alfadomenica dicembre #1

Capitalismo infinito - Valentini/Castellucci - Gilda Policastro - La fabbrica dell'uomo indebitato

SUL CAPITALISMO IN_FINITO DI ALDO BONOMI
Lapo Berti
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CARTEGGIO VALENTINI/CASTELLUCCI A PARTIRE DA THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Valentini-Castellucci
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FILI
Gilda Policastro
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MAURIZIO LAZZARATO, LA FABBRICA DELL'UOMO INDEBITATO
Un video di Francesco Forlani
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il festival dell’astrologia

Augusto Illuminati

Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.

Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.

Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil. Nell’ultima settimana – unico aggiornamento che ci permettiamo – risulta che gli individui in condizione di semplice deprivazione o disagio economico ammontano al 25% della popolazione (40% al Sud), mentre quelli in condizione di grave disagio (povertà tout court) il 14,3%, raddoppiati in 2 anni.

L'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2.250.000 nel 2012, pari al 23,9%. C’è da meravigliarsi? Non tanto, se si constata che il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavorano entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro una media europea del 77%. E i medici, gli economisti che per un anno sono stati non solo gli ispiratori ma anche i protagonisti del governo “tecnico”, quali cure hanno fornito e continuano a suggerire?

Non che non si siano dati da fare, tutt’altro, una volta caduta in dimenticanza la loro incredibile incapacità di prevedere la crisi. Avevano insistito per il prolungamento dell’età pensionistica, sostenendo che così si creavano posti di lavoro per i giovani. Molto controintuitivo, per essere cortesi. Contrordine adesso: si va in pensione anticipata (così ci togliamo dai coglioni questi lamentosi esodati), perdendo però l’8% dei redditi. Si torna ai diritti di prima della riforma Fornero, ma a introiti ridotti. Una festa per rilanciare i consumi. Le aziende riescono a sbarazzarsi di quei sessantenni imbranati e si metteranno ad assumere i giovani. Come no. Tanto più che vengono contestualmente eliminati quei fastidiosi intralci alla proliferazione dei contratti a termine che erano stati introdotti a compensazione, si diceva, dello smantellamento dell’art. 18. A un pre-pensionato a reddito ridotto subentra così un giovane precario a salario legalmente ridotto. Una manna per la “crescita” (il nuovo mantra degli economisti), dato che la diminuzione dei salari diretti e differiti favorisce l’aumento dei consumi e della produzione, chiaro...

Se non bastasse, ecco la “staffetta”. Attingendo al gettito di una pressione fiscale record, lo Stato fa uno sconto sui contributi o eroga direttamente un sussidio per pre-pensionare o passare a part-time un po’ di lavoratori usurati sostituendoli con neo-assunti (1 a tempo indeterminato o 2 a termine per ogni uscito o per 2 part-timizzati). Doppio guadagno automatico, per le pensioni ridotte e per i neo-assunti a sottosalario e contributi scontati. Nel caso della pubblica amministrazione si riesce perfino a ridurre la spesa pubblica e licenziare a man bassa. Il Corsera lo spiega così: «Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l'assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l'anno [...] Nel giro di cinque anni sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni». Come in Grecia e senza sconquassi.

Si vede che non c’è più la strega Fornero e ora comanda un ministro del lavoro sempre tecnico (scuola Istat e non Bocconi), ma in quota Pd. Per intensificare la flessibilità del lavoro e tagliare ulteriormente i salari, come suggerisce l’Europa, occorre un paravento di sinistra – un classico. Magari per il cuneo fiscale sul costo del lavoro e una riduzione differenziata dell’Imu i soldi non ci sono, ma per facilitare l’assunzione a termine e, di conseguenza, il lavoro nero non c’è problema. Gli economisti servono a spiegare che qualsiasi soluzione è efficiente e benefica. Ma tutti possono sbagliare – si potrebbe obbiettare – perché prendersela con loro e non solo con i governanti?

Proprio perché, da un lato, i governi si trincerano dietro le necessità tecniche e contabili ed evocano a sostegno la scienza economica (come un tempo astrologia e religione), dall’altra perché gli economisti rifiutano (tranne cospicue e illuminate eccezioni) ogni imputazione di ideologia, si considerano un settore delle scienze dure e anzi fanno da ponte per la costruzione di canoni valutativi che colonizzino le confinanti scienze sociali e umanistiche. Scienza o ideologia, allora? Parafrasando una vecchia barzelletta sul comunismo, potremmo propendere per la tesi che l’economia sia un’ideologia. Fosse stata una scienza, l’avrebbero testata prima sugli animali. Non sulla Grecia. Non sull’Italia.

Sul nuovo numero di alfabeta2 - nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno - 5 pagine su «dono e beni comuni» a cura del Gruppo di ricerca interdisciplinare «A piene mani. Dono dis/interesse e beni comuni». Con testi di: Ugo M. Olivieri, Alberto Lucarelli, Massimo Conte, Fabio Ciaramelli, Alain Caillé, Elena Pulcini.

Ludopatia

Andrea Cortellessa

All’indomani dello spettacolare showdown di Luigi Preiti all’OK Corral di Palazzo Chigi, lo scorso 28 aprile, mentre Re Giorgio puntava tutto sull’estremo azzardo della sua carriera politica (il primo governo a vedere uniti nella lotta ex comunisti ed ex fascisti: così definitivamente sancendo la fine del paradigma resistenziale sul quale la Repubblica s’era fondata), i forzati dei salotti televisivi si sono divisi in due partiti: i giustificazionisti sociali e gli irrazionalisti a oltranza. Quelli che la colpa è della crisi economica che non lascia speranze, e quelli che individuum est ineffabile e gli abissi della psiche riluttano a qualsiasi spiegazione (men che meno a quelle che puzzino di «ideologia»). Qualche giorno dopo, però, tuffandosi voluttuosi nelle pieghe della povera esistenza di Preiti, anche i più sordi media generalisti si sono visti costretti a gettare l’allarme sociale della ludopatia.

Al fenomeno (affrontato anche sul nostro numero 24, lo scorso novembre) ha dedicato un ragguardevole uno-due Marco Dotti: questo palombaro spericolato negli enfers della modernità, capace di coniugare un’erudizione scintillante a un’insana curiosità per le pieghe più incondite, e rivelatrici, dell’animo umano di cui sopra (si ricorda l’exploit del 2006, Luce nera, sulle fascinazioni esoteriche di Strindberg e dei surrealisti). Slot City è insieme un’indagine sul campo e un’archeologia del presente: che rimonta all’ingenuo quanto squallido gioco d’azzardo anni Sessanta, quello dei romanzi di Piero Chiara, come agente di contrasto capace di illuminare il paesaggio in rovine della Lombardia attuale.

Se la Las Vegas della Brianza, Consonno, appunto fra anni Sessanta e Settanta fu un «miraggio in una vita fatta di oasi e deserti», oggi che il paese è una ghost town all’italiana, intorno «non ci sono né oasi, né miraggi. C’è solo il deserto». Del resto anche la Las Vegas «vera» è da tempo in crisi: quando, occhieggiante in ogni bar, «il gioco d’azzardo è ovunque e quindi in nessun luogo». Proprio come Dio. Infatti l’altra anta del dittico di Dotti – aperta dall’immagine gloriosa della Crocifissione del Mantegna nella Pala di San Zeno, oggi al Louvre, che mette in scena il tòpos evangelico dell’«inconsutile» veste di Cristo che i centurioni si giocano a dadi ai piedi della Croce – approfondisce il paradigma culturale dell’azzardo, enucleandone le radici filosofiche e, appunto, addirittura metafisiche (da Pascal a Duchamp e Caillois passando per il Coup de dés di Mallarmé).

Quanto più colpisce, nell’addiction di massa rappresentata dalle ludopatie (le cui statistiche sono impressionanti: la Sindrome da Gioco Compulsivo riguarderebbe un milione e mezzo di italiani che vi avrebbero dilapidato, negli ultimi sei anni, oltre 200 miliardi di euro: una cifra pari al debito pubblico della Grecia nello stesso periodo), è l’inversione assiologica – un vero e proprio contrappasso – per cui l’abbandonarsi al Caso, perseguito dal giocatore come sollievo rispetto al sempre più soffocante stringersi delle Necessità economiche, finisce per rivoltarsi nel proprio simmetrico contrario. Ricordando i metafisici emblemi del Mantegna, cioè, il Dado finisce per essere micidiale quanto il Chiodo.

In un racconto di Philip K. Dick (che nel romanzo Solar Lottery immaginò come anche il potere politico possa essere affidato all’azzardo, come oggi qualcuno, nell’estrema delegittimazione della democrazia rappresentativa, si spinge a sostenere seriamente: si veda Gaspare Polizzi sul numero 28 di alfabeta2), il flipper aumenta la posta in gioco sino a trasformarsi in una catapulta che proietta sul giocatore la palla di metallo omicida. Nell’estremo rappresentato dalla «roulette russa», quest’inversione resta confinata al campo psichico (e alla sorte mortale) del soggetto; ma la sparatoria a Largo Chigi ci ricorda come ogni pulsione suicida, qual è con tutta evidenza quella del ludopate, possa convertirsi in un’aggressività tanto inconsulta quanto micidiale.

Marco Dotti
Slot City. Brianza-Milano e ritorno
Round Robin 2013, 120 pp., € 12,00
Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana
O Barra O 2013, 109 pp., € 12,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Nello Stato dei suicidi

Paolo B. Vernaglione

Il 9 a Macomer un falegname si toglie la vita nella sua segheria e a Siracusa un commerciante si impicca con un filo di nylon. Il 10 a Ortelli un imprenditore edile si spara un colpo di fucile. Il 15 a Santa Croce sull’Arno il titolare di un’azienda di prodotti chimici è stato trovato morto nella sua ditta. Il 17 a Torino, un muratore si è impiccato con un cavo elettrico in cantina. Il 22 a Bologna un uomo è stato trovato senza vita nella sua casa: aspettava l’ufficiale giudiziario. A Milano due amici, uno facoltoso, l’altro disoccupato, si sono uccisi con un sacchetto di plastica in testa e una bombola di gas aperta. L’elenco dei suicidi di aprile si è aperto con la morte dei coniugi di Civitanova Marche, a cui, in clima di pre-elezione del Presidente della Repubblica, i media hanno dato un certo risalto.

Puntuale, scontata e accattivante la notizia dei suicidi per debiti si accompagna all’inevitabile commento: “Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi”. Ciò che si comprende è il dato di fatto in cui si colloca il suicidio: per debiti. Ma l’apparenza inganna e l’atto estremo che la natura compie nel rivendicare sé alla vita, scarta la sociologia industriale e la psicologia individuale. Gli è che l’inspiegabile, in questo torno di tempo si è fatto evidente, al punto da torcersi nella molteplicità di ragioni che lo dettano: l’insolvenza, lo Stato debitore, la precarietà, l’ingiustizia sociale a livelli di guardia, il putrescente profilo della politica… lo dettano ma appunto, non spiegano alcunché dello Stato dei suicidi che ha sostituito i “suicidi” di Stato che avevano punteggiato la Prima Repubblica, da Pinelli a Tangentopoli.

Perché il grumo di possibili cause del togliersi la vita, la cui ragione rimane comunque incausata è probabile che non risiedano nell’espressione ambientale in cui matura il proposito, più che nella devastazione esistenziale in cui versa un’interiorità rivelata.
È probabile invece che l’uscita d’emergenza dalla stretta del patto di stabilità delle vite testimoni una resistenza in cui la negazione di sé diviene un’affermazione. L’incomprensibile accade infatti nella zona di neutralizzazione in cui si costituisce la nuda vita – nella variante indicata tempo fa da Giorgio Agamben, cioè come vita non sacrificabile ma uccidibile. Infatti il suicida non è il capro espiatorio che allude ad una passività mitologica dell’essere umano, bensì il soggetto di un’estremistica attività in cui si mobilita l’intera natura umana.

Ciò dipende forse dalla stratificazione generazionale di un dispositivo di mercificazione dell’esistenza, che, dagli anni della sig.ra Tatcher, si innesta nella nuda vita, realizzando un mutamento antropologico di cui oggi apprezziamo, per effetto della crisi, la moltiplicazione. Freud aveva tematizzato l’abolizione della facoltà di linguaggio e dell’orizzonte simbolico laddove si verifica un disimpasto delle pulsioni, cioè quando la pulsione eros si allontana in maniera asintotica dalla morte quotidiana chiamata reale.

In quel punto la potenzialità dell’animale umano, che ne caratterizza il profilo specie specifico, la facoltà di linguaggio, si scioglie dalla prassi dei concreti atti di parola e diviene astratta legge di formazione, sovrumana e inaccessibile; un modello inarrivabile di “umanità”, una divinità a cui non si resiste. Effetto di ciò è la caduta di un orizzonte di relazione, un’incapacità a pronunciarsi, a raccontarsi. D’altra parte il suicidio per debiti non si aggiunge ad una clinica dell’autodistruzione (anoressia, bulimia, dipendenze, soggetti panicati), in cui un soggetto porta inscritta nel corpo la facoltà propriamente umana di linguaggio. Il suicida vive infatti per natura, cioè la sua storia, nell’assenza di autonarrazione.

Ciò paradossalmente carica il suicidio di una rivendicazione radicale di esistenza, da rovesciare, quale ultima chance di contrasto, sul dispositivo di mutazione della vita costituito dal debito. Nell’indifferenza di esteriorità e interiorità, in cui non è più questione di consapevolezza, riflessione, cooperazione, che divengono ingiunzioni da tutori dell’ordine morale e del “rispetto delle regole”, il suicida scopre il vero senso della vita, che gli si para davanti senza veli – come autoproduzione di mercificazione, come apparato della “cura di sé”, come prassi di soggettivazione. Non si tratta allora di un istante irrazionale in cui si distrugge una intera vita, bensì dell’evento più razionale possibile, che accade però nel buco nero di un’individualità intemporale e senza luogo.

In quello spazio senza dimensioni, divenuto quotidiano, si dispone un ferreo rigore esistenziale da cui non c’è scampo. Se il reale è il luogo in cui si torna, qui esso è il buco nero in cui non è questione di articolare parola, dislocare un immaginario; bensì di vivere in un vortice in cui si riconosce un destino, in cui come scrisse Walter Benjamin, il tuo carattere è compreso. Non puoi che farla finita. Nello Stato presidenziale dei suicidi.

L’anti-Europa è sconfitta

Franco Beradi Bifo

L'Unione Europea nacque come progetto di pace e di solidarietà sociale raccogliendo l’eredità della cultura socialista e internazionalista che si oppose al fascismo.

Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.

Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.

Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco. Ma come fermare l’offensiva? Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi.

Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti. 25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.

Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria - ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito. Non credo che il M5S potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.

L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza. La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio. La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.

Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.

Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo nel suo programma, che a dispetto di quanto dicono i mentitori professionali de La Repubblica è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza.
Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore.
Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.
Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.
Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.
Abolizione immediata del fiscal compact.

Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato? Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.

Lo stato di crisi permanente

Andrea Fumagalli

Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.

Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.

Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».

Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte