Lento

Alberto Capatti

La lentezza è un valore morale. A nessun italiano salterebbe in mente di fare mille chilometri con treni regionali per raggiungere il luogo di vacanza né ad un milanese di andare a un appuntamento di lavoro a Torino con la bicicletta. Tutti i servizi sono esclusi da questo ordine di misura e l’attesa di un’ora per ricevere il primo piatto in un ristorante non lo qualifica come lento ma come infrequentabile. C’è, è vero, la questione della TAV ma concerne culture valligiane che hanno ritmi e velocità proprie, tagliate vie da linee che servono stazioni e città esterne: in Val di Susa motociclette, automobili e autobus assicurano spostamenti rapidi. Quando si parla di lentezza non si allude né ai trasporti né ai servizi e persino in chiesa, una messa di tre ore metterebbe in imbarazzo e in fuga i fedeli.

Che cosa significa allora slow un termine che circola in riferimento all’ambiente, al tempo e all'alimentazione? Non è sinonimo di sonnacchioso, torpido, pesante. È stato lanciato oltre vent’anni fa dall’associazione Slow Food, come antifrasi di fastfood, alludendo a cucine e pasti che domandano il loro tempo, ed esteso a un modo di osservare la vita. Lente sono la crescita di una pianta, la raccolta delle erbe selvatiche o dei funghi, e la cottura di un minestrone o meglio, lenta è l’immagine che ce ne facciamo. Preferire un zuppa cotta a lungo, significa valorizzare non solo la preparazione minuziosa degli ingredienti o la fonte di calore che eroga basse temperature e permette un protratto bollore, ma la pazienza e la dedizione della cuoca lodate dai commensali nel quarto d’ora, al massimo, che vuoteranno la fondina. Questi esempi rivelano un doppio registro di valori: rapidità e lentezza coesistono, ma in campo alimentare non vengono assegnati ai medesimi oggetti alimentari.

Quanti minuti domanda la cottura di un filetto «al sangue»? Pochissimi, e non per questo è carne da fastfood. Non può essere solo dal cibo preparato pronto, da mangiare, che nasce questa filosofia. Lento acquista un significato particolare se rapportato all’ambiente, alle piante, alla maturazione di un frutto colto dopo un' attesa prolungata. Di fronte alle contraddizioni del sistema culinario, lento è sinonimo di naturale, anzi ne è un'accezione, estesa a tanti valori quali la stagione (degli ortaggi), la crescita (degli animali), l’invecchiamento (dei formaggi o dei vini). Sono tutte pratiche umane, ma qualificandole come naturali si riconosce il rispetto a quell’altra concezione del tempo che hanno una pianta e una pecora, prima della rispettiva morte.

La lentezza è un valore morale, a seguito di una iniziazione, in nome di alcuni principi. Come in qualsiasi religione naturale, il contadino, la cuoca, il degustatore ne sono impregnati. Per questa ragione, non c’è contrasto fra il raggiungere in auto il proprio orticello e passare una giornata a coltivarlo: il tempo consacrato a Dio e quello dedicato al proprio lavoro, non si misurano con la stessa scala, e fanno parte di un registro a variabili multiple. Ma non si darà mai che un verdelento, green e slow, si riconosca semplicemente pio, e devoto ad un culto boschereccio o sativo, pànico o pastorile; si arroga invece un senso pratico, più saggio, una funzione polemica estesa dal fastfood al supermercato, ai surgelati, al proprio cucinino. Se semina l’orticello o una cassetta sul balcone di casa, milita contro l’agroalimentare e la grande distribuzione. Nelle forme di religiosità della nostra epoca, si praticano culto e critica simultaneamente, con gli scenari alterni del declino e della rinascita.

Nell’oratoria di associazioni come Slowfood, il richiamo a slow funge da parola d’ordine, da enunciato poliglotta, ed è una di quelle forme di autocompiacimento che, per l’oratore, danno valore alla vita e alla natura. «Seguite questa via» – una pausa, un sorriso paterno – «ma, vi raccomando, slow... adagino... ». Siccome ogni aggettivo ha i propri contrari, da esso si scivola mentalmente all’esame del mondo, una diabolica macchina genetica, impazzita. Slow è entrato in un codice di cui stiamo commentando gli assiomi: sostenibilità, chilometro zero, decrescita… Con le inverosimiglianze che i pensatori e i funzionari associativi si guardano bene dall’evidenziare. Solo i teologi montano e smontano i principi divini, molti preti si contentano delle preghiere.

La recessione non è decrescita

Marino Badiale

Nella sezione «I malintesi» del suo ultimo libro («Per un'abbondanza frugale», Bollati Boringhieri 2012) Serge Latouche cerca di dissipare la ricorrente confusione fra la nozione di decrescita e quella di recessione. Nonostante le parole molto chiare dette a questo proposito dai teorici della decrescita, tale confusione persiste, sia fra gli avversari sia fra quelli che Latouche, nel testo citato, chiama i «simpatizzanti mal informati». Un esempio di tale confusione, da parte di un critico della decrescita, è contenuto in un recente articolo di Antonio Pascale («Gli egoisti della decrescita», La lettura supplemento del «Corriere della Sera» del 19-2-12).

