Toujours Charlie?

UNO SPECIALE SULLA RÉPUBLIQUE E CHARLIE CON TESTI DI BADIOU - INGLESE – DONAGGIO – BUFFONI – RAKHA – GALLO LASSERE

A un mese dagli eccidi di Parigi, abbiamo voluto ritornare sul dibattito che ad essi è seguito. Lo abbiamo fatto raccogliendo alcune voci e concentrandoci su alcuni aspetti, convinti non solo che non sia facile dare una lettura univoca di quegli eventi, ma che non sia neppure necessario. In Francia, intanto, analisi e discussioni continuano, e non solo su legislazioni antiterrorismo e sul potenziale nemico interno, ma anche sulla segregazione sociale e razziale che mina la République ben più in profondità degli occasionali massacri realizzati da un piccola minoranza di adepti dell’idiozia e del fascismo di marca religiosa.
Andrea Inglese

IL ROSSO E IL TRICOLORE
Alain Badiou

Oggigiorno, il mondo è totalmente investito dal capitalismo globale, sottomesso ai dettami dell’oligarchia internazionale e asservito all’astrazione monetaria come unica figura riconosciuta dell’universalità. Viviamo in un periodo di transizione molto difficile, che separa la fine della seconda tappa storica dell’Idea comunista (la costruzione indifendibile, terrorista, di un “comunismo di Stato”) dalla terza tappa (il comunismo come realizzazione politica, adatta al reale, dell’“emancipazione dell’umanità intera”). In questo contesto, si è insediato un mediocre conformismo intellettuale; una sorta di rassegnazione al contempo lamentevole e soddisfatta, che accompagna l’assenza di ogni futuro altro, ovvero la ripetizione dispiegata di ciò che già c’è.
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NOTE SU IO SONO CHARLIE E IL SUO CONTRALTARE
Andrea Inglese

Sei Charlie o non sei Charlie? In definitiva, parrebbe sia questa la forma logica, in cui si è espressa la nostra esperienza degli attentati di Parigi, nel corso dei quali sono state ammazzate tra il 7 e il 9 gennaio venti persone, venti cittadini francesi, inclusi i tre attentatori. L’elaborazione del trauma si è concentrata, ad un certo punto, sulla necessità di identificarsi o meno con Charlie Hebdo.
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COMPAGNI DI NIENTE
Enrico Donaggio

Ho passato una giornata intera attaccato al computer come a un polmone d'acciaio, seguendo l'evolversi dei “fatti di Parigi”, un brutto personaggio di un brutto film di Altman. Mi sono preoccupato per gli amici che vivono in quella città, che sento anche un po' mia. Ho avvertito la violenza di un colpo che questa volta toccava noi, quelli più o meno come me, di cui qualcosa mi importa.
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DA CHARLIE A ADONIS
Franco Buffoni

La reazione della popolazione francese mi è parsa più sotto il segno dell’orgoglio ferito, anche territorialmente, che non della fredda rivendicazione di laicità e di libero pensiero. Tuttavia, mi sembra evidente che la mentalità comune francese, quanto a laicismo, ad abbandono del cattolicesimo, abbia una cinquantina d’anni di vantaggio rispetto a quella italiana. La Vandea, è vero, è sempre in agguato - e lo ha ben dimostrato due anni fa con l’avversione al mariage pour tous - ma è fortemente minoritaria.
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CHI C... È CHARLIE
Youssef Rakha

Il solo pensare di contribuire al dibattito su Charlie Hebdo è di per sé problematico. È problematico perché, sia in quanto tragedia pubblica sia in quanto difesa della libertà creativa, questo evento ha assunto proporzioni gigantesche. È problematico perché si è trattato di un tutti-contro-tutti moralistico: esprimere solidarietà significa trascurare il contesto, abdicare al senso della tua relazione con la vittima “oggetto” del consenso e, in ultimo, diventare un hashtag.
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OLTRE CHARLIE
Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie.
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Oltre Charlie

Davide Gallo Lassere

Questo testo si propone una rassegna parziale delle analisi più interessanti prodotte durante queste settimane in Francia al fine di orientarsi nei recenti fatti di Parigi. Sebbene questi ultimi si prestino a essere osservati da una pluralità di prospettive, la domanda prioritaria da porsi mi pare quella concernente i processi di soggettivazione che hanno condotto a tali deviazioni identitarie. Didier Fassin, professore a Princeton e autore di un importante studio antropologico sul ruolo della polizia nei quartieri popolari, non ha dubbi al riguardo: è la stessa società francese – con le sue politiche urbane, sociali e scolastiche, oltre a quelle securitarie e penitenziarie – ad aver generato ciò che essa ritiene un’infame mostruosità (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/notre-societe-a-produit-ce-qu-elle-rejette-aujourd-hui-comme-une-monstruosite-infame_4557235_3232.html).

Sulla stessa lunghezza d’onda un articolo firmato da diversi intellettuali di rilievo e comparso su Le monde del 15 di gennaio (http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/01/15/non-a-l-union-sacree_4557288_3232.html): l’empatia nei confronti di chi è comprensibilmente sceso in piazza in occasione dell’importante manifestazione di domenica 11 non può infatti cedere al misconoscimento del razzismo strutturale e quotidiano congenito alla République (l’autentica religione della Francia, secondo gli Indigènes de la république: http://indigenes-republique.fr/charlie-vu-par-les-arabes-et-les-noirs-des-quartiers/#_ftnref3) né, tantomeno, deve impedire di criticare la scandalosa strumentalizzazione da parte di media e governo del sisma affettivo scatenatosi in seguito agli assassinii.

A tal proposito, Erik Fassin (http://blogs.mediapart.fr/blog/eric-fassin/190115/pour-le-droit-linsolence) ricorda con triste ironia il paradosso vagamente ipocrita dell’union nationale radunatasi a celebrare la libertà d’espressione e il diritto di blasfemia proprio in concomitanza con l’inizio del processo al rapper Saïdou Z.E.P. e al sociologo e militante Saïd Bouamama per aver scritto in un libro (http://www.zep-lesite.com/v02/Nique_la_France.pdf) e in una canzone (https://www.youtube.com/watch?v=KdA2j4oU7v8) nique la France (fotti la Francia).

Ciò detto, se è senz’altro vero che le reazioni e le passioni politiche predominanti nelle settimane successive all’attento si sono indubbiamente sottratte al razzismo aperto, immediato e diretto (riproponendo in vari modi i motivi ideologici di fondo della République: universalismo dell’assimilazione, laicità e il trittico liberté-égalité-fraternité), non va però taciuto l’indurimento degli attacchi islamofobi, sia di stampo simbolico (http://paris-luttes.info/charlie-le-bal-des-vautours-2399) che materiale (http://paris-luttes.info/deferlante-raciste-et-islamophobe-2397).

Uguale discorso per tutta una serie di provvedimenti disciplinari che lasciano chiaramente trasparire un’inquietante deriva securitaria, dal diffondersi delle denunce per “apologia di terrorismo” fino alla creazione (e all’abuso scriteriato durante queste prime settimane: http://tempsreel.nouvelobs.com/charlie-hebdo/20150205.OBS1768/video-apologie-du-terrorisme-ahmed-8-ans-donne-sa-version.html) dei procedimenti di segnalazione dei giovani potenzialmente devianti annunciati da Manuel Valls nel suo discorso poco edificante all’Assemblée Nationale di martedì 13 gennaio (http://www.rfi.fr/france/20150113-lutte-antiterroriste-mesures-annoncees-manuel-valls-assemblee-nationale/).

Come ricorda Frédéric Lordon col consueto acume (http://blog.mondediplo.net/2015-01-13-Charlie-a-tout-prix), lo slogan Je suis Charlie è infatti irto di trappole e foriero di molte contraddizioni. È per questo che vorrei concludere ricordando l’impennata dell’intolleranza antimusulmana e antisemita in Francia e l’accresciuta banalizzazione dei sentimenti xenofobi, riportando i dati di una significativa ricerca qualitativa e quantitativa effettuata dalla Commissione nazionale consultativa dei diritti dell’uomo (http://www.ladocumentationfrancaise.fr/rapports-publics/144000199-la-lutte-contre-le-racisme-l-antisemitisme-et-la-xenophobie-annee-2013).

