L’etica dell’anonimato, la vita della filosofia e le maschere del potere

Alexandre F. Mendes

La critica sentenziosa mi fa addormentare; mi piacerebbe una critica fatta con scintille d’immaginazione. Non sarebbe sovrana o vestita di rosso. Porterebbe con sé i raggi di possibili tempeste.
(Michel Foucault)

Nel periodo in cui ho lavorato come difensore pubblico a Rio de Janeiro, ricordo di aver partecipato a una prima riunione con gli abitanti della favela Metrô Mangueira, la quale si trovava sulla Avenida Radial Oreste, di fronte al Maracanã. Essi portavano, afflitti, decine di risultati di perizie, i quali sancivano come necessarie le interdizioni dalle loro case, affermando che la prefettura voleva sgomberarli in quanto si trovavano in aree a rischio.

Ricordo che ci colse di sorpresa il fatto che l’interdizione fosse stata giustificata con una descrizione identica per tutte le case (un paragrafo breve e generico), così come ricordo l’informazione che la protezione civile aveva montato una “tenda” nella comunità, avvisando che chiunque non avesse firmato la propria interdizione sarebbe stato espulso senza alcuna alternativa.

In seguito fummo informati che circa un centinaio di famiglie, terrorizzate con tutti i tipi di minacce e intimidazioni, si era appena trasferito nel lontano quartiere di Cosmos, negli appartamenti di “Minha Casa Minha Vida” (Casa Mia Vita Mia). Altre famiglie, eccetto un gruppo di commercianti, riuscirono a resistere e a lottare “fino alla fine” per i loro diritti. Se la memoria non mi inganna, fu nei fatti una grande manifestazione, incorporata al “Grito dos Excluidos” (Grido degli Esclusi), il giorno sette di settembre del 2010, la quale segnò l’inizio di un cambiamento importante per la questione.

In seguito a molte pressioni e alla chiusura della stessa Avenida Radial Oreste, gli abitanti e i commercianti riuscirono ad ottenere una riunione con l’allora Segretario Municipale per l’Abitazione, il sig. Jorge Bittar. La difesa pubblica accompagnò gli abitanti e quello stesso giorno tutti conobbero, con molta sorpresa, la ragione per cui venivano sgomberati. Si trattava in realtà del progetto di “riqualificazione” urbanistica del Complesso del Maracanã, che avrebbe guadagnato nuovi e pomposi investimenti pubblici ed era oggetto di interessi privati. I divieti furono riconsiderati e le negoziazioni iniziarono a ruotare intorno a proposte di reinsediamento in locali più prossimi (Conjunto Mangueira II), il che venne alla fine accettato. Riguardo i commercianti, sembra vi siano tuttora controversie, essendo stato il sindaco recentemente sul posto.

Nell’imminenza del prossimo sette di settembre, sono stato preso da questi ricordi e ho pensato alle famiglie che furono trasferite forzatamente a Cosmos (limite del comune), le cui vite sono state, in prevalenza, profondamente perturbate o distrutte dall’azione della prefettura di Rio. Non c’è dubbio che queste sono state colpite da un potere che minaccia, attacca e non mostra il suo volto. Che necessità c’era di mascherare il progetto? Perché ripetere lo stesso schema di attività in luoghi come Prazeres, Estradinha (Tabajaras), Labouriaux (Rocinha), Vila Harmonia, Restinga, Vila Autódromo, Providência, nelle occupazioni urbane del centro e, adesso, all’Horto, per fare soltanto alcuni esempi?

Alcuni mi dicono: “Poteva andare peggio, la polizia è lì a dimostrazione”. Ebbene, nel 2010, soltanto nelle aree con la Unidade de Policia Pacificadora (Unità di Polizia di Pacificazione), vi furono 119 scomparsi secondo l’Istituto di Pubblica Sicurezza (ISP). Quello stesso anno, secondo il medesimo istituto, abbiamo avuto 885 casi di morte in seguito ad azioni di polizia, registrati come “atti di resistenza”. Secondo Michel Misse, che adesso partecipa alla commissione creata dalla OAB-RJ (Ordine degli Avvocati Brasiliani - sezione di Rio de Janeiro) sui desaparecidos della democrazia, in dieci anni (2001-2011) è stato possibile contare niente meno che dieci mila morti registrate sotto questo titolo. Sono forse gli atti di resistenza e gli atti di interdizione due maschere dello stesso potere esercitato sui poveri?

Nel 2013, il "Grito dos Excluídos" è iniziato prima del 7 settembre e ha acquisito proporzioni senza precedenti nella storia politica brasiliana. Da giugno a settembre hanno avuto luogo tante proteste, eventi, episodi e discussioni che sarebbe impossibile delineare in questa sede qualsiasi narrazione di sintesi. Forse in nessun altro momento il tempo cronologico si è convertito tanto vorticosamente in intensità effettiva. Perdere un giorno significa rinunciare a capire tutta una serie di deflagrazioni e cambiamenti repentini tessute dal Kairós prodotto nelle strade e nelle reti. Il tempo ha guadagnato consistenza ed è divenuto produttivo: una nuova nervatura del reale si è costituita!

E non si producono soltanto avvenimenti, ma, principalmente, il filo che lego il processo di lotta è la costituzione della verità. Nella dinamica materiale della sua costituzione, le mobilitazioni hanno strappato al potere confessioni intimidite e insperate: il Globo ha appena riconosciuto di aver appoggiato la dittatura; il prefetto ha ammesso di essere stato “nazista” con le favelas sgomberate o minacciate di sgombero e il governatore si è ricordato di aver perso completamente la capacità di dialogo cadendo nel puro autoritarismo. E altrettanto gli sono state strappate decisioni poco piacevoli: le tariffe non sono aumentate, gli sgomberi iniziano ad essere sospesi, il progetto del Maracanã è stato modificato, il museo è tornato agli índios, i movimenti sociali e sindacali tornano ad essere ricevuti, etc.

Come fermare il tempo e ripristinare il vecchio ordine? Ecco il dilemma che il potere, a partire da giugno, tenta incessantemente di risolvere. L’andirivieni nell’uso della forza poliziesca, le contraddizioni negli editoriali, le disastrose infiltrazioni nelle proteste e persino l’intervento di Pelé, a giugno, dimostrano che innumerevoli tentativi sono stati sperimentati finora senza successo. Dentro questo permanente lancio di dadi, credo che stiamo passando attraverso un nuovo tentativo di cattura, svuotamento e repressione delle mobilitazioni che hanno affrontato, quotidianamente, la violenza e il segreto del potere.

La formula non è così nuova, si tratta della classica inversione secondo cui la dittatura fu esortata a salvare la “democrazia”, secondo il famoso editoriale del giornale carioca. Il potere, sempre mascherato e ultraviolento, trasferisce ad altri la sua infamia e, nello stesso movimento, agisce per rimanere esattamente come tale. Il finale è prevedibile: le citazioni della polizia sono arrivate più rapidamente nelle casse dei manifestanti rispetto al risultato della ricostruzione della morte di Amarildo, il tutto in nome di una “democrazia” che ha bisogno di essere ristabilita.

Meno classica, tuttavia, è la partecipazione a quest’operazione dei settori che collaborarono e lottarono per la ridemocratizzazione del paese a partire dagli anni ’80. Diciamo che per loro, convenientemente, il giorno 20 giugno del 2013 il tempo si è fermato. La comparsa sulle strade di ciò che già esisteva, una destra ultranazionalista, ha fatto in modo che una parte della sinistra, in particolar modo quella di governo, rimproverasse tutti di “fascismo”. Poco importa se quei gruppuscoli hanno definito o no la traiettoria del movimento. Il tempo semplicemente si è fermato il giorno 20.

Il problema è che questa diffidenza generalizzata nei confronti del movimento assume, adesso, contorni veramente repressivi. Questi vennero disegnati, a poco a poco, da una sintomatica unione tra i grandi media e i blog governativi, tra alcuni filosofi di sinistra ed editorialisti di estrema destra, tra critiche opportuniste e concreti atti di governo. Tutti a intonare un unico e astratto giudizio: “i mascherati sono violenti e attentano alla democrazia”.

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foto di Katja Schilirò

In questo discorso, la memoria della dittatura è usata e vilipesa in nome della manutenzione di un ordine che, neppure troppo da lontano, è minacciato da qualunque tipo di fascismo. Al contrario, la tattica governativa è la stessa, ogni volta più simile, con la dottrina della ragion di stato, in cui l’auto-salvazione dello stato medesimo costituisce l’unico obiettivo della politica. Ogni sedizione è minaccia, ogni resistente è nemico.

L’ultimo contributo in questo campo fu notoriamente realizzato dalla filosofa Marilena Chaui. In un’intervista alla rivista Cult e, in seguito, in un intervento per niente meno che la Polizia Militare di Rio de Janeiro, la professoressa della USP ha abusato di deliri punitivisti. In primo luogo, costei ha fatto riferimento ad una “violenza fascista” da parte di alcuni gruppi di sinistra, la quale avrebbe lo scopo di “distruggere l’altro”. E successivamente, rispondendo ad un’indagine della polizia, ha affermato che “intellettuali di sinistra”, lettori di Foucault, Negri e Agamben, starebbero incitando alla violenza in questi gruppi.

Coincidenza o no, la ripugnante intervista è assolutamente in sintonia con le tattiche di repressione inaugurate negli ultimi giorni. Per le strade, la repressione del 27 di agosto è stata, nelle parole dei manifestanti, “la più violenta di tutte”. I poliziotti hanno concentrato l’uso delle armi sulle donne e sui media che seguivano la manifestazione. Una giovane militante e studentessa di diritto, che tra l’altro ha lottato assieme a me contro gli sgomberi coatti, è stata colpita alla testa mentre si trovava ancora nel concentramento. Altre sono state picchiate da diversi poliziotti, anch’esse con colpi alla testa. Bossoli di armi da fuoco sono stati trovati per terra, secondo quanto registrato dagli avvocati della OAB-RJ.

Nelle reti iniziano a giungere citazioni della Delegazione per la Repressione dei Crimini Informatici, volte ad appurare il crimine di pubblica apologia di reato (art. 286, CP), dimostrando che molti sostenitori delle manifestazioni possono essere criminalizzati genericamente. Qui il termine “incitare alla violenza” non si trova nella grammatica punitiva della rivista Cult per caso: esso permette un vago e conveniente utilizzo dell’apparato punitivo a partire dall’espressione di opinioni e dalla condivisione di immagini. Vi sono segnali, pertanto, del fatto che i prossimi passi possono consistere in una coreografia violenta tra manganelli, bombe e criminalizzazione dell’opinione.

Non sembra esserci battuta d’arresto, tuttavia, nella disposizione dei manifestanti, i quali paiono intendere la strategia di repressione. Domenica scorsa l’Ocupa Cabral ha promosso una svolta culturale in cui i partecipanti hanno spiegato, pur senza perdere l’umorismo, la ragione dell’uso delle maschere: “perché mi posso trasformare in Amarildo”; “perché se lo scopre mia mamma sono fritto”; “a causa della persecuzione politica”; “perché la trovo fashion”; “perché lo garantisce la costituzione”; “perché è fondamentale fare un po’ di fiction”, etc.

Sembra evidente che l’anonimato nelle manifestazioni è fondamentalmente una garanzia effettiva e necessaria contro criminalizzazioni abusive, sequestri lampo, torture, sparizioni forzate e morti. Bisogna ammettere che il diritto di espressione, di riunione e di manifestazione è esercitato, in questo momento, in un luogo dove muoiono ripetutamente dieci mila cittadini ogni dieci anni in seguito ad azioni di polizia. L’anonimato in uno stato che ha nella violenza la sua zavorra è, quantomeno, la scappatoia che i giovani della periferia hanno trovato per potersi esprimere politicamente, come sembra essere il caso.

Oltre a ciò, le maschere sono una protezione efficace contro le armi meno letali. Chi non si è messo un panno sul viso quando è stato colpito da spray al peperoncino o gas lacrimogeni? Non sarà questa la caratteristica principale della “revolta do vinagre”? Quello che cerca il potere è proprio di rendere fragili i manifestanti affinché resti loro il sapore di un uso eccessivo degli strumenti di repressione. In questo senso, la maschera è tanto autodifesa quanto potente costituzione dei corpi che mettono in discussione gli arcani del governo. Urge, pertanto, non confondere le maschere della resistenza con le maschere del potere.

Questa importante distinzione non è passata inosservata a uno dei più significativi pensatori del ventesimo secolo. Volendo rivolgersi più direttamente al proprio lettore, Michel Foucault pubblicò nel 1980 un’intervista per Le Monde Diplomatique intitolata “Il filosofo mascherato”, che restò anonima fino alla sua morte. Qui Foucault traccia, col suo stile bello e peculiare, le relazioni tra l’esercizio della filosofia, la produzione di verità, la costituzione etica del soggetto e il lavoro dei movimenti sociali. Al contrario di Marilena Chaui, sempre ardita nel lanciare verdetti sugli intellettuali, indagando su di loro Foucault rispose:

Intellettuali, non ne ho mai incontrati. Ho incontrato persone che scrivono romanzi e persone che curano denti. Persone che studiano economia e persone che compongono musica elettronica. Ho incontrato persone che insegnano, persone che dipingono e persone di cui non ho capito se facevano qualcosa. Ma non ho mai incontrato intellettuali. Al contrario, ho incontrato molte persone che parlano dell’intellettuale. E, ad ascoltarli tanto, mi sono costruito da solo un’idea di che tipo di animale si tratta. Non è difficile, egli è il colpevole. Colpevole un po’ di tutto: di parlare, di tacere, di non fare nulla, di impicciarsi di ogni cosa… Insomma, l’intellettuale è la materia prima da giudicare, da condannare, da escludere…

Egli era preoccupato, di certo, di tutti i giudizi violenti cui siamo soggetti quando siamo osservati dagli occhi del potere nella figura dell’intellettuale. “Mi dica, non ha per caso sentito parlare di un certo Toni Negri? Per caso non si trova in prigione proprio perché intellettuale?”, domandava Foucault nella stessa intervista. La condanna effettiva di Negri per “partecipazione intellettuale” gli parve l’esempio concreto di un uso etico dell’anonimato. La maschera qui non significa frode o astuzia del sapere, al contrario, essa è il dispositivo che permette alla produzione di verità e di soggettività di poter avere luogo eticamente.

La “vita della filosofia” non è, per Foucault, una critica sentenziosa - quella che si presta alla funzione di giudicare, definire colpevoli e riempire le pagine dei processi criminali. Essa risiede nel vincolo complesso tra la costituzione della verità e di noi stessi, tra le molteplici possibilità del pensiero e le varie forme di azione, tra la pratica della ricerca e la riflessione nei movimenti, tra la critica formulata e la “scintilla dell’immaginazione”. L’attività filosofica non emana giudizi, ma “emette segnali di vita”. Una vita che insiste nel resistere e, contro le maschere del potere, ha coraggio di dire il vero. Ecco l’etica di un filosofo mascherato.

 Traduzione di Luca Guerreschi
Questo testo è comparso su Commonware

La vita che sboccia dall’asfalto

Pedro B. Mendes1

La storia del Brasile è piena di rotture negoziate, di false conciliazioni e di voci messe a tacere. Il consenso violento, forgiato dall’alto, sembra caratterizzare dispute politiche di qualsiasi natura. Tuttavia, a partire da giugno scorso qualcosa si è rotto. Ancora adesso un sonoro boato riecheggia nell’aria.

Invadendo le città, in agguato a ogni angolo, moltiplicandosi a velocità infinite, una placca tettonica si è staccata dal continente uniforme che governava le nostre vite in modo sovrano e ora minaccia la sicurezza dei cittadini perbene, il design creativo della città-impresa, il consenso severo del tutto va bene. Dappertutto è possibile vedere i segni della rivolta: la presenza del battaglione dell’ordine della PM è solo il preannuncio di una città in costruzione. L’ira della moltitudine ha una destinazione sicura: le vetrine rotte delle banche, le telecamere di vigilanza distrutte, i bidoni dell’immondizia in fiamme, le fermate dell’autobus a pezzi.

Ancora portiamo con noi i segni dell’ultima battaglia: gli occhi bruciati dal gas, i corpi doloranti, i suoni vividi del conflitto mischiati alla musica che anima la folla. Ma, soprattutto, la solidarietà di coloro che, fino a poco tempo fa sconosciuti, ora condividono con noi ben più della bottiglia di aceto: poco a poco, stanno permettendo alla lotta per il bene comune della metropoli di fiorire.

Dall’incontro improbabile fra militanti di lunga data, giovani della periferia, autonomi, studenti, artisti, medici di primo soccorso, avvocati attivisti, cittadini comuni e curiosi di tutti gli strati, si è originato un corpo-movimento altamente combattivo e ricco, capace di affrontare il potere e di attaccarlo simultaneamente e coordinatamente in vari punti della catena dei biopoteri che governano la città.

E con ogni gruppo o segmento che contribuisce con quello che ha di più forte, il mostro che ha occupato le strade a partire da giugno dimostra l’agilità e la perspicacia di quelli che sono abituati a guadagnarsi la vita in strada, il coraggio di quelli che portano sul proprio corpo i segni della violenza della polizia, l’ethos di quelli per cui la libertà è possibile solo se strappata alle grinfie del potere, la potenza infinita dei giovani precari collegati in rete, la creatività di quelli che fanno della resistenza la più viva fra le arti. Dimensioni che, insieme, aiutano a formare una moltitudine capace di auto organizzarsi nel momento stesso in cui partecipa alle lotte della metropoli, affermando definitivamente il passaggio di un soggetto politico corporativo a un corpo politico contemporaneamente multiplo e cooperativo: non più un corpo, ma carne!

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foto di Katja Schilirò

La Commissione di Inchiesta2 recentemente costituita, come esempio massimo della violenza eccessiva e allo stesso tempo normalizzatrice del potere, rivela l’intenzione di restituire alle ombre dei corridoi di palazzo il gioco politico mascherato da democrazia rappresentativa. Fatta su misura per mettere a tacere gli Amarildo che, più vivi che mai, gridano, ruggiscono e sputano in faccia ai poteri della città, iniziative come questa sono destinate al fallimento, dato che per mantenere inaccessibili certi segreti al potere è chiesto di rivelare costantemente gli accordi – e i mezzi – con cui mantiene la struttura iniqua della città. Così, i militari si assumono il compito di studiare il sistema dei trasporti e presentano leggi la cui unica finalità è intimidire e zittire la lotta (ancora una volta, sempre!); alla polizia è richiesto di selezionare meglio i suoi bersagli e di mostrare sull’asfalto il repertorio spaventoso di metodi che usa quotidianamente per pacificare l’enorme disuguaglianza: metodi biopolitici per selezionare a partire dal colore/razza, origine familiare, indirizzo e reddito.

Quello che diventa sempre più chiaro è il funzionamento ambivalente della democrazia brasiliana, in cui mandati di perquisizione e di arresto diventano l’opportunità perfetta per creare prove, per l'abuso istituzionalizzato del potere e per arresti illegali ingiustificati – e nonostante ciò inappellabili; e quindi la detenzione per accertamenti – residuo della dittatura che è servita e che serve da sfondo alla costituzione del 1988 che di tutto ciò non si è mai riuscita a liberare – che nasconde la possibilità sempre presente dell’esercizio della violenza brutale, della scomparsa e, infine, del mettere a tacere.

La grammatica politica brasiliana, bisogna ammetterlo, funziona ed è sempre funzionata in funzione del suo doppio: un para-stato che opera nell’ombra per produrre le condizioni minime, basiche di governabilità e che permette che uno Stato di diritto fondato sotto l’egida del potere di signori padreterni, di capitani della foresta e del patriarcato funzioni. È il silenzio della pace armata; il grido mortificato di chi paga con la propria vita per l’insolenza di sfidare i poteri schiavisti che sono presenti al punto da diventare invisibili – a tutti gli effetti- agli occhi della normalità democratica3.

Tuttavia, diciamo, da giugno in avanti qualcosa è effettivamente cambiato. I riti di facciata, le negoziazioni d’ufficio e le regole ad hoc fatte su misura per l’espoliazione della nuova imprenditoria 2.0, sono diventate improvvisamente il bersaglio di una moltitudine allo stesso tempo irascibile e lucida che, al grida di “la Coppanon ci sarà!” e “senza tregua!”, lancia raggi di luce sugli quegli spazi della politica nazionale e rappresentativa che prima sembravano inaccessibili agli abitanti della città.

Inaspettata come solo gli incidenti possono essere, una tempesta di proteste ha spazzato Rio de Janeiro e il Brasile rompendo il richiamo all'ordine e sviluppando un dibattito sul futuro della città e del paese nell’ambito di un conflitto aperto e, quindi, indeterminato. L’enormità espressa nelle strade si contrappone alle negoziazioni fatte di bon ton che portano a Parigi e alla nuova città globale con i suoi mega-eventi, tanto milionari e mediatici quanto escludenti. Ora più che mai è necessario andare avanti a scoprire i meccanismi del potere, le sue carte truccate, senza incorrere, tuttavia, nell’errore di lasciarsi coreografare; senza cadere nella tentazione di seguire ciecamente l’itinerario che anche noi stessi tracciamo. È necessario andare avanti attenti e forti.

Può essere che i cambiamenti siano ancora piccoli, “appena” definiti nell’immaginazione delle persone che si trovano nelle strade: quelle linee invisibili che ci organizzano la vita e i corpi; la forma con cui percepiamo le relazioni che intrecciamo nel quotidiano della metropoli. Cambiamenti come questi, però, rientrano nell’ordine degli avvenimenti, non producono sintesi, ma restano come gas che aderisce alla pelle, attivandosi e reagendo, producendo trasformazioni alchemiche e tracciando linee di fuga fino a irrompere nuovamente in forma di nuovi ethos, e costruire nuove relazioni.

Sebbene non si sappia dire con precisione né come né quando, da giugno in avanti qualcosa di sostanziale è cambiato; e qualcosa pieno di vita e ancora senza nome ha invaso definitivamente le strade del Brasile. È impossibile dire ora quale sarà il risultato di tutto ciò, ma una certezza risplende limpida all’orizzonte: la carne della moltitudine, in modo errante, sebbene persistente, ostinato, si è messa in cammino.

 

  1. Pedro B. Mendes fa parte della Rede Universidade Nômade (Rete Università Nomade) e del Coletivo Das Lutas []
  2. CEIV – Commissione Speciale d’Indagine sugli Atti di Vandalismo in Manifestazioni Pubbliche, creata dal governo dello Stato di Rio de Janeiro con il fine di contenere gli atti di vandalismo nelle manifestazioni, ma con poteri ampi affinché possa ingannare i limiti costituzionali relativi al fermo e all'arresto dei manifestanti. []
  3. Il timore di un colpo di stato o conflagrazione di uno stato di eccezione alimentato ad ogni momento da frammenti obsoleti della sinistra, non è coerente con il funzionamento normale della democrazia brasiliana, in cui l’eccezione diventa regola, in cui tutto ciò che eccede lo stato di diritto o si trova ai margini dello Stato o è da esso catturato e mobilizzato per far funzionare la macchina []

Incalzare il futuro

Fabricio Toledo de Souza

In Brasile i venti della democrazia soffiano già da molto tempo, ma sembrano più forti da giugno 2013, quando un ciclo d’insurrezioni ha invaso tutto il paese. Giornate di Giugno è uno dei nomi dati a questo ciclo. In un breve lasso di tempo, un tempo immenso si è aperto.

È soprattutto a Rio de Janeiro che questo ciclo di lotte ha trovato la sua espressione più calda e continua. Nel centro della città, la moltitudine ha fatto brillare la verità sul potere: la potenza della Città è nelle mani della moltitudine. È stata questa moltitudine a mettere sotto accusa il potere per la scomparsa del povero favelado chiamato Amarildo, la carneficina dei poveri della Rocinha e del Vidigal, la gestione mafiosa del trasporto urbano, il genocidio degli indiani, l’espropriazione della gioia dal calcio; questi sono alcuni fra i vari crimini contro la collettività.

L’indignazione è giunta a un punto critico ed è esplosa, ma gli indignati erano pieni di dignità. Non la dignità astratta dei principi universali, ma la dignità materiale delle lotte. Quella che ha una sua storia, che è sempre la storia minore forgiata nelle lotte delle minoranze. Lotta materiale e concreta, con nomi, date, sangue e gioia. E per la quale passano tutte le minoranze del mondo; dall’emigrato del nord-est che diventa operaio, sindacalista e Presidente, fino alle giovani che hanno ostentato il seno e la libido (la Marcha das Vadias) fra i pellegrini cattolici ( la Xota-M-Xota durante la Giornata Mondiale della Gioventù).

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foto di Katja Schilirò

È stata questa dignità che ha portato all'occupazione dell’Aldeia Maracanã, alle manifestazioni contro l’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, che ha portato alle occupazione davanti alla casa del Governatore, e che – questo non sarà mai dimenticato – ha permesso la riduzione del prezzo dei trasporti pubblici. I famosi venti centesimi.

La lotta è per la liberazione, la giustizia e la democrazia, come già è stata in passato e come sempre sarà. La storia, alla fine, è sempre la storia delle lotte. Storia della potenza. E questo è quanto scritto dai giovani nelle piccole pietre tirate contro la storia del presente. Oggi si fa democrazia, si fa lottando per la circolazione libera, per il miglioramento delle condizioni dei trasporti pubblici e per mettere fine alle tariffe ingiuste. La complessità di questa lunga giornata – che non è riassumibile nel mese di giugno, che non è cominciata qui in Brasile, non è cominciata ora nel 2013 e che non sembra vi sia un tempo in cui finirà – ci invita sondare pazientemente i piccoli movimenti sotterranei, a discernere le voci fra le grida, e comprendere i piccoli sussurri. Come dice Michel Foucault, è in agguato «al di sotto della storia, ciò che la spezza e la agita» e bisogna «vigilare, un po' a ridosso della politica, su quello che la deve limitare incondizionatamente».

In questi termini, le insurrezioni nelle città brasiliane non sono povere di argomenti, le accuse in questo senso sono ormai un luogo comune, né si possono riassumere in una supposta violenza che si scatena negli scontri con la polizia. Le insurrezioni sono impregnate di richieste, lotte e desideri. Si tratta proprio di definire il limite dell’intollerabile, urlare l’indignazione. Lottare per migliori condizioni di lavoro comporta ora, nel tempo di una cittadinanza-produttiva, la distribuzione delle ricchezze (immateriali e materiali) prodotte in comune. Si lotta per migliorare i servizi pubblici, compreso il trasporto, ma anche l'abitare, il tempo libero, le connessioni internet etc. Lo sciopero nelle fabbriche o nei servizi genera una paralisi di tutta la produzione urbana. E se i giovani mirano alla paralisi del traffico, all’occupazione degli spazi politici istituzionali, la depredazione dei simboli più evidenti dell’espropriazione, è perché queste sono le forme strategiche per sabotare l’intero complesso produttivo.

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foto di Katja Schilirò

E sul futuro delle insurrezioni? A quale destino ci conducono queste giornate? Fin dai primi giorni c’era già una certa preoccupazione sul futuro, un’inquietudine sulla possibilità reale e concreta di cambiamenti. C’è anche un malcelato pessimismo, risultato forse delle innumerevoli delusioni dovute a promesse non mantenute e a speranze frustrate. Pessimismo che è soprattutto frutto di un’abitudine inevitabile di concepire il futuro sulla base della paura o come utopia. Interrogare il futuro è inevitabile: ma deve essere inevitabile anche aprire già ora nuove brecce per la produzione costituente. Divenire-sinistra, divenire-rivoluzione. Rivoluzione permanente. «Dove sarà il nostro prossimo incontro?», sembra la domanda più in sintonia con il ritmo di questo tempo.

Incalzare il futuro non perché qualcosa avvenga subito, ma per investire nel proprio desiderio e costituire così il tempo. E congiurare contro qualsiasi utopia. La definizione del nostro futuro, o meglio, del nostro investimento nel futuro e nel futuro del potere costituente, non risiede nel suo esito, ma nello sforzo effettivo di tentare sempre un nuovo esito e, in questo sforzo, la produzione di una soggettività, la soggettività della creazione.
La crescita del potere costituente non dipende dall’accumulazione ma da un percorso, da un’azione soggettiva. È la storia di ciò che Spinoza definirebbe passione costituente della multitudo.

Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

L’ideologia della rete

Franco La Cecla

Provate a cercare Google su Google. E non troverete nulla. Il che dimostra che non è vero che su Google c’è tutto. Il più grande monopolio delle informazioni mai esistito è così. Vi offre l’accesso a tutto tranne che a sé. È come il ristorante di Alice, “you can have everything you want but Alice”.

Così se passeggiate per la innevata New York e sbucate all’angolo tra la 14esima e la ottava strada, scoprite che Google ha acquistato un enorme palazzo della amministrazione di New York per metterci i suoi laboratori di ricerca.

E se passeggiate per Chinatown, all’altezza di Christie e di Delancey, una delle parti del Lower East Side di Manhattan che ancora rimangono popolari, piene di fruttivendoli e pescivendoli cinesi, tilapia, rane e granchi, vi accorgete che tutta la zona è in procinto di cambiare. Google vuole costruirci il suo Campus, una città dei “creativi” e dei dot.com. Certo si dovrebbe essere felici. Se non vi assalisse il dubbio che questo monopolio è un po’ incontrollabile e incontrollato. Un articolo recente sul New Yorker raccontava come Apple e Google siano state “esenti” dalle inchieste sul crollo finanziario, e che è stato un intervento diretto di Obama a renderle tali, visto che la sua campagna è stata costruita per gran parte da loro.

È difficile trovare molti dati in rete, anche se cominciano ad esserci articoli e libri che si pongono il problema di questo monopolio. Che non sempre crea posti di lavoro, anzi distrugge interi settori, come è successo per la musica. Sempre all’insegna della gratuità della rete, gratuità che però non esclude che Google o altri motori di ricerca ci lucrino sopra abbondantemente. Così adesso tocca all’editoria e chissà come finisce.

C’è da augurarsi che questa volta non vinca la gratuità. Ma nell’insieme il vero problema è la non trasparenza di tutto ciò. Se questo è un tema spinoso per Obama che non si capisce se voglia Snowden in carcere o fargli un monumento, rimane però una vera incognita per tutto il mondo, non solo per l’America.

Lo raccontano bene in Italia quelli del collettivo Ippolita che tempo fa fecero un ottimo libro su Google ed i suoi pericoli. Il problema grosso è che essere “contro” Google o Facebook è preso come un atteggiamento reazionario e spesso lo è. Ma sono pochi i lavori critici interessanti su quanto sta avvenendo. Se questo è il centro dell’Impero è vero che le promesse di un futuro per la creatività sono sempre meno credibili. Un articolo della rivista online www.salon.com raccontava qualche giorno fa come in america la classe creativa sta sparendo invece che aumentare.

E che da questo punto di vista TED, le conferenze MIT messe on line, come diceva il Guardian del 2 Gennaio (We need to talk about Ted di Benjamin Bratton) sono un disastro in mano a divulgatori e non a scienziati (seguitevi il dibattito sulla censura da parte di Ted della conferenza di Rupert Sheldrake sulla “Science Delusion”). E l’idea che innovazione corrisponda a benessere è un altrettanto disastroso modo di devastare i veri campi di ricerca e di competenza.

Insomma se il futuro della democrazia è in mano alla rete siamo un po’ fritti, soprattutto perché la rete è non solo strumento, ma anche ideologia. E dietro la sua ideologia si nascondono interessi di monopolio e di dominio sulla ricerca.

Cosa vuole l’Europa?

Slavoj Žižek

In una delle sue ultime interviste prima della caduta, un giornalista occidentale ha chiesto a Nicolae Ceaușescu come potesse giustificare il fatto che i cittadini rumeni non potevano viaggiare liberamente all’estero sebbene la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta seguiva il meglio del sofisma stalinista: è vero, la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto del popolo a una patria sicura e prospera. Abbiamo quindi un potenziale conflitto di diritti: se ai cittadini rumeni fosse stato concesso di lasciare liberamente il paese, la prosperità della patria sarebbe stata minacciata e sarebbe stato messo in pericolo il loro diritto alla terra d’origine. In questo conflitto bisogna fare una scelta, e il diritto alla prosperità e alla sicurezza della patria gode di una chiara priorità...

Sembra che lo stesso spirito del sofisma stalinista sia vivo e vegeto nella Slovenia contemporanea dove, il 19 dicembre 2012, la Corte costituzionale ha rilevato che un referendum sulla legislazione fatta per istituire una “bad bank” e sulla partecipazione sovrana sarebbe stato incostituzionale, di fatto cancellando un voto popolare sulla questione. Il referendum era stato proposto dai sindacati contro la politica economica neoliberale del governo, e aveva ottenuto abbastanza firme per essere obbligatorio. Vi era infatti l’idea di trasferire tutti i crediti cattivi delle principali banche in una nuova “bad bank” che sarebbe poi stata salvata dal denaro statale (cioè a spese dei contribuenti), impedendo ogni seria indagine sui responsabili di questi crediti.

Perché quindi proibire il referendum? Nel 2011, quando il governo greco di Papandreou ha proposto un referendum sulle misure di austerity, c’è stato il panico a Bruxelles, ma perfino in quel caso nessuno ha avuto il coraggio di proibirlo. Secondo la Corte costituzionale slovena il referendum “avrebbe causato conseguenze incostituzionali”. Insomma, nel valutare le conseguenze del referendum, la Corte costituzionale ha semplicemente accettato come un fatto indiscutibile le ragioni delle autorità finanziarie internazionali che stanno facendo pressione sulla Slovenia affinché adotti ulteriori misure di austerity: non obbedire ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (ovvero non soddisfare le loro aspettative), può condurre a una crisi politica ed economica ed è quindi incostituzionale.

Forse la Slovenia è un piccolo paese marginale, ma la decisione della sua Corte costituzionale è il sintomo di una tendenza globale verso la limitazione della democrazia. L’idea è che, in una situazione economica complessa come quella odierna, la maggioranza della popolazione non sia qualificata per decidere: la gente vuole solo mantenere i propri privilegi, ignara delle conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se le sue domande fossero soddisfatte. Questa linea di argomentazione non è nuova.

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Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Lungo queste linee, Fareed Zakaria ha sottolineato come la democrazia possa “prendere piede” solo in paesi economicamente sviluppati: se i paesi in via di sviluppo sono “prematuramente democratizzati”, il risultato è un populismo che finisce nella catastrofe economica e nel dispotismo politico. Non c’è da stupirsi che i paesi del Terzo mondo che hanno ottenuto i maggiori successi economici (Taiwan, Corea del Sud, Cile) abbiano abbracciato la democrazia solo dopo un periodo di regime autoritario. Questa linea di ragionamento non fornisce anche la migliore argomentazione a favore del regime autoritario in Cina?

Con il perdurare della crisi cominciata nel 2008, questa stessa sfiducia nella democrazia, una volta limitata ai paesi in via di sviluppo del Terzo mondo o post-comunisti, sta adesso prendendo piede negli stessi paesi occidentali sviluppati. Quello che uno o due decenni fa era un consiglio paternalistico per gli altri, ora riguarda noi stessi. Ma cosa succede se questa sfiducia è giustificata? E se solo gli esperti possono salvarci, anche a costo di meno democrazia? Il meno che si possa dire è che la crisi offre ampie prove di come non sia la gente, ma gli stessi esperti a non sapere quello che stanno facendo. Nell’Europa occidentale stiamo in effetti assistendo a una crescente incapacità della classe dirigente: sempre meno sanno come dirigere.

Guardiamo a come l’Europa sta affrontando la crisi greca, facendo pressione sulla Grecia per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo rovinando la sua economia con l’imposizione di misure di austerity e rendendo perciò certo il fatto che il debito greco non sarà mai ripagato. Alla fine del dicembre 2012 lo stesso Fondo monetario internazionale ha pubblicato una ricerca in cui si mostra come il danno economico di misure di austerity aggressive possa essere fino a tre volte più grande di quanto era stato previsto, cancellando quindi i suoi consigli sull’austerità nella crisi dell’eurozona.

Adesso il Fondo monetario ammette che costringere la Grecia e altri paesi indebitati a ridurre i loro deficit troppo velocemente può essere controproducente... Adesso, dopo che centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati perduti a causa di simili “errori di calcolo”. Qui risiede il vero messaggio delle “irrazionali” proteste popolari in giro per l’Europa: i manifestanti sanno bene di non sapere, non pretendono di avere risposte veloci e facili, ma ciò che il loro istinto sta dicendo è comunque vero, ossia che anche chi è al potere non sa. Oggi in Europa i ciechi guidano i ciechi.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Slavoj Žižek e Srécko Horvat (prefazione di Alexis Tsipras), Cosa vuole l'Europa? in libreria in questi giorni per ombre corte.

La rivolta che non crede nel futuro

Franco Berardi Bifo

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della Presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale:

«Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse»

scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della città il film di Ibrahim El Batout,
El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Étienne Balibar – Il governo dell’Europa

Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna

La gestione neoliberale della crisi del capitalismo ha imposto quella che Étienne Balibar definisce, riprendendo le analisi schmittiane, una «dittatura commissaria»: una ridefinizione dell’assetto istituzionale europeo secondo stati d’eccezione che impongono una gestione dall’alto della crisi tramite gli ormai noti governi nazionali imposti dalla troika.

Il processo di finanziarizzazione ha provocato una violenta trasformazione delle forme stesse della politica, ora subordinate al ciclo economico di cui sono la piena espressione. L’architettura istituzionale e la possibile costituzione di un’unione europea sono divenute uno dei temi più dibattuti in questa fase di transizione in cui permangono il deficit di democrazia e la divaricazione tra poteri democratici – quelli che Balibar definisce «contropoteri insurrezionali» – e le istituzioni europee.

Se la dittatura commissaria costituisce una delle forme privilegiate della governance europea, è pur vero che quest’ultima inizia a intravedere limiti nelle politiche di austerità finora applicate. La gestione politica della crisi neoliberale è completamente incapace di rilanciare politiche espansive o un ripensamento complessivo del «progetto Europa». Questi nodi costituiscono sia la posta in palio sia il terreno di scontro per poter costruire nuove istituzioni democratiche all’interno dello spazio europeo dei movimenti.

