L’enigma del senso di colpa

Elettra Stimilli

Quello che segue è un estratto del saggio Debito e colpa, il nuovo libro della collana «Fondamenti» in libreria in questi giorni per la casa editrice Ediesse. Un saggio che muove dal nesso tra debito e colpa con l'intento di mettere a nudo i nodi teorici contenuti in questa relazione semantica, e di collocare il problema del debito in un contesto più articolato rispetto a quello strettamente tecnico della scienza economica.

Il neoliberismo è una forma di governo che si pratica con l’autogoverno, implica strutture istituzionali di tipo amministrativo e una razionalità politica dotata di una «macchina antropogenica» diversa da quella a cui miravano le società moderne. Come si è cercato di mostrare sulla scia dello stesso Foucault, «l’invenzione» di questo dispositivo va genealogicamente individuato nel cristianesimo e nell’istituzione amministrativa dell’Ekklésia, che per prima scombina sul piano pubblico della comunità politica il dualismo dell’attività e della passività del potere, su cui si fondavano le società nel mondo antico e su cui, per altri versi, ha continuato a basarsi il patto politico moderno. Molte sono le differenze tra il «prototipo» e l’attuale realizzazione. Ma in ogni caso il suo funzionamento è dovuto al coinvolgimento di risorse specificheper la caratterizzazione della vita umana.

A queste risorse è rivolta l’attenzione di Judith Butler, intenta ad un’indagine sul potere che, al di là della sua struttura moderna, risalga piuttosto alle sue radici psichiche. La sua analisi presuppone la rottura con la logica repressiva del potere patriarcale moderno messa in atto dalle pratiche e dalle teorie femministe e mette al tempo stesso in discussione la naturalità di genere e dell’identità sessuale, pure rivendicate da un certo femminismo, a favore di una ricerca volta a individuare la loro origine culturale e la loro provenienza da pratiche sociali performative.

Dalla metà degli anni novanta del secolo scorso Butler, sulle orme di Foucault, conduce uno studio sul potere come macchina antropogenica, in cui i processi di assoggettamento risultano intrinsecamente connessi alle tecniche di produzione dei soggetti. Mentre Foucault appare a Butler piuttosto interessato a individuare la materialità del potere nelle sue forme istituzionali, la sua attenzione è invece rivolta alla «vita psichica delpotere», come recita il titolo del libro dedicato a questo tema. L’attualità di questo lavoro è confermata dalla recente riedizione italiana, che nella veste completamente rinnovata attesta l’interesse della sua prospettiva per un’indagine del presente (cfr. il testo di Zappino in: Butler, 2013: 7-37).

L’intreccio tra ambito psichico e ambito sociale costituiscela base dell’analisi di Butler, che mira a tenere insieme Foucault e Freud in un percorso che, da Hegel ad Althusser passando per Nietzsche, decostruisce la postura moderna del potere come dominio su soggetti già dati e, come tali, da sottomettere.

Sentirci dominati da un potere esterno a noi è forse una delle esperienze più dolorose, ma anche più comuni. Meno comune, invece, è prendere atto del fatto che ciò che noi stessi siamo – ossia che il nostro costituirci come soggetti – intrattiene una relazione molto stretta proprio con quel potere. Siamo soliti, infatti, concettualizzare il potere come ciò che si impone a noi dall’esterno, come qualcosa che ci sovrasta [...]. Tuttavia, seguendo Michel Foucault, è possibile comprendere che il potere costituisce il soggetto, determinando le condizioni stesse della sua esistenza e le traiettorie del suo desiderio: ne consegue dunque che il potere non è più, o non solo, ciò a cui ci contrapponiamo, ma anche, in senso forte, ciò da cui dipende il nostro esistere e ciò che accogliamo e custodiamo nel nostro essere (Butler, 2013: 41).

L’intento di Butler, dunque, è quello di mettere in discussione il presupposto dualismo di un soggetto assolutamente attivo e di uno assoggettato e passivo nell’esercizio del potere. Il soggetto e il potere piuttosto sono implicati in quanto frutto di una relazione che li comprende e li produce entrambi, come del resto anche gli studi sulla biopolitica successivi a Foucault hanno sostenuto. In questo senso, però, risulta chiaro come il soggetto non sia solo il prodotto del potere, ma dipenda anche da esso in maniera persino involontaria. Tanto che si può dire che un’obbedienza preventiva sia all’origine della stessa libertà o che, comunque, le due esperienze risultino originariamente non contrapposte, bensì coimplicate.

Qui sorge il problema dell’istituzione psichica della norma parallelamente alla sua istituzione sociale ed emerge anche il ruolo che il «senso di colpa» assume in un’indagine sulla «vita psichica del potere». L’interesse di Butler è quello di mostrare come «il senso di colpa» sorga, nella dimensione psichica, non come «l’effetto dell’internalizzazione di un divieto esterno» (Butler, 2013: 62) o come interiorizzazione di una violenza volta all’esterno, quanto piuttosto da una «subordinazione primaria» attraverso cui «il soggetto deve emergere paradossalmente contro se stesso per poter esistere per se stesso» (Butler, 2013: 65), da una sua postura masochistica potremmo anche dire, a questo punto, tenendo conto di quanto risulta nella stessa analisi di Butler.

È qui in gioco il problema che Freud affronta in Al di là del principio di piacere, del 1920 (cfr. Freud, 1977), dove la logica autoconservativa a cui risponderebbe il principio di piacere – alla base dello stesso funzionamento dell’apparato psichico – finisce per dimostrarsi come impossibilitata a dar ragione di tutte le istanze da cui la psiche risulta composta e da cui la vita umana prende forma. Di qui l’esigenza di Freud di ammettere l’esistenza di un altro principio, apparentemente opposto al primo, che trae origine da pulsioni di morte. Si tratta di un principio distruttivo che, come tale, risulta fondamentalmente antieconomico per l’autosussistenza della psiche.

