitale, capace di autorganizzazione e al contempo non-naturalistica. Questo continuum natura-cultura è il punto di partenza per il mio viaggio nella teoria postumana. Rimane tuttavia da capire se questa ipotesi postnaturalistica, alla fine, si limiti a concludersi nelle sperimentazioni ludiche intorno ai limiti della perfettibilità del corpo, nel panico morale per la scomparsa di credenze vecchie di secoli circa la «natura» umana, o nella caccia orientata al profitto dei capitali neuro-genetici.

A che cosa si riferisce questo continuum natura-cultura? Esso evidenzia un paradigma che prende le distanze dall’approccio socio-costruttivista che ha goduto di largo consenso. Approccio che postula una distinzione categorica tra il dato (la natura) e il costruito (la cultura). Nelle politiche progressiste i metodi del costruttivismo sociale sostengono i tentativi di denaturalizzare le differenze sociali e mostrare così la loro struttura contingente e storicamente determinata dall’uomo. Basti pensare agli effetti rivoluzionari che, su scala mondiale, ha avuto la frase di Simone de Beauvoir: «Donna non si nasce, si diventa».

Tale comprensione delle ingiustizie sociali, colte all’interno di una natura determinata socialmente e variabile storicamente, apre la strada al progetto umano di risolverle tramite politiche sociali e attivismo. La mia tesi è che questo approccio, che si attesta sull’opposizione binaria tra il dato e il costruito, sia progressivamente sostituito dalla teoria non dualista dell’interazione tra natura e cultura.

Dal mio punto di vista quest’ultimo approccio è legato e supportato dalla tradizione filosofica monista, che rifiuta i dualismi, soprattutto l’opposizione natura-cultura, e si concentra piuttosto sulla forza autopoietica della materia vivente. I confini tra le categorie del naturale e del culturale sono stati spostati e, in larga misura, sfumati dagli effetti degli sviluppi scientifici e tecnologici. La mia analisi prende le mosse dall’ipotesi che la teoria sociale necessiti di fare il punto sulla trasformazione dei concetti, dei metodi e delle pratiche politiche causata da tale cambiamento di paradigma. Di converso la domanda circa che tipo di analisi politica, e che tipo di politica progressista, sia sostenuta dall’approccio basato sul continuum natura-cultura, risulta centrale nell’agenda della situazione postumana.

In primo luogo: cos’è il postumano? E, in modo più specifico, quali sono gli itinerari intellettuali e storici che possono condurci al post -umano? In secondo luogo: dove la condizione postumana si separa da quella umana? E in modo più specifico: quali nuove forme di soggettività si addicono al postumano? In terzo luogo: in che modo il postumano produce le sue specifiche forme di inumano? Ovvero: come possiamo resistere agli aspetti inumani della nostra era? Infine: quali sono le conseguenze che il postumano ha sulle scienze umane oggigiorno? Ovvero: qual è la funzione della teoria ai tempi del postumano?

Dopo la fine ufficiale della guerra fredda, i movimenti politici della seconda metà del XX secolo sono stati marginalizzati e i loro sforzi teoretici banditi in quanto ritenuti esperimenti storici fallimentari. La nuova ideologia dell’economia del libero mercato ha eliminato tutte le opposizioni, nonostante le massicce proteste di diversi settori della società, imponendo l’antintellettualismo come caratteristica saliente dei nostri tempi.

Questo è un duro colpo soprattutto per le scienze umane in quanto penalizza la sottigliezza dell’analisi, chiamata a prestare indebita fedeltà al senso comune – la tirannia dell’opinione – e al profitto economico – la banalità dell’interesse individuale. In questo contesto la teoria ha perso valore ed è stata spesso screditata come una sorta di fantasia o di narcisistico autocompiacimento.

Di conseguenza la versione superficiale del neoempirismo – spesso coincidente con la mera raccolta di dati – è diventata la norma metodologica della ricerca nelle scienze umane. È innegabile che vi sia un lato oscuro nella condizione postumana, specialmente a proposito delle genealogie del pensiero critico. È come se, dopo la magnifica esplosione di creatività degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, fossimo entrati in un monotono orizzonte pietrificato, privo di differenze e caratterizzato da un persistente senso di melanconia. Una dimensione spettrale si è infiltrata nei nostri schemi di pensiero, amplificata dai concetti, tipici della destra politica, della fine del tempo delle ideologie e della inevitabilità delle crociate civilizzatrici.

Sul versante della sinistra politica, invece, il rifiuto della teoria ha condotto all’onda di risentimento e di pensiero negativo rispetto alle generazioni intellettuali precedenti. In questo contesto di malessere teorico intellettuali neocomunisti hanno sostenuto l’impellenza di ritornare all’azione politica concreta, persino all’antagonismo violento, se necessario, piuttosto che insistere con altre speculazioni teoretiche. E hanno così contribuito a rendere obsolete le teorie filosofiche poststrutturaliste.

In risposta a questo generale clima sociale negativo, vorrei rivolgermi alla teoria postumana intendendola sia come strumento genealogico che come bussola per la navigazione. Il postumano è un termine utile per indagare i nuovi modi di impegnarsi attivamente nel presente, ragionando su alcuni suoi aspetti in modo empiricamente fondato ma non riduttivo, critico ma non nichilista. Mio intento è quello di mappare alcune delle strade attraverso le quali il postumano sta circolando come termine dominante nelle nostre società globalmente connesse e tecnologicamente mediate.

Più precisamente, la teoria postumana è uno strumento produttivo capace di sostenere quel processo di ripensamento dell’unità fondamentale, riferimento comune dell’umano, in questa età biogenetica nota come antropocene, momento storico in cui l’umano è diventato una forza geologica in grado di influenzare la vita su tutto il pianeta. Per estensione, esso può anche aiutarci a ripensare i principi fondamentali della nostra interazione con altri agenti umani e non umani su scala planetaria.

Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Rosi Braidotti, Il Postumano. La vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte, appena pubblicato dalle edizioni DeriveApprodi

Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo

Roberto Silvestri

Cos’è il cinema? È morto il cinema? Perché filmi? Sei nostalgico della pellicola e della sua trasparenza analogica o attratto dall’immagine opaca e digitale? Il cinema può o non può mostrare come stanno veramente le cose? E il video? È come un microscopio fatto per le cose piccole? Quali sono i cineasti preferiti? Quando giri lasci una finestra aperta alla vita e al caso? Rossellini non ha forse insegnato a diffidare dei professionisti del cinema, di chi riempie di parole d’ordine o di immagini preconfezionate o di sceneggiatura di ferro un budget che ministeri e mercanti hanno già artatamente rigonfiato?

Se le risposte vi interessano, queste sono le domande chiave, le ossessioni principali che Donatello Fumarola (giornalista e autore tv) e Alberto Momo (architetto/cineasta) e la loro band di amici e colleghi mai settaria (nonostante il gran guru adorato di riferimento, Enrico Ghezzi) pongono a 50 registi contemporanei oggetti d’affezione, che provengono da ogni angolo del pianeta e insieme compongono questo «talismano della felicità cinefila».

«Faccio cinema per necessità. Per scoprire, trasformare, pensare contro me stesso», sintetizza per tutti il marginalista carioca Julio Bressane, e continua: «Il cinema attraversa, è un organismo intellettuale con una sensibilità eccessiva che trapassa tutte le arti, le scienze e la vita». Ora che il cinema entra nei musei e nelle gallerie d’arte e che sono i filosofi (Rancière, Nancy, Badiou…) a prendere il posto dei critici, vediamo qual è il Pantheon di questi «strangolatori di mondo». Geni intesi alla Carmelo Bene, che fanno quel che possono: il contrario dei registi di talento, «che fanno quel che vogliono». Si mettono insieme Corman e Bela Tarr, Tarantino e Straub, Hellman e Naomi Kawase, Lav Diaz e Tsukamoto, Naderi e Sokurov… Ma aspettiamo i prossimi volumi (sono 200 le interviste realizzate), o magari che Cameron, Carpenter, Eastwood, Elia Suleiman e Kim Ki-duk si rendano disponibili.

Interfaccia tra il pubblico ribelle e non riconciliato e il cineasta amateur che crea mondi o è il dissolutore di questo, Fumarola e Momo, appassionati e affiatati, attivi e vagabondi, vanno a cercare «dove ribolle ancora qualcosa di incandescente», nei generi codificati o postmodernizzati o al di là. Inseguono, esplorano, ibridano, raggruppano, collezionano così gli autori senza A maiuscola (chi per lo più scrive, dirige e monta il suo film) che lavorano tra ciò che sanno e ciò che ignorano, tra la leggerezza dell’equilibrista e l’inesorabile legge di Gravity. Cadere nel sovrumano e librarsi nel subumano.

La mappa non registra le foreste della semplificazione sociologica e le valli dell’ineffabilità artistica. E a chi rimprovera la noia insopportabile di molto cinema di ricerca (Bela Tarr, Alonso, Sokurov) ricordano che, «se il cinema vuole mostrare le cose, deve suggerirle. E la cosa viene dopo, come un regalo del caso. Una montagna non si vede, ma dopo mesi, anni di osservazione, si scopre» (J.M. Straub). Se no, ve li meritate i blockbuster. Costruiti da affaristi che non sanno niente di piacere schermico. Anzi che, come diceva Bob Aldrich, «sanno esattamente tutto quello che vuole il pubblico. E non glielo danno mai».

Sono circa 37 i tesori da scoprire in questo libro-mappa. «I cineastiche reggono sulle loro spalle il cinema», di peso. Se volete catturarli, nell’ultimo capitolo del libro Enrico Ghezzi vi condurrà alla meta con l’abilità e la velocità di un campione di videogame. Un programma tv, Fuori orario, è infatti spesso il mandante esplicito di queste interviste. Ma anche l’amour fou, la cinefilia, dotata di logica cinefollia. Da tutte le capitali del cinema altro arrivano, telepatici come zombie, questi scienziati di ciò che accade nell’aria, occhi che vedono ciò che gli altri non avvertono e invece di approfittarne sadicamente sanno come rivitalizzare le nostre intossicate papille ottiche.

Sconosciuti ai più, «leggende viventi» come Ujica, Wiseman, Alonso, Raya Martin, Zilnik, Wai Ka-Fai, vivi in un mondo morente, amano la camera digitale hd che li immortalerà. Eccoli nelle hall degli alberghi di lusso dove sono ospiti dei festival del cinema, di ricerca o meno, complici di quel «crimine» che è l’intervista (come diceva Fuller), così simile all’interrogatorio di polizia. Il metodo è quello di Warhol, inebriarsi di star. Imprinting non sempre possibile: Victor Erice («non siete all’altezza») o Michael Cimino (schifato dalla contiguità con Lynch, Ferrara, Tarantino, Brakhage) si negano.

Militante è la copertina del libro: con il cineocchio di Vertov a scrutarci, come se fosse l’occhio della Luna liberato dal missile di Méliès, apertura ambiziosa a un fantascientifico campo/con trocampo cosmico. Militante anche l’anima segreta di questa grande carte du tendre, geografia emozionale dell’immaginario che mira alla costituzione clandestina di un partito internazionalista, ma immateriale, di «cineasti amatori» (un tempo li si definiva liberi, underground, solitari, indipendenti, autonomi…).

Evoluzione new global delle «Brigate Rossellini» che non aspira, come Glenda Jackson o Beppe Grillo, ai seggi in Parlamento. Ognuno potrà scegliere l’itinerario che vuole viaggiando tra aneddoti e rivelazioni, massime filosofiche o segreti professionali svelati dai cineasti e delle cineaste (poche) di tutto il mondo (Africa no) preferiti.

Questi total filmaker sperimentali o hollywoodiani, entristi nell’industria o programmaticamente «fuori», quasi tutti autori, nessun attore, sono delle superstar estremamente speciali. Per sapere cosa succede in Iran o nelle Filippine meglio parlare con Makhmalbaf o Lav Diaz che con i leader politici. Parafrasando il drammaturgo e regista teatrale Andre Gregory, «businessmen e politici dovrebbero ascoltare con molta attenzione i cineasti, non usarli». E se avvenisse, finalmente, il contrario?

Donatello Fumarola-Alberto Momo
Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo
Incontri con cinquanta registi contemporanei
DeriveApprodi, 2013, pp. 475
€ 25,00

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni