Viva la libertà

Davide Persico

È una tradizione consolidata del cinema italiano quella di raccontare la cosiddetta realtà e nello specifico l’attualità soprattutto sociale e politica. Molto spesso questa realtà viene raccontata attraverso il genere della commedia pur contaminandosi con altri generi. Come nel 2006 alla vigilia delle elezioni politiche usciva Il caimano di Nanni Moretti, così oggi alla vigilia delle elezioni politiche esce Viva la libertà, film particolarmente interessante che si inserisce di diritto in questo contesto politico, ma anche nell’orizzonte culturale italiano più generale, attivando una riflessione che travalica i limiti della politica stessa pur parlando di politica.

Il segretario del principale partito di sinistra Enrico Oliveri (interpretato da Toni Servillo), che si trova all’opposizione, è in crisi per un calo di sondaggi e decide di scappare in Francia da un’amica, Danielle che non vede da venticinque anni, nel bel mezzo della campagna elettorale. La moglie e il principale collaboratore decidono di sostituire il politico con il fratello gemello, filosofo affetto da un particolare disturbo bipolare che sorprenderà tutti per i suoi modi e il suo comportamento, ridando la speranza nella gente, e facendo balzare i sondaggi al 66%.

Il film di Roberto Andò (sceneggiato da Angelo Pasquini e dal regista) propone tematiche diverse come la follia e la riflessione sul passato soggettivo, e allo stesso tempo, introduce una dimensione esistenziale e quotidiana all’interno di una sfera politica quasi irreale. Questa figura della politica che fugge (quando invece in questi anni vediamo sempre politici incollati alle poltrone), delinea simbolicamente una doppia fuga: fuga dell'essere e quindi del soggetto dalla politica e fuga della politica dalla dimensione umana ed esistenziale. In definitiva una fuga dell’uomo da una dimensione spettacolare della politica e dell’esistenza.

Allo stesso tempo il film è una riflessione complessa che investe orizzonti culturali diversi e mostra una ridefinizione della soggettività insieme nel contesto sociale odierno e nel cinema. La riflessione di Viva la libertà sul doppio si apre verso una dimensione concettuale dominata dalla finzione, dall’illusione, dal falso, in cui in un certo senso troviamo un politico che si pone come una sorta di simulacro che si muove e si auto-decostruisce, che fugge per recuperare una propria origine che si è persa: quella di un individuo che ha abbandonato le aspirazioni, i sogni, i desideri di un tempo, per diventare un volto, un’immagine esibita in televisione o sul giornale, inscritta in un certo senso in quella che Debord chiamava La società dello spettacolo.

La fuga di Oliveri che soffre di depressione ed è in profonda crisi esistenziale, ha come obiettivo un ritorno alle proprie origini. Un esempio è quello di soddisfare il desiderio di fare cinema e di riallacciare un rapporto con un vecchio amore capace di trasformarlo radicalmente. La freddezza, l’incomunicabilità di Oliveri man mano svaniscono nella riattivazione del rapporto con il passato, nella riscoperta di un affetto perduto: e in questo percorso riemerge un doppio nascosto, un rimosso che un po’ alla volta ritorna.

Questa ricerca sul doppio diventa una micro-riflessione sul cinema e sulla sua struttura di macchina per produrre illusioni, finzioni. Come la politica, il cinema crea illusioni, aspettative, desideri e questo aspetto il film lo affronta efficacemente nella configurazione di un altro doppio. Oliveri ha conosciuto Danielle a Cannes e la ritrova sposata con un regista orientale, autore preferito del politico, che a più riprese afferma che il cinema e la politica si occupano della stessa cosa: il bluff.

Alla fine Oliveri ritorna nel momento in cui Ernani sparisce, e il problema che pone il film è: chi è che sparisce? Chi è che ritorna? Perché in effetti Oliveri sembra suo fratello Giovanni, nei modi e nel sorriso, come ad indicare un ritorno del primo all’umano, precedentemente perso. E alla fine i due sembrano fondersi in un’unica persona, che non è solo un soggetto ma un doppio, anzi un simulacro del doppio.

Prometheus

Davide Persico

Prometheus di Ridley Scott è un film complesso in grado di suscitare pareri differenti e contrapposti nello spettatore, soprattutto riguardo alla serie di Alien, della quale dovrebbe essere il prequel. Il problema su cosa sia questo film rimane aperto per tutta la storia. Forse lo spettatore si aspettava un nuovo Alien con una qualità visiva più intensa e spettacolare. Sicuramente il film ha molti punti in comune con la serie iniziata nel 1979 dallo stesso Scott, ma rimescola il tutto sistematicamente, relegando l’immaginario di Alien in una posizione secondaria. La storia narra di una spedizione guidata dalla coppia di archeologi Elizabeth Shaw e Charlie Holloway, che dopo due anni di ibernazione approdano nel 2093 sul pianeta Prometheus alla ricerca di esseri alieni chiamati gli “ingegneri”, che nel corso del tempo hanno lasciato tracce della loro presenza in diverse parti del mondo, sotto forma di una mappa stellare comune a diverse culture, e che vengono considerati i precursori dell’umanità e quindi i creatori dello stesso genere umano. Questo è confermato già all’inizio del film quando l’alieno che si trova sulla Terra si disintegra immettendo il suo dna nell’acqua e dando vita al processo biogenetico.

Il film sviluppa una serie di tematiche legate alla creazione che si riflettono in una narrazione funzionale alla ricerca sul senso dell’esistenza e sul perché della morte, innescando significati e interrogativi di tipo filosofico e religioso su cui non risponde minimamente. Infatti il film tende più a mostrare il fascino degli effetti speciali, delle strutture architettoniche e della nuova efficacia della profondità di campo del 3D a scapito di una trama certamente coerente ma che pone problemi di comprensione. Dai cilindri di metallo che si decompongono, a creature che nascono da liquidi dotati di moto proprio e persino di una propria volontà, il film è un collage di elementi generativi appartenenti a diverse teorie scientifiche, filosofiche e religiose, sulla nascita della vita. Tutto questo fluire, questo generare, è riscontrabile in diverse sequenze del film che mostrano costantemente una sorta di ibridazione del concepimento, della nascita della vita che arriva al suo punto più alto nella sequenza dell’estrazione del feto dell’alieno dall’utero di Elizabeth (messa incinta da Holloway, contaminato dalla sostanza presente nei cilindri), simile a un calamaro, attivando così un discorso evoluzionistico, e mettendo ulteriormente in crisi la trama già di per sé problematica.

Gli aspetti ambigui e più oscuri del film si ritrovano soprattutto quando entra in scena la creatura (quasi uguale) della serie Alien. In effetti, la presenza di questa creatura all’interno del film sembra più funzionale a giustificare l’aggettivo di prequel del film, che non ai fini narrativi di una storia che fa acqua da tutte le parti (i liquidi presenti nel film forse simboleggiano proprio quest’aspetto). I riferimenti ad Alien seppur velati ci sono, dalla creatura che esce dall’addome dell’alieno “ingegnere”, ai cilindri che sostituiscono misteriosamente le uova dei precedenti film, fino all’androide David che, come Ash o Bishop della serie, è l’unico soggetto a sapere più dei personaggi e più dello spettatore stesso e da cui scaturisce tutta l’evoluzione della trama. È lui che apre la stanza del relitto alieno con dentro i cilindri, è lui che sveglia l’alieno ibernato pronto per viaggiare verso la terra e distruggere la razza umana.

“Per creare bisogna prima distruggere” è la frase che ricorre più volte nel film e che sembra fornire la chiave giusta per interpretarne il senso e i punti più oscuri (cioè quasi tutti). Visto e considerato che la serie di Alien finisce con la clonazione e il ritorno sulla terra del Tenente Ripley e dell’androide Call, e che Prometheus è stato spacciato dallo stesso Scott come il prequel della serie, possiamo dire che la distruzione dell’alieno “ingegnere” che è avvenuta per creare la razza umana, diventa metafora meta-cinematografica. È la distruzione dell’intera serie di Alien e della creatura aliena in generale, divenendo un ibrido di quella originale persino nelle stesse dinamiche di concepimento e d’incubazione all’interno del corpo ospite. Alla distruzione sembra che non sia avvenuta nessuna creazione.

Va bene gli effetti speciali, va bene la caratterizzazione intensiva delle immagini, va bene anche il ritmo dell’azione che comunque cattura lo spettatore, ma a seguito della distruzione di tutto (non solo metaforica), che cos’è in definitiva Prometheus? Un prequel? Un newquel? La domanda rimane aperta, forse come lo stesso film, magari in attesa di un seguito che continui verso la ricerca delle origini della razza umana, o addirittura verso una nuova saga simile e differente rispetto ad Alien, magari più tecnologica e migliore per lo spettatore contemporaneo. Forse la cosa migliore da fare è vedere questo film senza innescare riferimenti alla serie di Alien, e aspettandosi un sequel che risponda agli interrogativi che lascia Prometheus.