In questo testo Freud affaccia l’idea di un’economia psichica non esclusivamente legata all’autoconservazione e, quindi, il fatto che le pulsioni di morte non siano esclusivamente opposte in maniera dualistica alle pulsioni di vita mosse dal principio di piacere. Detto in altri termini, per Freud, sembra che nella vita umana il principio del piacere non venga mai meno, piuttosto non coincide con la sua mera conservazione. Vi sono singolari complicazioni che conducono a sue differenti articolazioni. Ciò che complica il dominio del principio del piacere sono possibili e diverse modalità della sua amministrazione. In questa direzione, particolarmente significativo per il nostro discorso è l’interesse con cui Freud, a partire dalla stesura di questo testo, osserva con sempre maggior convinzione i fenomeni psichici dal punto di vista «economico».

Alla conformazione «topica», secondo cui la psiche sarebbe spazialmente divisa in regioni sovrapposte (Es, Io, e Super-Io), risulta infatti per lo più connesso, nel discorso freudiano, un approccio giuridicolegale, che culmina con il dominio della Legge del Super-Io, a cui corrisponde sul piano sociale – come si è visto – l’istituzione giuridica statale. Questa visione, in definitiva eccessivamente rigida per una piena comprensione delle energie psichiche, viene progressivamente integrata da Freud con un punto di vista «economico», che presuppone una gestione dinamica della vita della psiche.

Da un lato, la gestione dinamica dei fenomeni psichici fondamentalmente si fonda sulla logica economica dei costi e benefici. Non va sottovalutato, a questo proposito, il fatto che negli stessi anni in cui Freud elabora una visione «economica» il più possibile adeguata alla complessità dei fenomeni psichici, a Vienna stavano lavorando alcuni tra i maggiori economisti esponenti della cosiddetta Scuola austriaca marginalista. L’idea di un’ottimizzazione della prassi, sottesa alle teorie economiche della scuola austriaca, sembra trovare un chiaro riscontro nel punto di vista economico presente nel discorso freudiano, che mira a calcolare il dispendio dinamico necessario che l’economia psichica deve sostenere per il raggiungimento di un sano equilibrio pulsionale.

Ma l’ottimizzazione dei fenomeni psichici non si esaurisce, per Freud, in un lineare calcolo dei costi e dei benefici, in definitiva coerente con la struttura legale del punto di vista topico finalizzata all’autoconservazione, che egli vorrebbe, appunto, criticare. Così come, d’altra parte, nel marginalismo il valore economico non coincide, come nell’impostazione classica di Smith e Ricardo, con il lavoro impiegato a produrlo. Ricondotto all’utilità attribuita dal consumatore, il valore tende qui a spostarsi sul piano soggettivo, sgretolando il costrutto metafisico dell’economia classica ed evidenziando il fulcro del dispositivo economico nella vita psichica dei soggetti, sui desideri: desiderio di soddisfazione, certo, e di equilibrio, ma anche desiderio in eccesso, insoddisfatto, sempre rivolto verso di sé e, dunque, continuamente preso nel vortice del ciclo interminabile di domanda e offerta fondato sul consumo. Nel momento in cui, poi, con il neoliberismo, anche il consumatore diviene «imprenditore di sé», la sua valutazione non solo aumenta in proporzione alla quantità di ciò che consuma, ma viene incrementata anche dalla qualità dei prodotti consumati, che trasformano il suo stesso modo d’essere come consumatore «imprenditore di sé». L’economia della psiche, allora, in qualche modo in linea con quanto rilevato da Freud, assume un ruolo determinante per l’affermazione politica dell’economia come forma di governo, come potere dissipativo e non repressivo.

Butler nel suo studio non è interessata a questo passaggio, ma si concentra piuttosto sul ruolo che il «senso di colpa» assume per la «vita psichica del potere». Indicativo è il fatto che, per parlare del «senso di colpa», oltre a Freud, faccia riferimento anche a Melanie Klein. Nella sua opera di interpretazione del lavoro del maestro, Klein ha infatti saputo far tesoro dell’ipotesi di un «masochismo primario», annunciata da Freud, ma mai portata da lui alle estreme conseguenze: l’idea, cioè, che il «problema economico del masochismo» (cfr. Freud, 1978 a), il suo «enigma» come pulsione primaria della vita umana, non risieda tanto nella modalità evoluzionisticamente selezionata di interiorizzazione dell’aggressività e della violenza istintivamente rivolta all’esterno e finalizzata alla lotta per la sopravvivenza. La «tendenza masochistica nella vita pulsionale» per Freud «rappresenta un enigma dal punto di vista economico» (Freud, 1978a: 5), perché trae beneficio dalla stessa condizione di svantaggio in cui sorge. In una logica paradossale in cui pulsione di vita e pulsione di morte coesistono, il profitto, per così dire, emerge in sé e non viene semplicemente ricavato in seguito a un costo pagato per ottenerlo. In gioco, cioè, è l’enigma di un vivente che è contro se stesso o, piuttosto, contro la sua attitudine meramente conservativa.

Su questo enigma si concentra gran parte dell’opera di Klein, in particolare il suo lavoro sul «senso di colpa», volto a recuperare all’interno della ricerche freudiane una sua origine anteriore all’epoca del complesso edipico e al potere patriarcale ad esso connesso, anteriore cioè all’emergere della colpa come conseguenza dell’interiorizzazione dell’aggressività o come forma interiorizzata di un rifiuto esterno. Il suo interesse piuttosto sta nel comprendere in che senso, per Freud, ma anche al di là dei suoi risultati, la colpa sia l’espressione di un «conflitto ambivalente innato, dell’eterna disputa tra amore e desiderio di morte» (Klein M., 2012: 80).

Attraverso i suoi studi sui primi mesi di vita degli infanti, Klein arriva ad affermare che sia

lecito presumere che la lotta tra pulsioni di vita e di morte sia in atto già al momento della nascita e che accentui l’angoscia persecutoria suscitata da questa dolorosa esperienza (Klein M., 2012: 87).

La colpa si originerebbe, dunque, in questo senso, sin dalla nascita insieme all’angoscia per la perdita dell’oggetto amato che, nell’impasto pulsionale da cui sorge, il vivente umano sente come di aver causato e dalla quale ha invece inizio la sua stessa vita. La «melanconia», descritta da Freud, ripresa da Klein e reinterpretata da Butler, è lo stato in cui ci si rifiuta di ammettere questa perdita.

Il dolore della perdita – scrive Butler – viene «accreditato» a colui che soffre, al punto che la perdita è concepita come una colpa o come un danno meritevole di risarcimento; si cerca un risarcimento per i mali autoinflitti, ma non lo si accetta da altri, al di fuori di se stessi (Butler, 2013: 197).

Tutto questo sembra avere intimamente a che fare con l’abisso che si produce all’origine della vita umana: come un vuoto in cui – sia dal punto di vista filogenetico, che da quello ontogenetico – si fa esperienza di una perdita e al contempo di un abbandono. È il modo attraverso cui è data al vivente umano la possibilità di dar forma alla propria vita: un’impresa spiazzante. Non c’è centro da cui iniziare. Le fondamenta su cui poggiano le altre specie viventi nell’animale umano sono come dissolte. Non ha ambiente naturale in cui vivere, non conosce segnali specifici atti a disinibire ricettori determinati specificamente selezionati per la sopravvivenza. Nel processo di evoluzione dei viventi la vita umana ha prodotto modalità differenti per la sua autoconservazione.

Gli spazi degli ambienti naturali sono comunque riempiti da processi automaticamente innescati, di fatto mai sospesi o disattivati. Non c’è possibilità che, come tale, si manifesti in essi. Con la vita umana, invece, si è prodotto nella catena dei viventi uno iato, un’apertura che eccita e, al tempo stesso, confonde. La sua prossimità a un vuoto in cui inabissarsi tende continuamente a trasformare questa vita in un’impresa devastante, che sembra non avere nulla a che fare con un’architettura ben edificata volta all’autoconservazione. Di qui la sofferenza di cui parla Butler, che è «dolore della perdita [...] “accreditato” a colui che soffre, al punto che la perdita è concepita come una colpa» (Butler, 2013:197). Una disistima profonda, radicale, può prodursi all’origine di una vita che sente la possibilità a cui è aperta come una minaccia, un impoverimento.

Non è un caso che buona parte del pensiero filosofico del Novecento – volto alla destituzione dei presupposti metafisici della nozione di soggetto e interessato alla definizione di una nuova antropologia – sia in qualche modo sorto a partire da una riflessione intorno a questa «disistima originaria» e ha per lo più finito per concepire la possibilità a cui la vita umana è aperta come un impoverimento, una mancanza, una negatività. Basti pensare alla grande esperienza dell’antropologia filosofica tedesca (Gehlen, Plessner, ecc.) o al lavoro svolto da Martin Heidegger in questa direzione. Particolarmente significativo per il nostro percorso è, ad esempio, il fatto che Heidegger, nel paragrafo 58 di Essere e tempo, parlando della «colpa» addebitata dalla coscienza nel momento della «chiamata-autentica», la definisca un «debito», una «mancanza» non di «qualcosa» di definito, ma come carattere ontologico-esistenziale della «negatività» da cui l’esistenza umana sarebbe già da sempre segnata. Questa negatività, seppure ridiscussa e problematizzata in seguito dallo stesso Heidegger, non ha maiperso del tutto l’opacità da cui resta caratterizzato il suo discorso.

Anche Butler, per molti versi, non sfugge a questa torsione filosofica, senza tuttavia esimersi da una profonda riflessione che tenga conto della complessità del fenomeno. Riconosce, ad esempio, che prima dell’operazione di un «agire critico», elaborazione di una prassi linguisticamente caratterizzata e potenzialmente aperta, di fatto, «non vi sia alcuna questione di alta o bassa autostima» (Butler, 2013: 197), dunque neppure alcuna qualificazione negativa. Ė come se una potenzialità ontologicamente aperta all’originedella vita umana, per assumere il potere di cui pure dispone, trovi le modalità per autoaccusarsi di una colpa, di una mancanza, di un essere in debito che risulta così ciò su cui unicamente può investire per dar valore a quanto sembra non averne.

La questione è sicuramente molto complessa e non trova, forse, in Butler – almeno nel lavoro qui preso in esame – un’articolazione del tutto compiuta in questa direzione; né è possibile, per noi, affrontarla ora in maniera adeguata. Ciò che piuttosto interessa notare, a questo punto, è come Butler, sulla base della stretta interconnessione da lei individuata tra la dimensione psichica individuale e quella collettiva, insista sul fatto che

la violenza della regolamentazione sociale non risied[a] tanto nella sua azione unilaterale, quanto nel contorto percorso seguito dalla psiche nell’auto-accusarsi di poco valore (Butler, 2013: 197).

La «melanconia» (cfr. Mazzeo, 2009), su cui Butler si concentra nel libro, insieme a Freud e a Klein, disegna la scena di emersione del soggetto del potere (nei due sensi del genitivo). L’attuale modalità che questa assume nelle forme depressive di disagio che caratterizzano le società contemporanee, dominate dal mercato globale, non sono che una delle «vie tortuose» della sua «vita psichica», della vita di un potere che reprime passando attraverso la libertà.

Riferimenti bibliografici

Butler J. (2013), La vita psichica del potere. Teorie del soggetto, a cura di F. Zappino, Mimesis (The Psychic Life of Power, Standford University Press, Redwood City, Ca, 1997).

Freud S. (1977), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol.9, Boringhieri, (Jenseits des Lustprinzips, in Gesammelte Werke, Bd. XIII, S. Fischer Verlag, 1940).

Freud S. (1978a), Il problema economico del masochismo, in Opere, vol. 10, Boringhieri, (Das ökonomische Problem des Masochismus, in Gesammelte Werke, Bd. XIII, S. Fischer Verlag, 1940).

Klein M. (2012), Sulla teoria dell’angoscia e del senso di colpa, in Id., Angoscia, aggressività e senso di colpa, Boringhieri, 78-105 (On the Theory of Anxiety and Guilt, 1948, in Id., Developments in Psycho-Analysis, The Hogarth Press, 1975).

Mazzeo M. (2009), Contraddizione e melanconia. Saggio sull’ambivalenza, Quodlibet.

Il ricatto del debito

Andrea Fumagalli

Nuove frontiere di comando e di subalternità (di sussunzione?) si stanno prepotentemente affacciando alla ribalta del nuovo millennio. Non è altro che il “lato oscuro” (dark side) del rapporto capitale-lavoro, il quale è sottoposto a una torsione come raramente si è verificata nella storia contemporanea, soprattutto in Europa e in Italia.

Il rapporto di sfruttamento oggi fuoriesce dal semplice atto lavorativo per andare a intaccare una sfera molto più vasta, quella della vita, o meglio, del modo di vivere. Non è più immediatamente riscontrabile nel rapporto diretto: essere umano (forza-lavoro) vs “macchina”, lavoro vivo vs lavoro morto. Oggi sempre più assistiamo al divenire macchinico dell’umano e viceversa, in un connubio dove è difficile delineare una netta separazione tra la coscienza umana e il mondo artificiale. Da questo punto di vista, lo sfruttamento è sempre più auto-sfruttamento e se, da un lato, tracima verso forme di lavoro gratuito non pagato, rompendone, in tal modo, la gabbia salariale, [ma non nel senso che molti di noi auspicavano con la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro (salariato), anzi], dall’altro, lo alimenta tramite nuove forme di precarietà di vita e di indebitamento.

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.

In una fase dove sempre più la contrattazione individuale diventa il perno della regolazione dei rapporti sociali, l’accesso a molti servizi di prima necessità comporta inevitabilmente un processo di indebitamento, che tende ad ampliarsi tanto più procede il processo di smantellamento, finanziarizzazione e privatizzazione del sistema di welfare. Da questo punto di vista il rapporto debito-credito diventa una delle modalità principali con la quale si attua il rapporto di sfruttamento del lavoro. Siamo di fronte ad una novità. Nel capitalismo fordista, la forza-lavoro difficilmente era in grado di indebitarsi, se non in casi particolari e ben monitorati (esempio, il mutuo per l’acquisto della casa), in quanto il vincolo di bilancio condizionava pesantemente la possibilità di disporre di moneta liquida.

L’accesso al credito era possibile solo a chi poteva vantare delle proprietà che andavano oltre il mero possesso del proprio corpo. Di conseguenza solo lo Stato e le imprese erano in grado di registrare situazione debitorie, che potevano finanziare e garantire con la proprietà dei mezzi di produzione (nel caso delle imprese) e con il monopolio di creazione della moneta (nel caso dello Stato). La condizione lavorativa era così sganciata dal rapporto debito-credito e dal potere sociale esercitato dall’accesso alla moneta-credito (cfr. lemma “Debito” in Piccola Enciclopedia Precaria, a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, Agenzia X, 2015).

Nel primo capitolo “Siamo tutti revolver”, non a caso, Andrew Ross analizza come il processo di finanziarizzazione abbia, in modo pervasivo, condizionato la vita quotidiana delle famiglie americane. Al riguardo, vengono presentati numerosi dati relativi alla diffusione delle carte di credito come sottile e necessaria catena psicologica di subordinazione alla finanza per mantenere inalterato il livello di consumo, soprattutto per quella fascia di popolazione americana che ha visto il proprio potere reale d’acquisto ridursi di quasi il 20% nell’ultimo trentennio. Il termine revolver fa riferimento alla possibilità, tramite una seconda carta di credito, o la stessa, di dilazionare il pagamento effettuato con il credito al consumo: “in altre parole, il titolare della carta ha la possibilità di pagare a rate il saldo dell’estratto conto mensile” (pag. 33). Si noti che tale meccanismo si sta diffondendo in molti paesi del mondo e recentemente, in seguito alla crisi economica, anche in Italia.

Nel nostro paese, nel 2013, il tasso medio effettivo globale su base annua (taeg) era del 17,20% per prestiti fino a 5.000 euro, con un tasso soglia del 25,2% (il tasso oltre il quale scatta l'usura), il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di finanziamenti: un prestito personale si aggira intorno al 10-12% di tasso medio, con un tasso soglia del 17-19% (oggi i tassi sono più ridimensionati, ma sono comunque 8-10 volte superiori a quelli ufficiali). Numeri succulenti per banche e finanziarie che magari il prestito non lo danno ma la revolving spesso la spediscono direttamente a casa.

La finanziarizzazione della vita quotidiana diviene così la norma e viene introiettata completamente nella psiche, come nuova forma di assoggettamento. Nel secondo capitolo, dal significativo titolo “Economia morale del nucleo familiare”, Ross ricostruisce, a partire dall’ideologia dell’individuo proprietario di bushiana memoria, il percorso ideologico-politico che ha creato le premesse di quella che possiamo definire la moderna forma di accumulazione primitiva, ovvero quella finanziaria. Tre sono le traiettorie che caratterizzano l’ideologia proprietaria. Al credito al consumo (proprietà privata della merce), già ricordato, occorre aggiungere l’illusione della casa di proprietà (proprietà privata dello spazio), che è stata alla base della convenzione finanziaria della bolla dei subprime, e l’accesso all’istruzione (proprietà privata della conoscenza).

Quest’ultimo aspetto è oggetto del terzo capitolo, “L’istruzione gratuita”: negli Usa, il debito studentesco delinea in modo drammatico il percorso degli studi universitari, in grado di creare quella sudditanza finanziaria che potrà essere estinta solo in base alla realizzazione delle aspettative sui redditi futuri di lavoro. Il debito studentesco sta assumendo proporzioni sempre maggiori e si realizza tramite due modalità che possiamo definire intergenerazionali. Da un lato, una famiglia media americana che intende avviare agli studi universitari i figli partecipa a un fondo assicurativo alla loro nascita in modo da disporre di un capitale iniziale per l’iscrizione. Di fatto, si sviluppa la finanziarizzazione privata del diritto allo studio. Dall’altro, nella maggior parte dei casi, tale capitale forzosamente risparmiato non è sufficiente, e ne consegue che lo stesso studente debba aprire un rapporto di debito con l’università di iscrizione, ancora una volta mediato dalle istituzioni finanziarie. L’esempio del debito studentesco, oltre a nutrire una bolla speculativa, spiega in modo chiaro come il rapporto di debito e credito rappresenti un’ipoteca sui redditi futuri. In un contesto dove anche negli Usa il lavoro non pagato aumenta (si vedano i dati raccolti da Ross nelle pp. 123ss), occorre ricordare che:

Nella migliore delle ipotesi, nel nostro tempo il compenso non viene rubato ma rinviato ad un momento indefinito del futuro. A questo riguardo, non è il lavoratore ad essere considerato in debito; in realtà, è il datore di lavoro ad esserlo. Come sottolinea Michel Denning (“The Fetishism of Debt”, in Social Text, settembre 2011), il principio del lavoro salariato è che i dipendenti sono nella posizione di essere creditori, perché ‘ogni giorno prestiamo senza interessi la nostra forza lavoro ai padroni’ (p. 130).

Nel momento stesso in cui la vita viene messa a lavoro, e quindi a valore, e la condizione precaria non è più solo condizione lavorativa ma condizione esistenziale, il debito individuale diventa parte integrante del rapporto di lavoro e tende sempre più a sostituirsi al salario. A fronte di una riduzione dei salari e del loro potere d’acquisto, si allenta la morsa del vincolo di bilancio a favore di un processo di indebitamento crescente, che non a caso viene sempre più incentivato. Assistiamo al processo di finanziarizzazione della vita individuale, con l’effetto di introdurre nuovi meccanismi di dipendenza e di subalternità, non più confinati nella semplice condizione lavorativa. L’ipoteca (finanziaria-debitoria) sul futuro aumenta in tal modo le tenaglie del controllo sociale e induce nuove forme di sfruttamento e di alienazione, sino a vere e proprie forme di assoggettamento schiavistico che possono portare anche a scelte estreme e autodistruttive.

La violenza dei mercati finanziari agisce quindi direttamente sulle nostre vite, condizionandone l’evoluzione. Da questo punto di vista, il debito diventa strumento della governance sociale, sostituendosi ai meccanismi disciplinari della tempistica della fabbrica. Debito e precarietà si accomunano nell’intermittenza di reddito e nell’obbligo di rispettare comunque i tempi di restituzione dei propri debiti. Perché più si liberalizza l’accesso al debito con l’obiettivo di alimentare costantemente la finanziarizzazione dell’esistenza, più diventano ferrei e disciplinari i meccanismi che regolano le modalità e i tempi della restituzione del debito.

A fronte di questa situazione, che fare? Nell’ultimo capitolo, Ross descrive alcune iniziative che sono state organizzate per ridurre la dipendenza del debito: dalla campagna RollingJubilee al Network Strike Debt. La prima è intervenuta per ridurre la cartolarizzazione dei debiti individuali, raccogliendo fondi per l’acquisto dei crediti inesigibili, consentendo la fine dell’indebitamento dei soggetti coinvolti. Dopo un periodo che va dai 90 ai 180 giorni, infatti, le banche e gli altri istituti possono vendere i crediti non “onorati”. A tal fine, si è sviluppato un mercato ombra popolato da profittatori (costituito da finanziarie e/o hedge funds che spesso appartengono alle stesse banche che si disfano di tali crediti) che acquista a buon mercato (di solito ad un valore inferiore della metà) i crediti inesigibili e cerca di riscuotere l’intero importo. Il margine di profitto è enorme. L’idea base del RollingJubilee è quella di comprare e eliminare una parte di questi debiti scontati.

Il Network Strike Debt ha invece pubblicato – nel settembre 2012, primo anniversario di OccupyWall Street – un manuale di istruzione pubblica e di servizio per fornire consigli pratici ai debitori su come ridurre i propri debiti: Debt’sResistor Operator Manual. Si tratta di primi esempi che mostrano come sia possibile esercitare il diritto all’insolvenza, pratica che necessariamente dovrà entrare nella cassetta futura degli attrezzi del conflitto sociale, accompagnandosi alle campagne per un reddito minimo incondizionato, l’accesso ai commons, così come lo sciopero e il picchetto erano le armi più temuti dai padroni nel secolo scorso.

Andrew Ross
Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo
ombre corte (2015), pp. 194
traduzione di Gigi Roggero
€ 18,00

Creditocrazia

Andrew Ross

Anticipiamo un estratto da Creditocrazia e il rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) in libreria da mercoledì 18 marzo. In questo lavoro di inchiesta e di denuncia, Andrew Ross analizza nei dettagli il funzionamento della schiavitù del debito, il ruolo delle banche, la subalternità della politica. Spiega i motivi per cui possiamo parlare di una vera e propria “creditocrazia”, di un sistema cioè in cui i governi rispondono esclusivamente al mondo della finanza, mentre i cittadini sono costretti a indebitarsi per soddisfare i propri bisogni primari.

Quando spingono per l’adozione di politiche di austerità, i falchi del deficit invocano spesso una giustizia intergenerazionale: è ingiusto trasmettere ai nostri figli e nipoti enormi debiti pubblici. Ma i debiti pubblici sono ben lungi dall’essere quella minaccia o quel peso oneroso così come ci vengono dipinti dai sostenitori dell’austerità. Probabilmente, sarebbe più ingiusto tramandare alla prossima generazione una democrazia gravemente compromessa, in cui ogni attività domestica è un mercato aperto ai creditori per estrarre rendita. Quando una società converte i suoi bisogni sociali fondamentali in una fonte di rendite economiche per gli affaristi, rifiutare i debiti contratti in questo processo non è solo legittimo, come ho già affermato, ma anche il solo modo per garantire che il futuro dei nostri figli sarà diverso. Il prestito è sempre un atto di rinuncia al futuro, soprattutto quando i tassi di interesse composto ne assorbono grandi pezzi. I prestiti sono impegni anticipati del nostro tempo e del nostro lavoro. A che punto l’insieme di tutte queste promesse soffoca la possibiltà di un futuro diverso? Quando il costo di un debito eccede il valore del bene sottostante, siamo in una condizione di patrimonio netto negativo, per usare il linguaggio della finanza. Qual è l’equivalente per una società liberale? Quando la democrazia stessa fa default?

Durante la Guerra fredda, le democrazie occidentali hanno cercato di consegnare un futuro progressivamente migliore alla maggioranza della popolazione. Questa promessa si fondava sulla garanzia di un’assistenza sanitaria universale, e così la maggior parte di questi paesi ha istituito un sistema nazionale di prestazioni mediche. Le prime forme di assicurazioni sociali, in Gran Bretagna e in Germania, sono state istituite per allontanare lo spettro del socialismo, comprando il consenso politico dei lavoratori o arginando l’avanzata dei loro sindacati.

Negli Stati Uniti del dopoguerra, gli sforzi dell’amministrazione Truman per promuovere l’assistenza sanitaria nazionale sono stati efficacemente sommersi dalla sloganistica anti-comunista da parte dell’industria medica e dei suoi alleati parlamentari. I sindacati erano anche preoccupati di perdere la loro apprezzata capacità di conquistare protezioni sociali per i propri aderenti. Tuttavia, in assenza di un programma governativo universale, prosperavano le prestazioni di assistenza medica negoziate dal sindacato, che proteggevano i lavoratori dall’effettiva incidenza dei costi dell’assistenza sanitaria e che sono diventate una componente assolutamente centrale del contratto sociale del dopoguerra. Per competere in un’epoca di relativa piena occupazione, i datori di lavoro, in luoghi non sindacalizzati, erano anche costretti a offrire una serie di protezioni sempre maggiori, indipendentemente dal debito. In questo modo, il salario sindacale diventatva anche un salario sociale per una parte molto più ampia di popolazione. Per molti destinatari, i diritti per la salute dei lavoratori sono stati più apprezzati di una busta paga più consistente: l’assicurazione sanitaria è stata spesso un buon motivo per conservare un lavoro monotono.

Per quanto possa essere stata tenuta a galla dal credito al consumo, la creazione di un ceto medio relativamente stabile con aspettative crescenti e con qualche promessa di sicurezza fisica e mentale per la vecchiaia è stata il punto più alto delle conquiste del secolo americano. Ma questa realizzazione è stata costantemente erosa negli ultimi quarant’anni. I costi della sanità sono cresciuti tanto velocemente quanto i costi dell’istruzione universitaria, mentre l’aumento del debito medico, anche per coloro che hanno coperture assicurative private, sembra inarrestabile. Se giudicati secondo i parametri della assistenza sanitaria pubblica, gli Stati Uniti spendono molto di più nel trattamento medico, e con meno risultati, di ogni altra nazione industrializzata. Nel 2011 questi costi hanno rappresentato quasi il 18 per cento del Pil (l’Olanda era il paese ricco che più si avvicinava, con il 12 per cento) e, secondo le stime del governo, consumeranno un quinto dell’economia entro il 2021. Tra il 1950 e il 2011, il Pil reale pro capite negli Stati Uniti è cresciuto a una media del 2 per cento l’anno, mentre la spesa nazionale pro capite per l’assistenza sanitaria è cresciuta del 4,4 per cento l’anno19. Il divario tra i due tassi di crescita è insostenibile. Né vi è alcuna ragione di credere che i costi complessivi (e i debiti) saranno frenati dalle riforme sanitarie approvate dall’amministrazione Obama nel 2010, dal momento che i cambiamenti stimoleranno quasi certamente una crescita della spesa. Il sistema sanitario nazionale dovrebbe invece tagliare i costi, aumentare i risultati della cura sanitaria e sopprimere il peso schiacciante del debito medico (quasi inesistente nel resto del mondo industrializzato) distribuendo il rischio in modo appropriato.

L’“Obamacare” quasi certamente ridurrà i debiti per molte delle persone precedentemente non coperte da un’assicurazione. Ma i suoi mandati possono anche contribuire ad allargare la rete del debito ingrossando le file dei “sotto-assicurati”, che includeranno ora quelli che scelgono i “piani di bronzo”, con premi più bassi, coprendo solo il 60 per cento dei costi dei sottoscrittori. Questi ultimi possono anche richiedere più trattamenti rispetto a prima di essere assicurati, ma saranno incapaci di pagare per intero i loro conti ospedalieri e i costi delle medicine perché i “valori attuariali” stimati dagli assicuratori li condannano preventivamente a un sistema di prestito per coprire la differenza. Per il settore privato, l’Obamacare garantisce che questi profitti continueranno a essere suntuosi, non solo per l’industria medica, ma anche per le istituzioni finanziarie che riscuotono i debiti dei pazienti, fissano i rating di credito per gli ospedali e forniscono i prestiti per mantenere il complesso apparato guidato dal mercato nel mondo degli affari. Poiché il numero delle persone prive di assicurazione diminuisce, verrà meno anche la possibilità di una cura caritatevole del paziente, relativamente libera dal debito; gli ospedali pubblici e di comunità sono già stati spinti fuori dal mercato, mentre i giganti privati, e sempre più monopolisti, consolidano il loro dominio.

Uno dei segnali di vivere in una creditocrazia è che il futuro sembra essere stato confiscato. Non più accarezzato come un tempo in cui avremo conquistato il diritto a essere più liberi, il futuro è sempre più prefigurato come un periodo molto prolungato, che ora arriva fino alla vecchiaia, quando sarà duro affrontare i nostri debiti. Da qualche tempo, il settore finanziario è stato impostato sulla privatizzazione dell’assistenza sanitaria e della sicurezza sociale, i soli pilastri delle garanzie sociali rimasti in piedi dalla Guerra fredda. Nel 1980, il 40 per cento della forza lavoro americana godeva delle tradizionali pensioni a prestazioni definite. Più di metà di queste sono state convertite nei rischiosi piani 401(k), alimentando direttamente i profitti di Wall Street. Poiché spostano il rischio lontano dal datore di lavoro e lo scaricano sull’individuo, le aziende erodono il più velocemente possibile i vantaggi derivanti dai contratti di lavoro. Prendendo spunto dal settore privato, i politici e i dirigenti statali stanno sempre più spingendo affinché si operino profondi tagli negli oneri pensionistici relativi agli impiegati pubblici.

Lo stesso modello di declino si applica all’assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro; coloro che ancora ne godono stanno pagando molto di più per i premi, ottenendone in cambio una copertura sempre minore. Uno dei risultati è il costante aumento della percentuale di bancarotte personali determinate dal debito medico: solo l’8 per cento nel 1981, sono salite al 50 per cento nel 2001 e hanno superato il 62 per cento nel 2007. La ricerca su questo modello condotta da Elizabeth Warren e altri colleghi di Harvard, ha scoperto che nel 2007 il 78 per cento aveva l’assicurazione sanitaria all’inizio della malattia, tra cui il 60,3 per cento aveva una copertura privata. Non ci sono prove che possano far pensare che l’Obamacare ridurrà le bancarotte dovute alla spese mediche: anzi, non vi è stata un’apprezzabile diminuzione quando lo stesso tipo di programma di assistenza sanitaria è stato introdotto in Massachusetts sotto il governatore Mitt Romney.

Altrettanto rilevante è il numero degli attualmente occupati costretti a prelevare degli anticipi sui loro fondi pensionistici per pagare i debiti medici, anche quando tale azione comporta notevoli sanzioni. Ciò equivale all’auto-cannibalizzazione per coloro la cui capacità di tenere insieme corpo e anima nel presente è stata decimata dalla sanità for-profit. Dare in pegno salari futuri è una parte implicita di qualunque formale contratto debitorio, ma in questo caso conservare la salute fisica nel presente implica il cedere i mezzi per farlo negli anni a venire. Garantire che gli anziani possano sopravvivere dopo aver perso la loro capacità di guadagnare un salario di sussistenza è un principio fondamentale di una società umana, ed è molto più importante, come prova della giustizia generazionale, del tenere sotto controllo i debiti pubblici. Quando siamo costretti a rinunciare alle garanzie a lungo termine al fine di sopavvivere nel breve periodo, allora il diritto alla vita, per non parlare di quello alla libertà, è in pericolo.

Ecco perché David Blacker include l’assistenza sanitaria, accanto al debito per l’istruzione, nella sua definizione di “debito esistenziale”,“un tipo di debito da cui è impossibile separare la propria stessa esistenza”. Sostiene che i debiti esistenziali, “che si sono accumulati contro il proprio vero essere, sono ipso facto intollerabili per ogni tipo di società giusta e democratica, perché, muovendosi attraverso la vita, annettono completamente gli individui, esercitando su di loro un controllo esorbitante”. Nel caso dei debiti studenteschi e medici, i beni proprietari – e quelli contro cui questi debiti si trovano cartolarizzati – sono autentiche componenti di noi stessi, non merci esterne come macchine e case. Infatti, è perché sono così intrinseci al mantenimento della vita e delle sue opzioni che questi modernissimi debiti americani sono spesso paragonati alle condizioni della servitù feudale e del peonaggio, dove i legami sono vincolanti per tutta la vita, inevitabili e determinanti per la sopravvivenza fisica. Riconoscere tali debiti come illegittimi non dovrebbe essere semplicemente un preludio alla contrattazione individuale sulle condizioni di rimborso. Il loro ripudio e, in ultima analisi, la loro abolizione, sono sicuramente una questione urgente per ogni società che valorizza la libertà umana.

alfadomenica febbraio #2

FRANCESCA FRANCO su GLI ANNI '70 A ROMA – MARCO DOTTI sulla DIPENDENZA - NADIA AGUSTONI / POESIA - ALEXIS TSIPRAS / VIDEO *

ARTE COME RESILIENZA
Francesca Franco

Palazzo delle Esposizioni inaugura un’ampia mostra di ricognizione storica sull’arte degli anni 70 a Roma, che nell’attuale panorama espositivo capitolino non può non essere salutata con gioia.
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OGNI DIPENDENZA È DEBITO
Marco Dotti

Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato.
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I PRIMATI O DELLA GUERRA
Nadia Agustoni

uno scarabocchio
ma meno - emorragie
la leggevano nella carta di riso
sparpagliata (ehi botticella)
una vita è qualunque cosa
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ALEXIS TSIPRAS AL TEATRO VALLE
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Nei prossimi giorni su alfa+più un articolo su Alexis Tsipras e le elezioni europee

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Ogni dipendenza è debito

Marco Dotti

1. Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato. Pronunciata la formula di rito – «quod tu mihi iudicatus (sive damnatus) es sestertium decem milia, quandoc non solvisti, ob eam rem ego tibi sestertium decem milium iudicati manum inicio», Gaius, Inst. 4-21 – il debitore poteva soltanto sperare nelle parole di un garante (vindex), se ne aveva uno, sconfitto il quale il magistrato confermava la dichiarazione del debitore sancendo l’addictio.

Nella terza delle Dodici tavole – la più antica codificazione romana che, se stiamo a Livio, risalirebbe al 451 e al 450 a.C – si prevedeva infatti che in «caso di riconoscimento in giudizio del debito o di condanna pronunziata, vi saranno trenta giorni fissati dalla legge». Scaduto il termine, condotto davanti al pretore, la legge disponeva che: «se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi»1. L’addictus – così, nel diritto arcaico, veniva chiamato colui che subiva la procedura esecutiva dell’addictio – cadeva nella totale e materiale disponibilità dell’altro. Pur senza uscire dallo status che gli conferiva cittadinanza romana e libertà, l’addictus entrava in una condizione di schiavitù de facto che lo assoggettava a una doppia dipendenza: dalle catene e dal debito.

Il creditore poteva trascinare con sé il debitore, legarlo per sessanta giorni e presentarlo alla vendita in tre mercati successivi, purché compresi nel limite di quei sessanta giorni. Un terza dipendenza, oltre a quelle delle catene e del debito, faceva così la sua comparsa: la dipendenza dalla sorte. Sarebbe stato comprato? Sarebbe stato venduto? Sarebbe stato messo a morte o smembrato? Il destino del debitore era inesorabilmente legato al lancio di una moneta o di un dado. Nessuna dialettica, qui, tra servo e padrone, nessun rovesciamento di campo appare possibile, c’è solo la sorte, nuda come la vita dell’addictus. Qualora non si fossero trovati acquirenti, infatti, il creditore poteva provare a vendere trans Tiberim il debitore. Oppure lo poteva uccidere seduta stante e, qualora intervenissero altri a vantar crediti nei suoi confronti, dividerne il corpo in parti eque.

2. A questo fondo oscuro, di totale e aberrante assoggettamento ma anche di inevitabile devozione, sembra in qualche modo collegarsi una parola inglese, concettualmente più mobile – come rileva Michele Mari in apertura del fascicolo di Granta – rispetto all’italiano «dipendenza» e all’omologo inglese dependence, ma che nel suo etimo richiama proprio l’istituto del diritto romano arcaico: addiction. C’è un’addiction per tutto, un’addiction come estensione di una economia dell’io definita proprio dal suo essere socialmente e costantemente in debito2.

E c’è pure, inevitabile, una debt addiction individuale e collettiva (per un singolare paradosso, sono i liberisti americani i più lesti a tacciare le istituzioni e governi di questa debt addiction), tendenza all’indebitamento eccessivo che conferma la globalità del processo di asservimento al debito. Mentre la definizione classica di dipendenza ruota attorno a una sostanza, al suo uso ripetuto e rituale e al malessere provocato dalla mancata assunzione, l’addiction sembra più concernere la devozione verso la dipendenza stessa, dipendenza da una sostanza o da una pratica.

Una spia di quest’ultimo processo la potremmo rilevare nella progressiva scomparsa della distinzione tra abuso e addiction, distinzione sostituita dal plesso disorder-intoxication-withdrawal. Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), manuale dell’American Psichiatric Association, Bibbia di cacciatori di diagnosi e terapeuti globali, pone un discrimine simile. Discrimine poco chiaro, in verità, fra dependence e addiction, ribadendo che «dependence has been easily confused with the term addiction». Ma poi, è lo stesso DSM-V ad abbandonare addiction preferendo ad esso «substance-related and addictive disorder» e per il gioco d’azzardo opta per l’espressione secca «gambling disorder»3.

3. Scrive Mari che «il dipendente è solo uno schiavo, ma l’addicted conserva il suo libero arbitrio nel “dedicarsi” a qualcosa. Il termine addiction tempera il concetto di dipendenza con le idee della cura amorevole, della vocazione e della competenza tecnica (oltre che, laicamente, con l’idea di abitudine: l’addicted come habitué)»4 . C’è qualcosa di religioso, nell’addiction. Quasi fosse la devozione a un idolo da cui si pende e dipende: usuram pendere o culpam pendere significava pagare gli interessi di un debito o espiare un crimine, talvolta con la vita.

Dipendere, dal latino dependere, composto a sua volta da de e pendére (penso, peso), da cui il participio passato pensum. Da qui anche calcolare, pensare. In fondo, ogni vera dipendenza è un processo di «pensiero», ovvero di dipendenza dalla dipendenza stessa. Il «lavoratore dipendente» ha un potere da cui dipendere, ma a sua volta il «libero professionista» è addicted da processi di potere ampiamente interiorizzati. Entrambi non dipendono più, in senso classico, unicamente dal lavoro, ma sono addicted del circuito finanziario che ha inglobato il tempo del consumo nella valorizzazione del capitale.

4. L’homo globalis vede straordinariamente intensificate le ore delle propria giornata e, oscillando tra prestazione e abbandono, tra ricerca di droghe letargiche che compensino i surrogati di un’efficienza che gira oramai a vuoto insegue il privilegio di volersi (e credersi) dipendente da una sostanza. Da sempre la «drogenkultur» rivendica questo privilegio come libertà. Lo fa non per far venir meno la fondamentale ipocrisia del sistema, ma per confermare la propria. Come Zeno Cosini a cui preme – scrive Mari - «vedersi e rappresentarsi come colui che è sul punto di smettere: in questo suo essere sul punto di il dipendente fa paradossalmente coincidere la dipendenza e il suo superamento».

L’homo globalis ha dinanzi a sé orizzonti estesi, ma questo solo in ottica retorica. Praticamente, egli è ripiegato sul proprio micromondo. La figura idealtipica di questo homo globalis non è più il Lavoratore, ma il «giocatore»: l’uomo che di globale ha solo la tendenza (e la dipendenza) ad alimentare un sistema che gli impone sacrifici di spazio e di tempo, chiedendogli in cambio solamente di allineare limoni, cedri o melanzane a una slot machine. Come l’antico addictus egli è cittadino e libero, ma proprio come l’addictus è uno schiavo di fatto, avvinto dalle catene (addicted by) della sorte e del debito.

Spezzarle è impossibile, perché non hanno consistenza materiale. Converrebbe fuggire, ma dove? Edgar Allan Poe, in conclusione del suo Imp of the Perverse, mostra chiaramente lo spaesamento a cui andrebbe in contro chi davvero ottenesse questa libertà: «To-day I wear these chains, and am here! To-morrow I shall be fetterless! — but where?» («Oggi sono in catene e sono qui! Domani sarò senza ceppi... ma dove?»).

«Granta Italia» - Dipendenze
numero 4/2013 a cura di Walter Siti
Rizzoli (2013), pp. 208
€ 17.00

  1. «Se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi con corregge o ceppi di quindici libbre; non più pesanti, ma se vuole di minor peso («ni iudicatum facit aut quis endo eo in iure vindicit, secum ducito, vincito aut nervo aut compedibus xv pondo, ne maiore aut si volet minore vincito». []
  2. Sul fondamento sociale del debito, cfr. Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, trad. di Alessandra Cotulelli e Emanuela Turano Campello, DeriveApprodi, Roma 2012. []
  3. American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM 5, Fith Edition, American Psychiatric Publishing, Washington 2013 ad vocem. []
  4. Michele Mari, Schegge di dipendenza, Granta, n. 4 (2013), p. 18. []