Se si vogliono combattere le condizioni di possibilità degli atti terroristici del 7 e del 9 di gennaio è da qui che bisogna partire, come evidenziato con grande lucidità su Mediapart (http://blogs.mediapart.fr/edition/les-invites-de-mediapart/article/210115/qu-est-ce-que-ca-fait-d-etre-un-probleme) da Chadia Arab, Ahmed Boubeker, Nadia Fadil, Nacira Guénif-Souilamas, Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, Nasima Moujoud, Nouria Ouali e Maboula Soumahoro.

alfadomenica maggio #3

FUMAGALLI sul REDDITO -- SCOTINI e DINLENMIS su DISOBEDIENCE -- BIANCHI Video -- GUIDA Poesia – CAPATTI Ricetta**

CHI DI PRECARIETÀ FERISCE
Intervista ad Andrea Fumagalli di Davide Gallo Lassere

Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi.
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TUTTO VA BENE! DISOBEDIENCE A ISTANBUL
Conversazione tra Marco Scotini e Cem Dinlenmis

L’esposizione Disobedience Archive arriva a Istanbul in coincidenza con l’anniversario degli eventi di Gezi Park. In un clima molto mutato in cui le tracce fisiche dei giorni fatidici del giugno 2013 sono rimaste sempre meno, la resistenza perdura sotto una repressione sempre maggiore.
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PAESANI SOVVERSIVI - Video

«La gambe del Felice» di Sergio Bianchi (DeriveApprodi, 2014), il primo romanzo Abarth della storia della letteratura italiana contemporanea. Video della presentazione ad Acrobax (Ex Cinodromo)
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A OGNI PASSO DEL SEMPRE - Poesia
Alfonso Guida

C’è una breve macchia intorno alla testa –
breve come uno spavento. Stellata
ghirlanda di spine calve, il tuo minimo
soffio, le perdizioni anchilosate..
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LE FRAGOLE... COME? - Ricetta
Alberto Capatti

Come condire altrimenti le fragole? Ada Boni considera la risposta a questa domanda, conclusiva, e prima di mettere la parola fine al suo Talismano, si pronuncia così: “Generalmente le fragole si condiscono con vino, rosso o bianco e zucchero. Anche eccellenti sono con marsala e zucchero.
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ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Chi di precarietà ferisce

Intervista di Davide Gallo Lassere ad Andrea Fumagalli

DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

In queste due interpretazioni, la trappola della precarietà può essere eliminata se viene applicata una politica economica adeguata. Oggi, tuttavia, la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, eliminabile solo attraverso un drastico cambiamento delle dinamiche del mercato del lavoro. La trappola della precarietà, soprattutto nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull'idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. In un noto saggio sulle origini politiche della disoccupazione, Kalecki sostiene che in un sistema di relazioni industriali può essere conveniente per la classe imprenditoriale rinunciare all'ottimizzazione del profitto (che si otterrebbe se si perseguisse la piena occupazione) per creare volutamente un bacino di disoccupazione con lo scopo di ridurre il potere contrattuale dei sindacati.

Questa ipotesi ha senso se la distinzione tra tempo di lavoro e non-lavoro (cioè tra occupati e disoccupati) fosse chiara e precisa, come nel periodo fordista. Ma oggi, nell’era del bio-capitalismo cognitivo, tale distinzione è sempre meno netta e il controllo tende sempre più a basarsi sul ricatto del reddito e sulla individualizzazione gerarchica del rapporto di lavoro. Ecco uno dei principali motivi per cui la condizione di precarietà è ormai generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione precaria, percepita in modo differenziato da individuo a individuo, che nutre e definisce il nuovo esercito industriale di riserva: un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all'interno.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un certo grado di precarietà (al punto che è utile alimentarla, e ciò descrive in toto la filosofia politica alla base delle recenti riforme del mercato del lavoro, Jobs Act in testa) così come nel periodo fordista non era "conveniente" raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l'attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche.

In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

Infine, occorre ricordare che la trappola della precarietà non ha nulla a che vedere con la trappola della povertà. Quest’ultima è “un meccanismo auto-rinforzante che causa la povertà a persistere”. Se persiste, di generazione in generazione, la trappola comincia a rafforzarsi, a meno che non si prendano provvedimenti per interromperne il ciclo. Nella letteratura tradizionale, la trappola della povertà descrive una condizione strutturale da cui le persone non possono liberarsi nonostante i loro sforzi, ed esprime un concetto differente dalla "trappola della disoccupazione". Quest’ultimo concetto fa riferimento al fatto che la presenza di sussidi alla disoccupazione possa incentivare l’individuo disoccupato a rimanere tale piuttosto che cercare l’inserimento nel mercato del lavoro. Una delle critiche più comuni all'ipotesi del reddito di base ha a che fare proprio con la persistenza della trappola della disoccupazione: il pagamento di un sussidio per i disoccupati potrebbe razionalmente indurre a rimanere disoccupati, riducendo la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente diminuzione di efficienza del sistema economico.

Pertanto, un’ampia letteratura mainstream cerca di dimostrare come un aumento delle prestazioni di welfare, soprattutto quando incondizionata (come afferma la definizione corretta del reddito di base), è una delle cause della disoccupazione volontaria, che incide negativamente sull’equilibrio economico. Ancora una volta, però, i risultati empirici sono controversi. Oggi, a fronte di una situazione di precarietà strutturale, questo tipo di ragionamento è quasi irrilevante. La presunta inefficienza, infatti, non risiede più nel divario tra la scelta di lavorare e quella di non lavorare, ma tra un lavoro precario e un lavoro desiderato. E il lavoro desiderato presenta sicuramente un grado di efficienza maggiore. Se nel bio-capitalismo cognitivo la vita, direttamente o indirettamente, è messa al lavoro e quindi a valore, il concetto di disoccupazione cambia radicalmente. Oggi il disoccupato non è più colui che è inattivo, nel senso di improduttivo (da un punto di vista capitalistico), ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata come tale e, di conseguenza, non remunerata.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza poteva avere un senso (se lo aveva) in epoca fordista. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

DGL: Non si tratta, però, di far girare all’indietro le ruote della storia alla ricerca di una perduta sicurezza del posto fisso, ma di combattere dentro alla precarietà contro la precarietà, lottando per un diritto alla scelta del lavoro piuttosto che per un diritto al lavoro tout court…

AF: Spesso viene avanzata l’idea che per contrastare la diffusione della precarietà sia necessario ripristinare condizioni di lavoro stabile. Di fatto, si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna la condizione precaria tramite un intervento legislativo che abroghi le diverse leggi di riforma del mercato del lavoro, via via introdotte a partire dal pacchetto Treu sino alla legge 300, alla riforma targata Monti-Fornero e, oggi, al Jobs Act di Renzi. Che in Italia ci sia un abuso della precarietà anche laddove non sarebbe necessario è oggi sempre meno messo in discussione. Ma una simile prospettiva di azione rischia di essere inadeguata e soprattutto impraticabile, perché non tiene conto delle mutate condizioni, non solo contrattuali ma anche qualitative, della prestazione lavorativa a seguito delle trasformazioni strutturali e tecnologiche nell’organizzazione del lavoro.

La tematica del lavoro come bene comune è stata proposta cercando di porre la centralità del lavoro, comunque condizionato alle esigenze dell’accumulazione capitalistica, come perno per una politica di crescita dell’economia italiana. La proposta della Cgil nell’ultimo congresso di un piano nazionale per il lavoro va appunto in questa direzione. Eppure, mi sembra una soluzione anacronistica, che non guarda davvero al futuro.

Che la precarietà possa ridursi facendo appello a improbabili politiche della crescita (che si vorrebbero fare, come dice il nuovo governo Renzi-Poletti, incrementando la precarietà!) o semplicemente a interventi sul piano giuridico, che prevedano l’abolizione di alcune tipologie contrattuali atipiche, non pare molto probabile e rischia di essere una pura illusione, nella migliore delle ipotesi, se non pura demagogia, nella peggiore.

A tale riguardo, oggi è in atto una politica economica che possiamo definire dei due tempi. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: da un lato lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità), dall’altro la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva acquisire sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai commons (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che l’eccessiva rigidità del lavoro sia la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà il principale responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

DGL: In che misura il reddito di base incondizionato potrebbe invece scardinare tale logica?

AF: Il prevalere oggi di economie di scala dinamiche (di apprendimento e di relazione) come fonte della produttività e della ricchezza ci porta a credere che sia prioritario pensare a un nuovo sistema di sicurezza sociale (commonfare) quale punto di partenza per riorganizzare il mercato del lavoro.

Per fare ciò occorre rovesciare completamente la logica dei due tempi dell’attuale politica economica. Il primo tempo dovrebbe essere costituito da interventi finalizzati a garantire non solo la stabilità di lavoro (laddove è necessaria) ma soprattutto la stabilità di reddito e la sicurezza sociale, in modo da migliorare la capacità produttiva, incrementare la domanda, favorire i processi di apprendimento e di rete per accrescere la produttività, creando così condizioni più favorevoli per gli investimenti (non occorre essere economisti per comprendere che gli investimenti sono funzione più delle aspettative sulla domanda futura che di quelle sul livello presente dei profitti o delle rendite percepite).

In quest’ottica, l’Italia ha bisogno di secur-flexibility più che di flex-security, soprattutto se quest’ultima è tracciata dalle linee guida del Jobs Act, che prevede l’istituzionalizzazione di un contratto a tempo determinato come contratto di riferimento per tutti (ad alto grado di ricattabilità e subalternità del lavoratore), un contratto di apprendistato per i giovani a medio-bassa qualifica trasformato in contratto di inserimento a bassi salari e vantaggioso fiscalmente per le imprese, e lavoro di stage o volontario per i giovani a medio-alta qualifica, in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro con contratti a termini (la cd. “garanzia giovani). L’istituzionalizzazione di una condizione precaria strutturale, generale ed esistenziale è esattamente ciò che non ci vuole.

Ciò di cui abbiamo invece bisogno per ridurre e combattere la precarietà, è un reddito di base incondizionato come strumento, primus inter pares, per mettere a nudo le contraddizioni dell’attuale stagnante accumulazione economica. Che la proposta di un welfare fondato su un unico intervento di sostegno al reddito venga ritenuta politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale non stupisce più di tanto, anche se garantire un reddito stabile aiuterebbe la crescita della produttività e della domanda di consumo (quindi, in ultima analisi, anche del profitto). Il vero problema è che una regolazione salariale basata sulla proposta di reddito di base incondizionato (magari unita a un processo di accumulazione fondato sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) mina alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la necessità del lavoro e la ricattabilità di reddito come strumento di dominio e controllo, oltre alla violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).

Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi. La posizione contraria a qualsiasi proposta di reddito di base da parte dei sindacati deriva invece da due principali fattori: da un lato, buona parte del sindacato italiano (non solo quello confederale ma anche quello di base) è ancora fortemente imbevuta dell’etica del lavoro e accetta difficilmente di dare un reddito a chi non lavora, soprattutto se incondizionato e non finalizzato all’inserimento lavorativo; dall’altro, viene visto con preoccupazione il fatto che il reddito di base possa influire negativamente sulla dinamica salariale (effetto sostituzione) e ridurre gli ammortizzatori sociali.

Riguardo al primo punto, la posizione dei sindacati, non dissimile da quella delle controparti, rispecchia il ritardo – sia culturale sia politico – con cui le forze sociali prendono atto dei cambiamenti intervenuti nel passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo. L’idea che bisogna guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte rispecchia l’ideologia del lavoro, sino a declinarsi nella “falsa” parole d’ordine di “lavoro bene comune”.

Il secondo punto pone invece una questione più importante. Il rischio che l’introduzione di un reddito di base possa indurre una riduzione dei salari è effettivamente reale. Per questo una simile misura deve essere accompagnata dall’introduzione in Italia di una legge che istituisca il salario minimo, ovvero stabilisca che un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa cifra, a prescindere dal lavoro effettuato. Inoltre, occorre anche considerare che la garanzia di reddito diminuisce la ricattabilità individuale, la dipendenza, il senso di impotenza di lavoratori e lavoratrici nei confronti delle imprese.

Richiedere un reddito minimo è la premessa perché i precari, i disoccupati e i lavoratori con basso salario possano sviluppare conflitto sui luoghi di lavoro. Oggi il ricatto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, senza nessun tipo di tutela, è troppo forte. Il reddito, unito a garanzie contrattuali dignitose e a un salario minimo, renderebbe tutti meno ricattabili e quindi più forti. E permetterebbe di chiedere il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e contrattuali.

 

alfadomenica marzo #5

GALLO LASSERE e VAN PARIJS – STAID e PEZZONI – GENTILUOMO Poesia – COMPAGNIA DELLA FORTEZZA Video – CAPATTI Ricetta *

IL REDDITO DI BASE COME CAMPO DI BATTAGLIA
Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI).
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SUL REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO
Intervista a Philippe Van Parijs a cura di Mouvements
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LA CITTÀ SRADICATA
Intervista di Andrea Staid a Nausica Pezzoni

Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti al primo approdo affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell’osservazione di chi inizia ad abitarli.
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PROMENADE & WELTANSCHAUUNG - Poesia
Paolo Gentiluomo

e magari fosse stato quel giorno davvero
che insieme e altrove le lingue si fusero
di Karl Popper e Moana Pozzi e m’alleo con loro
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LIBERI DI CREARE - Video
I 25 anni della Compagnia della Fortezza
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MILLE RICETTE QUASI UGUALI - Ricetta
Alberto Capatti

Abbiamo dunque scelto una ricetta pitagorica. la ricetta è un omaggio ai lettori di alfabeta con una precisazione, domanda più lettere che talento culinario. Eccola.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il reddito di base come campo di battaglia

Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI). Da diversi anni ormai il RBI costituisce un argomento che sostanzia il dibattito in seno ai movimenti sociali e alla forze critiche – di diverso orientamento – ancora presenti nelle cerchie accademiche. Da un lato, infatti, si sono progressivamente consolidate delle reti nazionali e internazionali che promuovono istanze atte a salvaguardare un accesso a beni e servizi indipendente dalla quantità e dal tipo di prestazioni fornite, su tutti il Basic Income Earth Network .

Dall’altro, invece, la questione del reddito attraversa numerosi campi del sapere e delle pratiche: dalla filosofia sociale ed economica alle scienze politiche, passando per la sociologia, l’antropologia, l’economia politica e le politiche economiche. In Italia, tuttavia, a differenza di altri contesti nazionali, tale problematica stenta a trovare lo spazio politico e intellettuale che le spetta. Peggio ancora: in violazione alle normative vigenti, l’Italia costituisce la sola nazione europea insieme a Grecia e Ungheria a non prevedere ancora alcuna forma di sostegno diretto al reddito, incappando in sanzioni pecuniarie.

Erogato a chiunque sotto forma di un versamento regolare di denaro, senza nessuna contropartita in cambio, il RBI si caratterizza dunque come un vettore concreto per una riforma del welfare all’altezza delle trasformazioni concernenti il nuovo mondo del lavoro – via via più immateriale, precario e fondato sulla conoscenza e la produzione cooperativa di ricchezza a monte e a valle dell’attività svolta nei confini ristretti del luogo e del tempo di lavoro. Il RBI può così essere considerato come un dispositivo di liberazione del lavoro, nel senso soggettivo e oggettivo del genitivo.

Esso contribuisce a creare delle condizioni lavorative migliori, diminuendo la pressione della costrizione monetaria, ma offre anche un appoggio materiale a chi desideri ritagliarsi maggiori margini di vita aldilà di questa sfera. Il RBI si rivela non soltanto un mezzo finalizzato a supportare una flessibilità attiva, che facilita il potere di negoziazione dei salariati e la ricerca di un lavoro. Ma si caratterizza inoltre come una forma di riconoscimento, sociale e monetaria, di tipo extra-lavorativo, in quanto non limita l’inclusione nella vita collettiva alla sola partecipazione al mercato del lavoro.

Il RBI risulta un veicolo di attenuazione della costrizione salariale - ossia di lotta contro lo sfruttamento, la povertà assoluta e l’esclusione) - ma, anche, uno strumento di risocializzazione dell’economia, di imbrigliamento delle logiche finanziarie e, quindi, di riequilibrio delle ricchezze e di riduzione delle diseguaglianze più clamorose. Leva fondamentale per una democratizzazione dell’economico, l’implementazione di un consistente RBI può costituire un viatico decisivo per riconfigurare i modelli stessi di organizzazione e produzione di ricchezza, promuovendo un immaginario e una tipologia di relazioni e di istituzioni sociali lontani dall’utilitarismo economicistico e dalle logiche concorrenziali del neoliberalismo.

Nelle interviste che seguiranno cercheremo perciò di affrontare tale tematica sotto una molteplicità di punti di vista e di aspetti, al fine di restituirne l’importanza cruciale, sia teorica che politica. Tramite l’apporto di studiosi e di attivisti italiani e stranieri, tenteremo di indagare la legittimità etico-economica del RBI così come diverse modalità applicative, rintracceremo delle ricostruzioni genealogiche e proporremo delle critiche di certe interpretazioni. Ne vaglieremo la complementarietà o l’incompatibilità con altre rivendicazioni, e presenteremo differenti esperienze concrete sparse in giro per il mondo, tanto a livello urbano che regionale e nazionale.

Consci che il RBI costituisca una campo di battaglia attraversato da controversie interne e osteggiato da avversari esterni, oltre che da una nutrita schiera di compagni di strada, e convinti che rappresenti un punto attorno a cui si giocheranno delle partite presenti e future estremamente significative, intendiamo sottolineare l’urgenza culturale, politica e socioeconomica di tale istanza.

Leggi l'intervista a Philippe Van Parijs