Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.

Ponti del futuro

Giorgio Mascitelli

Le autorità della regione di Bratislava in occasione dell’inaugurazione di un ponte pedonale a Devin sul fiume Danubio hanno indetto questa primavera un referendum consultivo tra la cittadinanza tramite facebook sulla scelta del nome dell’opera. Nonostante fossero state proposte tre possibilità ossia ponte Maria Teresa, ponte della libertà e ponte della cortina di ferro ( le due rive collegate sono una in Slovacchia e l’altra in Austria e nel periodo del comunismo alcuni attraversarono a nuoto il fiume per fuggire dall’allora Cecoslovacchia), la maggioranza ha votato per l’intitolazione dell’opera a Chuck Norris.

A fronte di questo esito gli organizzatori della consultazione hanno dato segni di non voler dar corso alla volontà popolare, spiegando che occorreva anche ricorrere al parere della comunità degli esperti perché si deve scegliere un nome che tra cento anni non sarà cambiato. Non sono un esperto di onomastica pontile, ma confesso che questa fiducia nella continuità del presente da parte di abitanti di una città che ancora meno di cento anni fa aveva un altro nome ( si chiamava ufficialmente Poszony, Presburgo in tedesco, e l’attuale nome di Bratislava le è stato dato dal movimento risorgimentale slovacco) e la cui toponomastica ha avuto nel corso dell’ultimo secolo almeno tre drastiche riformulazioni, mi sorprende alquanto e senza dubbio fa loro onore. Quanto agli esperti, non è detto che le loro scelte siano poi così più durature e ponderate di quelle popolari: mi viene in mente per esempio che il premio Nobel per la pace è assegnato da esperti al massimo livello, eppure qualche anno fa essi attribuirono il premio a un capo di governo che solo quattro anni dopo l’assegnazione scatenò una guerra feroce in Libano.

D’altro canto, le autorità avevano fin da principio le loro contraddizioni perché la terna di nomi ufficiale presenta qualche incoerenza, infatti Maria Teresa, pur con tutti i suoi meriti, non fu esattamente una figura esemplare della libertà politica. Se fossi pertanto un cittadino di quella regione, consiglierei alle autorità di seguire il verdetto popolare senza esitazioni, perché la volontà della maggioranza va rispettata, e infondo vedere i film di Chuck Norris era anche uno dei modi di godere di quella libertà che esisteva al di là della cortina di ferro.

Purtroppo questa concezione per così dire retrattile della democrazia, secondo la quale si ricorre alle sue regole solo se non danneggiano determinati progetti, non è limitata alle sole autorità locali della regione danubiana, ma mi sembra alquanto diffusa in tutta Europa, non da ultimo nel nostro paese, e soprattutto su questioni meno innocue di quelle toponomastiche. Dall’ondata di panico che attraversò il continente quando Papandreu propose di tenere un referendum in Grecia sulla permanenza del paese nell’euro al fatto che in Italia all’indomani del referendum sull’acqua pubblica si levassero alcune voci che chiedevano apertamente di eludere i risultati del voto, è facile elencare molti esempi. Non è contraddittorio, ma perfettamente armonico con questa tendenza il fatto che oggi si faccia ampio ricorso a sondaggi d’opinione e indici di gradimento praticamente su tutto. Essi sono il confortevole simulacro della possibilità di continuare a esprimere qualsiasi opinione e nel contempo hanno la funzione didattica di abituarci a considerare la nostra opinione come un dato statistico e non come un fattore di costruzione di scelte collettive.

Sarebbe però sbagliato vedere nell’affermazione di questa concezione un fatto eminentemente politico, al contrario la sua origine non solo è extrapolitica, ma profondamente apolitica: infatti l’azione politica trae legittimazione in un modo o in un altro dal consenso popolare e il politico che lo ignora finisce con l’essere considerato un tiranno. Invece in una società in cui il potere reale non ha più alcuna relazione con la politica, che è al massimo esecutrice di decisioni prese altrove, questa distinzione perde di senso e il trascurare le regole del consenso popolare appare tutt’al più un peccato veniale, che forse non ha bisogno nemmeno di essere giustificato.