Ragionando di elezioni

Carlo Formenti

Un paio di mesi fa era apparsa su queste pagine una mia “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”. Si trattava di un documento in cui spiegavo le ragioni per cui la lista Tsipras non suscitava il mio entusiasmo:

1) perché riproponeva la vecchia logica di un accordo puramente elettorale fra le varie componenti di una sinistra radical-istituzionale (scusate l’ossimoro ma non saprei come altro definirla) priva di identità sociale e progetto politico; 2) perché irritato dall’ipocrisia con cui si spacciavano come “costruite dal basso” liste raffazzonate all’ultimo momento con un occhio all’appeal mediatico dei candidati (molti dei quali “falsi”, in quanto dichiaravano a priori la propria intenzione di rinunciare ove eletti) e l’altro agli accordi fra le correnti in campo; 3) perché alimentava illusioni riformiste nei confronti di istituzioni europee palesemente irriformabili e irrimediabilmente oligarchiche; 4) perché ambiva a rappresentare una generica “società civile”, priva di ogni caratterizzazione di classe.

Quell’intervento provocò una pioggia di critiche (e qualche insulto) alle quali ho scelto di non replicare perché non volevo venisse interpretato come una “campagna contro”, limitandomi a dire che l’avrei votata anch’io, sia pure turandomi il naso, dando la preferenza a qualcuno dei candidati degni di stima (che in effetti non mancavano). A urne chiuse e a esito acquisito, posso confessarlo: alla fine non ho avuto il coraggio di votarla, per la prima volta da trent’anni a questa parte non sono andato a votare, come credo abbia fatto la maggioranza dei compagni impegnati nelle lotte di base contro la disoccupazione e il precariato, per il diritto alla casa e per la difesa di ambiente e territori.

Sul Manifesto Luciana Castellina si è compiaciuta del fatto che i voti raccolti dalla lista abbia superato la somma di quelli che sarebbero andati a Sel e Rifondazione se si fossero presentati separatamente, io credo invece che dovremmo riconoscere che quel “surplus” appare miserabile, ove confrontato alla massa degli elettori che hanno votato PD, Grillo o si sono astenuti. In effetti, perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è un partito come SEL, incerto se continuare a fare da mosca cocchiera al PD o confluire direttamente nella sue fila, accogliendo l’invito a dare vita a una “sinistra” unica formulato dalla Camusso in un’intervista al Corriere, un partito i cui rappresentanti non possono presentarsi davanti agli operai dell’Ilva e alla gente di Taranto senza arrossire di vergogna?

Perché avrebbero dovuto votare per una coalizione in cui c’è Rifondazione, un partito pervaso da pulsioni sucide che lo hanno indotto, dopo avere assicurato nel corso di un recente congresso che mai più lo avrebbe fatto, a immolarsi nel ruolo di garante “antagonista” di una ennesima operazione Arcobaleno, egemonizzata da forze che antagoniste non sono. Perché, infine, avrebbero dovuto votare per la sinistra liberal-chic di ALBA, che antepone il pur nobile impegno per i diritti civili a quello per la difesa degli interessi materiali delle classi subordinate?

Personalmente il colpo di grazia a ogni residua intenzione di recarmi al seggio me lo ha dato l’intervista che il candidato Luca Casarini, ex leader dei Disobbedienti, ha rilasciato al Corriere a pochi giorni dal voto. Intervista in cui ha spiegato che, oggi, i “veri” proletari sono artigiani e lavoratori autonomi. Mentre lo ringrazio per avermi aiutato a risparmiare la fatica di votare, lo invito caldamente ad andarsi a leggere Dove sono i nostri, il libro pubblicato dal collettivo Clash City Workers che, forse, lo aiuterà a capire che la composizione di classe in Italia è un po’ più complessa e che, per una sinistra radicale degna di questo nome, esistono altri soggetti sociali in cui identificarsi e per cui lottare.

Sempre ai compagni di Clash City Workers dobbiamo quella che mi è parsa la più lucida analisi del risultato elettorale che mi sia capitato di leggere: i proletari, scrivono, hanno votato in massa PD perché Renzi ha messo loro in busta paga i famosi 80 euro; il che non significa, aggiungono, che meritino il nostro disprezzo per avere ceduto alla lusinga di un tozzo di pane; significa, piuttosto, che la crisi li morde alla gola al punto da apprezzare anche questa piccola boccata d’ossigeno, e che nessuno gli ha spiegato che quello che Renzi sfilerà dalle loro tasche con aumenti di flessibilità, tagli alla spesa pubblica e al welfare sarà assai più di 80 euro. Significa anche che nessuno ha spiegato loro che il PD di Renzi è qualcosa di più complesso e pericoloso di una socialdemocrazia moderata.

Ci ha provato Luciana Castellina nel già citato articolo sul Manifesto, scrivendo che il PD, più che una nuova DC è una versione italianizzata dei Democratici americani. Non sono d’accordo: il PD è la nuova DC, nel senso che svolge la stessa funzione di corpaccione interclassista in grado di garantire l’egemonia culturale e politica delle classi dominanti - funzione che, essendo cambiati modo di produzione, composizione di classe e tecniche di costruzione del consenso va svolta con metodi aggiornati, effettivamente più simili a quelli made in Usa. Ma è anche molto di più: i peana che gli hanno tributato Merkel, Monti, Obama, Confindustria e sistema dei media è lì a dimostrare che in Italia è in atto un esperimento politico che mira a imporre ai proletari il disciplinamento liberista con metodi più “soft” di quelli adottati nel caso greco, a far digerire i tagli a redditi e welfare spacciandoli come metodi per rilanciare l’occupazione e costruire un welfare “moderno”.

Renzi ha detto che la sua è stata la vittoria della speranza sulla rabbia. Ha ragione: così come il Yes We Can di Obama ha sedotto gli elettori americani, l’imbonitore Renzi ha illuso gli elettori italiani, mentre la rabbia di chi non gli ha creduto ha trovato espressione più nell’astensione che nel voto a Grillo, o che in quello ben più deludente alla lista Tsipras. Da qui in avanti il compito della sinistra antagonista sarà spiegare ai proletari italiani quali interessi di classe incarna il PD, per organizzare la lotta contro la sua politica e contro quell’Europa delle lobby finanziarie di cui il PD è espressione locale. Per svolgere tale compito, tuttavia, occorre mettere da parte le illusioni in merito alla possibilità di ricostruire la sinistra attorno a partitini residuali che mirano solo a conservare qualche posticino nelle istituzioni di una “democrazia rappresentativa” che non rappresenta nulla e nessuno.

Occorre prendere atto che viviamo in un regime postdemocratico, per cui non è alle prossime elezioni che dobbiamo guardare bensì a scadenze come quella della manifestazione del prossimo 11 luglio a Torino, per “dare il benvenuto” ai rappresentanti europei che là si riuniranno a discutere di (dis)occupazione giovanile. Certo manifestare non basta, ma queste mobilitazioni servono anche e soprattutto a far maturare le condizioni per l’unificazione dei movimenti antagonisti in un progetto politico comune. Lo si è visto in occasione del 18 e 19 ottobre del 2013 e dello scorso 12 aprile, ma lo si è visto anche in occasione dell’assemblea di massa che si è tenuta a Torino lo scorso 31 maggio per preparare la mobilitazione dell’11 luglio: la via per ricostruire la sinistra passa da qui, non dai seggi elettorali.

Istruzioni per l’uso del futuro

Michele Dantini

Il patrimonio è «comunità» o «mercato»? Potremmo partire da questa domanda per introdurre l’ultimo libro di Tomaso Montanari che, se approfondisce le convinzioni più radicate dell’autore, accompagna sottili mutamenti di prospettiva e sperimenta inedite attitudini espositive.

La narrazione non è scandita da capitoli o paragrafi ma dalle voci di un «alfabeto civile» che va dalla A di «ambiente» alla Z di «zenit». Le tesi in primo luogo. Se assoggettato a norme di profitto, il patrimonio (inteso prioritariamente come un «intangibile», cioè come una risorsa immateriale) smarrisce i compiti educativi assegnati ad esso dalla Costituzione. Muore o decade. Al di là delle retoriche commerciali, «valorizzarlo» adeguatamente implica dunque riconoscerne la differenza dai beni di consumo. Significa studiarlo sino a rigenerarne la conoscenza, interrogarlo, divulgarlo.

La tutela del patrimonio è intimamente connessa a quella dell’ambiente: «natura» e «cultura» particolarmente in Italia, paese di antica antropizzazione, formano un’unità storico-antropologica che occorre preservare. Mobilitarsi in difesa di acqua, aria, boschi e suolo non è diverso, afferma Montanari, dal prendersi cura del singolo monumento, del piccolo museo territoriale, dell’area archeologica, delle «identità» comunitarie.

Infine. La conoscenza storico-artistica è requisito di cittadinanza. Dovrebbe essere incoraggiata ed estesa a tutti sin dai primi anni delle scuole, e considerata adempimento costituzionale, parte di una più generale politica delle pari opportunità. Sappiamo invece come l’insegnamento della storia dell’arte sia stato inesplicabilmente ridotto da recenti riforme e, in taluni casi, soppresso. Non solo. Le partnership pubblico-privato devono stabilirsi sul presupposto della bontà dei progetti. Selezionare attitudini e competenze. Produrre mobilità sociale. L’attuale mercato delle concessioni appare invece truccato da contiguità politico-partitiche e rapporti clientelari.

Ciò che più colpisce, in Istruzioni per l’uso del futuro, non sono le tesi, in buona parte note e esposte in circostanze recenti. Sono gli slittamenti che hanno luogo a due livelli, di forma e contenuto; e che risultano assai significativi. Una maggiore disponibilità al contemporaneo (pur se da ricondurre «nelle periferie») si accompagna al riconoscimento dell’importanza occupazionale delle politiche di tutela. Il libro prova ad avviare un discorso anche economico sul patrimonio riconoscendo che il dibattito è stato, sin qui, eccessivamente schematico e polarizzato.

È un riconoscimento importante. Nel desiderio di «sostituire la proposta alla pura denuncia», Montanari lancia brillanti idee e segnala alcune best practices. Perché non istituire una Scuola nazionale del patrimonio? O non trasformare le soprintendenze (e i musei pubblici, aggiungo) sul modello dei «policlinici», cioè istituzioni universitarie che svolgono ricerca applicata?

A mio avviso l’attuale ritrovata vivacità del discorso storico-artistico italiano è connessa a un’istanza di semplificazione linguistica portata a buon termine. Da più di un decennio i progetti di «cartolarizzazione» del patrimonio o le offensive neoliberiste contro le competenze storico-artistiche hanno obbligato (e obbligano tuttora) gli storici dell’arte a interrogarsi in modo semplice e diretto sull’utilità pubblica della propria attività; e a confrontarsi con l’interesse generale.

Istruzioni per l’uso del futuro corrisponde all’esigenza di rivolgersi a (e interessare) un più vasto pubblico: il modo in cui è scritto e concepito costituisce de facto una vivida contestazione dell’autoreferenzialità della storia dell’arte universitaria.

La saggistica attraversa difficoltà crescenti, certo non solo in Italia. Gli editori chiedono racconti: solo l’intrigo poliziesco o la saga familiare sembrano poter sopravvivere alla tempesta. Per uno storico dell’arte di formazione accademica si pone dunque la necessità di mantenere in vita la scrittura saggistica conferendole forme «altre» e (per così dire) avvolgendo in involucri narrativi il pensiero critico.

Già dall’accostante dispositivo retorico che lo sorregge, quello dell’«alfabeto civile», il libro si confronta con la spinosa congiuntura culturale, e lo fa bene. Eccettuate sporadiche iperboli o sbrigative riduzioni polemiche, rispetta la delicatezza dell’argomento mentre gioca la carta (strategica) della brevità divulgativa.

Tomaso Montanari
Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà
minimum fax (2014), pp. 127
€ 9,00

Amazon, un altro grande errore a sinistra?

Franco La Cecla

Nel numero del 17 Febbraio del New Yorker c'è un articolo di 14 pagine su Amazon. Un attacco ben mirato e documentatissimo al colosso delle vendite online e al suo comportamento nei confronti dell'editoria e degli autori. Ne vien fuori un ritratto spietato. Sull'onda della democrazia dei libri e dei diritti dei consumatori, Amazon ha monopolizzato un settore di cui per altro le interessa ben poco, visto che fa i suoi maggiori profitti in altri prodotti dai pannolini agli accessori per la casa alle macchine fotografiche e quasi tutto si può trovare in un grande magazzino.

Nonostante la minima percentuale dei profitti in libri la sua strategia è stata quella di strangolare con condizioni capestro grandi e piccoli editori, di ridurre alla fame e alla chiusura migliaia di librerie, e di abbassare il compenso generale degli autori a una miseranda propina. In più l'algoritmo di Amazon ha sostituito ai critici e agli esperti di libri semplici maccanismi di marketing,fino a ridurre il libro a un prodotto come i pannolini. Nessun problema di contenuto. Perfino qualdo ha cercato di sostituirsi agli editori diventando editore, Amazon ha prodotto libri di scarsissimo contenuto culturale e per altro fallimentari nelle vendite.

Nell'articolo questa strategia è testimoniata da moltisime dichiarazioni ufficiali da parte dei dirigenti di Amazon, nelle quali dicono di voler spazzare via gli editori e le loro logiche antiquate. Ovviamente per il bene dei cittadini e dei consumatori. La stessa solfa di Google che ha distrutto l'industria musicale e portato alla fame centinaia di migliaia di musicisti con la scusa dell'open source e dell'accesso libero alla musica. iTunes non è stato da meno.

Il risultato è che nel populismo e nell'anarchismo capitalista dei nerd che dirigono i social network, essi si comportano come agenti di una dogana che fa il pizzo su contenuti prodotti da altri. Facendo finta di fare un favore alla democrazia. Come se la democrazia non fosse invece permettere di sopravvivere agli artisti, ai musicisti e agli scrittori, ai librai, a quelli che fanno cd, alle orchestre. Ai creativi e in genere a coloro che la cultura la producono e non la riciclano solamente. È interessante che dal centro dell'impero finalmente arrivi lo svelamento della vera natura di alcuni social network.

 

Questione di genere

Alessio Vaccari

Judith Butler è un’autrice scomoda per il dibattito culturale italiano. Sebbene le sue opere siano fra le più studiate e citate nel panorama filosofico internazionale, nel nostro paese la sua influenza è marginale, soprattutto all’interno del mondo accademico.

Nel movimento femminista italiano la sua influenza si è invece progressivamente consolidata. Butler è considerata l’espressione più autorevole della Third Wave, la terza fase dei Gender Studies europei e americani. Dopo una prima ondata liberale ed emancipazionista e una seconda, radicale, che ha agito sul piano simbolico piuttosto che sul cambiamento di opportunità socio-economiche delle donne, si assiste a un nuovo modo (influenzato a vari livelli dalla teoria psicoanalitica) di inquadrare il problema della differenza sessuale.

Nella prospettiva di Butler sono presenti tre diverse linee teoriche che hanno caratterizzato la costellazione dei nuovi femminismi europei e americani. In primo luogo, il tema del ruolo performativo del linguaggio: i suoi effetti in relazione alle esigenze di riconoscimento e di legittimazione sociale e politica. In secondo luogo, l’elaborazione di un nuovo concetto di agency che sappia ispirare forme di democrazia radicale capaci di superare i confini nazionali e le logiche identitarie. Infine, un progetto filosofico antinaturalistico.

In contrasto con l’idea che nei nostri geni siano inscritte fatalmente le nostre vite, Butler difende la tesi della scelta libera e responsabile dell’omosessualità e delle relazioni «non naturali». Il primo e l’ultimo di questi temi trovano una straordinaria elaborazione in Gender Trouble, pubblicato nel 1990, tradotto una prima volta da Sansoni nel 2004 e oggi riproposto in una nuova traduzione di Sergia Adamo (con un titolo più fedele all’originale rispetto al precedente Scambi di genere). Come accade sovente nei suoi libri, Butler discute con una serie eclettica di autori e autrici per mettere a nudo le inadeguatezze della riflessione del Novecento rispetto ad alcune questioni filosofiche fondamentali.

Attraverso un’indagine sulla violenza prodotta dalle norme che stabiliscono i criteri coercitivi di normalità per i corpi e per la soggettività, Butler mette in crisi l’originarietà del duale maschio-femmina. Questo percorso genealogico prende avvio dalla critica alla presunta unità del genere maschile e femminile costituita attorno all'l’intreccio causale fra sesso, desiderio e genere.

Attraverso la discussione delle posizioni di Beauvoir, Irigaray e Wittig si mostra come la sessualità non sia affatto qualcosa che possa emergere da un’analisi naturalista, ma sia invece il prodotto storico e sociale dell’applicazione di una norma eterosessuale e di una logica binaria che pretende che ogni individuo rientri nella categoria del maschile o del femminile. Nel secondo capitolo, la discussione con Lévi-Strauss, Freud e Lacan è lo sfondo a partire dal quale Butler indaga come lo strutturalismo e la psicoanalisi abbiano riformulato lo statuto e il potere dei divieti che istituiscono il genere.

Ampio spazio è dedicato alla critica della nozione freudiana di «predisposizione» sessuale, che Butler rifiuta di considerare un fatto psichico primario e legge invece come effetto prodotto da una legge imposta dalla cultura. La natura performativa del genere viene infine esaminata a partire da Foucault e dall’indagine sulla costruzione del corpo materno da parte di Julia Kristeva.

Butler inaugura qui la sua originale e fortunata decostruzione del concetto di genere che prefigura un nuovo scenario: al posto di comportamenti ripetuti e stereotipati con i quali si acquisirebbe un’identità sessuale, l’autrice immagina una pluralità di corpi, opachi a se stessi e agli altri, che costruiscono e disfano la propria narrazione di sé all’interno dei molteplici contesti relazionali che attraversano la loro esistenza.

Judith Butler
Questione di genere
Il femminismo e la sovversione dell’identità
traduzione di Sergia Adamo
Laterza (2013), pp. XXXIV-220
€ 22,00