Di fronte al persistere di questi malintesi, sembra dunque necessario spiegare un'altra volta (chi scrive, assieme al compianto Massimo Bontempelli, lo aveva già fatto per esempio nell'articolo «Un progetto rivoluzionario», alfabeta2, anno II, n.6, Gennaio-Febbraio 2011) che la decrescita non è la recessione, non è la crisi economica. La decrescita è sicuramente una diminuzione del Pil. Ma ci sono molti modi diversi di diminuire il Pil. Ad esempio una guerra termonucleare che distrugga l'intera umanità. La diminuzione del Pil è il genere del quale la decrescita, la recessione o una guerra termonucleare sono specie diverse. Allo stesso modo, fare un dieta significa perdere peso, ma non tutti i modi di perdere peso sono uguali. Si può perdere peso per una grave malattia fisica come il cancro, per un grave malattia psichica come l'anoressia, o perché si cade nella miseria o infine perché si fa una dieta sotto la guida di un medico. L'anoressia, la miseria e la dieta sono specie diverse entro il genere «diminuzione del peso corporeo». Nessuno (tranne forse Antonio Pascale) direbbe ad una persona anoressica «complimenti per la dieta, mi sembra molto efficace».

Ma qual è allora la differenza specifica della decrescita rispetto alla recessione? La decrescita è un progetto politico ed economico di demercificazione della società. Lo sviluppo del rapporto sociale capitalistico, negli ultimi due secoli, ha portato al fatto che ogni forma di attività sociale, e in particolare ogni forma di produzione (di beni materiali o servizi) è pensata come produzione di merci, soggetta alle leggi del profitto. La decrescita vuole invertire questa tendenza, e liberare almeno una parte dei prodotti del lavoro sociale dalla forma di merce. Si tratta di produrre beni (beni materiali o servizi) non in forma di merce, e di farli circolare attraverso circuiti diversi dal mercato. E di ridurre, per quei beni che continueranno ad essere prodotti in forma di merci, la percentuale di distruzione ambientale che la loro produzione comporta.

La differenza con la recessione è chiarissima, per chi desidera capire: nella recessione tutti i beni che erano merci restano merci, solo che la gente non ha il denaro per comprarli. Nella decrescita alcuni beni vengono prodotti e scambiati al di fuori del mercato, mentre le merci che rimangono nel mercato richiedono meno sprechi per essere prodotte. Se questi sono discorsi troppo astratti, facciamo un esempio concreto: una delle proposte tipiche della decrescita è quella di una vasta iniziativa di miglioramento dell'efficienza energetica delle abitazioni, in maniera da far nettamente diminuire il consumo per il riscaldamento.

Una simile iniziativa richiederebbe ovviamente grandi investimenti iniziali, che contribuirebbero al Pil, ma a regime farebbe diminuire il Pil perché farebbe nettamente diminuire i consumi. Naturalmente lo scopo è quello che la gente abiti in case comode e riscaldate spendendo di meno. Nella recessione, invece, ciò che avviene è che la gente non ha i soldi per pagarsi il riscaldamento e sta al freddo. In entrambi i casi diminuisce il Pil, ma dovrebbe essere ovvia la differenza: nella recessione si sta male perché si è senza soldi in un mondo in cui tutto si paga, nella decrescita si sta bene perché si può avere il benessere (quello di una casa riscaldata, per esempio) pagando di meno in termini monetari e inquinando di meno.

Due spunti finali per chi sia interessato ad approfondire seriamente il tema della decrescita. In primo luogo iniziative come quelle indicate (una vasta opera di miglioramento dell'efficienza energetica della abitazioni) e le tantissime altre che si potrebbero indicare, richiedono ovviamente l'intervento dello Stato, che quindi è fondamentale per una politica di decrescita. In secondo luogo, i risparmi che la decrescita permette non dovrebbero tradursi in altri consumi, ma in tempo libero: uno degli obiettivi di una politica di decrescita dovrebbe essere quello di liberare il tempo delle persone dal lavoro salariato per indirizzarlo alla cura delle relazioni, all'interno delle quali si situerebbero anche gli scambi non mercantili di beni e servizi che caratterizzano la proposta della decrescita.

Per uscire dall’incubo della crescita

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

In questo articolo continuiamo le considerazioni iniziate in “Dopo la fine della crescita” (Alfabeta2, n.11). In quell'articolo abbiamo sostenuto che siamo arrivati in sostanza alla “fine della crescita”. Ma una società organizzata sulla crescita che non riesce a crescere, o non riesce a crescere abbastanza, è un vero incubo,  come dice Latouche. Se le nostre argomentazioni saranno confermate dai fatti, ci troveremo di fronte ad una sempre più massiccia perdita di valore e di dignità del lavoro. Ma questa perdita di dignità e valore è una dramma sociale e civile. Nelle società occidentali, il lavoro è stato un elemento strutturante fondamentale del comportamento etico, della coesione sociale, della stessa memoria storica. Se il lavoro perde ogni valore economico, viene meno ogni sua centralità sociale ed etica. Cosa lo sostituisce? La centralità del denaro e del consumo. Leggi tutto "Per uscire dall’incubo della crescita"

Una politica economica per la transizione (I parte)

Decrescita (4)

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

La principale questione che si pone a chi voglia dare spessore concreto al pensiero della decrescita è quella della transizione dall’attuale società della crescita a una società, appunto, della decrescita. Per prima cosa occorre precisare che ragionando su società della crescita e società della decrescita, si stabilisce una comparazione (che certo è necessaria) tra termini eterogenei. Società della decrescita significa società svincolata dall’obbligo della crescita del prodotto interno lordo, cioè della produzione rivolta al mercato, che è tipico del capitalismo. Leggi tutto "Una politica economica per la transizione (I parte)"

La decrescita non è impoverimento

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera. Leggi tutto "La decrescita non è impoverimento"