No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Ma è il vecchio che avanza

Letizia Paolozzi

Questo non è il paese del «nuovo che avanza». Con l’elezione-bis di Giorgio Napolitano bisogna ammettere che l’Italia si aggrappa all’orlo dei pantaloni di un signore di ottantotto anni. Operazione non proprio d’avanguardia. Che volete? Noi preferiamo le soluzioni barocche. Naturalmente, in punta di Costituzione. Il cambiamento, no, non ci aggrada.

Benché, per un mese e mezzo, Pier Luigi Bersani proprio il cambiamento avesse esaltato. Doveva acchiapparlo per la coda. Pareva a portata di mano con la proposta al Movimento 5 Stelle di un avvenire radioso nel futuro governo. Immagino che appunto per raggiungere tale scopo il segretario Pd si sia sottoposto alle umiliazioni in streaming. Un individuo «normale» avrebbe risposto a padellate: il politico ha da portare la sua croce.

Il momento non è buono (e non da oggi) per una sinistra che ha visto affondare quella cultura politica novecentesca legata al territorio, ai sindacati, alla militanza. Ora la militanza si pratica con le primarie oppure corre via web. Durante l’elezione del presidente della Repubblica fioccano i messaggi twittati. Il «fuori» incalza: chiudete le segrete stanze dove avviene la trattativa. La piazza rumoreggia. Due iscritti (per la tv diventano migliaia) strappano la tessera: «La prossima volta le salsicce ve le cuocete da soli».

Il Movimento 5 Stelle promette la «marcia su Roma». L’opinione pubblica (concetto quanto mai insicuro, scientificamente parlando) pende dalla tv. Prendere la parola, discutere, arrivare insieme, collettivamente, alla formazione delle decisioni: il grande caos in cui ci troviamo non lo prevede. Questo caos degli elettori e pure degli eletti apre la strada alla buona politica? Macché! Gli elettori sono furibondi. Bersani ha trattato con il Male puro: scegli pure nella mia «rosa». Viene fotografato in paterno abbraccio con Alfano.

Un sacrificio in nome dell’«ampio consenso». D’altronde, sta al Parlamento eleggere il capo dello Stato. Non decidono direttamente i cittadini. Uno dei casi (numerosi) in cui la Costituzione mostra tutti i suoi anni. Andrebbe aggiornata, ma insieme. Insieme a chi? All’avversario di sempre? In pochi capiscono la distinzione tra un accordo con Berlusconi per l’elezione del capo dello Stato e un governo «mai con Berlusconi».

Quanto al Parlamento, gli eletti procedono in creativo disordine. No a Marini e no a Prodi. I giovani turchi molto pasdaran del segretario Pd e la sua ex portavoce, che non si era mai fatta notare per un minimo di autonomia mentale, voltano le spalle a Bersani. Viene riesumata la categoria del tradimento. La «poltrona più alta» miete vittime. Su Franco Marini, il «lupo marsicano», specie protetta che in Europa temo non sia molto conosciuta, il Pdl si mostra compattissimo. Quasi a guidarlo fosse un Comitato centrale del Pci d’antan. Il Pd, invece, rimanda alla Dc dei gruppi tribali. Vendola vota il candidato grillino, Rodotà. I socialisti Bonino. Il centro-sinistra si sfascia. L’operazione per eleggere il prossimo presidente della Repubblica suona a momenti ottusa, in altri schizoide.

Il guaio è la debolezza dei partiti, del ceto politico. Pd e Pdl non somigliano alla Dc e al Pci delle «larghe intese». Peraltro la vicenda si dipana sotto i colpi inferti da Grillo, terzo incomodo. Ma contemporaneamente, novità di questi tempi complicati. Il Movimento 5 Stelle ha radici nella lotta anticasta. Dalle «quirinarie» (non abbiamo avuto il bene di conoscere il numero dei votanti online) escono dieci nomi. Grillo punta su Rodotà e distribuisce veti. Non bada alla condizione sociale né alla differenza dei sessi (che pure attraversa la società). Veramente, anche dal documento di Fabrizio Barca (le donne «segmento sociale») la differenza viene espunta. Tra crisi economica e scandali la politica, che sempre meno ha cura della vita delle persone, si è rattrappita.

Sulla politica si riverbera il vuoto di autorità dei partiti. Tuttavia non tutto è perduto, se una crescente passione (non solo degli addetti ai lavori) ha accompagnato l’elezione del capo dello Stato. In questa passione intravedo una domanda di politica differente. Certo, ci si rivolge a un presidente di ottantotto anni affinché succeda a se stesso. Nonostante i riti sacrificali della rottamazione, sono i vecchi uomini a dover assistere figli e nipoti che si rivelano adolescenti attardati. Per salvare la politica l’autorità non si rintraccia nella «democrazia telematica» ma, curiosamente, bisogna rivolgersi alla vecchia generazione del Pci, a un signore nato nel 1925.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

Il raddoppio

Ida Dominijanni

L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e nell’incarico, come Giorgio Napolitano, non prima però del duplice parricidio consumato dal gruppo parlamentare del Pd, anch’esso giovane e femminilizzato, impallinando due padri fondatori in ventiquattr’ore.

Il disordine simbolico comincia a essere troppo grande per darsene conto in qualche modo. Salvo che quel raddoppio, che ha tutte le caratteristiche di un rappezzo, non stia lì a confermare che il posto del padre è davvero vuoto, e per questo va riempito, appunto, con la supplica a un padre raddoppiato, come se un eccesso potesse davvero saturare una mancanza. Nell’ordine costituzionale, invece, le cose sono più semplici e più chiare.

Una ridicola schiera di colonnelli pdini dell’ordine ricostituito si è speso davanti alle telecamere, nelle ore successive al voto che aveva reincoronato Re Giorgio, per avocare al loro partito suicidatosi il giorno prima il merito di essere risorto il giorno dopo e di aver pure "ricomposto una difficile e pericolosa crisi istituzionale". Un’altra schiera di costituzionalisti si affanna adesso a dire che tutto è regolare, assolutamente regolare, e che l’irregolarità sta casomai nelle parlamentarie e nelle candidature alla presidenza della Repubblica fatte via web.

Ma tutti noi sappiamo, e tutti loro non possono non sapere, che ciò che chiamiamo la nostra democrazia vive da diciotto mesi in qualcosa di molto simile a uno stato d’eccezione permanente, cominciato con la nomina di Mario Monti a presidente del consiglio nel novembre 2011, confermato col mancato rinvio alle camere di Mario Monti dimissionario dalla presidenza del consiglio nel dicembre 2012 e riconfermato con la sospensione della formazione del governo e con la nomina suppletiva dei dieci saggi poche settimane fa.

Sappiamo anche, e loro non possono non sapere, che due governi del presidente consecutivi e l’inedito assoluto del raddoppio del settennato di Napolitano configurano di fatto un presidenzialismo privo dei contrappesi del sistema americano e di quello francese, che assomiglia parecchio, se non fosse ridicolo dirlo, a una monarchia. Lo sanno tanto bene, loro, che già si affannano a stilare la madre di tutte le riforme che il prossimo governo dovrà fare: non la riforma elettorale, che tanto può aspettare, ma la riforma presidenzialista, in modo che almeno il nome corrisponda alla cosa.

L’ordine politico però sta a metà e pencola fra (dis)ordine simbolico e (dis)ordine costituzionale, e si vede dallo stato in cui versa. Una terza schiera si scalda già ai bordi del campo, per puntualizzare che la consegna a re Giorgio II non implica nessuna pacificazione: Bindi contro Letta, Marini contro Renzi e contro tutti, altri pdini illusi (in mala fede) che l’incoronamento non porti di per sé al governissimo, il corteo dei berlusconiani, diventati improvvisamente uomini di stato armati contro il populismo eversivo di Grillo e dimentichi del populismo eversivo del Cavaliere, che scommettono sulla restituzione dell’Imu, le misere guarnigioni del Professor Monti, improvvisamente ringalluzzite, che ritirano fuori dall’armamentario della campagna elettorale l’unione dei riformisti perbene contro l’intrusione permale di Vendola.

Come se niente fosse successo: potenza della coazione a ripetere. La stessa coazione che muove i passi sicuri del re. Che tramite i suoi quirinalisti di fiducia fa sapere che ora non si scherza: niente elezioni all’orizzonte, e "un governo non precario, pienamente politico, forte e vero, di salvezza nazionale, per il quale vuole carta bianca". Quando era ancora Giorgio I, pochi giorni fa, commemorando il suo amico Gerardo Chiaromonte il re aveva già detto chiaro e tondo che per risolvere la crisi di oggi altra strada non c’era che questa: salvezza nazionale, unità nazionale, larghe intese. La sua coazione a ripetere sta in questa giaculatoria.

Noi che abbiamo la fortuna di ricordare come andò nel biennio ’76-’78 sappiamo che significa una cosa sola, questa. Quando di fronte a una crisi sociale che non vuole vedere e all’irruzione di linguaggi alieni che non vuole capire un sistema politico si irrigidisce e si arrocca su se stesso, fino ad espungere perfino un uomo come Stefano Rodotà reo di dialogo con quei linguaggi alieni, quel sistema politico è destinato a spezzarsi. C’è da sperare, stavolta, senza le tragedie e le vittime sacrificali che chiusero quella stagione allora.

Questo articolo è già comparso su http://idadominijanni.wordpress.com/

If…

Augusto Illuminati

Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.

Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.

Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.

A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.

Per un teologo (sia pur dilettante), i segni sono chiari: è arrivato l’Anticristo, la scimmia della rivoluzione. Arriva di soppiatto, anche l’imitatore viene «come un ladro nella note», sparpaglia tracce e produce eventi assurdi, installa la catastrofe nella forma che tutto procede come prima, che i cambiamenti sono strillati ma inavvertibili, la sovversione liscia e appiccicosa. Non è servito il katechon (anzi, quello Cacciari-Napolitano era complice), perché l’Anticristo e i suoi fautori non si sono presentati come in Rosemary’s Baby – malgrado le fattezze inquietanti del profeta di Gaia – ma si sono calati con tutte le scarpe nella stupidità abissale di cui la banalità del Male si compiace e avvale.

Satana è la fuga di specchi all’infinito, la mise en abîme, appunto, dove ogni uno non solo vale ma si replica in infiniti uno. Il seriale, il merito certificabile mediante CV, la trasparenza, il certificato penale pulito a dimostrazione che non ci è mai opposti al male rischiando di agire. La legge del mercato e il Codice: una coppia vincente sin da Napoleone.

Ordine Nuovo a Cinque Stelle

Andrea Cortellessa

«Gaia: un Nuovo Ordine Mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054.
I conflitti razziali, ideologici, religiosi e territoriali appartengono al passato. Ogni uomo è un cittadino del mondo, soggetto alla stessa legge». È l’inizio di Gaia. The future of Politics, un video d’animazione lungo sette minuti e mezzo, con un testo in inglese letto da una voce di donna fuori campo, diffuso in Rete da Casaleggio e Associati il 21 ottobre 2008: a metà strada dunque fra il successo del V day,  l’8 settembre 2007, e la fondazione del Movimento Cinque Stelle, il 4 ottobre 2009.

Marco Belpoliti su doppiozero  ha avuto buon gioco a decodificarne l’inconscio grafico da meeting aziendale (e il sincretismo del logo di Indymedia con un’infografica da aeroporto),
la musica da sigla di telegiornale e l’immaginario fricchettone e New Age (lo stesso termine «Gaia» è preso dal popolare libro di James Lovelock, che nel 1979 profetizzava una Nuova era glaciale).

Vale la pena ascoltarla però, questa voce calda e quietamente imperativa, anche per quello che dice. Dopo un bigino di storia universale riletta alla luce dell’estendersi delle comunicazioni – dal sistema viario dell’Impero romano all’Encyclopédie –, il punto zero «all’inizio del 21° secolo» viene descritto così: «le sorti del mondo sono ancora determinate da gruppi massonici, religiosi e finanziari. 130 tra le persone più influenti del mondo, il Gruppo Bilderberg» (sullo schermo appare un logo con tre omini reclinati su un tavolo a complottare), «tengono riunioni private ogni anno per discutere del futuro dell’economia mondiale». Perché «prima della Rete, comunicazione conoscenza e organizzazione appartengono al Potere. Con la Rete appartengono al Popolo».

Certo, per giungere a tale Controllo dal Basso tocca passare per una guerra che dura vent’anni, dal 2020 al 2040, tra «l’Occidente della democrazia diretta e del libero accesso a Internet» da una parte e, dall’altra, «Cina, Russia e Medio Oriente con dittature orwelliane e l’accesso a Internet sotto controllo». Imperturbabile come uno Stranamore, la voce assicura che la popolazione mondiale si ridurrà purtroppo a un miliardo di individui ma alla fine, per fortuna, l’Occidente vincerà e così, nel 2047, ciascuno dei superstiti avrà la propria identità garantita «in un social network mondiale creato da Google chiamato Earthlink».

«Per esistere», intima la voce, «devi stare in Earthlink o non esisti». (Per fortuna che le «dittature orwelliane» hanno perso la guerra.) Su con la vita: «le organizzazioni segrete» (torna il logo coi tre omini a capo chino) sono state nel frattempo «abolite»: «in Gaia partiti, politica, ideologie, religioni scompaiono. L’uomo è l’unico fautore del proprio destino». L’uomo, s’intende, in quanto cliente di Google: sennò deve far parte di un’organizzazione segreta da abolire.

Su YouTube si legge che «Gaia non rispecchia in alcun modo le intenzioni o la volontà né di Casaleggio, né del Movimento Cinque Stelle», ma la struttura retorica del testo – sospeso fra la storia e la visione del futuro che la prosegue senza soluzione di continuità – ne denota una piena appartenenza alla tradizione dei manifesti politici, come quello di Marx ed Engels – o Mein Kampf di Hitler. Dall’analisi della situazione attuale, e da una più o meno ampia memoria del passato personale e/o collettivo, si prende lo slancio per l’enunciazione di un programma volto, com’è ovvio, a un compimento futuro.

Relativamente nuova è però la componente apocalittica con cui viene esposto questo programma a metà strada fra Imagine di John Lennon e la Scientology di Ron Hubbard, e vengono ripetute le classiche parole d’ordine sul complotto pluto-giudaico-massonico (ancorché si è spesso ripetuto quanto vicino a Bilderberg sia quell’Enrico Sassoon che infine, a settembre dell’anno scorso, ha scelto di lasciare la Casaleggio Associati di cui era socio di minoranza). Un portato delle letture di science-fiction non proprio di prima qualità di Gianroberto Casaleggio, o qualcosa di cui cominciare a preoccuparsi?

 

Il sogno di rifare il mondo

Furio Colombo

Constati che la vita è insopportabile, che le imposizioni, che siano leggi o violenze, non si possono più tollerare e che non puoi contare su momenti di remissione del male. Sai che comunque la degenerazione che stai denunciando ritorna. E quando condividi questa tua persuasione con altri, scopri che molti sono d'accordo, poi altre e altri ancora. Non commettere l'errore di combattere contro qualcuno in particolare. È molto importante che i nemici siano molti (per esempio una "casta") e che tutti, senza perdere tempo a distinguere, "escano fuori con le mani alzate" e si ritirino per sempre. Per arrivare a questo punto occorrono, nei regimi detti democratici, delle formalità chiamate elezioni. Molti voti sono utili, difficili da confutare e creano approvazione che diventa subito più ampia del voto. Raggiungere in corsa un gruppo molto grande che sta andando non dice dove, ma certo nel posto giusto, è il gesto istintivo della maggior parte delle persone.

Non ci fossero le elezioni, ci sono due modelli che sono poco studiati, poco imitati e molto efficaci nel nostro passato prossimo. Uno la rivoluzione culturale cinese, che ha stanato e punito sul posto i colpevoli di non essere nuovi, i sospetti di tradimento del futuro (il percorso subdolo, intricato e involontario delle culture sbagliate). L'altro è il grande trasferimento di popolazione organizzato fino ai dettagli, in tempi diversi, con strumenti diversi, ma con uguale fermezza che non fa sconti alla vita, da Stalin e da Pol Pot. In comune, non come esito di una rivoluzione ma come svolgimento necessario della ragione di quella rivoluzione c'è lo spostamento fisico obbligato di persone da un luogo a un altro (e anche da un'attività ad un'altra, in caso di sopravvivenza.

In tutti questi casi si nota la richiesta, interpretata come una necessità, di obbedienza a un potere verticale che non può essere rallentato dal dubbio o dalla discussione. Due sembrano dunque i tratti del sogno - o progetto - di rifare il mondo. Il primo è di rendere ridicolo, disprezzabile e non più accettabile il protagonista, qualunque protagonista, del mondo di prima. Praticamente chiunque sia stato trovato sul posto. Il secondo è una rappresentazione fisica del nuovo che sta scacciando il vecchio. Meglio se avviene attraverso una rimozione completa dei " vecchi", classe, gruppo o persone. Ma se non è possibile, o per il tratto di percorso in cui non è ancora possibile, è necessario impermeabilizzare il nuovo e impedire ogni confluire di esso nelle vicinanze del vecchio.

L'idea implicita è quella di infezione che coglie chiunque si lasci agganciare e mostri di voler intrattenere relazioni di normale confronto con "gli altri". Se necessario si devono minacciare pene (la più grave, l'espulsione) ma anche definire subito come azioni spregevoli i contatti per verificare possibilità di intesa. Per esempio sostenere che un consultarsi, nell'ambito di un'assemblea eletta per sapere e capire se si possono dare, oppure offrire,certe condizioni di accordo, viene definito come tentativo di corruzione. Entra in campo il valore "purezza" che rafforza sul piano morale il timore fisico di infezione o contagio. L'importante è pattugliare tutti i livelli, morali e fisici, psicologici e organizzativi, di coscienza e di persuasione logica o ideologica, in modo da evitare i pericoli di contatto.

In questo modo si progetta o si immagina un continuo risalire della energia e qualità umana raccolta dal risultato brillante del voto (il numero di persone elette corrisponde a un grande partito che non c'è) dal basso (gli eletti del partito che non c'è) verso l'alto, l'unico punto fisico visibile (a volte) e forte della nuova forma organizzativa di cambiamento radicale del mondo. In comune con il passato ha il culto di una sola volontà egemone. La clamorosa differenza sta in due vuoti di identità: non c'è partito e non c'è programma. Le decisioni spettano a una persona che si vede e non si vede, c'è e non c'è (non è senza significato l'apparizione su una spiaggia toscana del leader mascherato, a imitazione del subcomandante Marcos). E a una persona che si suppone ancora più autorevole, e che si intravede sul fondo. Si pensa che sia l'ispiratore.

La comunicazione "one way" ovvero parla ma non ascolta. Risponde solo agli attacchi perché incrementano il materiale "contro". "Contro" è la direzione della grande marcia. Per esempio contro la Costituzione che garantisce al deputato o senatore la libertà da ogni vincolo di mandato". Questa libertà (introdotta nella Costituzione come antidoto a prevaricazioni sulla libertàò del singolo) adesso viene descritta come un imbroglio, una "circonvenzione", ovvero un trarre in inganno chi vota e privarlo di un guinzaglio per trattenere il votato. La creazione del mondo richiede dunque silenzio, obbedienza, pochissimi punti decisionali, un certo segreto, una salda disciplina e una comunicazione solo da uno e solo dal vertice. La proposta arriva attesa e popolare in quanto invito a fare il mondo da capo. Sono le regole, la ruvida disciplina, la denuncia come punizione immediata, il cappello a cono e le orecchie d'asino a chi osa discutere che lasciano dubbi.

Democrazia punto e basta

Virginia Negro

Il video virale spagnolo di questo inizio d’anno è lo spot elettorale di un nuovo partito: il Partito X, o Partito del Futuro. La considerevole ripercussione mediatica è un segnale che non può essere ignorato. Già seguitissimo in rete, 20 mila follower in Twitter e altrettanti in Facebook, lancia una sfida ai “vecchi” partiti utilizzando Internet come un’agorà partecipativa al servizio dei cittadini. Con un linguaggio iconoclasta che ricorda quello dei giovani movimenti sociali come gli indignados (o 15M), il Partito del Futuro presenta il suo programma tecno-politico: “Democrazia, punto”, che promette democrazia diretta e trasparenza.

Regolarmente registrato al Ministero degli Interni lo scorso 17 dicembre, ha già creato un infuocato dibattito nella scena politica spagnola e all'interno di alcune frange del 15M, che vedono nell'istituzionalizzazione la morte del movimento. “Non vogliamo nessun nome perché non siamo un normale partito governato da personalismi”, e assicurano “il Partito del Futuro non è il partito del 15M; è solo un metodo del futuro applicato al presente per azzerare e ricomporre lo spazio elettorale. Un’operazione di riforma dell’emiciclo”.

Non è assimilabile al 15M però nasce da una propaggine di quest’ultimo, raccogliendone proposte, tecniche e codici espressivi. Determinato a occupare l’unica posizione che fino ad ora il movimento degli indignados, che ha invaso lo spazio pubblico e digitale, non ha voluto - o saputo? - occupare: quella istituzionale.

Al momento non esiste un programma concreto, e non è chiaro quali siano i valori identitari e sociali che il partito tradurrà nel campo politico. Quello che sì risulta chiaro è il metodo: Internet. Manifestando come referenti espliciti wiki-governo islandese, ed il Partito Pirata tedesco, utilizza la rete non solo come un contesto autoreferenziale e pubblicitario, ma come un mezzo al servizio dei cittadini, in cui con nuovi software la società civile potrà elaborare proposte, votare e aprire dibattiti. La chiamano “Piattaforma di elaborazione collettiva”: un’applicazione analoga a quella utilizzata dal nuovo governo islandese dove collettivamente si articolerà il programma elettorale.

Come il Movimento 5 stelle, si dichiara “né di destra né di sinistra”, usa il web come mezzo di comunicazione politica e giudica l’attuale sistema partitico obsoleto. Mentre dal Partito Pirata tedesco prende in prestito temi come la lotta al copyright, la libertà di navigare senza censure e scaricare gratuitamente dal web. Tutto ciò sotto l’egida di un assoluto anonimato. Per ora si sa solo che sono un centinaio: un piccolo esercito di senza volto, e in molti si chiedono come arriveranno (e se una manovra simile abbia senso) a stilare una lista elettorale senza facce. Su questo punto sembrano davvero inamovibili: “Non abbiamo bisogno di un leader, il personalismo è il grande male della politica dei giorni nostri: questo è uno strumento della cittadinanza per attaccare il feudo elettorale vigente” precisano nei filmati consultabili sulla loro pagina web.

Le domande sul futuro del partito si rincorrono: riuscirà a mettere in marcia una politica fatta di idee dove la X non diventi una maschera demagogica dietro cui nascondersi ma un contenitore effettivo di sogni e bisogni collettivi? Sarà davvero capace di riconfigurare la topologia politica mantenendo l’anonimato? O verrà soffocato dal bipartitismo imposto dalla legge elettorale spagnola, trasformandosi in uno strumento per disperdere voti?

Il dibattito è aperto, ma quale sarà l’esito di questa operazione, e se sarà davvero in grado di riaprire i giochi alle prossime elezioni è ancora tutto da vedere.