Maga Renata

Augusto Illuminati

Maga Circe trasformò i compagni di Ulisse in porci. Maga Renata (Polverini, per chi è ignaro del greco) ha trasformato in porci i consiglieri regionali del PdL con famuli e squinzie al seguito, presenziando e presiedendo alla famosa festa a tema mitologico organizzata da De Romanis. Certo, ha dovuto impiegare meno magia, perché i suddetti consiglieri, come nel teatro kafkiano di Oklahoma, hanno spontaneamente impersonato se stessi. Le foto immortalano i tableaux vivants dell’immaginario della destra romana, che non osiamo riferire al genere peplum dei bei tempi di Hollywood sul Tevere e neppure al toga party di Animal House – lì c’era l’immenso John Belushi, mica er Batman e sora Renata.

Non vorremmo, però, che il corale sdegno per ruberie e sprechi dei Porci della Libertà diventasse ennesimo pretesto quaresimale per invocare la spending review e l’austerità, insomma per far pagare ai poveri il trash dei ricchi. I problemi dell’Italia sono lo smantellamento del Welfare e i bassi salari, l’abbandono della scuola e della ricerca, l’ottuso neoliberismo recessivo del governo dei tecnici e di tutti i partiti che si affollano avidamente intorno alla prossima scadenza elettorale. I festini di Arcore e la loro pietosa imitazione al Foro Italico sono solo schifosi dettagli.

Attenti piuttosto alla gente perbene, che mai scenderebbe a quei livelli ma fa danni maggiori, produce declino industriale e disoccupazione predicando rassegnazione a additando luci improbabili in fondo al tunnel. Attenti a quanti si appropriano con zelo servile dell’agenda liberista (l’agenda, l’agenda...) e si dondolano al ritmo l’Europa lo vuole. Forse non lo vogliamo noi.

 

Cuore di pietra

Augusto Illuminati

Bisogna avere un cuore di pietra (e io ce l’ho) per non buttarsi sull’antipolitica. Seguo con i sottotitoli il dibattito trilingue (emiliano, genovese, molisano) fra Bersani, Grillo e Di Pietro su fassismo, belìn, zombies e piduismo. Ma di che cazzo stanno parlando? I riferimenti storici sono tutti sballati, la rispondenza ai drammi quotidiani nulla, la terza o quarta settimana del mese manco sanno cos’è per un pensionato o un precario, l’asilo nido e l’aumento di pane e verdure o le bollette non ne parliamo. A proposito: per chi votare alle primarie? Bersani, Renzi o Vendola? Privilegiamo l’usato sicuro, il rifacimento della facciata di S. Lorenzo o la narrazione interminabile? Le masse scalpitano.

Bisogna avere un cuore di pietra per non confezionare molotov a sentire i professori bocconiani ripetere il mantra crescita-rigore-equità mentre tutto va a catafascio. E a sentirli preoccuparsi per i gggiovani, se fossi ancora tale, non basterebbe un cuore di pietra.

Bisogna avere un cuore di pietra per non mettersi a ridere (viriamo sul leggero) ascoltando in radio gli economisti discettare come uscire dalla crisi. Mi domando: ma chi è lo sceneggiatore pazzo che ha inventato i nomi: Sdogati, Giavazzi, Dell’Aringa, Stagnaro... Il filosofo si delizierà per le implicazioni ontologiche del new realism, il letterato per il rapporto fra storia e utopia, ideologia ed emozioni bella veltroniana Isola delle rose, il romanzo non-auto-sufficiente. Risate per tutti.

Finalmente – e qui il cuore di pietra si scioglie – il sogno adolescenziale anti-imperialista, il boicottaggio della Coca Cola, viene vigorosamente rilanciato con una tassa di 7,6 centesimi al litro. Si avvicina la svolta moderato-progressista e fra poco suonerà il rintocco funebre per merendine, ovetti Kinder, Fanta, meringhe e spuma. Il Pdl ha già annunciato che, se mettono la fiducia sulle bibite gassate, farà cadere il governo. Peggio che sulle intercettazioni. Da che parte stia Giuliano Ferrara è inutile strologare, basta guardarlo. Poi dicono che non ci sono più destra e sinistra.

Evvai, famo un quadrato. Aggiungiamo i vegani alla foto di Vasto. E quegli altri, i minatori del Sulcis 400 metri sotto terra, gli operai dell’Alcoa che si buttano nelle acque del porto, i licenziati Fiom, gli studenti sloggiati dal pratone della Sapienza, i precari massacrati e sbeffeggiati da padroni, Ichino e Fornero, non saranno mica l’antipolitica, o meglio l’unica possibile politica anche per chi ha un cuore di pietra?

Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante

Una senatrice all’IKEA

Enrico Menduni

Quando questo articolo sarà pubblicato la piccola polemica sullo shopping con scorta e carrello della senatrice Anna Finocchiaro, austera capogruppo del PD in Senato, sarà fortunatamente estinta, smaltita, cessata (il riciclaggio del gossip è l’unico smaltimento dei rifiuti che funziona in Italia). Meglio; si può ragionare più tranquillamente sul valore testimoniale (o illusorio) della rappresentazione fotografica in epoca digitale.

I fatti sono noti da tempo. La senatrice compra oggetti per l’appartamento (oh, la casa, eterna ansia degli italiani) recandosi da IKEA e anche a Leroy Merlin: giusta par condicio tra due marchi leader di mercato. Lo fa in tailleur rosso fuoco accompagnata da tre men in black. Il solerte settimanale illustrato Chi pubblica un ampio servizio a colori: in una foto uno dei vigilanti spinge il carrello, in un altra il gruppo valuta collettivamente la convenienza di pentole e padelle, la scena è sempre ispirata a una tranquilla quotidianità, da famiglia allargata nel weekend. Le foto sono brandite come prova del misfatto; nell’era della riproducibilità tecnica allargata circolano a velocità supersonica sul web (Google Immagini espone 31.900 risultati) e in particolare su Twitter, sollevando un polverone e anche l’ashtag #finocchiarovergogna.

I vignettisti lavorano sodo, nell’era del mashup i tre uomini più il tailleur rosso traversano la strada sulle strisce come nella cover di Abbey Road. Tanto per rimanere in area Beatles, tutti a fare paragoni con Michelle Obama che zappa l’orto, e non lo fa coltivare ai marines. Prevedibili i contenuti su Twitter e in giro per la rete: Finocchiaro usa uomini dello Stato come camerieri, si fa scarrozzare per fini privati con i soldi nostri, se i poliziotti brandiscono padelle antiaderenti non possono agire in caso di attacco mafioso, ecc.

La reazione della senatrice non supera i confini dell’ovvio: la scorta non l’ho chiesta ma me l’hanno imposta, i motivi non ve li posso dire, e devo fare la spesa anch’io. E poi: chi spinge il carrello non è un poliziotto né un rappresentante del Senato ma un autista che conosco da vent’anni (in parole povere: un dipendente del gruppo parlamentare). Anche la replica non si discosta dal prevedibile: ma è possibile che in tempi di crisi e di odio anti-casta Finocchiaro non abbia la sensibilità di evitare comportamenti che potrebbero essere fraintesi e strumentalizzati, ecc. ecc.? Quando ero ragazzo, il sindaco di Firenze Elio Gabbuggiani (1975 circa) parcheggiava sempre l’autista dietro l’angolo e si presentava a piedi, sorridendo, stringendo mani, figlio del popolo in mezzo al popolo: un professionista serio.

Finocchiaro scrive ai giornali, ritiene che le foto siano state scattate «con tutta evidenza con una macchina fotografica professionale (…), evidentemente non frutto di scatti rapiti o casuali». Dunque un appostamento, un complotto. La senatrice sembra ignorare di quanti megapixel può disporre la fotocamera di uno smartphone e quanto possa essere appetibile, per un giovane squattrinato, valorizzare un incontro fortuito vendendo a un’agenzia scatti impeccabili, e immagina ancora i «paparazzi», Tazio Secchiaroli appostato per fotografare Walter Chiari mentre Elio Sorci fotografa lui… frammenti di anni Cinquanta ormai consegnati ai musei, non all’attualità politica. O forse crede al modo di scattare le foto raccontato da Fabrizio Corona.

A questa cultura analogica, che la senatrice condivide con molti suoi critici, sfugge totalmente come nasca e come viva una fotografia digitale. Senza la schiavitù dei rullini che finiscono sul più bello, si pesca a strascico, scattando una raffica di foto da cui si sceglierà quella più imbarazzante, dai dettagli impietosi, dall’espressione cupa o imbarazzata, contornandola poi – quasi a costruire una storia – degli altri scatti del fotostream. Ci penseranno poi le didascalie a marcare, con finta sobrietà, il punto più dolente. La storia narrata è verosimile, anche se mille dettagli, compreso l’ordine di pubblicazione, si distaccano dall’originalità dell’effettivamente accaduto: prima lievemente, poi con una piega sempre più decisa, che la conduce verso i lidi della docu-fiction.

La foto rimbalzerà da un sito all’altro, da un giornale a un blog, da un talk show del mattino televisivo ai social network, si presterà a infiniti mashup, ritocchi, coloriture, tagli, aggiunte, ormai totalmente indipendenti dall’originario «creatore», il pastore che ha incamminato un gregge di pixel verso un recinto mai chiuso in modo invalicabile: c’è sempre una pecorella in Photoshop che si vuole smarrire. Il valore testimoniale della fotografia era la convinzione che ci fosse stato uno spazio e un tempo in cui fotografo e soggetto erano stati di fronte, e che la foto esprimesse l’oggettività certificata di quell’incontro, di quella sovrapposizione spazio-temporale; una narrazione notarile del reale, una fotocopia del vero dai inserire agli atti. Ciò è avvenuto nell’era dell’istantanea, nata fra le due guerre e diffusa dal rotocalco illustrato, insieme al totalitarismo e alla propaganda che di foto e di fotomontaggi, da John Heathfield in poi, hanno fatto l’uso più ampio, sempre pretendendo che fosse icona della realtà.

Ma la foto digitale è una narrazione senza spina dorsale, una rappresentazione morbida che si lascia piegare dai contesti cui viene adattata, prendendo le distanze dal suo autore, emancipandosi dai suoi sentimenti e dai suoi intenti. È un’icona pop; può far vendere qualche copia a un settimanale di gossip, può mostrare le incertezze del ceto politico prigioniero di un’autoreferenzialità culturale, può rallegrare uno, cento, mille blogger ma quanto a essere testimone della verità, questo proprio no. Effetti duraturi meno che mai, nemmeno se la foto è scattata nei bagni neo-pompeiani di Palazzo Grazioli. Un punto di spread poté quello che centomila scatti invano tentarono, rimanendo soltanto nell’immensa memoria cache di Internet che tutto mostra e tutto dimentica.

Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo

[Questo intervento apparso su NI si riferisce a questo editoriale di "Repubblica"]

Andrea Inglese

S’intitola Il pericolo del doppio populismo, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Leggi tutto "Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo"