Appunti di Acampadasol

di Amador Fernández-Savater

21/maggio 2011

00.00 1Puerta del Sol stracolma di gente quasi fino a scoppiare lancia la sua sfida: “Adesso siamo tutti illegali”. Quand'è che tanta gente tutta insieme si era ribellata contro la legalità con tanta allegria e tanta ragione? È stato un momento incredibile, per la storia di tutti e di ognuno di noi.

“Riflettendo, stiamo riflettendo” (13 marzo)2

Un dibattito ricorrente: Qualcuno sa a cosa servono le assemblee? Non sembrano in grado di prendere delle decisioni, e men che meno di metterle in pratica. Eppure sono molto affollate e animate, in generale c'è un livello alto di attenzione. Non funzionano come spazi di decisione, ma come luoghi dove circola la parola. Qualcuno mi dice: “Le assemblee sono inutili, ma molto belle”. Belle proprio perché inutili? Leggi tutto "Appunti di Acampadasol"

Cronaca di una rivoluzione inimmaginabile: da Cartagine al Nilo e oltre

Turi Palidda

“Il baluardo contro il fondamentalismo islamista”; “la garanzia contro l’immigrazione clandestina”, “il miglior partner economico dell’Italia e dell’Europa”, “un governo moderno dello sviluppo”: questi gli attestati di stima che tutti i governi dei paesi cosiddetti democratici hanno elargito senza riserve al regime di Ben Ali, così come a ben altri regimi ignobili. Sino a fine dicembre 2010 Moubarak era “il miglior alleato della democrazia occidentale” (pensando a se stesso, Berlusconi, anche dopo il 6 febbraio, ha detto che “è saggio ed evita rotture”). Leggi tutto "Cronaca di una rivoluzione inimmaginabile: da Cartagine al Nilo e oltre"

Dalla Piazza al Popolo

Damiano Cason  (Bartleby, Uniriot Bologna)

“In realtà mi pare, per lo meno nella mia cerchia di amici e conoscenti, che quasi tutti i fumatori siano passati al tabacco”. Così ho risposto ironicamente il giorno dopo Roma a un’amica che lamentava: “nessuno di noi rinuncia alle sigarette per comprarsi un libro”. Per inciso, aveva appena finito di leggere la risposta a Saviano di uno studente che gli chiedeva “starai dalla nostra parte quando ruberemo i libri perché non potremo più permetterceli?”

Del resto, se proprio vogliamo metterla sulla sociologia, la mia risposta ironica ha un contenuto di verità: non che io abbia mai fatto un sondaggio sul fumo, ma visto che parlo di amici e conoscenti, so benissimo che la loro scelta riguarda anche questioni economiche. E poi le sigarette sono fabbricate in modo che continuino a bruciare anche se non le fumi. E poi i filtri inquinano. E poi… ma non sto mica scrivendo una polemica sulle multinazionali del tabacco. Mi dispiace per voi ma da uno che ha iniziato a fumare a 25 anni (io), si può solo pensare che decida di smettere in modo altrettanto fulmineo: il punto è piuttosto, mi pare, che, se da un po’ si dice che questa sarà la prima generazione europea dopo secoli “col segno meno”, ora se ne manifestano palesemente le conseguenze nei piccoli gesti quotidiani addirittura di una singola persona. Leggi tutto "Dalla Piazza al Popolo"

Lacrime di poveri Christi. Cronaca di una giornata a Terzigno (2)

Chiappanuvoli

«Berlusconi ci deve lasciare in pace, non ha diritto di insegnarci nulla – mi grida in piena faccia un altro signore furente – Che se ne vada ad Antigua e non rompa più i coglioni!»

Non poteva non essere giunto fin qui il rumore delle ultime indiscrezioni sulla megaproprietà del Premier nella piccola isola caraibica. Ci fermiamo davanti ad un altro spiegamento ingente di forze dell’ordine, altre camionette della Polizia, un paio di volanti ed un’altra trentina di poliziotti in assetto antisommossa. Dietro di loro si scorge l’unica strada degna di questo nome vista finora. Mi dicono essere la nuova via spianata, asfaltata, verniciata, imbandita di lampioni ogni metro e mezzo e marciapiedi super lusso appositamente creata per l’accesso dell’immondizia alla discarica Sari. Una sorta di autostrada innaturalmente distesa tra campi coltivati a frutta. Una superstrada nella frutta, che mi dicono non abbia mai ricevuto l’omologazione d’uso, ma solo il transito di centinaia di camion al giorno più o meno autorizzati. Qui c’è un altro presidio di persone che controllano l’accesso. Bisogna essere pronti, l’immondizia non deve passare. Leggi tutto "Lacrime di poveri Christi. Cronaca di una giornata a Terzigno (2)"

La dittatura di Chávez

Dario Azzellini

Pochi personaggi al mondo sono nel mirino della stampa internazionale come il Presidente venezuelano Hugo Chávez. Viene chiamato dittatore, autoritario, buffone e matto. Dittatore nonostante essere stato eletto tre volte come Presidente, essersi sottoposto addirittura a un referendum a metà presidenza (nessun altro capo di Stato al mondo ne ha avuto il coraggio finora), e aver vinto altre otto elezioni e referendum con le forze che lo appoggiano. Le ultime elezioni presidenziali le ha vinte nel dicembre del 2006, Chávez con un 62,84% dei voti contro il 36,9% per il candidato dell’opposizione (cioè di praticamente tutti gli altri partititi esistenti), un risultato del quale si possono vantare pochi presidenti eletti democraticamente al mondo. E la partecipazione è stata del 74,69% dell’elettorato, un dato che non si raggiunge nella maggior parte dei paesi europei.

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Il paese delle assemblee e la dittatura di paglia

Franco Arminio

Al mio paese facciamo tante assemblee. Ogni tanto capita qualcuno che tenta di rovinarle queste assemblee, perché al sud le cose belle hanno più nemici che altrove. Ci si abitua al male e quando il bene si presenta arriva sempre qualcuno a incornarlo. Il sud ha bisogno di strappi e di pazienza, di scrupolo e utopia. Combattere contro una discarica oggi sembra una cosa da attardati, da falliti. E quindi è proprio l’impresa giusta per i poeti, per gli artisti. I sindaci, i sindacalisti, i commercianti di ogni merce, dal pollame alla politica, non hanno molto senso in queste lotte. Oggi la democrazia possono pensarla veramente, possono praticarla veramente, solo quelli che non sono in linea con la dittatura di paglia impersonata da Berlusconi e dai suoi sodali di centro, di destra e di sinistra. La dittatura di paglia si ravviva ogni sera col telecomando, è un fuoco fatuo che lascia fredde le case in cui si accende. La dittatura rende normale l’idea che si producano tanti rifiuti, tratta il problema dei rifiuti come l’anomalia di una regione, mentre in realtà è il cancro di tutto il capitalismo. Leggi tutto "Il paese delle assemblee e la dittatura di paglia"

In posa

Alessia Cervini

Dieci anni bastano per acquisire, nei confronti di un oggetto scabroso, la distanza utile a farne, al di là dello scandalo, il focus di un discorso filosofico? Dieci sono gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione delle fotografie scattate, all’interno del carcere di Abu Ghraib, dai quei soldati americani che si ritrassero nei panni di aguzzini di detenuti sottoposti a ogni sorta di tortura, esibiti come trofei nelle mani dei conquistatori. Foto che hanno fatto il giro del mondo e che per certi versi non possono che continuare a scandalizzare, perché sono l’indice «della nostra ordinaria e banale brutalità», «della catastrofe che abitualmente abitiamo».

Parole queste di Pierandrea Amato: il cui lavoro ha il merito di sottrarre quelle immagini all’orizzonte sensazionalistico dello scandalo, che procura uno shock ma non dà spazio a una riflessione critica. Si può decidere di chiudere gli occhi di fronte a tanto orrore, o invece tentare di comprenderlo: giustificarlo no, ma capirne le ragioni. Tentativo questo che corrisponde alla necessità, quando è con delle immagini che si ha a che fare, di renderle «leggibili»; di sottrarle al silenzio per restituirle a un discorso che richiede una distanza dall’evento che testimoniano.

Ed è da qui che prende avvio il libro di Pierandrea Amato: da una torsione di sguardo che è la molla per cominciare a discutere delle foto di Abu Ghraib. Cosa c’è da guardare in quelle foto? Per certi versi nulla, se esse sono davvero l’espressione di un’ordinaria brutalità. Si potrebbe addirittura dire che per questo scopo siano state scattate: «testimoniare che non sta succedendo nulla di veramente grave e memorabile», «guarda» – dicono quelle foto – «è una situazione come un’altra; vedi non c’è nulla da vedere». Eppure qualcosa stava accadendo, ed è ciò che si è visto (che tutto il mondo, compresa la giustizia americana, ha visto) nelle immagini di Abu Ghraib: violenze e torture compiute ai danni di detenuti inermi da soldati, tutti successivamente condannati per i loro gesti.

Ma c’è dell’altro da guardare, «l’espressione vitrea e sorridente che il carnefice lancia verso la macchina digitale». Quel sorriso diventa per Amato il punctum di tutte le fotografie scattate nel carcere di Abu Ghraib, l’elemento che dieci anni dopo essere state realizzate non cessa di pungere e sollecitare lo sguardo. Dieci anni dopo, gli atti documentati dalle immagini sono passati per l’ordine giudiziario: consegnati a un ordine del discorso, ormai pressoché rappacificato, che Roland Barthes avrebbe potuto definire, di contro, studium.

Se tutto si limitasse a questo potremmo archiviare le foto di Abu Ghraib, consegnarle alla storia di una guerra e dei suoi orrori. E invece quel sorriso continua a pungere e a porre al filosofo domande che finiscono per superare le pareti di un carcere e interessare l’intera cultura occidentale; o almeno una parte importante della sua storia, quella che comincia alla fine dell’Ottocento e incrocia eventi come la nascita della fotografia e delle avanguardie artistiche. Ed ecco la tesi (una delle tesi) del volume di Pierandrea Amato, che merita di essere discussa: «nelle immagini di Abu Ghraib si materializza il lato oscuro che nutre l’intenzione di liberare l’arte dall’autorità dell’opera d’arte», «l’esito imprevisto di una rivoluzione iniziata in America circa mezzo secolo fa: la non-arte come forma d’arte». Da quel momento in poi, al valore dell’opera si sarebbe sostituito infatti il valore della performance che «rischia di saldare definitivamente la produzione d’immagini con il modo di funzionamento spettacolare e informale del potere contemporaneo».

È ciò che accade nelle foto scattate ad Abu Ghraib che non hanno più nulla della testimonianza rubata all’orrore delle foto scattate ad Auschwitz, di cui fra gli altri Georges Didi-Huberman ha mirabilmente scritto. Qui l’orrore è messo in scena, rappresentato in una vera e propria performance che, se da una parte spettacolarizza, dall’altra normalizza la violenza. Come è accaduto tutto ciò? Le risposte possono essere moltissime. Quello che le foto di Abu Ghraib mostrano con ogni evidenza è una certa familiarità con l’uso delle immagini nella loro declinazione spettacolare, anche quando non fanno che immortalare scene di ordinaria e quotidiana crudeltà. In questo senso, esse rappresentano il punto più avanzato di un processo che, lungo tutto il corso del Novecento, ha progressivamente sottratto le immagini al dominio dell’arte per consegnarle all’ordine del comune. Operazioni come quelle di Susan Crile, ricordate da Amato in chiusura del suo volume sono, per il fatto stesso di tentare di riconsegnare all’arte le immagini di Abu Ghraib, segnali di attiva resistenza al dominio incondizionato dello spettacolo.

Ma è la familiarità che gli autori di queste stesse fotografie dimostrano di avere con lo strumento che ne consente la produzione (macchine digitali che hanno, negli ultimi anni, reso ancor più quotidiano il gesto fotografico) a porre la domanda più radicale: quella che non smette di interrogare il nesso fra tecnica, immagini e potere: un nesso che nella prima metà nel Novecento ha interessato soprattutto i regimi dittatoriali e ora (se abilmente messo a fuoco, come fa Pierandrea Amato) può divenire uno strumento per investigare il funzionamento scricchiolante delle democrazie occidentali.

Pierandrea Amato
In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo
Cronopio, 2014, 74 pp.
€ 8,00