David Hayden, panorami irlandesi tra paradosso e sogno

Enrico Terrinoni

L’Irlanda è una terra di racconti detti e ricordati, di racconti smembrati e rimembrati. Ma è anche una terra di racconti rubati, il paese dello stolentelling, avrebbe potuto dire Joyce. Racconti e storie che si addentrano tra i meandri di una cultura che per molti secoli è rimasta orale: questo per motivi politici dovuti anche ma non solo all’ossessione britannica per lo sradicamento dei tratti culturali indigeni. E nella tradizione irlandese esiste una figura chiave nella trasmissione culturale: la figura dello Séanchai, il cantastorie.

Spiega il critico Colbert Kearney, nel tentativo di descrivere come l’oralità sia un imprinting della cultura dublinese prima ancora che della cultura irlandese, che

tra l’arrivo della cristianizzazione e grossomodo i tempi di Shakespeare, l’Irlanda aveva il vanto dell’erudizione e del sapere; ma proprio allora, quando in tutta l’Europa occidentale le scuole iniziarono a permettere la possibilità della scolarizzazione a sezioni sempre più grandi della popolazione, la prassi coloniale inglese si focalizzò sull’obiettivo di sradicare il sistema indigeno negando l’istruzione alla maggioranza della popolazione, i cattolici (…) La portata di questa privazione possiamo intuirla se ci ricordiamo di quanta gente viveva in condizioni di desolante povertà nei peggiori slum d’Europa, e che l’istruzione disponibile era l’unica fuga dalla trappola della povertà. Eppure, sebbene la povertà privasse questa gente del potere intellettuale ed economico dato dall’alfabetizzazione, non lì privò mai della cultura.

In questo contesto, la figura del cantastorie tradizionale appare non solo centrale quale fattore di resistenza all’oppressione culturale, ma anche ovviamente come tramite per la trasmissione del sapere. Si trattava di “compositori orali” la cui ombra sinistramente lambisce ancora i lidi della letteratura contemporanea, quella inserita inevitabilmente in dinamiche di mercato.

Tanti scrittori irlandesi, infatti, seppure affidandosi ora alla scrittura e non all’oralità, sembrano ancora appartenere al solco dello storytelling tradizionale. In virtù della forza della parola detta, allora circolante solo nello spazio aereo tra le persone, ora inchiodata alla pagina con un inchiostro che ne sporca il candore, l’oppresso resiste ancora all’oppressore; che però non è più l’inglese ma il capitale, il mercato editoriale, inscenando spesso una “resistenza linguistica” in cui si gioca una partita a scacchi tra la letteratura e il letterario.

Una partita che da sempre vede in Irlanda un campo non neutro, un campo in cui ad esempio la popolarità di generi come la poesia o il racconto ci dice molto di una differenza, di una diffidenza all’omogenizzare, di una voce contraria che prende strade inattese; in altre parole, dell’isolamento di un’isola felice.

Lo si vede ad esempio nella ricchezza interna a quei sottogeneri. Limitandoci al racconto, ad esempio, la tradizione irlandese ci consegna uno scenario assai vario, che va dall’iperrealismo estremo da microscopio (il Joyce di Gente di Dublino, ad esempio ), all’impercettibilità dell’inafferrabile rimemorato (il Joyce di Gente di Dublino, ad esempio), dalle voci di silenzi evocativi (il Beckett di Più pene che pane, ad esempio) alle voci silenziate dall’evocazione (il Beckett di Più pene che pane, ad esempio); ma ci regala, e questa è anche la grande tradizione della short story irlandese, la fotografia di una società provata e mai doma: vedi tanti scrittori in Italia non sempre sufficientemente noti, come Daniel Corkery, Benedict Kiely, persino John McGahern, che è tra i più grandi.

In questo panorama di realismo rispecchiante e rispecchiato si inserisce uno scrittore contemporaneo i cui racconti brevi sfuggono a qualunque classificazione degna di questo nome. Potremmo ricorrere al salvagente dell’opera aperta per parlarne, ma forse sarebbe altrettanto fuorviante. Parlo di David Hayden, dublinese emigrato prima negli Stati Uniti, poi in Australia, e ora in Inghilterra, la cui opera ha visto la luce per ora principalmente in riviste letterarie. L’editore Safarà di Pordenone, non nuovo a riscoperte di assoluto valore, pubblica in questi giorni il suo Il buio a luci accese nella splendida e irlandesissima traduzione di Riccardo Duranti (euro 16, 50, pp 200).

Il libro il cui titolo è tratto dal finale di uno dei racconti più belli, “Luci”, lungo poco più che una pagina, ma in sé un universo di sensi ineffabili, raccoglie venti pièces: possiamo chiamarli racconti, ma a volte sembrano più le favole di un Andersen allucinato e messianico. Se qualcosa hanno in comune è l’aura onirica, il gioco a nascondino con la memoria e il subcosciente, una partita di fioretto tra dilemmi e misteri. Non a caso qualche critico ha parlato di echi borgesiani. Io vi leggo più la presenza di Beckett, ma di un Beckett che sceglie per una volta di confessarsi, di parlare del vuoto che lui sa riempire a parole.

Un aspetto significativo di tante di queste composizioni è l’altalena tra reale e irreale, che spesso non concede punti di riferimento al lettore, e lo lascia libero di fluttuare tra associazioni improbabili, o come ho detto, visionarie. Ciò accade in uno dei più significativi racconti dal titolo “Smembrato”, che vale la pena di citare ampiamente:

Fiordalisi, cerulei, viole del pensiero, violette occhieggianti, speronelle, porporine cresciute, primule, giallo-dente, lo sguardo in alto, senza vedere, stelle di calendula, timo, riccioli verdi serrati e speziati, margherite, ali sparse, palmi aperti; e, sopra tutto, api grassottelle che dondolano ebbre nell’aria tiepida

Un viaggio di luce che non finisce di finire e tutto che in un modo o nell’altro di questo si nutre, con la luce che arriva, calda e burrosa, e ci permette di vedere: forme, ombre, colori e una casetta, un campo e l’orto intorno casa.

C’era un giorno in cui un uomo, oppure una donna, sorrideva.

A partire da questo quadro che pur se composito, non concede troppi appigli all’interpretare – anche perché il protagonista ha un nome strano, Lo, figurato da uno strano gesto della mano – si dipana una storia purgatoriale, infernale forse, una descrizione del giorno del giudizio, di quel giorno in cui smembrati ci sarà chiesto di rimembrarci:

La donna dal grembiule nero appare in cielo, fluttuante. Lancia un grido, solleva una mano e scompare.

Lo è rimasto solo con un uomo che si volta per stringergli la mano. Lo gli porge la sua. I talloni dell’altro ora sono dove prima c’era la faccia e quel che resta di lui è sparso in giro.

Lo si toglie gli scarponi; si spoglia. Cade la pioggia ed è tiepida e pulita. L’ascia smette di muoversi e Lo s’asciuga al nuovo sole che è sorto da dietro le montagne. Lo si solleva lentamente e l’ascia lo taglia e le membra finiscono a riposo, mentre la testa cade sulla cima più alta, sputando e tossendo, poi si leva la voce che canta: «Un giorno. Un giorno tornerò a essere intero».

Questo racconto, se di ciò si tratta, è emblematico del rincorrersi di paradosso e onirismo in una poetica che non sopporta né sostiene argini alla narrazione. I testi di Hayden sono abitati da fantasmi impalpabili che hanno però la sostanza delle persone reali. Il suo è un mondo swedenborghiano, in cui i vivi e i trapassati si sfiorano di continuo, ma senza vedersi. È un’atmosfera, quella che penetriamo, che ci pone di fronte a una domanda posta tanto tempo fa da un altro grande traduttore da poco scomparso, Joseph Buttigieg, il quale di fronte all’impossibilità di sfuggire alla storia e alle sue trappole, e consapevole che il futuro si costruisce soltanto sulla memoria – ma deve essere una memoria creativa, non selettiva e conservatrice – si chiedeva: “La vita è forse una negazione radicale? Oppure la negazione radicale, ossia il seppellire i morti, è un’affermazione tonante?”

La risposta alla domanda di Joe è certamente un bruniano e nietzscheano sì; ma un sì beffardo, che poi è un no ironico. L’indecidibilità è l’anima dell’umano. La vita dei testi è affine a quella dei corpi, poiché il testo è l’ombra della mente, l’ombra della testa. E non potendo in alcun modo penetrare la seconda, quel che ci resta è il sogno sfumato di poter penetrare almeno il buio regno della prima.

David Hayden

Il buio a luci accese

traduzione di Riccardo Duranti

Safarà

euro 16, 50 pp 200