Davide Orecchio, tempo fuori luogo

Filippo Polenchi

Dopo la prima apparizione nel 2012 (per l’editore romano Gaffi, che coraggiosamente pubblicò il libro di questo scrittore-storico, allora esordiente e reduce da una ridda d’incomprensibili, ma in realtà tristemente comprensibili, rifiuti editoriali) tornano in libreria le Città distrutte di Davide Orecchio, stavolta per il Saggiatore (con una postfazione di Goffredo Fofi). Sei biografie infedeli recita il sottotitolo.

Libro felicissimo, straordinario, lirico, melodrammatico, Città distrutte a distanza di sei anni irradia ancora più luce, perché ora più di allora è evidente che la Storia, lungi dal suo presunto e prematuro esaurimento, si è riattivata, spazzando via bellamente ogni cascame postmoderno. In breve: il tappo è saltato, di nuovo. Ora più di prima l’urgenza storica nel presente macchia col suo pigmento purpureo il tessuto omogeneo dei giorni. Non a caso il terzo, grande libro di Davide Orecchio sarà dedicato proprio a un’altra frattura della Storia: la Rivoluzione d’Ottobre (Mio padre la rivoluzione, minimum fax 2017).

Uno dei luoghi simbolici di questo presente, Aleppo, come novella Sarajevo – ma destinata a moltiplicarsi e rifrangersi in molti altri crateri che si aprono qua e là nel globo – è letteralmente una città distrutta. Si legge nel racconto Betta Rauch: «Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite». Rovine e ricostruzione.

La scrittura di ciascuna vita – affidata all’irresistibile miscela di documenti editi, materiali inediti, materiali di finzione, citazioni da testi inesistenti, sentieri che si biforcano – paga un debito con l’arte di Borges. E proprio dall’Argentina partono i racconti del libro, con la biografia di Éster Terracina, rivoluzionaria imprigionata in un avello di dolore e tortura negli anni della dittatura di Videla. Seguono le storie del comunista molisano Eschilo Licursi, del regista russo Valentin Rankar, che in Un esilio allaccia e continuamente molla i fili della propria esistenza immaginata con quelli reali del grande Andreij Tarkovskij. Indossa la maschera fittizia di un giornalista ex-fascista e poi comunista, nei guai con la famiglia e col partito, il ritratto di Pietro Migliorisi, mentre in filigrana alla biografia di Betta Rauch si nasconde la madre dello scrittore (così come in Migliorisi c’era il padre). Chiude l’opera lo strazio avvilente di Kauder a Roma.

Che la rimodulazione postmoderna sia un vezzo presto lasciato alle spalle lo testimonia l’appetito erudito del lettore nel trovare l’inside joke in ciascun tableaux, acquolina che però si sfama subito – e giustamente. L’essenza lasciata a macerare sotto alla pirotecnia di una così profonda e profondamente umana conoscenza storica e culturale è molto più pervasiva e acuta. E a rilascio controllato, si direbbe in ambito medico.

Davide Orecchio lavora su una tastiera che gli permette di manipolare frammenti della Storia, schegge novecentesche, comporre i suoi racconti come fossero poemetti, con una versificazione libera – tanto libera che, appunto, il libro patì l’incomprensione dei molti abituati a ragionare per categorie di marketing editoriale – che si svela fin da subito la più funzionale a porre queste biografie di fronte al deragliamento del Tempo.

La miscela di Storia «ricostruita» e di suo sperpero, che solo un’attitudine lirica poteva estrarre dal corpo poliforme del Novecento, rimane il più struggente esito di un libro a suo modo perfetto. È di fronte a questo scasso, esistenziale e transbiografico, che si pone l’autore: «e mi chiedo quali regole nascoste ci costringano a naufragare, ad arenarci come relitti indipendentemente dalla nostra forza spirituale». Di quali forze soverchianti si parla in questo passo? Storiografia e tragedia si riflettono nel medesimo specchio.

Davide Orecchio muove le leve sul suo mixer temporale come lo storico che, studiando un microfilm, scorra avanti e indietro documenti ingranditi sul suo schermo: «Ho deciso di ammucchiare i misuratori del tempo come se fossero carte di un castello […] e devo fare in fretta prima che cada – sono passati altri otto anni!».

Lo struggimento che proviamo al cospetto delle storie strazianti di Éster Terracina o di Kauder/von Humboldt oppure la malinconia dilaniante per il destino tragico di Rankar [«Adesso (ma è un avverbio che fa proprio ridere se deve interpretare il tempo che – senza dubbio una congiura ai danni dell’umanità – rotola su se stesso e si mangia i giorni [...]). Adesso ma sarebbe più appropriato dopo, molto dopo, è passato un altro anno (un imballo di tessuto che si è svolto piano, con cattiveria, centellinando le ore)»] nasce dal senso imprecisato di spreco che subiamo di fronte a tutto questo. Lo scialo dei giorni, ch’è il nostro dissipamento, è la ragione della Storia.

Nulla rimane di questa «congiura ai danni dell’umananità» ch’è rappresentata dal Tempo, eppure qualche atto, perfino disperato, va tentato. Chi scrive interviene nella Storia, sventolando brividi metafisici da what if (cosa sarebbe accaduto se Tarkovskij a Roma non avesse mai girato un film, ma fosse rimasto ad «arenarsi» in un appartamento spoglio, avvelenato giorno dopo giorno da una solitudine immedicabile?), avvicinando così lo storico allo scrittore di fantascienza – non a caso il racconto iniziale di Mio padre la rivoluzione è un ritratto ucronico di Lev Trockij.

Davide Orecchio non rinuncia a manovrare il tempo, sebbene possa sembrare un’azione senza speranza. A leggerlo in senso spaziale, come un topografo, un urbanista. Il tempo è spazio: è la planimetria indispensabile da disegnarsi – per quanto irrimediabilmente semplificatoria – sulla quale l’autore di Città distrutte non rinuncia a ricostruire una città anche quando non rimangono che rovine e macerie.

Davide Orecchio

Città distrutte. Sei biografie infedeli

postfazione di Goffredo Fofi

il Saggiatore, 2018, 266 pp., € 20

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

La capsula del tempo di Davide Orecchio

Filippo Polenchi

Palpitazioni del pensiero: è da questa insolita polla sorgiva che si origina il sisma emotivo dei racconti di Davide Orecchio, che raggiunge vette di altissimo melodramma, attraversando le linee astratte della storia. Già, perché la vertigine scaturita dalla prosa frammentaria di Orecchio non dipende dalla rievocazione di corpi più o meno rivoluzionari, fossero anche quelli del padre o di eroi da immaginario collettivo (Bob Dylan, Trockij), ma è puramente un’ebbrezza mentale, un brivido metafisico, emerge da un «cranio enorme», come quello di Lenin. La tensione da Scuola delle Annales, per così dire, si rinserra in una visione della Storia più cosmologica che evenemenziale.

Fin dal racconto con il quale si apre questo splendido Mio padre la rivoluzione, nel quale Lev Trockij non è stato ucciso da Mercader e vive a Coyoacán «poco sotto Città del Messico», il libro mostra subito elementi di continuità col Calvino sperimentale dei «destini incrociati», delle Cosmicomiche, di Ti con zero e così via. Tuttavia, a mancare qui è quell’euforia – un po’ fredda, a dire il vero – di fronte al mazzo dei possibili narrativi: l’attitudine di Orecchio è semmai più vicina alle ucronie di Philip K. Dick (quello della Svastica sul sole, per intendersi). Così, in questa prospettiva tutta scientifica la Rivoluzione d’Ottobre è l’epicentro rosso dal quale si diffondono le onde di un terremoto che, come le onde gravitazionali recentemente accertate, producono modificazioni nel cronotopo. E da questo centro di propagazione si scrivono kafkianamente lettere a un «padre», come accade con Rosa Luxemburg o nel racconto Il viaggio che chiude la raccolta. Viaggio che chiude, idealmente, anche il cerchio di una narrazione piena di richiami interni: dal Messico «impossibile» del Trockij ipotetico – il quale, appunto, è sopravvissuto all’attentato del 1940 e ora, a settantasette anni, nel 1956, «biancospino figlio del diciassette», legge dell’invasione dell’Ungheria e del rapporto segreto di Chruščëv, quello nel quale si ammettono le purghe staliniane – si ritorna a un Messico dove «il popolo soffia il suo pneuma» nello «sprawl del tempo presente» e dove si dipartono e s’intrecciano, con un moto centrifugo, storie e linee temporali.

Tutte le lettere al padre, tutti le lasse narrative di questo poema in prosa, testimoniano anzitutto una visione della Storia che è Fisica. Giacché, dunque, il grappolo di racconti costruiti intorno alle ipotesi borgesiane («le ceneri di Trockij erano in questa terra, il suo sepolcro teneva sveglio il what if») – si veda anche quello su Bob Dylan, lo «Zimmer Man», che scrive un album mai scritto – sono frutto di una mente che considera la Storia come un nugolo di «quanti», più che di una successione di «immagini-movimento».

La Rivoluzione russa, allora, assume la funzione di grinza nel continuum spaziotemporale, piega che concentra e diffrange onde di probabilità. Si torna ossessivamente sulla rivoluzione e sulle sue emanazioni (esemplare la costruzione a rompicapo del racconto Il viaggio, dove temporalità differenti s’innestano le une sulle altre come un’efflorescenza incontrollata di fughe mentali, come una deriva continuamente scongiurata, una tendenza all’informale che soltanto la forma del racconto scongiura, con il suo stop imposto dalla misura) perché nel 1917 «giganti e titani guidati da Lenin diedero l’assalto al cielo di Crono». È essenziale uccidere il regno di Crono, uccidere il regno del padre, perché «il tempo non riconosce i suoi figli, non è mai padre». Più tardi, però, i «figli bastardi della rivoluzione» ristabiliranno l’ordine: «i titani sono caduti nell’umano da tempo, sono crollati nel violento e meschino, appaiono reincarnazioni di Crono, menzogne, falsificazioni».

In prossimità dell’orizzonte degli eventi ogni racconto è sottoposto alle sollecitazioni di un’enorme pressione ed è impossibile separare realtà da finzione (ma meglio sarebbe dire invenzione). Così tutti i protagonisti dei racconti, da Trockij ad Abraham Plotkin (l’ebreo americano che assiste all’irresistibile ascesa di Hitler nel ’33), da Rosa Luxemburg a Gianni Rodari, da Lenin al corpo magico e transgenico di Stalin-Hitler (un mostro a capo di una legione di «orchi e mezz’orchi, halfling e tiefling, gnomi, non morti, duergar e gibberling, maghi, barbari dalle divise marroni, artefici, guerrieri dalle divise nere, chierici, [...] nello sprawl tra Mosca e Berlino») che pare uscito dal laboratorio del dottor Moreau, dal partigiano Kim, protagonista del capitolo «ideologico» del Sentiero dei nidi di ragno al padre stesso di Orecchio, tutti sono colti dallo sguardo instabile di chi «s’intrufola nel collasso, nel sisma». E dentro la faglia tutto è mosso, i personaggi schiudono un nuovo fiore dei possibili, neo-calviniano potremmo dire; ogni personaggio assume su di sé anche il carico delle proprie possibilità, dell’«inesaudito», del «mito» contrapposto alla «storia». Personaggi come snodi di linee di forza.

Per questo si diceva all’inizio che il pedale del melodramma, che Orecchio sa premere con rara efficacia, dipende da una strana fascinazione vettoriale più che da una ricostruzione delle vicende umane, perché lo scrittore sa bene che più del realismo la letteratura dovrebbe frequentare i territori dell’invenzione (e dunque anche della fantascienza, della speculative fiction, con la quale Orecchio ha più di un punto in comune), perché a essere «rivoluzionaria» è la «verità» più che la realtà. Mio padre la rivoluzione, terzo meraviglioso libro (dopo Città distrutte del 2012 e Stati di grazia del 2014) di questo grande scrittore, è la dimostrazione che in questo spietato 2017, a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcosa di quel germe radicale resiste ancora. Nelle distorsioni del tempo, nello «sprawl del tempo presente».

Davide Orecchio

Mio padre la rivoluzione

minimum fax, 2017, 313 pp., € 18

Giorgio Pisanò, la memoria fascista

194x_piazza_duomo_propagandaDavide Orecchio

Io fascista, memoria iniziatica di quel fascista per sempre che fu Giorgio Pisanò (1924-1997), è tornato in libreria. Il Saggiatore ha ripubblicato il volume nel 2015, a quasi vent’anni dalla prima edizione (1997). Eppure, con un altro titolo (La generazione che non si è arresa), il memoriale di Pisanò è andato attraversando i boschi e sottoboschi dell’editoria italiana sin dal 1964. Ma il testo ebbe la sua emersione pubblica nazionale solo nella seconda metà degli anni Novanta, in una stagione di revisioni della storia italiana, del crollo del fascismo, della Resistenza, dove trovarono spazio e per la prima volta risonanza anche le voci di chi aveva vissuto gli anni della guerra civile dalla parte repubblichina (i Vivarelli, i Mazzantini, solo per citare i casi editoriali più noti).

Quella stagione, con le sue polemiche e i suoi elementi di novità memorialistica, coi suoi dibattiti su storia e memoria condivisa, non condivisa, eccetera, è ormai alle spalle, eppure l’autobiografia fascista di Pisanò si fa leggere ancora come fosse una creatura appena nata, rabbiosa, feroce, vitale. Una creatura nata dal torto, ma convinta di avere ragione, e abile e lucida e manichea nel ricordo, nella testimonianza, e dotata di una scrittura capace di narrare, anzi di vivere e far vivere quanto racconta in una sincronia non comune tra verbo e gesto. Una fortuna non da poco, per il lettore di oggi che ha anche la sorte benigna di arrivare a fine dibattito, senza più l’obbligo di interrogarsi sulla liceità delle memorie fasciste, sullo «sdoganamento» dei vinti e via elencando.

Pisanò – per usare le sue stesse parole – scrive per «fornire agli italiani testimonianze dirette e documenti che non siano di esclusiva provenienza antifascista e partigiana». Offre l’altra versione dei fatti. Racconta le proprie ragioni e peripezie di giovane repubblichino: dall’adesione, dopo l’8 settembre 1943 e appena diciottenne, alla Rsi di Mussolini e Hitler, alle varie imprese militari e di spionaggio su e giù per l’Italia, fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945, lui ancora risolutamente soldato fascista, arruolato nella «colonna Vanna» insieme a poche centinaia di combattenti, intrappolato nel ridotto della Valtellina in attesa di un Mussolini che non arriverà mai. I fatti accelerano negli ultimi scontri coi partigiani, infine nella resa, nella cattura, nelle aggressioni, nelle ingiurie, nella ferocia dei tribunali del popolo. Da questo de profundis di camerati giustiziati in esecuzioni sommarie dopo verdetti sommari e forse evitabili, Pisanò si salva grazie agli inglesi che l’imprigionano in un campo POW di Rimini: ne uscirà libero nel 1946, in tempo per partecipare alla fondazione del Movimento sociale italiano e darsi a una carriera neofascista mai abiurata fino alla morte.

La bravura di Pisanò sta nella costruzione di un candore: ogni fatto o aneddoto, ogni personaggio o commilitone è raccontato dalla parte di un’innocenza e giusta causa che se, com’è ovvio, sul piano storico non esistono né sono accettabili, sul piano letterario crescono e si insediano nell’atto della lettura, nel corso di una credulità sospesa. Dalle pagine sulla prigionia, sui mesi trascorsi tra la vita e la morte, Pisanò trasmette poi il ragionamento sulla scelta neofascista nell’Italia repubblicana: «Quando ripenso a quei giorni – scrive –, mi domando se gli antifascisti abbiano mai compreso l’enorme errore commesso nel volerci perseguitare in quella maniera. […] Ci vollero considerare tutti in blocco una banda di criminali, di pazzi furiosi, di avventurieri prezzolati. […] E ci blindarono in galera, ci chiusero nei campi di concentramento, ci processarono, ci lasciarono accoppare». Se ci avessero trattato umanamente, senza infierire – questo il rimprovero –, forse la storia, dopo, sarebbe stata diversa. Invece «fu proprio lì, tra le mura del carcere e il filo spinato dei campi di concentramento, che nacque la “generazione che non si è arresa”».

Quali che fossero le sue motivazioni, la lotta dalla parte del torto di Pisanò proseguì senza requie. E se, per citare Ágnes Heller, la storia è su quanto accade visto da fuori, mentre la memoria è su quanto accade visto da dentro, nel caso di Pisanò storia e memoria sembrano essere la stessa cosa, paiono davvero nient’altro che la prosecuzione del conflitto con altri mezzi. La sua produzione saggistica e storiografica nei decenni successivi alla guerra, tutta intenta a «smascherare» antifascisti e partigiani, sta lì a dimostrarlo: un’operavita di fascista irriducibile, mai attraversata da dubbi o revisioni, che ha il suo innesco negli ostinati ultimi giorni di Salò raccontati in queste pagine.

(Per chi voglia approfondire la biografia di Pisanò, ecco due articoli dall’archivio di «Repubblica»: Pisanò, l’irriducibile cacciatore di scoop in camicia nera, 1997; Li hanno strumentalizzati ora i testimoni tacciono, 2000).

Giorgio Pisanò

Io fascista. 1945-1946, La testimonianza di un superstite

il Saggiatore, 2015, 308 pp., € 19

alfadomenica giugno #1

BERTHO sul TERRORISMO - ORECCHIO SU ELOY MARTÍNEZ - COLASURDO sul COMUNE - RUBRICHE di Galimberti-Benocci-Carbone *

UN'ISLAMIZZAZIONE DELLA RIVOLTA RADICALE
Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.
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COME RACCONTARE UN'EPOCA ATROCE?
Davide Orecchio 

L’ultimo libro di Tomás Eloy Martínez (1934-2010, già autore del capolavoro Santa Evita, tra i più importanti scrittori argentini degli ultimi decenni) espone un problema non solo politico ma letterario, e ha il grande pregio di non risolverlo. Al centro di Purgatorio (2008, ora portato in Italia da SUR per la cura di Francesca Lazzarato) campeggia il mostro che genera menzogne, dubbi, forclusione: la dittatura dell’ultima Giunta militare argentina (1976-1982), il suo occultamento di morte, sterminio, tortura con l’oppio della desaparición: una finzione mediocre, quest’ultima, oltre che una crudele bugia di Stato. Per questo, dinanzi al potere narrante, la domanda ritorna: credere alla parola che domina o rifiutarsi, sottomettersi o resistere?
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IL COMUNE COME FORZA PRODUTTRICE
Chiara Colasurdo

Nel dibattito europeo si sta imponendo a gran voce il tema del comune, come forma di organizzazione e decisione delle comunità territoriali - inscindibilmente legato a quello dei beni comuni – quei beni, materiali ed immateriali, oggetto di interesse collettivo. Sembrerebbe quasi inflazionarsi questo tema, date le numerose pubblicazioni che si spingono, per assurdo, ad inglobarvi tutto quanto rientra nella sfera dei diritti della persona in particolare.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.
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COORDINATE - dalla Nuova Zelanda
Francesca Benocci

Nell'ottobre 2013 la scrittrice neozelandese Eleanor Catton ha vinto il Man Booker Prize con I luminari (The Luminaries, VUP 2013, edito in Italia da Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli), il suo secondo libro dopo La prova (The Rehearsal, VUP 2008, Fandango 2010, traduzione di Flavio Santi). Nata e cresciuta in Canada, Eleanor Catton (1985) è la più giovane scrittrice ad aver mai ricevuto questo premio e con le sue 832 pagine I luminari è il romanzo vincitore più lungo nei quarantacinque anni di storia del Booker.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

#Cibo - #Indicibile - #Tecnologia
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Come raccontare un’epoca atroce?

Davide Orecchio

Quando un regime inventa storie, alla letteratura cosa resta da fare, assecondarle o contestarle? Il regime è uno scrittore dozzinale, crea trame modestamente fittizie. Simile a un abito lacerato da buchi, il racconto maldestro che il regime cuce non nasconde appieno la realtà che pretende di mascherare; dagli squarci la verità affiora, e chi ha coraggio la vede. Dunque bisogna credere o dubitare? Sottomettersi alle menzogne ansiolitiche (oppure ansiogene, se occorre che siano) o cercare il vero, sebbene feroce, e quindi resistere? E come si deve ricordare (o dimenticare), e raccontare, un’epoca atroce?

L’ultimo libro di Tomás Eloy Martínez (1934-2010, già autore del capolavoro Santa Evita, tra i più importanti scrittori argentini degli ultimi decenni) espone un problema non solo politico ma letterario, e ha il grande pregio di non risolverlo. Al centro di Purgatorio (2008, ora portato in Italia da SUR per la cura di Francesca Lazzarato) campeggia il mostro che genera menzogne, dubbi, forclusione: la dittatura dell’ultima Giunta militare argentina (1976-1982), il suo occultamento di morte, sterminio, tortura con l’oppio della desaparición: una finzione mediocre, quest’ultima, oltre che una crudele bugia di Stato. Per questo, dinanzi al potere narrante, la domanda ritorna: credere alla parola che domina o rifiutarsi, sottomettersi o resistere?

Emilia Dupuy, la protagonista del romanzo di Eloy Martínez, sceglie di credere. Nei primi mesi del 1976 perde il marito (cartografo come lei, creatore di mappe, inventore di luoghi che a volte neppure esistono), quando a Tucumán i militari lo sequestrano. Sebbene in molti le assicurino di aver visto il corpo di Simón torturato, e poi il suo cadavere, Emilia accetta la versione che le danno in caserma: dopo il fermo, suo marito sarebbe stato rilasciato, avrebbe ritirato i documenti personali e se ne sarebbe andato; quindi è semplicemente «scomparso», ma prima o poi tornerà, basta aspettarlo.

Disperata, Emilia spera. Raggirata, si affida. Dove un’altra persona, guardando in faccia l’inferno, avrebbe preteso l’habeas corpus e giustizia per gli assassini, Emilia Dupuy si concede infinitamente, come a scontare pena purgatoria, all’attesa che il compagno ritorni. È vittima di quella pozione illusoria e contraffatta dalla Giunta che intossica gran parte della società argentina, e che Eloy Martínez descrive in molti passi. Ad esempio qui: «Alcune riviste ancora reperibili nelle librerie dell’usato di Buenos Aires raccontano, con il linguaggio tra l’ipocrita e il complice di quegli anni, la scomparsa di persone che navigavano con le loro barche a vela lungo il Río de la Plata, e se ne andavano lasciando le imbarcazioni alla deriva. [...] Nei tribunali si accumulavano i reclami di fratelli e mogli danneggiati, ma nessuno aveva buon esito, perché i corpi degli assenti non comparivano». O ancora qui: «Nel tuo paese la magia può funzionare […], i marziani, l’apocalisse, i profeti che camminano sulle acque. Credete a tutto, perfino a quello che non esiste».

Credete a tutto, perfino a quello che non esiste, fa dire Eloy Martínez addirittura a Orson Welles in un cameo. Sia notato di passaggio che ad ascoltare il regista c’è un personaggio centrale in Purgatorio, mago di millanterie e trappole, consigliere dei militari, ideologo, inventore di slogan, fautore della repressione: quel Dupuy, padre di Emilia, che, come osserva Lazzarato nella postfazione, «sembra concentrare in sé ogni nefandezza del regime ed essere il motore della sua propaganda». Padre due volte. Genitore biologico e artefice dell’esilio cui la figlia si sottopone, creatore del mondo inventato nel quale Emilia cerca le tracce del marito desaparecido senza mai trovarlo (in Venezuela, in Brasile, infine negli Usa) e senza sapere, lei, che quegli indizi di apparizione sono una fantasia crudele rilasciata dallo stesso Dupuy; uomo realtà, però, incarnazione del potere argentino, autore mediocre di un’opera/vita dalla quale Emilia, come una lettrice conquistata con poco sforzo, si lascerà incantare decidendo di abitarla fino ad animarne la storia. Storia che, senza voler raccontare tutto, si conclude in un presente nordamericano, in un non luogo dove la cartografa Emilia, ormai vecchia e sola, esule per amore, resta prigioniera del potere narrante.

Eppure la memoria non riposa mai, né obbedisce alle regole del tempo lineare. Piuttosto accumula, corre in cerchio, associa tempo a tempo, risveglia l’antico, lo modifica e ne soffre. Allo stesso modo (quasi fosse una memoria impaginata) Purgatorio rimbalza tra il passato della dittatura, tra la Buenos Aires e il Norte argentino degli anni Settanta, perfettamente descritti, e il presente di un esilio apolitico, anzi apolide, nella terra anonima della provincia Usa. Qui Emilia, ormai sessantenne, frequenta (ed è testimoniata da) uno scrittore argentino molto simile se non identico a Eloy Martínez (il quale effettivamente trascorse diversi anni in esilio negli Stati Uniti).

Sarà lui in fondo, lo scrittore (personaggio e autore di Purgatorio, mi si consenta la semplificazione), a donarle il risarcimento atteso per tutta una vita. Se vale, infatti, la questione enunciata sopra (resistere o sottomettersi?) quando il tuo avversario è un incantatore, uno scrittore può tornare utile. «Io, signori, so solo che quando la realtà è avversa bisogna cancellarla il prima possibile»: questo afferma Dupuy padre in una pagina di Purgatorio. Difficile immaginare una teorizzazione più consapevole e precisa della parola di regime. Cancellare, nascondere, far sparire fatti e persone. Una tale carica di contraffazione del reale si può affrontare con quella parola che chiede giustizia e smaschera; la parola politica delle madres, tanto per intenderci. Oppure – sembra avvisare Eloy Martínez – le si può andare incontro con le armi di una contraffazione ancora più virtuosa, la quale trova insieme conio e soddisfazione nella letteratura. In una pagina del romanzo interviene un cane (lo ascolta uno scrittore ammaccato, confinato in un ospizio) e dice: «Quello che non esisterà mai è infinito. I semi che non hanno trovato né terra né acqua e non sono diventati piante, le creature mai nate, i personaggi mai inventati. […] Il fratello che non è esistito perché tu esisti al suo posto. […] Quello che non riesce a essere, non sa mai che sarebbe potuto esistere. I romanzi si scrivono per questo: per rimediare all’assenza perpetua di quello che non è mai esistito». È la risposta a Dupuy padre, l’antidoto alla sua parola tossica. Per questo chi non è mai esistito – Simón, il marito di Emilia «sopravvissuto» alla dittatura – in Purgatorio invece esiste, ritorna (o comunque questo accade agli occhi di colei che rifiuta di saperlo morto). Lo fa sin dalla prima pagina del libro, in un incipit fulmineo e notevole. Riappare in un ristorante del New Jersey, e conserva la giovinezza di quand’era scomparso: i suoi simbolici trentatré anni. Mentre Emilia ormai ne ha più di sessanta.

Una menzogna («suo marito non è morto, è scomparso») si può vincere rilanciando menzogna, trasformandola in incanto? Perché (anche se Eloy Martínez non accondiscenderebbe ad attribuirgli una funzione collettiva) questo è Purgatorio: un incantesimo offerto a un’intera società in stato di choc e bisognosa d’essere liberata da un sortilegio. Quella di Emilia (e di Eloy Martínez) allora forse non è sottomissione, ma un’altra forma di resistenza che sfiora la follia. Del resto molti veleni si curano con diverse dosi degli stessi veleni. Si noti come il reaparecer del marito non contesti la falsità storica del suo desaparecer: tanto ne è una conseguenza, che Simón agli occhi di Emilia non porta sul corpo neppure i segni della tortura; tutto in lui decuplica la versione del regime (niente morte, nessuna cicatrice) fino a metterla in crisi letterariamente, ossia con una letteratura che si fa religione e miracolo (se non miraggio e sogno).

Nella questione che Purgatorio solleva, letteratura e vita si uniscono. Procediamo per una via stretta tra inganno e autoinganno. In questo il romanzo è unico: per il fatto di convocare sia la responsabilità dell’autore (cosa narrare, e in che modo), sia la postura di una comunità di uomini e donne dinanzi al terrorismo di Stato. Grande giornalista, autore di inchieste importanti – come ad esempio quella sulla strage di Trelew – che gli avevano inimicato il potere militare fino a costringerlo a un esilio, nel 1975, dal quale sarebbe rientrato solo nel 1985 (al riguardo si consulti ancora la postfazione di Lazzarato), Eloy Martínez conosceva perfettamente le differenze tra la scrittura letteraria e la non-fiction. Il suo desiderio – spiega sul Guardian Alberto Manguel – era scrivere un romanzo che raccontasse gli anni della dittatura senza descrizioni di torture e atrocità, ma piuttosto col ricreare cosa si provava a vivere «respirando l’aria inquinata di quell’epoca».

Probabilmente Rodolfo Walsh, un altro grande giornalista quasi coevo di Eloy Martínez, se fosse rimasto vivo – se non fosse desaparecido dal 1977 – questa storia l’avrebbe raccontata diversamente, forse col piglio realistico e non finzionale del suo libro più noto, Operazione massacro. Eloy Martínez invece sceglie una via fantastica tra realtà e illusione, tra condanna e rivolta. Sarebbe naïf evocare per Purgatorio – oltre agli evidenti puntelli della cultura cattolica, in primis il titolo dantesco – una giurisdizione, un universo dalle radici kafkiane. Sarebbe naïf, se non lo suggerisse lo stesso Eloy Martínez nel mostrare la giovane coppia Emilia/Simón, non ancora separata dagli eventi, dinanzi a una trasmissione tv ispirata al noto racconto di Kafka Il digiunatore. La storia originale narra di un «artista della fame» che si esibisce nei circhi mettendo alla prova la resistenza del proprio fisico, fino al giorno in cui il pubblico gli volge le spalle ed egli deperisce in un’inedia che a nessuno più interessa; fino al momento in cui letteralmente scompare nella sua gabbia. Il digiunatore di Eloy Martínez, al contrario, prima di sparire invoca un’ultima implorazione: «Non calpestatemi! Sono un desaparecido!». Nel personaggio kafkiano troviamo annunciata quell’assenza che farà soffrire Emilia; per non dire dell’immotivata e contaminata ingiustizia che la circonderà per tutta la vita.

Infine le pagine più belle. Credo siano le pagine sul sesso. I rapporti degli esordi tra i due sposi timidi, impacciati, irruenti («si gettò sul letto e chiese a Simón di romperle una buona volta quel maledetto imene»). E l’incontro dopo la riapparizione di lui, conservatosi giovane, quando una donna che ha ormai il doppio dei suoi anni gli si offre provando una gioia non lontana dalla felicità che deve aver sentito l’autore nel riempire la pagina. Sorge il dubbio che la forma più alta di resistenza sia l’atto sessuale, che l’invenzione dell’amore sia l’unico sentiero attraverso il quale uscire a riveder le stelle.

Tomás Eloy Martínez
Purgatorio
a cura di Francesca Lazzarato
SUR, 2015, 283 pp.
€ 15

Stati di grazia

Francesca Fiorletta

«Meglio abituarsi in fretta al suo stile acerbo, immaturo nell’opporsi al tempo per restare quello che è, ostile ai processi, nemico dei flussi, arrabbiato col divenire, disgustato da ieri, incrostato nel presente (un gatto sul ramo), smemorato del futuro (un vecchio in una casa che si logora)». Meglio abituarsi in fretta allo stile puntualissimo e struggente della scrittura di Davide Orecchio, alle sonorità evocative e martellanti del suo fraseggio ondulatorio, al consuntivo e paradigmatico uso della sua stringente punteggiatura.

Meglio abituarsi in fretta alla pratica dell’elencazione spasmodica con cui Orecchio accomuna immagini surreali e perentorie, tranciate di netto sulla pagina viva e allo stesso tempo modulate con una certa nostalgica morbidezza del gesto, quasi celate sotto pelle eppure continuamente sovraesposte, agli occhi del lettore, grazie a un linguaggio sapiente e molto consapevole, che mescola gli idiomi del quotidiano alle rivendicazioni di una prosa quasi barocca, incredibilmente garbata e tuttavia pregevolmente scarnificante.

Esce per il Saggiatore Stati di grazia, il primo effettivo romanzo di questo già pure affermato autore romano, giornalista culturale e studioso di storia e letteratura europea, che aveva pubblicato per Gaffi, nel 2012, una raccolta di racconti dal titolo emblematico, Città distrutte. Sei biografie infedeli.

Non mancano le migliori premesse, dunque, per quello che già dai primi capitoli sembra calzare comodamente i panni di un grande romanzo. E le aspettative, infatti, non vengono certo disattese. La spiegazione del titolo la troviamo magistralmente espressa nel testo: «Ecco gli Stati di grazia, dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze (come una sagoma che sorge dal buio, come un essere che si manifesti dal nulla ma per gradi)».

Esattamente questa è l’impressione che esercita sul lettore la scrittura viva di Davide Orecchio: l’emersione, costante, palpabile, inesausta, di situazioni e suggestioni, ricordi e promesse, tratteggio dei personaggi e stretta del fuoco sui dettagli più minuziosi dell’agire quotidiano, quei dettagli solo apparentemente trascurabili, ma che sanno rendere una storia veramente degna di essere raccontata. E la storia, anzi, le storie che si intrecciano nella meravigliosa prosa di Orecchio si dipanano dalla Sicilia all’Argentina a Roma, in un vorticoso rincorrersi di partenze e sparizioni, di riconoscimenti e camuffamenti d’identità, indagando nei recessi tanto delle abitudini familiari più private quanto nelle più pubbliche prese di posizione politiche, che influenzeranno e hanno influenzato la storia del mondo intero.

Lo sguardo di Orecchio non si rivela mai consolatorio o indulgente, non lesina l’approfondimento critico sul comune senso del pudore e si spinge ad analizzare tanto la precoce stanchezza del vivere di un giovane insegnante di provincia, quanto le brutture fisiche delle torture subite da una donna coraggiosa, imprigionata per le proprie idee; ripercorre senza parsimonia i momenti di smarrimento di una moglie e madre, abbandonata ad un destino inconsapevole, e insieme indaga con maestria la determinazione di un manipolo di uomini, medici, soldati, combattenti, che tentano di sopravvivere agli smottamenti di un intero Paese in disfacimento.

Sorrette dalla mai estinta metafora dell’elastico, che vuole l’essere umano impiegato costantemente in una fuga volontaria da quell’io più profondo, da quel chiodo rugginoso che lo attanaglia fin dalla nascita e che non lo lascia mai allontanare veramente dal baricentro più fisso delle proprie radici, pena l’immancabile rottura di ogni plausibile equilibrio, così le esistenze trasposte sulla pagina da Davide Orecchio si sconquassano in maniera ineluttabile, siano i protagonisti anziani o bambini, sognatori ingenui o materialisti impenitenti, secondini disperati o poetesse sofferenti.

Per tutti loro, e per tutti gli Stati di grazia, si esprime il furore incontinente di una scrittura autoriale che nasce libera, e che si rigenera costantemente, partendo da episodi oltraggiosi e claustrofobici, e che costantemente spera e ricerca e infine riesce a martellare, pagina dopo pagina, il suo stesso chiodo, il suo stesso, intimo e profondo, sentimento di libertà.

Davide Orecchio
Stati di grazia
il Saggiatore, 2014, pp. 312
€ 16,00