La scorsa settimana il presidente François Hollande ha dichiarato che secondo il governo francese sarebbe opportuno giungere a una unione politica più marcata dell’Europa entro il 2015. Alla costituzione di un bilancio comune, di una politica fiscale, di difesa e sicurezza comune, fa da contraltare un processo europeo estremamente deficitario dal punto di vista democratico. Come si colloca questa affermazione in confronto al costante deficit di democrazia?

L’impressione immediata è che la preoccupazione principale sia, come negli ultimi anni, quella di raggiungere un certo livello di efficacia o di funzionamento organizzato dei poteri dall’alto, piuttosto che cercare una forma più democratica. Questo ha a che vedere con il fatto che generalmente gli Stati europei, o le classi politiche per essere più concreti, soprattutto nel caso della Francia, non hanno mai avuto veramente l’idea di introdurre il popolo come «terzo giocatore» nel confronto complicato tra Stati nazionali ed elementi federali europei.

L’elemento nuovo è stato introdotto dalla crisi monetaria e dal nuovo ruolo della Bce. Il cosiddetto deficit democratico, infatti, è sempre già concepito come un deficit di legittimità. Secondo me, il problema della legittimità esiste ed è un problema politico importante, ma la questione democratica non si riduce al problema di legittimare le istituzioni europee. Occorrerebbe rovesciare l’ordine di importanza dei due aspetti. Ciò di cui i cittadini europei hanno bisogno è un’Europa più democratica, non un governo europeo più legittimo, sebbene anche questa sia una cosa importante.

Una seconda questione che vorremmo porle è relativa alle politiche di austerità. Recentemente ci sono stati interventi, anche da parte di esponenti dei governi europei, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche di austerità. In alternativa a ciò viene spesso proposto un nuovo progetto di welfare europeo o un’evocazione del New Deal. Vorremmo sapere quali sarebbero le caratteristiche di questo New Deal, di un nuovo patto per rifondare l’Europa da un punto di vista politico, prima di tutto, e poi economico.

Non sono un economista, ma leggo quanto posso di queste discussioni. Per me ci sono due aspetti, quasi due misteri, due problemi irrisolti in questa discussione. Il primo aspetto è la razionalità della politica di austerità dal punto di vista capitalista o, anzi, di equilibrio del sistema economico europeo. Non tutti, ma la stragrande maggioranza degli economisti, già da anni, spiega che l’austerità in questa forma è un’imbecillità dal punto di vista economico. In principio dovrebbe servire a risolvere i deficit enormi, i debiti pubblici, ma nei fatti il risultato è una compressione del reddito nazionale – anche per la Germania – e quindi le possibilità di rimborso del debito non aumentano ma diminuiscono.

La questione immediatamente successiva è: perché ostinarsi nella via sbagliata? Da alcuni mesi l’Fmi ha cominciato a spiegare che bisognerebbe cambiare direzione, ma per anni sono state mantenute queste politiche. Allora le spiegazioni che sentiamo sono di due tipi, non incompatibili forse. Da un lato, una spiegazione ideologica, puramente ideologica, che ci rimanda alla concezione cosiddetta «ordoliberista» dominante in Germania, che è la potenza principale. L’altra spiegazione, che non possiamo eliminare, è che nei fatti l’austerità non serve a risolvere la crisi dal punto di vista sistemico o complessivo, ma è una fonte di profitti e di benefit molto importanti per alcuni, compresa la stessa Germania, a breve termine. Leggevo l’altro giorno su «Die Zeit», che non è sempre stata molto critica rispetto a ciò, un articolo molto interessante sul modo in cui la Germania finanzia le proprie attività economiche sfruttando il famoso spread dei tassi ecc.

Cioè, il fatto che le difficoltà di credito dei paesi dell’Europa meridionale producono come risultato indiretto tassi di prestito minimi o anche negativi per la Germania stessa. Questo è il primo problema: a chi giova, non a che giova, l’austerità? Il secondo problema riguarda il New Deal di cui si stava parlando: è una prospettiva seria, per me molto interessante, ma che non può e non deve essere percepita in modo puramente tecnico o tecnocratico. Un New Deal sistematico, complessivo, naturalmente adattato alle circostanze di oggi, non può esistere senza tre – diciamo – pilastri o elementi.

Uno è ovviamente quello che la politica attuale impedisce, cioè investimenti pubblici, piani di sviluppo, un nuovo piano Marshall per l’Europa meridionale, un altro progetto economico per l’Europa. Il secondo, naturalmente, è una politica della domanda e non solo una politica dell’offerta. Il che vuol dire un cambio radicale nella distribuzione del reddito tra la popolazione europea. Questo va completamente contro la tendenza attuale di raggiungere una competitività sufficiente a livello globale abbassando il livello di vita della maggioranza della popolazione. E quindi, terzo aspetto, un ruolo più attivo delle forze popolari e democratiche a livello nazionale.

Il New Deal americano, le politiche sociali dell’immediato dopoguerra in Europa e soprattutto in Inghilterra: non so se avete già visto il film di Ken Loach sulle nazionalizzazioni inglesi, The Spirit of ’45; quella non fu una rivoluzione socialista, ma un momento di equilibrio. Per il momento i progetti del cosiddetto New Deal prendono in carico i primi due aspetti, ma escludono il terzo, che ci rimanda alla questione precedente.
Il New Deal non è semplicemente un modo di gestire il reddito, è una politica complessiva, o sarebbe una politica complessiva, se la parola volesse significare qualcosa.

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