Interférences # 17 / “Leggete Karl Marx”: una cartografia

Frédéric Montferrand

traduzione di Davide Gallo Lassere e Andrea Inglese

(Si vuole dare il politico per morto, soprattutto in Italia. Intanto arriva la politica dei morti viventi, che riesumano ossame ideologico che pensavamo ormai polverizzato. D’altra parte, in Francia e nel Regno Unito, ma non solo, il marxismo è ancora un crocevia fondamentale per la formazione di generazioni che hanno voglia di comprendere come funziona e come si può cambiare il mondo a partire dai rapporti di dominazione e sfruttamento. Pubblichiamo questo articolo apparso sul numero speciale di Le Monde, collezione “Une vie, une œuvre”, Karl Marx, l'irréductible, edizione 2018. A. I.)

In un’intervista accordata alla rivista Elle nel maggio 2017, Emmanuel Macron dispensava ai “giovani” un consiglio saggio: “Leggete Karl Marx”. Più politicizzati dal movimento contro la “Loi Travail” che dalla comunicazione di “En Marche” (il partito lanciato da Macron; n. d. t.), i giovani francesi in questione non si aspettavano tanto da parte di Macron. Ciononostante, non si può non constatare come abbiano finito per seguire il consiglio del nuovo Presidente ben oltre le sue più rosee speranze. Dai seminari auto-organizzati ai gruppi di lettura, passando per diversi collettivi editoriali, blog e riviste, l’opera di Marx è infatti oggetto di usi variegati e vivaci, senz’altro favoriti dal fatto che - oggigiorno - nessun apparato politico può più pretendere di esercitare su di essa una qualsivoglia egemonia.

Sarebbe tuttavia troppo facile attribuire tale riscoperta d’interesse per l’opera di Marx e dei suoi successori alla casualità del calendario. Di fatto, il bicentenario della nascita dell’autore del Capitale, che segue di un anno il centenario della rivoluzione russa e che coincide con il cinquantesimo anniversario del Maggio ’68, sta dando luogo a numerosi eventi che forniranno l’occasione per saggiare la ricchezza dei marxismi contemporanei (per i dettagli di tali eventi marx2018.hypotheses.org). Ma la riscoperta d’interesse di cui è oggetto attualmente l’opera di Marx s’iscrive in un movimento più profondo di contestazione del capitalismo provocato dalla crisi economica del 2008 e dal nuovo ciclo di lotte sociali che l’ha accompagnata. Sulle piazze di Il Cairo, di Madrid, di Atene, di New York o di Istanbul si esprime infatti il bisogno di strumenti intellettuali che permettano al contempo di cogliere le tendenze profonde dell’economia mondiale e di orientarsi politicamente in una congiuntura in costante mutamento. Ora, una delle caratteristiche del marxismo consiste nel tenere assieme la comprensione totalizzante dei fenomeni sociali e l’intervento pratico nella contingenza storica. Tenendo a mente tale caratteristica, si possono classificare le ricerche contemporanee su Marx e il marxismo in due grandi categorie: quelle restitutive e quelle attualizzanti.

La prima categoria riunisce l’insieme dei lavori che mirano a restituire la complessità dell’opera del teorico e militante rivoluzionario tedesco, aldilà delle caricature che ne sono state fatte, anche in seno al marxismo. Le ricerche condotte dall’équipe internazionale della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), che ha recentemente pubblicato l’integralità dei canovacci e manoscritti del Capitale, sono particolarmente rappresentative di questa prima categoria. Ma si possono ugualmente ravvisare molteplici commenti al Capitale che ambiscono a rendere accessibile a un largo pubblico i grandi temi della critica marxiana dell’economia politica (Cfr. in particolare l’opera del geografo inglese Davide Harvey, Introduzione al Capitale, La casa Usher 2014, e quella del ricercatore tedesco Michael Heinrich, An introduction to the three volumes of Karl Marx’s Capital, non disponibile in italiano). A tal proposito, gli sforzi svolti in Francia dalle Éditions Sociales e dalla Grande Édition Marx et Engels (GEME) mettono a disposizione del lettore francofono un’edizione critica completa delle opere di Marx.

La seconda categoria raccoglie diverse ricerche che mirano ad attualizzare la portata critica dei concetti marxiani nel contesto contemporaneo. I lavori realizzati dal gruppo della rivista Actuel Marx – alla quale si deve la difesa di un polo di discussione marxista nell’università francese – sono particolarmente rappresentativi di questa tendenza. La rivista in effetti accoglie articoli accademici che ambiscono a rinnovare la grammatica teorica elaborata dall’autore del Capitale, mettendola a confronto con altre tradizioni intellettuali e con dei nuovi oggetti. E si fa così cassa di risonanza di una discussione internazionale sulle modalità di rinnovamento del marxismo che si realizza soprattutto in lingua inglese. Svincolati dal peso che poteva rappresentare in Germania, in Francia o in Italia, il passato stalinista dei Partiti comunisti, ma continuando ad attingere riferimenti presso autori che a quelle organizzazioni erano affiliati (Antonio Gramsci, Georg Lukács, Louis Althusser, Mario Tronti), gli intellettuali anglosassoni hanno effettivamente prodotto dei lavori originali in ambiti di ricerca che oggi ancora non vengono spontaneamente associati al marxismo: l’ecologia politica, l’estetica, la geografia urbana, le teorie critiche del razzismo, il femminismo, la teoria queer e le questioni relative alla sessualità. Bisogna sottolineare a questo proposito il ruolo di catalizzatore svolto dalla rivista inglese Historical Materialism, che organizza una conferenza annuale dove, per quattro giorni, una giovane generazione di ricercatori e militanti si accalca per ascoltare interventi tecnici sulla caduta tendenziale del tasso di profitto o sulle mutazioni contemporanee dell’industria culturale. La collezione curata dalla rivista preso la casa editrice Brill e Haymarket costituisce a oggi la fonte d’informazione più ricca sulla storia e l’attualità del marxismo.

Ciò che comunque caratterizza la situazione attuale è che il lavoro realizzato da riviste quali Actuel Marx o Historical Materialism si trova raddoppiato e arricchito dalla moltiplicazione d’iniziative editoriali autonome e extra-accademiche. Negli Stati Uniti, la rivista Jacobin, gode ormai di un’autentica visibilità giornalistica e politica. Più radicale nei suoi riferimenti, la rivista Viewpoint ha saputo dal canto suo utilizzare le risorse che offre Internet per proporre dei numeri tematici, la cui ampiezza e precisione sono tali che nessun editore si arrischierebbe più a pubblicarli. Assieme alla rivista Endnotes, essa testimonia del pubblico internazionale, di cui godono oggi certe tematiche eterodosse derivate dall’operaismo italiano, dalla critica tedesca del valore o dalle correnti francesi della communisation (Cfr. su questo punto i numeri della rivista Théorie communiste). Queste riviste inoltre esibiscono una cura estetica che rompe con l’aspetto malandato delle tradizionali pubblicazioni dell’estrema sinistra. Per trovare degli equivalenti francesi, bisogna fare riferimento alla rivista Période. Due volte a settimana questa rivista in rete propone articoli originali, interviste o traduzioni nelle quali le grandi correnti della tradizione marxista sono confrontate con i dibattiti teorici contemporanei. Période s’inscrive a questo titolo nel più ampio arcipelago delle pubblicazioni indipendenti, tra le quali bisogna citare le riviste Contretemps o Ballast, i siti Internet Palim-Psao o Plateforme d’enquête militante così come le case editrici quali Entremonde, Smolny, Syllepse, La Fabrique, Amsterdam, La Tempête, Eterotopia, La Dispute, Lux, La Ville brûle o Libertalia.

Il materiale intellettuale proposto da questi differenti collettivi resterebbe nonostante tutto lettera morta se non venisse discusso durante seminari, convegni e gruppi di lettura che costituiscono i veri spazi di auto-formazione nei quali si elabora l’intelligenza critica del presente. Se alcuni di questi spazi godono d’affiliazioni universitarie – si pensi in particolare al seminario “Marx nel XXI secolo” animato alla Sorbonne dal rimpianto Jean Salem o alle attività del laboratoro “Sophiapol” dell’università di Nanerre – si assiste in ogni caso questi ultimi tempi a uno spostamento della produzione teorica e della discussione politica al di fuori delle frontiere dell’università. La rivista Période organizza così dei gruppi di lettura a Parigi, a Strasburgo e Grenoble, dove ognuno può presentare e discutere un testo pubblicato sul sito della rivista. Quanto al “Gruppo di Ricerca Materialista”, che pubblica i Cahiers du GRM, porta avanti un lavoro d fondo sull’eredità intellettual dei movimenti operai e studenteschi europei. Più ancorato nella congiuntura, il seminario Conséquence offre uno spazio di auto-riflessione critica nei confronti delle nuove forme di radicalità emerse in occasione del movimento contro la “Legge sul lavoro”. (Si fa qui riferimento ai movimenti di contestazione emersi a partire dal marzo 2016 contro la legge promossa dalla Ministra del Lavoro Myriam El Khomri, durante il secondo governo Walls. N. d. t.) Ma è senz’altro il seminario “Letture di Marx”, organizzato una volta al mese all’École Normale Supérieure, che mostra la più bella longevità. Da quasi più di dieci anni, questo seminario autogestito riunisce un centinaio di giovani partecipanti intorno ai testi di Marx o alle problematiche marxiste. Sottolineiamo per finire le diverse sensibilità che si esprimono in questi spazi trovano nei convegni Penser l’émancipation una vasta piattaforma di confronto e di elaborazione collettiva.

Si avrebbe ovviamente torto se da una lettura di tale cartografia si concludesse che il riferimento marxiano è divenuto dominante nello spazio pubblico. Ma, nel momento in cui l’università ha avviato una riforma che rischia fortemente di accentuarne il carattere inegualitario e in cui il dibattito politico si trova sempre più polarizzato intorno a tematiche reazionarie, si troverà qualche conforto nel fatto che cento fiori sboccino, che cento scuole siano nuovamente in competizione nel campo culturale dei marxismi.

Speciale / Francia 2017

Elections présidentielles 2017 France-1Nello Speciale:

  • Andrea Inglese, Meditazione sull’elettore incompetente
  • Davide Gallo Lassere, Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail
  • Jamila Mascat, Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

 

 

Meditazione sull’elettore incompetente

Andrea Inglese

PrintSiccome è appurato che, con la società liquida, anche l’elettorato diventa liquido, e tutto va verso la magnifica fluidità iper-moderna, anche e soprattutto le credenze, in ispecie quelle politiche che consolidavano i comparti elettorali con la loro auspicata corrispondenza tra interessi di classe e espressione di voto, siccome tutto questo vecchio mondo, psico e socio-rigido si sfalda, qualcuno lamenta una generale impreparazione dell’elettorato. L’elettorato, oggi più che mai, improvvisa e in modo approssimativo. Questa diseducazione è funesta alla democrazia, come la storia europea ha ampiamente dimostrato, con l’idiozia di quei tedeschi che nel 1933 votarono Hitler, per poi pentirsene al più tardi il 7 maggio del 1945, ossia il giorno della resa incondizionata della non più grande Germania. In questa fase di populismi ribollenti, il richiamo a una maggiore compostezza dell’elettorato è un atto di buona volontà democratica. Su questo non ci sono dubbi. Ce ne sono invece enormi su come condurre l’elettorato cialtrone, a una chiaroveggenza sui limiti entro i quali una democrazia può ancora più o meno funzionare. Questo discorso, ovviamente, non vale per coloro che considerano la democrazia parlamentare non tanto una pura forma in attesa di un’eventuale sostanza, ma semplicemente una carnevalata non degna d’interesse per chi sta lavorando attivamente alla rivoluzione anti-capitalistica. È anche vero, d’altra parte, che se si prendesse la democrazia alla lettera, essa costituirebbe probabilmente il caso di un regime che non ha bisogno di rivoluzioni per modificare radicalmente le proprie istituzioni e migliorare realmente le condizioni di vita della maggioranza dei propri cittadini. Una democrazia benintesa e ben funzionante, infatti, dovrebbe integrare nella sua esistenza ordinaria il principio di una critica radicale nei confronti di se stessa, e nello stesso tempo, come ha mostrato Cornelius Castoriadis, il principio di un auto-limitazione, dal momento che nulla costringe l’ordine sociale umano (né la natura né le leggi della storia) se non quest’ordine stesso.

Ma torniamo con i piedi per terra, alle elezioni francesi, in un regime democratico che funziona, da tempo, come un’oligarchia tronfia, e che potrebbe ritrovarsi un presidente di estrema destra come Marine Le Pen, scelta da un elettorato bue, che s’immagina così di risolvere il male neoliberale che lo minaccia nella sua vita di ogni giorno. È di fronte alla bruttura di questa ipotesi non irrealistica, che qualcuno reclama una revoca del voto agli irresponsabili, previa rieducazione civica, etica, politica. A rigor di logica democratica, però, nel momento in cui acquistasse finalmente ascolto un partito per il voto responsabile, si formerebbe, nel giro di qualche tempo, un partito altrettanto agguerrito del voto irresponsabile. E saremmo daccapo. Bisognerebbe d’altra parte capire, in che senso una democrazia – regime tra i più esigenti e difficili da perseguire, come una semplice assemblea condominiale dimostra – può rendere responsabili i suoi elettori. Sappiamo bene, ad esempio, quanto poco siano benefici in questo senso i media di massa, manipolatori più che informatori, e proni al soldo del capitale o semplicemente al tasso di gradimento. Tacitarli attraverso un meticoloso oscuramento, parrebbe però anticipare, inverandola con efficacia, proprio l’eventualità tanto temuta di un fascismo in arrivo, di quelli letterali e non metaforici. Si potrebbe scegliere una via più legittima, quella dell’educazione scolastica. Venga concesso il voto solo a chi esce a pieni voti dalla maturità. Ma sarà sufficiente, per sventare il diciottenne affascinato dalla pena di morte e dalla polizia dal grilletto facile? E, soprattutto, basterà uscire a pieni voti da un istituto tecnico o professionale o la chiaroveggenza democratica abbisogna di un cursus studiorum propriamente liceale, magari con obbligo del latino? Viste, però, le lagnanze sul livello basso della nostra scuola secondaria e sulla pressoché universale fragilità ortografica e grammaticale delle nuove generazioni, non resterebbe che affidare alla solida formazione universitaria tre + due la coscienza democratica indispensabile al voto razionale. Ma dei laureati in fisica meccanica, in paleografia greca o in letteratura russa, davvero possono capirne qualcosa di come funziona il complesso edificio giuridico e politico di un sistema democratico attuale? Se ci fosse un generoso budget per l’università, si potrebbero considerare dei master obbligatori in “voto democratico” da impiantare in tutte la facoltà, ma viste le risorse attuali, bisognerebbe forse limitare il corpo elettorale a chi ha studiato diritto, scienze politiche, economia e, nel caso francese, estenderlo ai frequentatori delle grandes écoles.

Con la soppressione degli inaffidabili media di massa, per evitare l’ascesa dei populisti incontrollabili si rischiava di approntare un “fascismo-chiavi-in-mano”, ma qui, con la preoccupazione di avere un corpo elettorale competente e esperto, si ritorna un po’ a quelle forme di oligarchia da Statuto Albertino, con individui votanti altamente selezionati per capacità (e in quel caso anche per censo), tali da rappresentare circa il 2% della popolazione. Sicuramente, abolendo le snobistiche restrizioni legate al censo e stando alle percentuali dei laureati italiani nel 2016 nella fascia tra i 30 e 34 anni (25,3%), allargheremmo di non poco quella esigua rappresentanza risalente al 1861. Ma bisognerebbe, ricordiamolo, scorporare dal totale tutti i laureati in discipline non pertinenti (fisica meccanica, paleografia greca, ecc.).

A rifletterci bene, questa storia degli elettori diseducati o maleducati, e di come si potrebbero eludere le loro scelte sventate non è di facile soluzione. La democrazia stessa, poi, sembra ormai essere condannata a vestire i panni dell’oligarchia o del populismo, quando né l’una né l’altro possono pretendere minimamente di esserne una sana espressione. Ma queste opposte minacce non sono così estranee alla realtà storica della democrazia, che come ha ricordato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, un saggio del 2005 (Cronopio, 2007), ne definiscono fin dall'inizio lo statuto ibrido, attraversato da tensioni profonde. Cito (traduzione mia): “Quel che la democrazia vuole dire è precisamente questo: le forme giuridico-politiche delle costituzioni e delle leggi statali non riposano mai su una sola e medesima logica. Ciò che si chiama ‘democrazia rappresentativa’ (…) è una forma mista: una forma di funzionamento dello Stato, inizialmente fondato sul privilegio delle élite ‘naturali’ e distolto a poco a poco dalla sua funzione grazie alle lotte democratiche. (…) La democrazia non s’identifica mai con una forma giuridico-politica. Questo non vuol dire che sia indifferente ad essa. Vuol dire che il potere del popolo è sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, perché queste forme non possono funzionare senza riferirsi in ultima istanza a quel potere degli incompetenti che fonda e nega il potere dei competenti, a quell'uguaglianza che è necessaria al funzionamento stesso della macchina dell’ineguaglianza. Al di là, perché le forme stesse che inscrivono questo potere sono costantemente oggetto di riappropriazione, attraverso il gioco della macchina di governo (…).”

Può esserci, allora, malgrado tutto un ethos, un abito democratico, che varrebbe la pena di difendere, e magari di ribadire in occasioni di importanti appuntamenti elettorali? Io credo che si possa riassumere in questo: gli incompetenti facciano in modo di prendere la parola, di uscire dalla loro condizione silenziosa verso lo spazio pubblico, in tutte le forme che è loro consentito o che è necessario consentire. E questa attitudine non è, a ben guardare, imparentata con il populismo delle varie destre nordamericane o europee. L’idea di un populismo fluido, pronto a seconda dei cambi d’umore a virare indifferentemente verso l’estrema sinistra o l’estrema destra, è senz’altro ben accetta dall’oligarchia, anche perché incute paura di fronte all'eventualità di mettere in discussione l’impianto neoliberista della società attuale. In realtà, il populismo di destra ha una struttura ideologica incompatibile con quello di sinistra. Lo statunitense John P. Judis, in un saggio recente sulla storia del populismo nordamericano, ne offre una sintetica spiegazione: “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un’élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un’ élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Quest’ultimo ha bisogno anche di un nemico che venga dal basso e che si sia appropriato senza legittimità di qualche privilegio sociale, al quale non avrebbe diritto per ragioni etniche, culturali o morali. Insomma, il buon ethos democratico non è minacciato da una presunta incompetenza, che anzi, come ricordava Rancière, ne è in qualche modo garanzia fondamentale, ma da un’originaria opzione inegualitaria che poco c’entra con le condizioni materiali di vita. E come conclude Éric Fassin, al termine di Populisme: le grand ressentiment (Textuel, 2017), l’elettore più che di essere educato ha bisogno di essere appassionato: se non si può trasformare magicamente il risentimento del populista di destra in rivolta, “in compenso è necessario impegnarsi a rovesciare il disgusto astensionista in gusto elettorale”. Bisogna, insomma, chiamare gli incompetenti al loro compito “democratico” per eccellenza: mettere il bastone tra le ruote agli esperti. E il voto è un primo passo in questa direzione.

.

Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail

Davide Gallo Lassere

La mobilitazione della primavera 2016 è iniziata con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata molto più ampia e generale, che è sembrata andare ben aldilà della Loi Travail. Ciò non tanto perché la Loi Travail non sia qualcosa di importante o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni. Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese, e più largamente del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale regime europeo del salariato). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo: vi sono state, a partire dalla svolta degli anni ’70, un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti.

Ci si è perciò resi conto rapidamente - e a ragione - che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato. Tale mondo è il frutto del processo di ristrutturazione scaturito negli anni ‘70 in reazione alle lotte operaie e ai movimenti sociali dell’epoca. Si è trattato di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” messa in atto dalle classe dominanti, a colpi di innovazione tecnologica, di innovazione organizzativa, di delocalizzazioni ecc. al fine di ristabilire il governo sul sociale e di rilanciare l’accumulazione del capitale. Aldilà della repressione, l’offensiva dei movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 è stata infatti domata e sconfitta anche grazie all’intelligenza del capitale, che ha saputo rinnovarsi e ristrutturarsi. L’innovazione sociale e la riconfigurazione degli assetti economici, però, sono andate di pari passo con una profonda riorganizzazione della forma-Stato. Abbiamo assistito, a partire dalla metà degli anni ‘70, a due processi paralleli, che sono culminati con la crisi del 2007-08: da un lato una profonda precarizzazione del lavoro, e dall’altro un accentuarsi delle tendenze autoritarie insite nelle democrazie liberali: Loi Travail e Etat d’urgence in Francia, JobsAct e decreto Minniti in Italia, i memorandum e l’esautoramento del parlamento prima, del governo poi e del referendum infine in Grecia. Ed è in seno all’UE che questi processi si sono acutizzati e manifestati in modo particolarmente violento: violenza del capitale e violenza dello Stato, violenza economica e violenza politica. Ossia processi di precarizzazione e impoverimento, di una nuova grande trasformazione del mondo del lavoro appunto; e processi di de-democratizzazione, processi di post-democratizzazione o di egemonia crescente di forme di governo impermeabili a qualsiasi istanza proveniente dal basso.

Questi due processi - anti-sociali e reazionari, o “estremisti di centro” per dirla con Balibar - hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare: ossia una tendenza alla sotto-occupazione precaria, da un lato, e alla centralità maggiore delle tecnologie securitarie, della polizia e delle prigioni, dall’altro.

In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione - del mondo del lavoro e della sfera statale - sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine (o presunta origine) araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi dell’anno scorso, che non si sono massicciamente mobilitati e che non sono scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi dei licei e le iniziative universitarie; né ad aprile con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo fino a luglio. Motivo della diserzione - perlomeno per come esso veniva declinato da diversi collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo in piazza, ma perché viviamo nei nostri quartieri!

Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono messi in piedi dei percorsi rivendicativi molto interessanti da parte di queste soggettività, delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese che non denunciano le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista. Queste mobilitazioni (come, per esempio, la recente Marche de la dignité), hanno però delle difficoltà a compiere quel salto qualitativo che il movimento femminista è riuscito ad effettuare ultimamente, articolando denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare e con i diritti sociali. È il rinnovo della pratica dello sciopero - lo sciopero dei generi - che ha permesso questo salto qualitativo; che ha catalizzato e promosso questa giunzione. In Francia, le lotte antirazziste - per il momento perlomeno - non hanno ancora sviluppato dei percorsi organizzativi in grado di articolare critica della mano destra dello Stato (ordine, repressione, ecc.), per citare Bourdieu, e critica della mano sinistra dello Stato: welfare assimilazionista, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra questione sociale e questione razziale, ma di integrare le due prospettive. Tale posta in palio appare decisiva se si vuole sostenere l’autonomia dei quartieri popolari e delle lotte antirazziste. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia, proprio due settimane dopo l’ultima manifestazione contro la Loi Travail) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalle Brigades anti-criminalité). La famiglia di Adama è riuscita, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, a costruire una mobilitazione molto potente ed efficace, in larga misura immune al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, la quale dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, creando dunque del reddito, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi posizionati sotto l’egida del PS.

Tale vicenda, come mille altre del resto, può fornire lo spunto per procedere al rovesciamento della maniera attraverso la quale siamo stati abituati a porre la questione del reddito sociale, teorizzandola e praticandola a partire dalla punta più avanzata dello sviluppo capitalistico, ossia attorno al lavoro intellettuale e cognitivo, alla cooperazione sociale, ecc. Per dirlo con una metafora spaziale cara a Bifo, per vedere tutte le potenzialità del reddito, sembra che bisogni portarlo a Sillicon Valley. È probabilmente altrettanto importante - tanto più in un contesto specifico come la Francia - guardare al reddito sociale a partire da dove i processi di ristrutturazione capitalistica si riversano in modo più duro e violento: ossia in banlieue, nelle periferie delle grandi città e nei quartieri popolari, intersecando così la questione del reddito con le lotte anti-razziste - visto che in Francia banlieue è fondamentalmente sinonimo di "neri e di arabi", ossia di soggetti razzializzati.

È su tale questione che abbiamo appena cominciato un percorso di inchiesta, confrontandoci per il momento con circa centoventi giovani della banlieue Sud e della banlieue Nord di Parigi: ciò che è già cominciato ad emergere dai primi incontri, aldilà di tutta una serie di contraddizioni sintomatiche, è la potenzialità del reddito in termini di immaginario e in termini di prospettive di auto-determinazione. Tra le varie espressioni attraverso cui definire il reddito (di cittadinanza, di esistenza, garantito, ecc.) ci pare perciò particolarmente azzeccata la formula adottata dalla piattaforma rivendicativa di Non una di meno: reddito di auto-determinazione.

Il testo riprende l'intervento presentato al Bios Lab di Padova il 7 aprile 2017 a sostegno delle CLAP

.

Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

Jamila Mascat

Una fucilata sugli Champs Elysèes, un poliziotto ucciso da un colpo a fuoco (e altri due feriti), l’aggressore abbattuto anche lui, per mano dei colleghi della prima vittima, un tweet della Prefettura che comunica l’evacuazione della zona, la pista terrorista evocata da François Hollande, poi confermata dalla rivendicazione di Daesh, e tutto ovviamente ancora in attesa di delucidazioni ufficiali. Lo script non ha nulla di sorprendente e l’episodio si lascia facilmente annoverare nella lunga lista dei micro-attentati (micro per distinguerli dai bagni di sangue, senza dire nulla rispetto alla specificità dei bersagli designati) che la Francia ha conosciuto nel corso degli ultimi due anni. Che tutto ciò avvenisse il 20 aprile intorno alle 21.00, durante l’ultima parata televisiva degli 11 candidati in chiusura della campagna presidenziale e a tre giorni dal voto, ha solo precipitato l’effetto straniante di obbligare inaspettatamente tutti i pretendenti a commentare l’evento in tempo reale negli ultimi minuti a disposizione per rivolgersi agli elettori. A controcorrente in mezzo alla costernazione diffusa dei “grandi” candidati, suona blasfema la dichiarazione di Philippe Poutou, il “piccolo” candidato operaio del Nouveau Parti Anticapitaliste , che ribadisce la necessità di “mettere fine alle violenze della polizia” e di disarmare le forze dell’ordine. Una presa di posizione polemica che, lungi dal compiacersi del gusto della provocazione, reagisce all’approvazione definitiva della nuova legge sulla sicurezza pubblica, varata con protocollo accelerato dal Senato due mesi fa (16 febbraio 2017) per estendere ai corpi di polizia le licenze di tiro finora concesse ai gendarmes (ai carabinieri) e “ammorbidire” i margini per il ricorso alla legittima difesa.

Adottata in corsa dal governo socialista, questa misura intendeva alleviare il malcontento di centinaia di poliziotti furiosi e apparentemente non paghi delle concessioni accordate dalla Loi du 3 juin 2016 che già rinforzava i mezzi d’azione a disposizione delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La furia della polizia è montata lo scorso autunno, dopo l’incendio a ottobre di due auto di pattuglia a Viry-Châtillon, periferia a Sud di Parigi, che aveva ferito quattro uomini in uniforme; ed è esplosa in una raffica inattesa di manifs des flics, spontanee, notturne, incontrollate e inquietanti, che sfilavano, proprio sugli Champs Elysées, chiedendo compensazioni economiche, giudiziarie e di status per l’intensificazione delle prestazioni e degli sforzi compiuti nell’ultimo periodo. Ironia della sorte (o vergogna del governo socialista), la rabbia si è placate a febbraio, con il varo della legge sulla sicurezza mentre scoppiava il caso di Théo Luhaka, giovane fermato dalla polizia nella banlieue di Aulnay-sous-Bois, umiliato di insulti razzisti, stuprato con un manganello, e poi finito in ospedale con una lacerazione anale di 10 cm.

Sullo sfondo di queste vicende ravvicinate, il senso di insicurezza diffuso all’indomani degli attentati del 13 novembre, il consenso accordato alla svolta securitaria inaugurata da un interminabile état d’urgence e dalla sua costituzionalizzazione, il dissenso – lievitato esponenzialmente durante i mesi di mobilitazione contro la Loi Travail– nei confronti delle forze dell’ordine, e il non-senso evidente di un ordine imposto con la forza identificano quattro punti cardinali che hanno finito per far perdere la bussola a tanta parte della gauche francese sulle questioni di dis-ordine pubblico.

Lacrime agli occhi

Pierre Douillard-Lefevre è uno studente di Nantes che il 27 novembre 2007, sedicenne, partecipa a una manifestazione contro la LRU, il disegno di legge sull’autonomia delle università, e finisce per perdere l’occhio destro per colpa di un tiro di flashball. Da allora ha avviato una lunga impresa giudiziaria, che nel 2013 ha visto confermare in appello l’assoluzione del poliziotto che lo ha menomato, ma che ancora non si è conclusa, perché Pierre ha fatto di nuovo ricorso presso il tribunale amministrativo. Studente in sociologia, nel 2016 ha pubblicato un saggio intitolato L’arme à l’oeil , in cui ripercorre le tappe del vorticoso processo di militarizzazione delle tattiche di intervento della polizia nella gestione della piazza: dalla dispersione alla mutilazione dei corpi.

Per Douillard l’anno di svolta è il 1995, la data di istituzione sul territorio nazionale delle BAC, le Brigades Anti-Criminalité – già in azione in alcuni dipartimenti a partire dagli anni ‘70 e diventate progressivamente il volto odiato della polizia nelle banlieues (o Zones urbaines sensibles/ZUS) – e la data di nascita del Plan Vigipirate antiterrorismo (ancora in vigore) dopo l’attentato della metro di Saint-Michel orchestrato dal Groupe Islamique Armé (GIA) algerino. La storia che va dagli anni ‘90 ad oggi è la storia di una smisurata intensificazione di violenza e repressione (durante la quale la circolazione di flashball e altri dispositivi semiletali è cresciuta spropositatamente) che tuttavia, a dispetto del loro portato distruttivo, appaiono quasi socialmente metabolizzate. Per dimostrare il livello di assuefazione diffuso, complice il rimbombo di un delirio sulla sicurezza che eccede i confini del suolo francese, Douillard compara le reazioni suscitate dalla morte di un giovane studente di 22 anni, Malik Oussekine, ucciso a calci e manganellate nel 1986 da una coppia di carabinieri delle brigate motorizzate al termine di una manifestazione a Parigi contro la riforma universitaria Devaquet, e le tiepide reazioni che hanno fatto seguito all’assassinio del ventunenne Rémi Fraisse, colpito da una granata della polizia a Sivens, dove manifestava insieme ad altri militanti ecologisti contro la costruzione della diga in cantiere a ottobre del 2014.

Se le mobilitazioni di massa in risposta alla morte di Malik Oussekine avevano portato alle dimissioni del ministro Devaquet e al ritiro del disegno di legge omonimo, oltre che alla soppressione delle brigate motorizzate e alla sanzione dei responsabili dell’omicidio, la morte di Rémi Fraisse è stata accompagnata da una risposta ancor più repressiva nei confronti delle proteste insorte per denunciare la sua uccisione. L’analisi di Douillard, solo parzialmente condivisibile nella misura in cui non sembra tenere abbastanza conto delle diverse congiunture sociali in cui sono accaduti i due tragici assassini, rinviene dunque in una fetta crescente dell’opinione pubblica un meccanismo di ingestione e digestione progressiva della violenza subita, che il sociologo interpreta azzardando un’ipotesi interessante. Da cosa nasce l’abitudine alla violenza? Dalla sperimentazione sempre più pervasiva di tecniche militarizzate di controllo dei corpi (dalla nasse agli elicotteri passando per i gas lacrimogeni e le armi da tiro) che ha preso forma simultaneamente in spazi distinti – e in certo senso perfino non-comunicanti – ma “ugualmente” suscettibili di essere presi di mira dalle forze dell’ordine. Questo avrebbero in commune i quartiers populaires, i luoghi della contestazione (le piazze, le ZAD, i luoghi di lavoro), gli stadi e le frontiere. In questi quattro spazi prototipici, dove pure si collocano corpi diversi destinati ad essere brutalizzati per motivi diversi (alcuni per quello che sono, altri per quello che fanno, altri per come appaiono, e altri ancora per tutte le suddette ragioni), si dispiegano strategie poliziesche simili, attuate per mano degli stessi soggetti istituzionali, ovvero le forze dell’ordine.

Ma possiamo leggere in questa incontestabile escalation, ricostruita da Drouillard, un processo di semplice degenerazione del ruolo della polizia da servizio pubblico (les gardiens de la paix) ad attività paracriminale? Possiamo agilmente tracciare una distinzione tra norme ed eccessi limitandoci a contare chirurgicamente i decessi (che pure non sono pochi – 445 in 50 anni)? E’ qui che la bussola della gauche e perfino quella dell’ extrême gauche comincia a vacillare pericolosamente. Ne va non solo della comprensione di un fenomeno macroscopico e fondamentale (la funzione costitutiva delle forze dell’ordine nella preservazione dell’ordine e dell’ordine vigente), ma anche dell’orientamento delle rivendicazioni politiche a venire.

Nemici intimi

Ma è possibile “riformare” la polizia?

Ne Le lotte di classe in Francia, Marx ripercorre l’origine della terza Rivoluzione francese del 1848 e il bilancio della sanguinosa repressione dei moti di giugno (40mila insorti confrontati a un esercito di 150mila soldati e uomini in armi, con il risultato di 5.500 morti, 11.000 arrestati e 4.000 deportati in Algeria tra i ribelli protagonisti dell’insurrezione).

In questo bagno di sangue Marx non intravede il climax di una violenza eccezionale, ma coglie la “forma genuina” dello Stato. Nel dire questo, Marx, in fondo, non dice qualcosa di molto diverso da quello che dice Assa Traorè, sorella di Adama, morto asfissiato dalla polizia ad agosto del 2016, quando denuncia a gran voce le violences d’état. Entrambi, ciascuno a suo modo, rifiutano di considerare la regola un’eccezione.

Ma se l’accostamento pare azzardato, le ricerche di Mathieu Rigouste sul carattere industriale delle violenze poliziesche e sulle pratiche ordinarie del capitalismo securitario permettono di sviluppare un collegamento più capillare. In État d’urgence et business de la sécurité (2016), Rigouste insiste sulla necessità di intendere la questione del mantenimento dell’ordine da parte delle forze dell’ordine, guardando al complesso sistemico e non scomponibile dell’industria della sicurezza. Rigouste invita in primo luogo a diffidare delle letture “individualiste” che tendono a distinguere i comportamenti dei singoli su basi etiche o morali – non perché non ci siano differenze significative tra i singoli, né perché i bravi poliziotti non esistono, ma perché una simile attitudine non permette di capire molto della funzione dei corpi di polizia, in quanto corpi aventi una funzione specifica (e non individui dotati di cuore e cervello, più o meno onesti e più o meno crudeli)

Basandosi su materiale d’archivio reperito presso l ’Institut des hautes études de la Défense nationale, lo studio di Rigouste su L'ennemi intérieur. La généalogie coloniale et militaire de l'ordre sécuritaire dans la France contemporaine (2011) ha il merito straordinario di facilitare le connessioni trasversali – tra centro e periferia, métropole et Outre-mer, anticapitalismo, antirazzismo e anti-imperialismo – di cui l’impegno per le lotte future contro le violenze di stato avrà necessariamente bisogno per essere in grado di produrre ripercussioni significative. Illuminato in tutto il suo spessore storico e geografico, l’arsenale securitario dispiegato a partire dagli anni 2000 – e rinforzato dopo il 2015 a colpi di état d’urgence e opération Sentinelle – contro la minaccia di dentro di islamisti, terroristi, immigrati clandestini e sediziosi d’ogni genere – giovani e lavoratori e abitanti dei quartiers populaires – dimostra di venire da lontano. Più precisamente pare essere un derivato della « dottrina della guerra (contro)rivoluzionaria » che ha fatto scuola in epoca coloniale e durante la Guerra d’Algeria è servita a giustificare l’impiego di metodi a dir poco disumani in nome dell’imperativo di debellare la “gangrena sovversiva rea di marcire il corpo nazionale» . Da allora nel corso della Quinta Repubblica, la teoria controsinsurrezionale ha continuato a svolgere una funzione paradigmatica nell’ispirazione delle moderne tattiche di difesa della sicurezza.

Applicando vecchi metodi a nuovi soggetti (i “dannati dell’interno”, secondo l’espressione di Rigouste, ovvero i sudditi delle colonie prima e gli immigrati postcoloniali poi) la strategia anti-insurrezionale in atto nei tanti focolai di repressione che esistono oggi è diventata una prassi permanente e per alcuni versi inarrestabile, se è vero che il corpo della polizia gode del privilegio di giustificare performativamente la propria esistenza: come gli atti performativi realizzano il contenuto di ciò che enunciano, la forze dell’ordine “realizzano” la delinquenza che combattono.

Questo vale in particolare per le famigerate BAC, che oltre a pattugliare le cités di periferia si dedicano a infiltrare massicciamente le manifestazioni, e sui cui grava, a partire dalle indicazioni matematiche del Ministero degli interni la pressione del risultato, ovvero l’obiettivo di far aumentare il cosiddetto taux d’élucidation dei reati, che permette ai commissariarti di essere adeguatamente ricompensati.

Come spiega Sebastien Rocha, direttore di ricerca presso il CNRS, la logica che sottintende al calcolo di questo tasso è assai perversa: un reato risolto (élucidé, cioè su cui è stata fatta chiarezza) è un episodio rispetto al quale la polizia ritiene di aver raccolto prove sufficienti per inviare il colpevole davanti alla Procura della Repubblica. È quindi la polizia stessa a giocare un ruolo decisivo nella produzione di questa cifra, che risulta dalla divisione della somma totale dei reati “risolti” per il numero dei reati noti attraverso le denunce, e che si presta ad essere facilmente pilotata.

L’ansia da prestazione che tormenta la routine dei poliziotti delle Bac (nate proprio per agire sulla flagranza di reato) riemerge nell’inchiesta etnografica condotta dall’antropologo Didier Fassin tra il 2005 e il 2007, e poi pubblicata nel 2011, La force de l’ordre. Seguendo per due anni gli interventi quotidiani di una pattuglia di Bac all’opera nella periferia parigina, Fassin è riuscito a catturare la profonda insensatezza dell’esistenza di questo corpo di polizia. Afflitte dall’intollerabile susseguirsi di giornate e nottate noiose, trascorse a non far niente, che per disperazione si riempiono di controlli di identità (rigorosamente au faciès) e pratiche vessatorie, le Bac perseguono l’intento di soddisfare i requisiti di produttività imposti dai vertici con il risultato di far polarizzare il livello di tensione e apartheid sociale. Si torna al punto di partenza: Police partout, Justice nulle part, come scriveva Victor Hugo (Choses vues, 8 aprile 1851) e come scandiscono tutti i manifestanti di Francia. Quanto basta per dissuadere i benintenzionati a pensare di poter convertire le strutture istituzionali normalmente (e non eccezionalmente) deputate alla repressione in uno strumento di miglioramento della società e a ricordare che il mantenimento dell’ordine pubblico consiste nella difesa dell’ordine costituito e perciò mal si concilia con il tentativo di istituire un nuovo ordine sociale.

***

fibraottica2Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. L'informazione al tempo della post-verità, la verifica dei saperi, il libro di domani. Di questo e altro si parla nel cantiere di Alfabeta. E vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta

Vol spécial

Davide Gallo Lassere e Marta Lotto

Uno scossone lungo 100 minuti per richiamare lo spettatore dall’indolente torpore quotidiano: Il documentario Vol spécial del regista svizzero Fernand Melgar (realizzato nel 2011 e da febbraio distribuito anche in Italia da Zalab) non lascia scampo. Dopo la sua visione anche le più ostinate o ciniche giustificazioni in salsa realpolitik vacillano inesorabilmente.

Il Centro di Trattenimento Amministrativa di Frambois, una struttura dorata a due passi dalla Ginevra capitale dei Diritti dell’Uomo, cristallizza con nitidezza l’oscenità morale, etica e politica di queste istituzioni totali – senza il rischio di soffermare la critica sugli aspetti che troppo spesso catalizzano rabbia e indignazione: violazione vergognosa dei diritti più elementari, carenze igieniche spaventose, sovraffollamento o sadismo delle guardie. Fiero esempio dell’umanità del trattenimento, al punto da poter esser filmato da un regista impegnato e dichiaratamente critico (si veda il documentario del 2008 sui richiedenti asilo La forteresse), Frambois si configura come una gabbia di cristallo. Così, attraverso lo sguardo della cinepresa, l’idillio del centro più soft, dei migranti più ligi ed educati e degli operatori più comprensivi restituisce in modo beffardo la violenza fattuale di queste scatole nere del presente.

Non un CIE qualsiasi, dunque, sostanzialmente simile agli oltre 250 disseminati per l’Europa intera; bensì il fiore all’occhiello di questi universi concentrazionari. Costato 3,3 milioni di euro alla confederazione elvetica, il centro a cinque stelle di Frambois ha una capienza massima di 25 pensionnaires (ospiti), per ognuno dei quali vengono spesi circa 330 euro al giorno. I migranti in via d’espulsione godono infatti di condizioni speciali: possono muoversi liberamente negli interni dalle 8 alle 21; possono cucinare loro stessi da mangiare, ascoltare musica o fare sport; dispongono di stanze singole, pulite e confortevoli; e sono assistiti da vicino dai membri che compongono lo staff del personale – in tutto 13 unità.

Frambois si distingue per un’impronta smaccatamente neo-manageriale. Tramite tecniche empatiche, vicinanza psicologica e umanizzazione delle relazioni guardie/trattenuti (i quali circolano negli stessi spazi comuni senza restrizioni o misure cautelative) si attua il placcaggio e la normalizzazione delle passioni più conflittuali e antagoniste. Tuttavia, anche in questo contesto ovattato, non mancano all’appello reazioni umane, troppe umane come l’automutilazione, lo sciopero della fame o il tentativo di suicidio.

Aldilà del rompicapo antropologico sulla sincerità emotiva (spontanea o strumentale?) del personale – il quale, in molteplici casi, si scherma dietro un caloroso compatimento (alcuni si definiscono “militanti”) o, più di rado, attraverso lo snocciolamento di fredde procedure giudiziarie – Frambois mette a nudo lo scandalo intollerabile di questi luoghi, in cui vengono risucchiate e frantumate, a due passi dai centri abitati, le norme minime di ogni ordinamento che si pretenda civile e democratico.

Qui, la violenza non sporca i muri di sangue, ma si fissa più sottilmente nella disperazione silenziosa o cantata, nella rabbia impotente, nel rammarico o in una spirale depressiva. Chiunque entri a Frambois ha il destino segnato. Due le opzioni: essere scortati all’aeroporto e scegliere liberamente di imbarcarsi. Oppure rifiutare, rientrare al centro e sparire all’improvviso su un vol spécial senza poter avvisare figli e famiglie, imbavagliati e incatenati in dodici punti per più ore (l’ultima morte per “cause naturali”, sic!, risale al 2010), con il rischio che ad accoglierli nel paese d’origine vi siano le polizie locali. Le diverse sorti sul suolo natio dei respinti (tra cui anche un richiedente asilo politico) sono raccolte nel webdocumentario le monde est comme ça.

Se il destino degli espulsi lascia indifferenti società civile e Stato, in certi casi committente della morte o della tortura del migrante, lo spettatore rimane intimamente coinvolto. Ciò che si osserva non conduce a prendere le distanze, assumendo per strategia difensiva uno sguardo che disumanizza la vittima. Al contrario. La scelta di mostrare gli affetti delle persone, il carattere o le vicende soggettive riconsegna loro la prossimità perduta, piazzando il pubblico dinnanzi all’ingiustizia disarmante vissuta dai protagonisti. (Sulla stessa lunghezza d’onda il documentario di Alexandra D’Onofrio La vita che non cie).

Ciononostante, il film non ha ricevuto assensi unanimi. Definito come fascista dal produttore Paulo Branco in occasione del festival di Locarno, e fortemente osteggiato col motto di documenteur (documentitore) dal partito nazionalista e xenofobo svizzero UDC (il quale ha addirittura tentato, fallendo di poco, di indire un referendum per proibirne la visione nelle scuole), Vol spécial rappresenta un esempio di pedagogia civile impegnata. Oltre 15.000 studenti svizzeri si sono già potuti confrontare direttamente con le sventure dei migranti, rendendosi partecipi in prima persona dei costi umani delle politiche immigratorie. Senza commenti, musiche ed esplicite colpevolizzazioni delle parti in causa, il film crede nello spettatore e ne sprona le capacità critiche.

Micrologie valdostane

Davide Gallo Lassere

Incastonata tra le più alte montagne europee sorge una valle detta d’Aosta. Un lembo di terra le cui bellezze mozzarono il fiato a pittori romantici inglesi e francesi e che seguitano tutt’ora ad attirare ogni anno migliaia di turisti. Quassù la crisi stenta ancora a scaricarsi in tutta la sua virulenza. Nonostante qualche recentissima, lieve incrinatura, i 140.000 valdotèns possono infatti vantarsi di godere tassi di criminalità, disoccupazione e povertà irrisori rispetto alle altre regioni italiane. Ben diverso il discorso per quanto concerne reddito, proprietà agricole e immobiliari, immatricolazioni di veicoli a motore e... suicidi: il cui numero relativo nel 2010 si è arrestato al doppio rispetto alla media italiana.

Aldilà di quest’ultimo, sconcertante dato, è solo dopo una ruggente scalata che lo stemma del leoncino aostano è riuscito a insediarsi con stabilità nei vertici delle classifiche italiane sulla qualità della vita. Il vecchio carrefour d’Europe si è così apprestato a diventare la Walt Disney delle Alpi: l’incarnazione perfetta di un mondo poststorico avvolto in una bolla di benessere e sport, mutui agevolati e incentivi di varia natura, assistenzialismo clientelare e gestione affaristica delle finanze pubbliche (si veda, dalle stalle che si trasformano in villini alle sovvenzioni più suggestive, la spropositata espansione appena ultimata del già ampiamente sottoutilizzato aeroporto). Luogo idoneo, insomma, in cui crescere figlioletti spensierati e sussidiati o dove trascorrere un’agiata pensione, nonché squarcio privilegiato per scrutare le storture antropologiche del grande sonno sociale, politico e culturale de “l’ultimo uomo”.

Peccato che, grazie a uno statuto speciale sorto dalle ceneri del fascismo, per qualche mese almeno la regione autonoma si è alacremente mobilita attorno all’istituzione e successiva approvazione (in data 18 novembre) di un referendum propositivo sul trattamento dei rifiuti. Oggetto del contendere un impianto di pirogassificazione. Una ciminiera alta oltre 50 mt, per la cui costruzione sarebbero stati stanziati 225 milioni di euro alle ditte che si sono già aggiudicate l’appalto: il più grande della storia valdostana. Millantato come il nec plus ultra della tecnologia, il pirogassificatore avrebbe avuto una capacità di smaltimento rifiuti decisamente superiore alle quantità prodotte in loco – ossia 60 mila tonnellate annue contro 42. Fatto ulteriormente aggravato dal basso riciclaggio (circa il 44% del totale) e dalle normative europee che prescriverebbero il raggiungimento del 65% di differenziata entro fine decennio, pena sanzioni.

Se a questa discrepanza ingiustificata si aggiunge che la pirogassificazione origina delle microparticelle particolarmente dannose per la salute (particelle ultraleggere che sarebbero state proiettate più in alto rispetto a quelle generate da un inceneritore, salvo dimenticare le frequenti inversioni termiche che avrebbero trattenuto a valle i corpuscoli ultrasottili, trasformando il pregio dell’avanguardia tecnologica in un indesiderato cavallo di Troia), l’oscenità del fallito progetto pare davvero vergognosa, specialmente per una regione che ha nel turismo e nella valorizzazione del territorio la carta vincente.

Due gli schieramenti. Da un lato il codazzo di soliti volti noti capeggiato dall’Union Valdotaine, un residuato di Mani Pulite che ha regnato in solitaria per quasi sessant’anni con plebisciti da repubblica delle fontine all’insegna del scintillante motto ni de droite ni de gauche. Sotto la condotta ferma del temuto e riverito empereur Presidente Auguste Rollandin (il padre-padrone che capeggia sul feudo de notre Vallée da metà anni '80, nonostante una condanna in ultimo grado per abuso d’ufficio in provvedimenti per appalti), il comitato-farsa pro astensionismo ha riproposto la trita e ideologica sentenza tecnocratica che va per la maggiore da un ventennio ormai: TINA, there is no alternative. Si tenga oltretutto in considerazione che, in un contesto di piccoli paesini in cui tutti si conoscono, spronare in modo quasi intimidatorio per l’astensionismo rappresenta un’evidente minaccia alla segretezza del voto, giacché il semplice fatto di recarsi alle urne ha manifestato un’aperta presa di posizione pubblica (il “sì” ha infatti vinto con uno schiacciante 94,02%).

Dall’altra una composizione eterogenea e animata dal basso, rispecchiante la composizione della società civile locale. Un aggregato, non trascurabilmente giovanile, di associazioni medico-ambientalistiche e comitati di varia natura, gruppi pittoreschi (come quello de “Le 320 mamme preoccupate”) e passaparola appassionati tra familiari, amici e conoscenti che ha trovato il saggio appoggio della coalizione della sinistra cosiddetta di centro e del M5S. Saggio in quanto nessuno ha cercato di egemonizzare il comitato promotore Valle virtuosa. Che sia finalmente giunto il momento in cui il detto unionista ma belle et chère vallée non debba più restare appannaggio della solita cricca di veterotradizionalisti?

In ogni caso, la vittoria del referendum che propone una raccolta differenziata spinta e il compostaggio dell’organico, oltre a un maggior riutilizzo degli scarti e al trattamento a freddo dei rifiuti restanti (il tutto per un costo inferiore di 2/3), si staglia all’orizzonte come un primo segnale di fumo dalla più piccola e meno popolosa delle regioni d’Italia nei confronti delle grandi opere minaccianti il bene comune promosse da apparati dirigenziali del tutto autoreferenziali e sclerotizzati. Il precedente storico per una parziale riappropriazione di territori e modalità dirette e propositive di fare politica dal basso da parte di una popolazione tendenzialmente dedita, nel migliore dei casi, all’impegno civile e volontario: uno speranzoso messaggio in bottiglia che ci si auspica venga raccolto, è proprio il caso di dirlo, su scala peninsulare e continentale!

Reddito minimo

Davide Gallo Lassere

Per appoggiare l’idea di un reddito minimo garantito non bisogna per forza di cose decretare la fine del lavoro, come se l’enorme sviluppo tecnico e la razionalizzazione produttiva del neocapitalismo fossero davvero dei processi inarrestabili o non avessero alcuna ricaduta sistemica dall’altra parte del globo. Tanto meno appare necessaria una ferrea presa di posizione critica contro le logiche capitalistiche di messa in valore della forza-lavoro, con le loro appendici di sfruttamento, dominio e alienazione. Molto più modestamente, l’attrazione sempre più diffusa per la creazione di forme minimali di distribuzione di ricchezza in moneta sonante segna l’avvenuto disincanto nei confronti del vecchio mito di Sinistra secondo cui il lavoro configura la via maestra per conquistare l’emancipazione materiale ed esistenziale.

Senza entrare nel merito di uno dei dibattiti più appassionanti che ha attraversato le scienze sociali e la filosofia antropologica degli ultimi decenni, è qui sufficiente operare una distinzione ortografica, concettuale e politica tra Lavoro e lavoro. Non è infatti importante, almeno in questa sede, discutere la teoria del valore-lavoro o vagliare l’ipotesi di Karl Polanyi a proposito del ruolo fondamentale giocato dalla mercificazione del lavoro (la terza “merce fittizia”, oltre a terra e denaro) nei meccanismi di genesi e sviluppo del capitalismo moderno. Ciò che più conta è sottoporre a dubbio radicale il culto incondizionato del Lavoro; ossia la santificazione dell’attività lavorativa quale suggello di ogni vita umana riuscita. Il lavoro (con la minuscola questa volta) è sempre esisto e sempre esisterà. Rappresenta un’invariante antropologica. È infatti ineluttabile per l’uomo doversi plasmare in continuazione con il sudore della propria fronte le condizioni materiali adatte in cui vivere e potersi riprodurre. Ciò che, invece, appare meno assoluta ed essenziale è la valorizzazione unanime dell’animal laborans.

Neoliberali e veteromarxisti potranno rinfacciare che l’oziosità fu privilegio di piccoli strati agiati delle società premoderne, come la nobiltà guerriera e possidente o il clero religioso. Chi scrive, sulla scorta di autorevoli studiosi, è convinto che la realizzabilità delle politiche di pieno impiego, perlomeno allo stato attuale delle cose, rappresenti tutt’al più una pia illusione. Alla stessa maniera, il lettore vagamente informato ben sa che la stabilità e la gratitudine lavorative, almeno per una fetta sempre più larga di popolazione, hanno ormai l’amaro sapore di un sogno svanito a tempo indeterminato. Ecco allora che, nonostante tutte le pecche – anche gravi – dell’attuale proposta di legge, finalmente pure in Italia (uno dei pochi paesi occidentali a non prevedere ancora alcun sostegno diretto al reddito) comincia timidamente ad affiorare sulla scena pubblica una tematica ben presente su altri palcoscenici nazionali da oltre vent’anni.

Per quanto emendabile, l’attuale iniziativa popolare (alla quale si può aderire fino al 31 dicembre) offre comunque un’ottima base di partenza per proporre delle interessanti politiche di partecipazione alla vita sociale che aggirino la ricompensa salariale. Se è pur vero, infatti, che identità personale e legame sociale – il riconoscimento – trovano nel lavoro un terreno proficuo in cui germogliare, allo stesso tempo non si può più rigettare moralisticamente (o ideologicamente!) l’ipotesi per cui la realizzazione di sé e la gratificazione personale incontrino nell’otium del tempo libero una valida alternativa viabile sotto tutti i punti di vista: economico-finanziario, politico, culturale e sociale.

Aldilà delle impietose origini etimologiche (labor, da cui lavoro, significa fatica, mentre il tripalium, da cui travail o trabajo, era uno strumento di tortura), l’immagine del mondo sottostante alle proposte di reddito garantito rappresenta quanto di più seducente ed entusiasmante possa regalare il panorama attuale delle idee politiche: limitare al massimo il regno della necessità, appacificare per quanto possibile la conflittualità sociale che ne deriva, non far più dipendere la soddisfazione dei bisogni primari dall’aleatorietà dello sforzo individuale; rendere insomma ognuno libero dalla costrizione più immediata, al fine di perseguire autonomamente la ricerca della felicità, senza vincoli di ordine biecamente materiale.

Se il tempo è denaro, il tempo libero è denaro che non si vuole o non si ha (più) bisogno di guadagnare. A partire da una solida base di reddito garantito, può perciò essere rimessa in moto l’immaginazione sociale, escogitando forme di vita e pratiche sociali che prescindano dall’esigenza di acquisire sempre più denaro o che si impernino attorno a usi alternativi dello stesso o a monete parallele e complementari – capaci cioè di retribuire quei tipi di attività (socialmente utili o ludiche e ricreative) difficilmente remunerabili altrimenti.

È l’informazione bellezza!

Davide Gallo Lassere e Roberto Ticca

I remake, si sa, quasi mai rispecchiano l’originale. «Les nouveaux chiens de garde» non fa eccezione a questa regola: poco rimane del rabbioso e irriducibile antagonismo con cui Paul Nizan si scagliò, ottant’anni or sono, contro l’opera di velatura ideologica compiuta a suo tempo dagli intellettuali prezzolati della borghesia francese. Il documentario, infatti, all’estetica della collera preferisce una denuncia votata all’insolenza. In ciò consiste il merito innegabile del film; il quale porta allo scoperto le ombre spettrali che politica ed economia proiettano sull’informazione transalpina, adottando in prevalenza un andamento irriverente. Emblematico, al riguardo, il racconto fatto di nomi e cognomi, immagini, CV e incarichi dei conniventi che, immancabilmente, ogni ultimo mercoledì del mese si incontrano per un conviviale diner du siècle al numero sei di Place de la Concorde a Parigi, nel prestigioso ristorante dell’Automobile Club de France.

L’opacità che aleggia intorno ai rapporti tra i commensali in questione – alti funzionari statali, importanti uomini d’affari, pezzi grossi del panorama mediatico – viene esposta a chiare lettere, ma in una forma poco propensa a suscitare l’indignazione dovuta. Ciononostante, il documentario ridicolizza le pretese di indipendenza, pluralità e oggettività di anchor men e direttori di testate. In barba alla pletora mediatica sorta sull’onda della neweconomy, il nerbo dell’informazione continua infatti a essere risucchiato dall’attrazione imprescindibile dei grandi trust politico-finanziari.

Alla stregua dei colossi Bouygues, Dassault o Lagardère – alcuni tra i soggetti più influenti all’interno del cartello giornalistico, di cui è reperibile una mappatura sul sito del film – l’intero paesaggio informativo rimane gestito dal dominio incontrastato di pochi, giganteschi poli mediatici. Questi potentati, costituiti da uomini che hanno accumulato le loro sterminate ricchezze con ben altre attività, alimentano in continuazione il balletto autoreferenziale dei soliti volti noti che passano con indifferenza da un’emittente radiofonica prestigiosa a un popolare canale televisivo per finire, con il cambio di stagione, nei vertici redazionali di un importante quotidiano.

Sono molti i protagonisti del mercato dell’informazione a legare il proprio nome al confezionamento di un’immagine abbellita per le aziende richiedenti; in certi casi, addirittura, all’abiura della deontologia corrisponde un preciso tariffario relativo alla fama del candidato. In altri, invece, il rinnegamento dell’etica della professione si compie tramite la consultazione di esperti di servizio presentati come neutri sostenitori di un sapere super partes. Questi pennivendoli partecipano così in maniera attiva alla mitizzazione di un sistema che dovrebbero scandagliare il più oggettivamente possibile.

Sembra che di strada ne sia stata fatta da quando, nel 1963, il ministro dell’informazione Alain Peyrefitte poteva permettersi di salire direttamente in scena magnificando l’avvenuta depoliticizzazione del telegiornale serale; in realtà i nuovi cani da guardia possono anche indossare le vesti professorali di «saggi» accademici. Un esempio su tutti: la trattazione della crisi. Chiamati a spiegare al largo pubblico le turbolenze attuali del mondo economico-finanziario, questi sedicenti luminari sfoderano la stessa postura intellettuale che non ha visto o, in certi casi, ha addirittura fomentato l’avvento della crisi, assumendo un ruolo pastorale che di volta in volta legittima o edulcora un sistema comodo a loro e ai loro datori di lavoro. Il documentario, basato su impertinenti montaggi d’archivio e astute info-grafiche, è l’opera corale di cinque sceneggiatori e due registi: Serge Halimi (autore dell’omonimo best seller uscito nel 1997 e attuale direttore de Le monde diplomatique), Pierre Rimbert, Renaud Lambert, Gilles Balbastre e Yannick Kergoat.

Il film condensa in 104 minuti un’impressionante quantità di materiale e informazioni, rischiando, talvolta, di cadere in facili scorciatoie ed eccessive semplificazioni. Tuttavia, «Les nouveaux chiens de garde» – finora apparso su un esiguo numero di maxi schermi – risulta interessante, divertente e, in alcuni passaggi, addirittura esilarante. In più momenti il documentario riesce infatti a strappare agli spettatori in sala (circa 170.000 dopo 11 settimane di proiezioni) grosse risate, grazie anche al brillante accostamento d’immagini di repertorio. Non sorprendere quindi che, solo dopo molteplici tentativi, il film abbia finalmente trovato dei produttori disponibili.

Denaro, felicità ed emancipazione

Il massimo della critica per il maggiore numero possibile

Davide Gallo Lassere

 Negli ultimi decenni la Sinistra ha subito un poderoso quanto in apparenza inesorabile processo di disamoramento. Dopo aver configurato un modello di identità collettive politiche, sociali e culturali capace di mobilitare ed entusiasmare in vista di un fine comune vasti strati di società civile – conquistando risultati emancipativi di stampo universalistico – anche il concetto di Sinistra, brevemente ritempratosi nel bagno caldo dei particolarismi identitari e culturali, pare ora diventato sinonimo di mera amministrazione dell’esistente. Tale sfaldamento politico-affettivo sembra porsi in netto contrasto con l’urgenza che sta assumendo la condizione economico-sociale di uno strato sempre maggiore di popolazione delle democrazie capital-parlamentari. Al fine di elucidare queste impressioni antinomiche si propongono qui alcune rapide considerazioni orbitanti attorno a tre fuochi gravitazionali: denaro, felicità ed emancipazione. Leggi tutto "Denaro, felicità ed emancipazione"